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mercoledì 1 marzo 2023

KISSENEFREGA – La relatività del tempo

Come diceva Albert Einstein?
“Da quando i matematici hanno invaso la mia teoria della relatività nemmeno io la capisco più.”
No, non quella. Quell’altra: “Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando.” Ecco sì, questa.
L’ho sperimentata più volte nella mia vita quotidiana e lo dimostrerò con questi esempi.
Tempo libero dopo aver messo a letto i bambini di sera. Effettivo: 2 ore. Percepito: 5 minuti.
Al parco coi bambini a cinque gradi sottozero e nevischio. Effettivo: 5 minuti. Percepito: 2 ore.
Vacanze in Italia. Effettivo: 30 giorni. Percepito: 3,0 giorni.
Viaggio in macchina con due bambini piccoli. Effettivo: 1,5 ore. Percepito: 1,5 gironi infernali danteschi.
Moglie fuori casa per una conferenza lavorativa e io sono solo con i bambini. Effettivo: 2 giorni. Percepito: 2 rughe in più sotto i miei occhi, 1 ulcera in più e un ciuffo di capelli persi.
Visita all’IKEA con la propria compagna. Effettivo: 6 ore. Percepito: non ne sono ancora uscito.
L’Italia del calcio è sotto di un gol ai Mondiali (ipotetico, visto che di nuovo non ci siamo qualificati). Effettivo: mancano 20 minuti alla fine. Percepito: 2 minuti.
L’Italia del calcio è in vantaggio di un gol ai Mondiali (ipotetico, visto che anche se ci qualifichiamo non vinciamo neanche una partita). Effettivo: 20 minuti alla fine. Percepito: 200 minuti.
Bionda svedese bellissima che mi guarda in metro. Effettivo: 1 secondo. Percepito: 1 minuto (si è innamorata di me).
Rivedere un buon vecchio amico. Effettivo: è passato 1 anno. Percepito: è passato un giorno?
Aspettare l’autobus fuori dalla scuola negli anni ’90 (no smartphone). Effettivo: 20 minuti. Percepito: 40 minuti e un libro degli appunti pieno d’idee per i miei racconti.
Aspettare l’autobus fuori dal lavoro nel 2022 (smartphone). Effettivo: 20 minuti. Percepito: 20 minuti ma meno fantasia e più rincoglionimento.
Tempo di lettura di questo pezzo. Effettivo: circa 2 minuti. Percepito se ti è piaciuto: circa 0,2 minuti (come passa il tempo quando ci si diverte). Percepito se non ti è piaciuto: circa 0,2 minuti (perché hai letto solo le prime frasi e sei andato oltre).
 
E voi direte: e chi se ne frega della relatività del tempo? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 27 dicembre 2022

KISSENEFREGA – Il regalo

Tutto è al posto giusto: il numero 21 sulle spalle, la perfetta rifinitura della maglia giallo e blu, il piano bianco dritto e scivoloso, la rotazione e lo scorrimento fluido dei giocatori lungo le fenditure, il disco che viaggia senza trovare resistenza, le mazze da hockey che sferragliano una contro le altre. Tutto è perfetto. Due squadre, Svezia e Finlandia, che si sfidano in una partita che va ben oltre lo sport. Tutto è in ordine: il portiere con la maschera, i due arcigni difensori, le due ali scattanti e l’attaccante centrale pronto a segnare.
Questo è più di un semplice gioco. È più di un desiderio qualsiasi. Questo è il sogno di ogni bambino… quantomeno a partire dal 45° parallelo Nord in su e soprattutto in Svezia. Quello che vi descrivo è il mitico e inimitabile Stiga Play Off, Peter Forsberg Edition 2021. Ovvero l’ultima uscita dell’amatissimo gioco di hockey su tavolo. No, non è il gioco di hockey da tavolo (quello che in inglese viene chiamato air hockey). Non è nemmeno un semplice calciobalilla, biliardino o calcetto. Lo Stiga Play Off Table Hockey è molto di più. È movimento dei giocatori lungo tutto il campo da gioco. È mosse a 360 gradi, statiche o in agilità, passaggi filtranti in profondità o secchi ai lati. È abilità e strategia individuale e di squadra. Questo meraviglioso gioco è l’apoteosi di tut… va beh, avete capito, no? Smettiamola qua. Questo gioco è così amato che esiste pure una federazione che norma regole e tornei: la ITHF, International Table Hockey Federation. Le partite internazionali sono una gioia per gli occhi, se riesci a stare dietro alla velocità delle mosse e dei trucchetti che mettono in pratica gli sfidanti.
Ogni bambino svedese farebbe carte false per avere questo gioco nella sua cameretta. E ora si trova in casa nostra, come regalo di Natale per un bambino speciale che abita qui. Il pacco è stato scartato in fretta e furia. I giocatori, le porte e il segnapunti sono stati montati con la velocità della luce. Ogni mossa è stata eseguita con frenesia, con impazienza ed entusiasmo fino a giungere al tanto agognato momento di poter muovere le manopole e giocare fino alla morte giunta per disidratazione e mancanza di sonno.
Avreste dovuto vedere la sua faccia, i suoi saltelli sul posto per la gioia irrefrenabile. Avreste dovuto gustarvi il momento in cui ha accarezzato per la prima volta le manopole, in cui ha saggiato la scorrevolezza del disco sul piano di gioco, in cui ha inspirato profondamente l’inebriante odore di plastica nuova. Avreste dovuto vedere i suoi occhi lucidi al primo face-off (l’inizio della partita) e la felicità incontenibile e la corsa sotto la curva al primo gol realizzato. Da un lato tutto questo è emozionante e quasi commovente, ma dall’altro anche un po’ inquietante e imbarazzante. In fin dei conti stiamo parlando di un uomo adulto di quarant’anni.

E voi direte: e chi se ne frega di questo regalo? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 6 dicembre 2022

KISSENEFREGA – Sei punti

Quest’anno solo sei punti.
Non è il referto della mia cartella clinica dopo un trauma cranico. Non è neanche il conteggio di quello che è rimasto nella mia patente a fine anno. È solo il riassunto di un dramma esagerato da quattro soldi.
I punti li ho collezionati stamattina alle ore 8.05 per strada mentre portavo i miei figli a scuola. Avevo appena lasciato il più piccolo alle sue maestre e mi stavo dirigendo verso l’altro ingresso per portare il bambino più grande. Era una bellissima giornata: fredda ma soleggiata. Una di quelle giornate di dicembre stoccolmese che ti rinfrancano dopo un grigio e buio novembre. Come sempre accade in queste occasioni, camminavo serenamente senza aspettarmi minimamente quello che mi sarebbe successo da lì a pochi minuti. Infatti, svoltato l’angolo del palazzo, proprio mentre tenevo teneramente la mano di mio figlio e rispondevo ai suoi soliti perché, la tragedia era lì pronta ad attendermi. Era bastato sporgere la testa per vedere la prima pallottola sfiorarmi l’orecchio. Spinto dall’inerzia e ancora confuso sull’accaduto ho continuato a camminare fino a ritrovarmi a pochi metri dall’aggressore. A quel punto non c’era modo di evitare la mitragliata che mi ha colto al petto. Non ho fatto in tempo a reagire. Non ce n’era proprio la possibilità. La scarica di colpi mi ha piantato lì sul posto e mi ha fatto accasciare senza speranza.
Ho guardato in faccia mio figlio che non aveva ancora ben capito che cosa fosse successo. Avrei voluto dirgli addio, ma non ne ho avuto tempo. La mia attenzione era troppo focalizzata sul bersaglio di quella mitragliata. Ho controllato il petto e l’addome con lo sguardo angosciato di chi già sapeva quello che avrebbe trovato. Del sangue, però, non c’era traccia. Non ero morto. Non ero neanche ferito. Sono rimasto fermo e zitto per un paio di secondi, stupito della piega degli eventi. Poi purtroppo ho capito. Quelli che avevano trafitto il mio corpo non erano proiettili, erano note musicali. Di una specifica canzone, una che può farti fuori anche senza ucciderti.
Ho imprecato ad alta voce. Gli uccellini sugli alberi hanno smesso di cinguettare e sono volati via dai rami. I bambini hanno interrotto i loro giochi con la neve e sono rimasti a bocca aperta. Nonostante avessi parlato in italiano gli altri genitori si sono girati a guardarmi con repulsione. Hanno sicuramente capito il contenuto delle mie frasi dall’intonazione colorita. Oppure erano italiani anche loro. No, impossibile, se fosse così probabilmente avrebbero riso (in realtà se fossero italiani avrebbero pasta, ma non mi voglio soffermare sui dettagli). In lontananza ho sentito un lupo ululare nella notte. Le lancette dell’orologio del campanile si sono bloccate e… va beh, basta. Immagino abbiate capito.
Le note che mi hanno messo fuori gioco erano quelle di “Last Christmas” degli Wham! Il mio Whamageddon 2022 finisce qui: 6 dicembre, quindi sei punti.
Lo so, ho esagerato. Non è una tragedia. È solo un gioco stupido su internet che giunge al termine… e arrivederci al prossimo anno. La mia vita continua come prima. Non ci sarà nessun problema per me.
— Papà, cos’erano tutte quelle cose che hai detto col cane, il porco e la bestia? Erano divertenti… posso insegnarle ai miei amici? Posso raccontarle alla mamma?
Oh no, mi sbaglio. Ora sì che sono nei guai.
 
E voi direte: e chi se ne frega del Whamageddon? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

venerdì 16 settembre 2022

KISSENEFREGA – Il club

Una limousine nera si ferma davanti a un imponente palazzo barocco situato nella periferia della città, quasi in campagna. Dopo qualche secondo di pausa ne esce un uomo in abito da sera nero e mantello. Porta una maschera in stile veneziano in faccia. Quell’uomo sono io.
 
Mi avvicino al portone del palazzo. Osservo con un po’ di timore ed eccitazione le due statue poste ai lati: un drago alato alla destra e un’aquila reale a sinistra. Col picchiotto a forma di testa di leone busso alla porta e attendo con ansia. In pochi secondi un maggiordomo apre.
«Parola d’ordine, signore?»
«Fidelio!» Rispondo senza esitare.
L’uomo però scuote la testa.
«Apriti sesamo.» Riprovo. Stesso risultato.
«Un fiorino…» Lo dico cercando di imitare l’accento napoletano. L’uomo scuote la testa ancora.
«Mi manda Walt Disney? Savoia o morte? La signora cammina con la borsa e il fosso si salta senza rincorsa?» L’ultima la dico come se fossi Antani, ma non basta.
Esausto esclamo: «Oh, Grande Giove… la parola d’ordine è…»
E l’uomo mi fa entrare.
«Bene, signore. Vedo che sa pensare quadrimensionalmente.» Aggiunge con un sorriso che posso solo immaginare perché è nascosto dalla maschera. Un cameriere mi toglie il mantello dalle spalle. Anche lui porta una maschera. Tutti qui dentro portano una maschera veneziana sul volto. Me ne accorgo quando comincio a camminare sul tappeto rosso del lungo corridoio poco illuminato che porta alle altre stanze del palazzo.
La mia attenzione viene subito attratta dalle grida di piacere e sofferenza che arrivano dalla prima camera. Mi affaccio e vedo due persone che fanno cose oscene. Rabbrividisco ma allo stesso tempo ne sono attratto. Faccio un passo dentro per vedere meglio. Un uomo mezzo nudo sta seduto su una sedia. Una donna sta in piedi dietro di lui. Lei gli massaggia vigorosamente le spalle dolenti. Lui grida per la sofferenza e per il temporaneo sollievo. Non posso restare un minuto più a guardare la scena.
Mi sposto subito verso la stanza successiva. Capisco subito che questa è la stanza più brutta di tutte. Ci sono solo uomini. Sono tutti rasati alla perfezione e hanno i capelli impomatati. Sono in giacca e cravatta che, a quanto pare, mettono anche di sabato e di domenica mattina per andare a bere il caffè al bar. Parlano di investimenti, di carriera, di macchine nuove, di giardinaggio e non ridono mai, neanche davanti a un dibattito politico italiano. Sembrano tremendamente seri e maturi. Li lascio subito stare. Non voglio neanche entrarci qui.
Vado avanti verso una nuova stanza dove trovo molti uomini e donne che parlano tra di loro in maniera composta anche se qualcuno sembra essere più concitato di altri. Non capisco bene di cosa stanno disquisendo, ma l’atmosfera sembra comunque molto distesa. Oh, che bello. I muscoli della fronte e delle mandibole si allentano. Penso che potrei unirmi alle loro discussioni, ma quando mi avvicino a una coppia capisco il contenuto della loro conversazione e mi si gela il sangue. Stanno parlando del tempo che farà domani. Una delle due dice che ci sarà il sole perché il cielo era rosso stasera. L’altra sostiene di aver controllato diversi siti di meteo e afferma sicura che invece pioverà. Io scappo prima che si accorgano della mia presenza e mi lancio in un altro gruppetto di persone. Con mio grande orrore la musico non cambia. «I giovani non sono più quelli di una volta…» Dice uno. «La nostra generazione è fatta di un'altra pasta.» Dice l’altro. «Si stava meglio quando si stava peggio.» Aggiunge il terzo. Robe da farti accapponare la pelle, ma non è finita perché arriva un’altra persona che con grande eccitazione esclama: «Hanno aperto un nuovo cantiere, ci andiamo?»
Mi basta e avanza. Esco dal camerone e torno nel corridoio. Sono deluso. Comincio a passare in rassegna velocemente le altre stanze senza grosse speranze e aspettative.
Nei bagni trovo chi si tinge i capelli e chi si strappa i peli bianchi dalla barba con una pinzetta davanti allo specchio. Nella biblioteca osservo con curiosità gente seduta sulla poltrona con le braccia distese in avanti per reggere un giornale nel tentativo di controbattere una miopia cavalcante. A ogni passaggio in corridoio mi sento male. Nel salone centrale vedo molti uomini e donne di mezza età perdere freni inibitori, lanciarsi in risate sproporzionate e imbarazzanti balli di gruppo dopo aver bevuto solo un paio di birre o un bicchiere di vino. Vedo le stesse persone coricarsi per “riposare” già alle nove di sera nelle camere da notte dopo aver messo a letto i propri figli.
Ho visto abbastanza. Devo scappare da questo luogo di perdizione. Devo andarmene, ma non posso. Le porte sono sorvegliate da un paio di scimmioni con una maschera da King Kong che nasconde una faccia da gorilla, le finestre sono sbarrate. Sto sudando freddo. Non posso restare in questo palazzo. Devo nascondermi da qualche parte prima che il personale del palazzo mi prenda e mi porti di forza in una di quelle tremende stanze che ho appena visitato.
In preda al panico apro la prima porta che trovo ed entro in una stanza silenziosa e semibuia. Al centro, illuminato da un faro di luce bianca, è posizionato un grande armadio a due ante. Un armadio di legno di rovere, massiccio e intarsiato. Chiudo la porta alle mie spalle e mi concentro sul mobile misterioso. Man mano che mi avvicino, delle note di pianoforte, prima singole, deboli e distanziate le une dalle altre, poi sempre più intense e in rapida successione riecheggiano. Il pathos aumenta finché appoggio la mano sulla maniglia dell’armadio e la musica si ferma di colpo. È solo nella mia mente oppure c’è qualcuno che segue le mie mosse. D’improvviso mi sento osservato ma questo non mi impedisce di tirare la maniglia e aprire l’armadio. Dentro non c’è niente. È buio. Molto buio, da non vedere il fondo. Questa può essere la mia salvezza da questo terribile palazzo e da tutte le sue maledette stanze. Qui posso starmene tranquillo. Nessuno mi romperà le scatole. Potrò evitare i contatti sociali, gli obblighi e gli impegni. Qui sarà un luogo sicuro per me, dove scaccolarmi, spaparanzarmi sul divano, guardare serie tv demenziali o vecchi film degli anni ’90 dei quali conosco tutte le battute a memoria senza essere giudicato. In questo armadio posso nascondermi dal mondo.
Mi faccio coraggio, entro con un piede, poi con l’altro. Sono dentro. Richiudo le ante dell’armadio dietro di me e i miei occhi si sono già abituati all’oscurità. Non è poi così buio e mi accorgo di non essere solo. Sono uomini e donne della mia età o più vecchi. Sono amici, conoscenti, parenti. Mi guardano e mi sorridano amaramente. Tengono in mano dei palloncini e reggono dei festoni.
Mi giro per scappare ma le ante sono bloccate. Incisa con le unghie sulla parte interna della porta dell’armadio una scritta recita: “Benvenuto nel club dell’anta!”
 
E voi direte: e chi se ne frega del tuo nuovo club? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

venerdì 12 agosto 2022

KISSENEFREGA – Le fasi

No. No. Nooo. Non è possibile!
Ho da poco letto un messaggio che mi è appena arrivato sul cellulare. Non ci posso credere. Non può essere vero. Si stanno sicuramente sbagliando. Non deve succedere.
Come posso andare avanti così? Io ne ho bisogno. Come cazzo possono pensare di lasciarmi così. Devono fare qualcosa. Devono subito sistemare le cose. Se la situazione è questa potrei morire.
Strozzo un grido in gola e mordo il colletto del maglione. Mi ficco le unghie sulle cosce per sostituire l’angoscia mentale con il dolore fisico. Vorrei spaccare tutto. Appoggio per terra la sedia che avevo sollevato solo perché mia moglie mi sta guardando in cagnesco.
— Che succede?
Le mostro il cellulare. Scoppio a piangere e lei mi abbraccia.
— Perché proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?
Mia moglie mi passa un fazzoletto per asciugarmi gli occhi e mi consola con delle carezze.
— Magari li chiamo e mi spiegano che si sono sbagliati.
Mia moglie scuote la testa.
— Invece di starmene qui ad attendere la mia fine, potrei andarci incontro. Forse troviamo una soluzione…
— No, caro. Bisogna aspettare ormai.
— Non può essere. Perché è successo proprio adesso. So che prima o poi deve succedere, ma non proprio ora. No. Potrei chiedere di posticipare?
Mia moglie mi stringe al petto e io soffoco le mie grida di disperazione sulla sua maglietta.
— Se sopravviverò a tutto questo, giuro che non farò più lo stesso errore. Passeremo più tempo assieme. Faremo un sacco di cose. Porterò fuori te e i bambini più spesso. Non ci chiuderemo in casa. Cucinerò per voi!
— So che lo farai…
Ora anche mia moglie non trattiene le lacrime. Non capisco se lo faccia per quello che sta succedendo o per le mie limitate capacità culinarie. Meglio non chiedere. Se non ricevessi la risposta voluta sarebbe un altro duro colpo da assorbire. Preferisco restare nel dubbio. Preferisco rimanere nella mia inutilità. Sono solo un uomo. Sono solo un involucro vuoto. Il tempo mi sta consumando: a ogni minuto che passa perdo peso, la mia forma svanisce. Tra poco sarò una carcassa senza speranza e senza vita. Nulla ha più senso ormai. Anche mia moglie se ne va in salotto dai bambini e mi lascia solo. Non posso biasimarla: nessuno potrebbe sopportare la mia presenza. Non riesco a farlo nemmeno io. Dovrei farla finita prima che si arrivi alla conclusione di questa faccenda.
Oh se solo non fosse andata così. Se solo non fosse successo proprio oggi. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e fare altre scelte, ma non posso. Ormai non c’è più niente da fare. Non so quanto resisterò ancora. In fondo è giusto così. Siamo il frutto delle azioni che compiamo e del caso che interviene a nostra insaputa sopra le nostre teste. Siamo solo una molecola d’acqua nell’oceano del mondo. Non mi resta che accettare che sia andata così. Non posso far altro che guardarmi all’indietro ed essere grato per tutto quello che ho avuto: la salute, la famiglia, un pasto caldo da portare a tavola.
Ora mi siedo per terra, nell’angolo della cucina e aspetto. Aspetto che arrivi il mio momento. Il messaggio sul cellulare dice che sarà a breve.
Non riesco neanche più a piangere. Meglio così. Non avrebbe nessuno scopo. Aspetto in silenzio, mentre sento i miei figli giocare con gioia nell’altra stanza.
Abbasso lo sguardo verso il pavimento e in quel momento succede quello che non ti aspetti: squilla il citofono.
Alzo la testa. Nei miei occhi si dipinge un velo di speranza. L’angolo della bocca accenna un sorriso. Vado ad aprire alla porta: è lui. È arrivato. Incredibile. Non so se abbracciarlo felice o se insultarlo arrabbiato. Faccio una strana via di mezzo. Mi ricompongo e lo ringrazio comunque perché so che non è colpa sua. Prendo quello che ha da darmi e poi chiudo la porta.
La cena è salva. La pizza calda è sulla tavola. Dopo 45 minuti di ritardo sulla mia consegna il rider di Foodora è di nuovo in strada, pronto per una nuova avventura.
 
E voi direte: e chi se ne frega del ritardo della tua cena? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 12 maggio 2022

KISSENEFREGA – La quattro stagioni alla svedese

Questa ricetta è facilissima. Ormai è da molti anni che la faccio e viene da Dio. Mi sorprendo ogni volta del risultato ma funziona benissimo. Fai un figurone con gli ospiti.
Allora, prendi una manciata di sassolini da spargere per terra. Ci aggiungi delle foglie secch…
Ah, non avevate capito che non si trattava di una pizza?
Tranquilli, è un errore comune. Qui non si parla di cibo. Questa è più un’esperienza di vita che una ricetta culinaria. Ma dove eravamo rimasti?
Ah sì… aggiungete delle foglie secche rimaste dall’autunno. Anche bagnate da pioggerelle o acquazzoni improvvisi vanno bene lo stesso a dire il vero. Raccogliete dall’aria il polline di graminacee, pioppi, querce e faggi e mescolatelo con una buona dose di starnuti (quanto basta) e alcuni boccioli ancora verdi. Amalgamate per bene l’impasto creato e una volta che sembra arrivata l’estate, spruzzateci sopra un po’ di neve o nevischio. Potete anche abbondare con la neve alta se amate i gusti più forti.
Lasciate riposare per qualche giorno mentre osservate gli scoiattoli zampettare da un ramo all’altro, ascoltate gli uccellini cinguettare alle cinque di mattina perché c’è già la luce forte dell’alba e preparate i vestiti a cipolla che dovrete usare durante la giornata.
Adesso scaldate l’impasto a venti gradi e subito dopo raffreddatelo a zero o meno tre. Poi portatelo a temperatura ambiente di dieci o dodici gradi. Ripetete quest’ultimo processo a giorni alterni e a volte, se necessario, a ore alterne. Quando non ne potete più, sappiate che non v’è certezza della fine della procedura e che a volte potrebbe richiedere altri trenta o sessanta giorni oppure addirittura fino a data da destinarsi.
Per ultimo, coprite con un velo di mal di testa da pressione barometrica, stanchezza, depressione stagionale e infilate tutto quanto nel mese di aprile.
Ecco pronta la prelibata ricetta della quattro stagioni alla svedese.
Buon appetito!

E voi direte: e chi se ne frega di questa ricetta? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia... io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 10 marzo 2022

KISSENEFREGA – La torta del bambino

Oggi, cari bambini, sul vostro canale preferito di cucina “Giallo Lillipuziano”, vi propongo una torta molto sfiziosa da gustare da soli o in compagnia. Appena arrivate al parco giochi con i vostri genitori, prendete il primo contenitore abbandonato per terra vicino alla sabbia (per esempio un secchiello crepato, una pentola rotta e senza manico, una scatoletta di plastica sporca che neanche un tossico toccherebbe) e metteteci dentro 400 grammi di sabbia. Poi aggiungete con una paletta che avete rubato a vostro fratello o sorella 200 millilitri di acqua piovana (preferibilmente putrida e piena di moscerini), quanto basta di aghi di pino (o foglie di qualsiasi pianta di stagione che vi capiti tra le mani) e 50 grammi di sassetti irregolari. Mescolate con un bastoncino che custodite gelosamente da almeno un’ora (neanche fosse fatto d’oro) fino a ottenere un impasto omogeneo che possa sporcare il più possibile voi e tutta la vostra famiglia. Osservate impotenti la rottura del bastoncino sopraccitato mentre date l’ultima superflua mescolata. Arrabbiatevi irragionevolmente con la bambina che gioca vicino a voi, anche se lei è completamente innocente. Cambiate di nuovo umore all’improvviso. Trovate una scatola di cartone (probabilmente pisciata da un gatto) all’angolo del parchetto e fingete che sia un forno di nuovissima generazione. Offendete e colpite con un rastrelletto chiunque osi contraddirvi (soprattutto il papà). Riponete il contenitore con l’impasto all’interno della scatola e lasciatelo nel ripiano (inclinato) a 60 gradi per 20 secondi. Togliete il forno dal contenitore (sì, sì, avete capito bene… se vi sembra impossibile, fatevi un ripasso di fisica infantile e poi ne riparliamo). Lasciate a temperatura ambiente per un paio di secondi. Prendete un setaccio e spolverate sopra giusto un po’ di sabbia secca (tipo fino a coprire il contenitore perché vi siete ovviamente fatti prendere la mano). Fate riposare all’ombra per 10 secondi e poi servite immediatamente in faccia al papà. Obbligate il papà a dire che è buona e che si sentiva chiaramente il gusto del cioccolato (cioccolato? Aspettate un attimo, siete proprio sicuri che fosse cioccolata quella cosa marrone nell’impasto? Eppure avevo visto passare un cane da quella parte poco fa). Mangiate il resto della torta con soddisfazione prima che il papà riesca a fermarvi (tanto è occupato a togliersi la sabbia dagli occhi e dai vestiti). Ripetete la procedura, venti o trenta volte (o almeno fino allo sfinimento psico-emotivo del papà). Infine cambiate improvvisamente interesse e andate a saltare a piedi pari con le scarpe di tela nuove di zecca sulle pozzanghere di fango.
 
E voi direte: e chi se ne frega di questa ricetta? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

mercoledì 24 novembre 2021

KISSENEFREGA – La scoperta

Svezia. Stoccolma. Anno Domini 2013. Ore 16.29.
Il giovane ricercatore Roberto Riva dal laboratorio di psicologia sperimentale della professoressa Svensson nel prestigioso Karolinska Institutet fa una scoperta rivoluzionaria. Una scoperta che sconvolgerà la vita dell’uomo. Di un uomo, a essere precisi. Lui stesso.
In breve tempo il giovane ricercatore darà un nome a questa scoperta sensazionale: la spunticena. Non è uno spuntino. Non è una vera e propria cena. È più uno spuntino travestito da cena. Un lontano, lontanissimo, parente dell’apericena. Lo stesso grado di parentela e somiglianza che c’è tra il giovane ricercatore e Brad Pitt degli anni d’oro.
La spunticena è una pratica nordica che consiste in un invito a una cena di lavoro alle ore 16.30. È semplice quanto sconvolgente e si può descrivere in questo modo. Si prenota facilmente un ristorante aperto (quelli aperti ancora per pranzo non contano). Si finisce tutti di lavorare alle ore 16.00, anche 15.30 se necessario. Ci si trasferisce allegramente verso il ristorante. Si mangia, si beve, si chiacchiera di lavoro o di altro. Non necessariamente in questo ordine preciso e non contemporaneamente. Si beve di nuovo se l’alcol è pagato dal datore di lavoro. Si beve ancora a prescindere da chi lo paga. La pancia è piena, il cervello è sazio. Tutto bello. Poi si torna a casa… alle 18.00, massimo 18.30!
A casa, da spettatori, si fa compagnia al resto della famiglia che si ostina ad andare avanti con pratiche obsolete e prettamente sudeuropee come una cena a orario normale. Si sta con la famiglia o ci si fa i fatti propri per il resto della serata. Si beve un po’ d’acqua per reidratarsi dopo tutto l’alcol bevuto e si va a dormire non prima di essere passati dal gabinetto almeno un paio di volte. Ci si alza dopo cinque minuti per fare di nuovo la pipì e per il famoso spuntino di mezzanotte meno due ore. Una sorta di approvvigionamento in preda a una fame spudorata che si basa sull’ingurgitare qualsiasi cibaria si riesca a trovare nella dispensa di casa, peggio di una ricetta svuotafrigo di Giallo Zafferano. Questo è dunque il prezzo da pagare per aver scoperto la spumeggiante spunticena svedese.

E voi direte: e chi se ne frega della spunticena svedese? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

venerdì 15 ottobre 2021

KISSENEFREGA – La disfunzione

Ho una disfunzione afasica-cognitiva della circonvoluzione frontale inferiore di Chomskyana memoria.
Eh? Che cosa ho appena detto? Chiedo scusa!
Quello che voglio dire è che non so più parlare italiano. Mi vergogno un po’ ad ammetterlo ma è così. Più passano gli anni vissuti in Svezia a parlare costantemente svedese e più mi ritrovo a iniziare una frase in italiano ma a concluderla in a completely different language*. Credo che ci sia bisogno di una neuropsychological inquiry* che porti a un diagnostic report* per descrivere questo mio abuso di parole svedesi per concetti che uso tutti i giorni a lavoro anche quando parlo in italiano. Quando me ne accorgo mi sforzo di usare parole italiane ma spesso fisso il vuoto per qualche secondo alla ricerca della parola più… hm… hm… adeguata a completare la frase. Per non parlare delle volte che non riesco a fittare* il verbo giusto e uso quello svedese, ma a metà strada mi regretto* e lo coniugo come se fosse un verbo italiano. E quando sono stanco and sovrappensiero inserisco inconsciamente also congiunzioni svedesi, isn’t?* Il meglio di me lo do in vacanza in Italia quando entrando in un negozio saluto con un bel “Hi”* e se urto qualcuno è sempre “Sorry”!*
E niente… per fortuna, però, che tutto questo mi capitare solo quando parlo, perché quando si tratterebbe di scrivere me la cavassi anche piuttosto più meglio che quando mi volendo esprimermi verbalmente… hm, wait a minute! Oh no, my bad!*
* Certo, tutte le parole straniere dovrebbero essere in svedese ma qui le scrivo in inglese annars de flesta av er fattar ingenting.

E voi direte: e chi se ne frega della tua disfunzione? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

venerdì 6 agosto 2021

KISSENEFREGA – Effetti collaterali

Ieri ho fatto la punturina. Tutto liscio. Nessun fastidio. Nessun dolor… oddio, l’infermiera ha avuto la mano un po’ pesante. Sembrava mi avesse infilato una lancia invece dell’ago, temevo che se avessi tolto il cerotto subito sarei morto dissanguato e ho chiesto di essere portato in barella a casa perché non riuscivo ad alzare il braccio per rimettermi il maglione. Ma non starò certo qui a lagnarmi come un bambino per questi dettagli. Datemi però solo cinque minuti di tempo per asciugarmi le lacrime prima di continuare a scrivere.
La curiosità di vedere quello che sarebbe successo al mio corpo, dopo tante, troppe notizie che si leggono in giro sul nuovo vaccino era tanta. Già durante la prima notte c’era qualcosa che non andava. Mi sono svegliato alle due e trenta con un fastidioso mal di testa, come se qualcuno mi stesse urlando nelle orecchie. Dolore lombare acuto che mi limitava i movimenti. Difficoltà a riprendere sonno. Intorpidimento del braccio. Crampi alla mano. Stanchezza improvvisa. Diminuzione del tono dell’umore. Ah no, niente di strano: era solo la descrizione di una mia tipica notte quando mio figlio di tre anni mi butta giù dal letto e mi costringe a fargli compagnia nel suo mini lettino di centoventi centimetri, a tenergli il braccio sotto il collo e mi minaccia di svegliarsi di nuovo qualora non dovessi soddisfare le sue richieste.
La prima notte va dunque così. Per chi non ha figli potrebbe sembrare una catastrofe, ma per chi ne ha, invece, sa che tutto sommato è andata bene.
Dalla mattina seguente e man mano che la giornata progrediva, ho cominciato a patire diversi sintomi: malessere generale, dolori muscolari, mal di testa, brividi e sudorazioni fredde in assenza di febbre, difficoltà a concentrarmi, ipotonia muscolare, desensibilizzazione cutanea, pruriti, tachicardia, alopecia, ripetute e prolungate erezioni incontrollate (d’altronde c’era da aspettarselo dalla Pfizer), difficoltà di interazione sociale, ipersensibilità sensoriale, difficoltà nella comunicazione non verbale, ripetuti comportamenti ripetitivi da ripetere ripetutamente (quest’ultimi sintomi si riscontrano, guarda caso, anche nell’autismo), invocazione del pentacolo capovolto, sacrifici umani e animali, bestemmie e altri atti satanici, mutazioni genetiche che potrebbero finalmente trasformarmi in un bravo scrittore (nel vaccino ci sono tracce di DNA, quindi è normale che succeda), comportamenti autolesionistici quali pugni in faccia e pizzicotti sui maroni per difendermi da me stesso, allucinazioni visive e auditive con ricezione di rai 1, rai 2 e rai 3 solo alzando il dito medio a mo’ di antenna, ipersensibilità del pollice e indice con possibilità di parlare con parenti lontani tanto da farmi sembrare un telefonino umano, infine una serie di eventi molto insoliti che mi hanno costretto a tenermi alla larga da qualsiasi oggetto di ferro in quanto si sarebbe attaccato violentemente al braccio sinistro.
Una bella giornatina intensa condita da tutti questi simpatici effetti collaterali: alcuni veri e altri inventati. Sì, sì. Proprio così. Alcune sono solo assurde stronzate trovate su internet. Niente di nuovo, non c’è da esserne sorpresi.
E allora perché non esagerare e raccontare anche degli altri effetti collaterali che mi aspettano? Eccone alcuni: rottura dell’isolamento sociale, aumento della visione di cinema, teatri, musei e concerti, ostruzione delle principali vie di comunicazione dovute alla circolazione libera via terra, aria e mare, aumento dell’ebbrezza da bar in compagnia, sudorazione eccessiva in palestre, infine eccessiva contrazione dei dodici muscoli facciali che controllano il sorriso in bambini e genitori di fronte alla riapertura di parchi giochi e sale divertimento.
Vero. Per questi effetti dovrò aspettare almeno altre due settimane e probabilmente un po’ di più quando tutti si vaccineranno, facendo la propria parte e comportandosi in maniera responsabile. Voglio infatti avere fiducia nel prossimo e credere che molti affrontino questa questione così importante in maniera seria e oculata, seguendo il parere e le raccomandazioni degli esperti. D’altronde di che cosa dovrei avere paura? Siamo tutti adulti e vaccinati, no?
Oops, chiedo scusa… come non detto.
 
E voi direte: e chi se ne frega del tuo vaccino? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 14 gennaio 2021

KISSENEFREGA – Gli avvoltoi

È il tramonto. Il calore della giornata si libera dalla terra e sale verso il cielo. L’afa della sera è ancora più insopportabile di quella del giorno. Molti si sono già rintanati in casa per ripararsi o per proteggersi. Altri scorrazzano impavidi per le strade della città. Altri ancora sono ancora rinchiusi al proprio lavoro. C’è però chi non si cura di tutto questo e se ne sta nella cucina del proprio appartamento. Una coppia di leoni sta sbranando la cena sotto gli occhi interessati di due vecchi avvoltoi, appollaiati sulla sedia della cucina. Da quando sono arrivati i leoni nell’appartamento, gli avvoltoi sono costretti alla fame durante le cene. I due rapaci osservano attentamente le mosse dei leoni e aspettano impazienti. Attendono che qualche brandello di carne venga dimenticato o lasciato in disparte, forse per un’involontaria generosità dei felini. I leoni fanno finta di non badare agli uccelli che ogni tanto svolazzano sopra le loro teste, ma appena uno di essi si avvicina pericolosamente a un pezzo di cibo, i leoni ruggiscono e difendono con le unghie la cena. Intanto gli avvoltoi continuano a gracchiare e a muoversi con cautela. In fondo, a loro va bene che i leoni si mangino il grosso del pasto, perché per loro i resti possono bastare. Certo, un bel pezzo di carne succoso ogni tanto farebbe comodo, ma ormai i due rapaci spennati si devono accontentare di quello che c’è. I leoni continuano ad abbeverarsi alla fonte e a sbocconcellare la cena, mentre fuori il sole continua a calare. I leoni sono stanchi ora e questo è il momento più propizio per gli avvoltoi. I felini si stiracchiano e si dirigono stancamente in salotto per giocare e litigare tra di loro ancora un po’. Gli avvoltoi non perdono un secondo di tempo e si avventano tra gli avanzi. Un bel pezzo di carne a testa da sgranocchiare con il becco appuntito è quello che ci vuole. Poi un bel sorso d’acqua per mandare già tutto in fretta e furia, prima che i leoni abbiano ripensamenti e tornino in cucina per finire quello che hanno lasciato. Finito di raschiare anche le ossa, i rapaci si puliscono le piume attorno al becco con l’ala e ritornano a perlustrare la casa. Anche per oggi la pancia è piena, sia per i leoni sia per gli avvoltoi. La natura segue il suo corso e la sopravvivenza casalinga continua per tutti. Fuori ormai è buio: la giornata è volta al termine. La caccia però continua anche di notte e i leoni recuperano le energie con una pennichella. Gli avvoltoi sanno che il riposo dei leoni non durerà molto e si preparano a un nuovo duello a distanza. Nell’appartamento le sfide non finiscono mai.


E voi direte: e chi se ne frega che in questa storia mia moglie ed io siamo gli avvoltoi e i nostri figli i leoni? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

mercoledì 12 agosto 2020

KISSENEFREGA – Un ladro in casa

Aiuto! Mi stanno derubando. Chiamate la polizia! Aspettate un momento… no, non serve. Non chiamate nessuno. Nessun inutile allarmismo. A guardar bene il ladro in casa sono io. Sì, proprio io. Lo sono da una vita. Per carità, non che abbia infranto il codice civile o penale (per lo meno non per quello che scrivo in queste righe), ma ho infranto alcune leggi non scritte di una casa. Tutto è cominciato da neonato e infante quando cercavo di stare sveglio di notte per agire indisturbato come un vero scassinatore. All’epoca non ero ancora molto abile, infatti, tutti si svegliavano e alla fine tornavo sempre dietro le sbarre… della mia culla. Crescendo sono diventato più silenzioso e più di qualche volta riuscivo a rientrare in casa dai giochi in giardino con gli amici senza farmi notare dai miei genitori, giusto in tempo per la cena. Da adolescente ho più volte alleggerito con successo il portafogli dei miei genitori con piccoli “prestiti” a tasso d’interesse negativo. Cresciuto ancora e arrivato alla maggiore età, sono passato al furto di liquidi: benzina e birre. Ricordo ancora le uscite con gli amici in auto rigorosamente senza rendere il pieno di benzina ai miei genitori a fine serata. Quando non guidavo, invece, il pieno lo facevo eccome, ma di birra e poi cercavo, con scarsi risultati, di rientrare al buio dalla porta del garage senza sbattere contro i mobili e le pareti. Stessa procedura all’università, ma la vittima era la pasta dei coinquilini quando la mia era finita. Da adulto, rapito dal flusso di pensieri e dall’implacabile ispirazione del momento, ho passato spesso le serate a scrivere capitoli dei miei romanzi, senza accorgermi che ormai erano già le tre di notte e che avrei dovuto intrufolarmi sotto le coperte senza svegliare mia moglie. Infine sono diventato un ladro professionista da padre. I miei colpi preferiti sono molteplici: far addormentare i bimbi e poi sgattaiolare fuori dalla stanza in punta di piedi senza che loro si accorgano che non li sto più tenendo in braccio; spostare il figlio più piccolo dalla mia parte di letto fino al centro del materasso per potermi accomodare sotto le coperte; svignarsela rapidamente dopo aver lasciato i bambini all’asilo prima che inizino a piangere. Arsenio Lupin, Diabolik e i fratelli Dalton sarebbero sicuramente orgogliosi del mio operato durante tutti questi anni. In comune con loro non ho solo quest’abilità truffaldina ma anche il fatto di essere tutti ladri immaginari.

E voi direte: e chi se ne frega dei ladri in casa? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

venerdì 1 maggio 2020

KISSENEFREGA – cOVIDIO-19

Publio Ovidio Nasone, noto semplicemente come Ovidio (vissuto a cavallo dell’anno zero), è stato un grande poeta romano, tra i principali esponenti della letteratura latina e della poesia elegiaca. Oltre a essere autore di molte opere (tra le quali gli Amores, le Metamorfosi e Tristia) è stato un fenomenale premonitore. Questo non sono molti a saperlo e io oggi vorrei farvi un esempio di come Ovidio abbia già previsto e commentato nei suoi poemi questa pandemia da Covid-19 più di 2000 anni fa.

  • “Finché sarai fortunato, conterai molti amici: se ci saranno nubi, sarai solo.”
Sul contagio per vie aree con nubi cariche di SARS-CoV-2 che precede l’isolamento sociale

  • “Le gioie sono l'inizio del nostro dolore.”
Quando qualcuno a gennaio gongolava “Solo ai cinesi poteva capitare!”

  • “Aspiriamo sempre a ciò che è proibito e desideriamo le cose che sono negate.”
Sulla costante tentazione d’infrangere le restrizioni governative

  • “Odierò, se mi sarà possibile, altrimenti amerò mio malgrado.”
Sull’insensato accanimento dei beceri verso chi ha la possibilità di uscire di casa (anche per futili motivi, come ad esempio portare a spasso il cane o andare a fare l’infermiere)

  • “La virtù sta nel mezzo.”
Sul metro e mezzo di distanza da mantenere tra le persone

  • “Nulla è più utile di quegli studi che non hanno nessuna utilità.”
Quando al bar si discuteva degli epidemiologi, prima che scoppiasse la pandemia

  • “L'ora passata non può tornare.”
Mantra per alleviare la quarantena

  • “Mentre parlo l'ora fugge.”
Sul motivo di tante chiacchiere senza senso sulla pandemia per far passare il tempo durante la quarantena

  • “Non sono né le ricchezze, né la fama degli avi a rendere grandi, ma l'onestà e le capacità intellettuali.”
Sul fallimento annunciato della fase due in Italia

  • “Amore e tosse non si possono nascondere.”
Sul tentativo fallito di far convivere congiunti e contagio

  • “Una causa non buona diventa peggiore quando si vuole difenderla.”
Sull’ostinatezza di certe affermazioni che sono come il pesce… dopo tre secondi puzzano

  • “Se potessi sarei più assennato; ma mi trascina contro la mia volontà una forza nuova, e il desiderio mi tira in una direzione, la ragione nell’altra: vedo e approvo il meglio, ma seguo il peggio.”
Sulla stesura di questo pezzo che ho appena scritto

E voi direte: e chi se ne frega del gioco delle previsioni di Ovidio? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 28 aprile 2020

KISSENEFREGA – Se gli scrittori fossero…


Se gli scrittori fossero come i cantanti… ci sarebbero molte raccolte di racconti e pochi romanzi; la gente pagherebbe per sentirli leggere alcuni racconti o interi romanzi negli stadi o nei palazzetti (almeno così recupererebbero un po’ d’incassi da quelli persi a causa di chi scarica i libri illegalmente); farebbero i soldi solo facendo piccole letture dei propri racconti o addirittura leggendo testi di altri scrittori nei bar o nelle piazze (senza neanche bisogno di avere molto talento); i romanzi sarebbero sempre letti in radio, nelle palestre e nelle sale d’attesa (inoltre tutti leggerebbero molto di più e, a volte, anche lo stesso racconto più volte di fila).
Se gli scrittori fossero come i pittori… venderebbero libri con quasi tutte pagine bianche e solo pochissime frasi, parole o addirittura solo con alcune lettere; si farebbero pubblicare romanzi senza nessun costrutto logico, per esempio senza personaggi e trama; scriverebbero racconti seduti su un banchetto in strada nelle grandi città del mondo e li venderebbero ai turisti curiosi; scriverebbero testi che narrino solo ed esclusivamente di un cesto di frutta, di persone dalla faccia deformata, dal corpo pieno di puntini oppure romanzi dal titolo “Questo non è un romanzo”.
Se gli scrittori fossero come i registi cinematografici… ci sarebbero molti romanzi sostanzialmente senza una trama seria ma con molti effetti speciali giusto per attirare il pubblico; ci sarebbero best seller senza mordente e spunti interessanti ma pieni zeppi di nomi famosi e altisonanti; scriverebbero dei romanzi e si arrabbierebbero se i personaggi non fanno come vogliono loro.
Se gli scrittori fossero come i ballerini… presenterebbero dei testi a teatro o all’opera da soli, in coppia o in gruppo (ovviamente tutti coordinati e con solo dei vestiti succinti addosso); potrebbero partecipare ai programmi televisivi leggendo i propri romanzi ed essere giudicati per questo; si eserciterebbero per ore e ore, giorno dopo giorno, fino allo sfinimento per scrivere un singolo racconto.
Se gli scrittori fossero come i comici… scherzerebbero sull’arte come ho fatto io ora, ma saprebbero bene che ogni arte è unica e inimitabile!

E voi direte: e chi se ne frega del gioco del “se fossi…”? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 30 gennaio 2020

KISSENEFREGA – Comportamenti bizzarri


È da un po’ di tempo che ho notato una particolarità nel mio modo di comportarmi. Non saprei dire se sia qualcosa di patologico o se sia solo una caratteristica bizzarra o addirittura definibile simpatica. È qualcosa che ha radici profonde, probabilmente riconducibili alla mia infanzia, fatta di tanti giochi di fantasia e tante avventure in giro per il paese assieme ai miei amici storici. Si è rivelata in maniera progressivamente sempre più evidente da quando sono diventato papà, cioè nel momento in cui avrei dovuto raggiungere la maturità necessaria per gestire dei figli. Mi riferisco al mio ritorno all’essere bambino o meglio la mia regressione psicologica allo stato puerile negli ultimi tre anni. Il processo è probabilmente iniziato gradualmente senza che me ne accorgessi, ma solo ora me ne sono reso conto e ho preso coscienza dei fatti. In pratica mi sento come Renato Pozzetto o Tom Hanks nei rispettivi film “Da grande” e “Big”. Seguendo i miei bambini, con il mio corpo da adulto, non riesco a frenare la mia voglia di lanciarmi sulle mille attività divertenti a disposizione dei più piccoli. Senza quasi accorgermene e senza tanto curarmi degli sguardi altrui, mi ritrovo a fare tutti gli scivoli che ci sono, a saltare nelle vasche piene di palline di plastica, a usare tricicli palesemente sottotaglia per le mie misure, ad andare su tutte le giostre dei parchi giochi e a saltare sui tappeti elastici. Tutto grazie alla scusa di dover seguire o di dover aiutare mio figlio. Odio, infatti, quando vedo un divieto per gli adulti e mi scoccia tantissimo bloccare il mio istinto a lanciarmi assieme agli altri marmocchi. Se l’anomalia comportamentale si fermasse a questo non sarebbe neanche così male, ma io mi spingo oltre, con il cibo per esempio: mangio pancakes, panna e marmellata fino a scoppiare, assaggio sempre i vasetti di cibo omogeneizzato e finisco la pappa all’avena che avanza nel piatto dei bimbi. Infine, la parte peggiore, quella che dovrebbe forse darmi vergogna: in presenza dei miei figli, quasi in qualsiasi posto mi trovi, mi sento quasi autorizzato a fare facce buffe (anche ai bambini degli altri a dire il vero), produrre versi da scemo per farli ridere (pernacchie e acuti inclusi), fare le puzzette senza pudore (sì, lo ammetto, ogni tanto lo faccio, non solo con la bocca!) e a poter finalmente leggere libri con tante figure e poco testo. Sì, è vero, alcune cose descritte sono patologiche, ma non me ne pento. In fondo essere bambinoni aiuta sia i miei figli a sentirsi più a loro agio sia me a sentirmi più a cuor leggero.

E voi direte: e chi se ne frega della tua regressione a bambino? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 29 ottobre 2019

KISSENEFREGA – Vacanze italiane


Caldo a dicembre, freddo invernale a maggio, caldo infernale a giugno, acquazzoni in agosto. No, non sono le previsioni del tempo per l’Apocalisse. Non è neanche il vecchio proverbio “Non ci sono più le mezze stagioni”. Questo è quello che ormai deve aspettarsi un immigrato italiano durante una breve vacanza nella madrepatria. Non ci si sofferma comunque solo al clima, ma ci sono molti altri aspetti da tenere in considerazione. Provo, per esempio, sempre una grande ansia da raccolta differenziata. Ormai non so più dove vada buttato un involucro: se è sporco da una parte se è pulito da un’altra, se è intero, non utilizzato perché scaduto, da un’altra parte ancora. Per paura me lo metto in tasca e lo porto a Stoccolma: lo butterò via là. Quando è iniziato a essere così complicato? Lasciamo stare e vado al bar con degli amici e la mia famiglia. Sono le dodici e gli amici bevono un bianco a pranzo. Sono le due e loro bevono il caffè corretto. Sono le sei e bevono uno Spritz come aperitivo. Sono le otto e bevono un rosso a cena. Sono le nove e bevono delle birre. Oh, ma quanto si beve? E poi via in automobile. Sarà che non sono più abituato al mio caro Nordest. Prima di uscire dal bar prendo un tovagliolo che spalma lo sporco del pasto e non lo pulisce. Evidentemente devono essere fatti di squame di anguilla, non di carta. Andiamo a casa a vederci un bel film, come tutti i TV-dipendenti della Penisola (leggere è out, ormai superato). Quattrocento canali tutti da gustare (ah, perfetto!): talk-show, talent-show, programmi americani su improbabili professioni, dibattiti politici o mercati rionali (non si capisce la differenza), ma di programmi fatti bene neanche l’ombra. Inoltre, la prima serata inizia alle 21.30, se non più tardi. Ricordo ancora quando, più di dieci anni fa, iniziava almeno un’ora prima. Come si fa a iniziare a vedere un film così tardi? Come fa la gente a finire di vedere un programma e poi alzarsi la mattina presto per andare al lavoro? È successo tutto così gradualmente che nessuno se n’è accorto. Mentre rifletto, è passato ancora altro tempo e i bambini vanno a letto troppo tardi. Un’altra routine rovinata, dopo quella dei pasti a orari sballati. Va beh, lascia stare, siamo in ferie, mi dico. Cambio ancora qualche canale, poi non ce la faccio più, spengo la televisione e vado a dormire. Ci vado, però, con un sorriso. Nonostante tutto, è sempre bello tornare in Italia da parenti e amici… in vacanza.

E voi direte: e chi se ne frega delle tue vacanze italiane? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 20 giugno 2019

KISSENEFREGA – Ho sposato una strega

In questo giorno speciale, scrivo questo pezzo di nascosto. Ho aspettato che lei andasse a dormire prima di poterlo finire con calma. Prima che lei si addormentasse, infatti, dovevo cambiare la schermata del computer quando lei veniva a vedere cosa stavo facendo. Ho fatto così perché non oso immaginare che cosa mi avrebbe fatto se mi avesse beccato. Sto parlando di mia moglie e oggi che scrivo questo pezzo è il nostro anniversario di matrimonio. Scrivo questo pezzo perché mia moglie è una strega. Non proprio come nel film con Veronica Lake e Fredric March o nel rifacimento con Eleonora Giorgi e Renato Pozzetto… ma quasi. Da fuori nessuno direbbe che lei sia una strega. Sembra così tranquilla e dolce, ma sotto quella maschera da donna vivace e sorridente, diventa una vera e propria arpia. Lo so che può sembrare strano detto così. Lo so che siamo nel ventunesimo secolo e che ormai non si dovrebbe più credere a certe cose. Lo so che la caccia alle streghe è finita da un pezzo (a parte che io non voglio cacciare mia moglie). Credetemi, però, è così: Ho spostato una strega e ora ve lo dimostro con alcuni esempi in cui lei è riuscita a non fare cose che non aveva voglia di fare. Una volta avrebbe dovuto cantare al karaoke ma non l’ha fatto perché un fulmine ha colpito l’impianto audio mandandolo in cortocircuito. Coincidenze? Un paio di mesi fa avrebbe dovuto presentare uno spettacolo teatrale dei “Varför inte” a un gruppo studio d’italiano a Stoccolma che si ritrovava sempre di mercoledì (giorno in cui io non potevo andarci), ma, incredibilmente dopo molti anni, il gruppo studio ha cambiato giorno di ritrovo al venerdì (quando invece potevo andarci io). Solo il caso? Quando dobbiamo scegliere dove mangiare spesso capita che il ristorante scelto dagli altri sia chiuso e quindi si scelga quello che vuole lei. Bias cognitivo di conferma delle proprie convinzioni? Alcune volte è capitato che lei non volesse andare a una festa o una cena, ma all’ultimo secondo chi ospitava l’evento si è ammalato e quindi ha annullato tutto. È un campione troppo piccolo per trarre conclusioni? Questi sono solo alcuni esempi dei suoi poteri. Ora però devo andare perché lei si sta svegliando, ma vi lascio con un’ultima riflessione, poi voi potete trarre le conclusioni che volete: lei è una strega perché dopo undici anni assieme, di cui tre di matrimonio, mi ha proprio stregato!

E voi direte: e chi se ne frega di chi hai sposato? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

mercoledì 27 marzo 2019

KISSENEFREGA – Interpretazione dei sogni condizionati

Come sapete, quando non vesto i panni del supereroe dietro la tastiera con i miei superpoteri che mi aiutano a scrivere delle supercazzate per sconfiggere il mio super-io con un sacco di frasi super-flue, quando sono un normalissimo Bruce Wayne, un qualsiasi Clark Kent o meglio ancora un Deboroh La Roccia (per chi conosce il mitico fumetto Rat-man), io sono uno psicologo. Come molti psicologi (e anche molti supereroi a dire il vero) la mia deformazione professionale mi spinge a usare le tecniche e le conoscenze acquisite durante gli studi e i molti anni d’esperienza, anche nella vita di tutti i giorni (per esempio la famosissima e scientificamente provata “lettura del pensiero”, già ampiamente trattata in un mio precedente pezzo). Così mi ritrovo a mischiare, inconsciamente qualcuno direbbe, due scuole di pensiero abbastanza contrastanti in Psicologia. Io sono di formazione cognitiva - comportamentale e quindi lungi da me sposare le teorie psicodinamiche freudiane (potrei farlo solo se avessero le tette grosse… hm, intendevo, solo se avessero evidenze scientifiche della loro efficacia come lo è per le teorie cognitive - comportamentali, scusate il lapsus), ma dai sogni che ho fatto nell’ultima settimana e la loro possibile interpretazione ho buone ragioni per mescolare le due teorie. Ve lo spiego con un esempio. Tra i miei hobby ho anche il teatro. Recitare è molto divertente, è una sfida con se stessi e il pubblico, è uno sfogo creativo, ma crea anche nervosismo e ansia da prestazione. Faccio teatro da più di dieci anni e nelle settimane prima degli spettacoli ho spesso fatto sogni in cui mi dimentico le battute: un vero incubo per un attore. Allo spettacolo di quest’anno del gruppo teatrale italiano “Varför inte” (ART di Yasmina Reza, 29 e 30 marzo 2019, ore 19.30, Teaterstudio Lederman a Stoccolma – vedi foto) per la prima volta non reciterò ma farò da aiuto regia. La cosa buffa, però, è che ieri sera ho fatto un sogno condizionato. Che cos’è? È un misto tra teorie psicodinamiche e cognitive - comportamentali: ho cioè sognato di dimenticarmi le battute, anche se non andrò in scena. Come è successo? Ora ve lo spiego con il condizionamento classico (o Pavloviano) applicato ai sogni. Seguitemi nel ragionamento:

andare in scena (stimolo incondizionato) porta a incubi di dimenticare le battute (riflesso incondizionato);
settimana prima di uno spettacolo per chi non è attore (stimolo neutro) porta a nessun incubo (nessun riflesso);
settimana prima di uno spettacolo per chi non è attore assieme ad andare in scena (stimolo neutro con stimolo incondizionato) porta a incubi di dimenticare le battute (riflesso incondizionato);
se quest’ultima condizione è ripetuta molte volte, porta a…
settimana prima di uno spettacolo per chi non è attore senza andare in scena (stimolo condizionato) porta a incubi di dimenticare le battute (riflesso condizionato).

Semplice vero? Ecco, dunque, la mia interpretazione dei sogni condizionati e nello stesso tempo vi ho dato anche un esempio di messaggio subliminale della Psicologia della Percezione: andate a vedere ART del gruppo teatrale “Varför inte”, se siete a Stoccolma questo fine settimana!

E voi direte: e chi se ne frega dei tuoi sogni condizionati? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!



martedì 12 marzo 2019

KISSENEFREGA – Primi segni (di vecchiaia)

Eccoli là. Eccoli che mi aspettano, dopo aver scollinato la soglia dei trenta, trentacinque anni. Arrivano per tutti, quando meno te lo aspetti. Imperterriti. Inevitabili. Sono i temibilissimi primi segni della mia, della tua, della nostra vecchiaia. Ecco un breve e non esaustivo elenco dei miei.
Sono passato dal pregare di avere i primi peli della barba a scoprire i primi peli bianchi (plurale, sigh!) della barba… che taglio di nascosto.
Sono passato dall’uscire venerdì, sabato, domenica e pure durante la settimana a “filmino e coperta sul divano?”… pronunciato con un filo di voce per la stanchezza.
Sono passato dal ricordarmi tutto quello che leggo al non ricordarmi più perché sono entrato in questo blog e neanche perché… perché… che cosa stavo dicendo?
Sono passato dal cadere dagli alberi, sbattere la testa ovunque, rotolare in discesa sui prati ed essere indistruttibile all’avere acciacchi alle caviglie, ginocchia e spalle… semplicemente alzandomi dal divano.
Sono passato dal britpop dell’adolescenza e hard-rock/metal dei vent’anni a “Mah, ascolto un po’ di tutto” di adesso… cantando le canzoni di Gigi D’Alessio sotto la doccia (no, scherzo, non sono ancora un uomo morto).
Sono passato dal protestare per i rimproveri di mio padre al ripetere sempre le stesse cose, le stesse lamentele, i soliti rimproveri, ancora e ancora… proprio come faceva mio padre.
Sono passato dal dire (leggasi “mentire”) a voce alta di essere maggiorenne all’approssimare per difetto quando mi chiedono l’età… magari rinunciando alla festa di compleanno per pudore.
Sono passato dal protestare per i rimproveri di mio padre al ripetere sempre le stesse cose, le stesse lamentele, i soliti rimproveri, ancora e ancora… proprio come faceva mio padre.
Sono passato da ginnastica a scuola, calcio in cortile e allenamento di basket alla sera senza traccia di affaticamento (e di compiti fatti) a palestra una volta sola seguita da stanchezza cronica per un mese… con la consapevolezza di aver comunque fatto il mio compitino.
Sono passato da “attento che diventi cieco” dell’adolescenza all’essere diventato veramente quasi cieco quando cerco di guardare la tastiera per scrivere… anvhe se xhi ni vomosce sa cje jo sempte abuyo hli occjiaki.

E voi direte: e chi se ne frega dei tuoi primi segni di vecchiaia? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

mercoledì 14 novembre 2018

KISSENEFREGA – Lavori in casa

Oggi ho un incarico importante. Devo superare un’ardua impresa: andare oltre i (miei) limiti della (mia) umanità. Oggi devo fare dei lavori in casa! Terrore e stridore di denti! Come fare? Niente panico, la lista di cose da fare è semplice: fissare al muro la libreria, stuccare alcuni buchi del muro e appendere dei quadri nuovi. Semplicissimo, che ci vuole? Ci vuole un manuale. Un manuale per attrezzistica e lavori in casa? No, un manuale di psichiatria e più precisamente IL manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (abbreviato DSM).
Procedendo dunque per ordine: s’inizia con la libreria…
(309.81) DPTS, Disturbo Post-Trapanatico da Stress: avrò fatto il buco giusto? Poco profondo? Troppo largo per il Fischer? Non voglio riguardare. Me lo sognerò la notte. Che trauma!
(300.02) DAG, Disturbo d’Ansia da Giravite: ora che ho messo il Fischer, devo metterci la vite adatta con il cacciavite. E se non ho lo strumento giusto? Se poi la vite non regge? Se gira a vuoto? Se spingo il Fischer dentro il buco? Se giro troppo e spano la vite? Che ne sarà della mia vita?
Per poi passare allo stucco…
(296.60) Disturbo bipiallare: ho tappato il buco, ho fatto un lavoro perfetto, sono un grande! No, ho messo troppo stucco, sono una merda! Ne ho piallato via un po’ in modo perfetto! Oh no, ne ho tolto troppo e ora fa schifo! Forse devo aggiungere dell’altro stucco… o forse no.
Infine, appendere i quadri…
(300.03) DOC: Disturbo Ossessivo da Chiodi: ho calcolato la posizione giusta al centro della parete. Ho misurato trecento volte. Siamo sicuri che sia centrale? Meglio misurare di nuovo. Ecco fatto! Ma ho contato anche i battiscopa nella misurazione? Calcolo altre cento volte per sicurezza. Oddio, ho sbagliato, come ho fatto? Nooo!
(300.01) DAP: Disturbo d’Attacco di Pinza: ora devo togliere il chiodo! Piano, non ti agitare… se tiro poco, il chiodo non esce, se tiro troppo, viene via anche il calcestruzzo e piego il chiodo. Calma, non ansimare così che vai in iperventilazione. Tranquillo! Non puoi sbagliare! Difficile, però, quando ti sudano le mani e il cuore va a mille. Calma.
Alla fine la libreria tiene, i buchi sono stuccati e i quadri stanno appesi... incredibile!
Un momento, però, c’è un’altra pagina nel manuale DSM: (300.21) DAP con agorafobia… oh no, ho stuccato anche la porta e mi sono chiuso dentro. Aiuto!

E voi direte: e chi se ne frega dei tuoi lavori in casa? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!