giovedì 19 marzo 2026

RACCONTI – Toponimi svedesi

Un pallone di cuoio lacero e scucito che rimbalza un paio di volte sul cemento della piazza viene inseguito da un bambino in maniche corte, sudato e felice. Una decina di metri più in là un gruppo di coetanei lo aspetta, sbraitanti e impazienti di ricominciare la partita. Il campo da gioco è delimitato dai muri dei palazzi da un lato e dalla via centrale del quartiere dall’altra. Le porte sono segnate dagli alberi e dalle panchine. La fontana con le cascatelle e l’acqua corrente che innonda il fondale ricolmo di monetine determina la linea di centrocampo. I bambini sono dispari, ma non si lamentano perché la statua in pietra dedicata ai caduti della seconda guerra mondiale funge da ultimo giocatore e prende il ruolo del portiere. Il bambino ha ormai raccolto il pallone e lo calcia con forza verso gli amici.
I due vecchietti in pantaloni di velluto, camicia bianca, bretelle e cappello ben schiacciato in testa protestano a suon di bestemmie per il baccano. Sono seduti sulla panchina più grande e più in vista che domina la piazza. Appena il bambino ritorna nella sua zona di competenza, la smorfia di fastidio di uno degli anziani si scioglie e un sorriso gli scappa dal bordo della bocca, ricordandogli la propria giovinezza volata via come la brezza fresca della sera. Non fa in tempo a godersi il momento che è già tempo di brontolare per la mano di carte da briscola che la sorte poco benevola gli ha concesso. L’avversario festeggia sputacchiando per terra e tenendo in bilico uno stuzzicadenti tra le labbra. 
I diciasettenni dai capelli impomatati e le maniche delle magliette tirate fin sopra le spalle per mostrare i muscoli si voltano per un attimo alle grida dei due anziani. Un attimo dopo però sono di nuovo seduti sui motorini parcheggiati ai piedi dei gradoni della chiesa. Osservano con aria sognante le macchine che passano e ammirano con ancora più attenzione le ragazze che passeggiano facendo svolazzare le gonne lunghe come ventagli. Le loro risate divertite sono come profumo inebriante per i giovanotti ingalluzziti. I due gruppetti si lanciano in un gioco di sguardi infinito e stuzzicante che manda su di giri gli uni e moltiplica il chiacchiericcio delle altre.
 
Questo è quello che magari ci si potrebbe immaginare di trovare in Svezia la prima volta che, con aria sognante, ci si rechi ad una fermata dell’autobus che abbia Centrum nel proprio nome. Nel momento in cui si riaprono gli occhi, però, la realtà può essere ben diversa. Lucette e faretti che sparano fasci di luci colorate verso i passanti. Vetrine e vetrate risplendenti e trasparenti che fanno sfavillare gli occhi. Ampie hall su diversi piani che si espandono in lunghi corridoi spianati da piastrelle bianche smerigliate. Musica lounge in sottofondo che accompagna i clienti nelle sfrenate corse all’ultimo acquisto. Fast-food americani, food court internazionali, brunch alla moda e altre parole inglesi a casaccio per invogliare i golosi a cedere alle tentazioni del palato senza badare a quell’antipaticone di Colesterolo. Un cinema standardizzato e prefabbricato, dove i popcorn costano più del biglietto per vedere il film, situato ai piani più alti. Eccolo il Centrum svedese. Non è il centro storico del paese o del quartiere. È solo un classico centro commerciale svedese: una delusione socialista venduta al becero capitalismo. Anche se tutto ciò non era proprio quello che si avrebbe voluto associare alla parola centro, partendo da un contesto italiano ormai sicuramente datato e stereotipato, si può comunque apprezzare la praticità e pragmaticità di avere tutto sottomano senza dover uscire a prendere freddo durante l’inverno svedese.
Nonostante la pancia piena, il portafoglio vuoto e l’aver digerito questo nuovo concetto, non si sarà però mai pronti ad affrontare un’altra delusione legata ai toponimi svedesi: l’assenza di una spiaggia dorata nei pressi delle fermate Strand.

martedì 3 marzo 2026

ITALIENAREN - Festival di SanMello

«Papà, che cos’è Sanremo?»
«È il corrispettivo italiano del Melodifestivalen.»
Mento senza pudore. Che orrore. Mi vergogno di aver detto qualcosa di così sbagliato. Sanremo e il Mello (come viene chiamato dagli amici il Melodifestvalen) sono due cose diverse. Lo so io e lo saprà mio figlio a breve. Non appena avrà il coraggio e la follia di restare sveglio fino alle ore piccole per capirlo.
Proprio questa è una prima sostanziale differenza. Un programma creato per intrattenere adulti e anziani contro uno pensato per i bambini, se si considera che due (e mezzo) categorie di voto su otto sono dedicate ai minorenni. Gli orari di programmazione rafforzano il concetto. Da una parte inizio quasi alle nove di sera e conclusione alle due di notte passate (!) per più di cinque ore di lunghissima trasmissione prolissa ed estenuante quasi come questa logorroica e ampollosa frase senza fine che sto prolungando deliberatamente per infastidire. Dall’altra due orette pragmatiche, dalle otto alle dieci di sera. Punto. Anche la lunghezza totale di tutte le serate cambia di molto. In Italia un All you can sing in meno di una settimana, in Svezia, tra qualificazioni, semifinali e finali, tutto spalmato in comode rate di sei settimane come le beneamate rate del televisore. La sede è anche un fattore importante. Sempre nello stesso luogo al teatro Ariston come la muffa che si riforma dopo che l’hai tolta, contro uno spettacolo itinerante in diverse città come le pulci del circo. 
Non solo la quantità, ma anche la qualità cambia. Nenie melodiche senza rischi da strapparsi i timpani con alcune pericolose deviazioni trap da strapparsi quel che resta delle orecchie contro una variazione di canzoni dal (K-)pop al rock, dalla disco allo schlager, passando inevitabilmente per le ballate popolari in un audace pot-pourri musicale che sta bene come la macedonia fatta con i cachi. I cantanti stessi hanno un approccio diverso nella composizione musicale per raggiungere la meta finale. Se da una parte ai cantautori italiani non frega quasi niente dell’Eurovision Song Contest, dall’altra gli artisti svedesi respirano e scrivono solo ed esclusivamente per raggiungere in maniera ossessiva il Gotha dell’ESC.
Non va dimenticata la forma sia delle canzoni sia dello spettacolo generale nella disanima delle differenze. I costumi ad esempio vedono un classico ed elegante incartapecorito che porta sempre avanti lo stile e la classe tricolore contro paillettes riflettenti e sciarpe di piume dai colori sgargianti in una sfida epica tra il kitsch e il trash. Le canzoni sono cantate da una parte solo in lingua ufficiale nazionale in quanto si tratta di un festival della canzone italiana e dall’altra così spesso in inglese che sentirne qualcuna in svedese dà la sensazione di aver cambiato per sbaglio canale. Sanremo offre varietà con ospiti canori nazionali e internazionali, comici, registi e attori che hanno in comune il solo fatto di essere strapagati. Il Mello offre una canzone dietro l’altra, tutte d’un fiato come su un nastro trasportatore industriale.
Queste sono solo alcune contrapposizioni, legate ad una visione prettamente personale, tra i due maggiori programmi di riferimento canoro in Italia e in Svezia. Sanremo e Melodifestivalen: due specchi di due società dal sottofondo culturale e politico opposto o due facce della stessa medaglia? Acclamati spettacoli di intrattenimento o banali siparietti di bassa fascia? Elogi o critiche? Difficile rispondere, ma comunque la si veda, c’è sempre un buon motivo per guardarli. Perché? Parappappapapparà… perché SanMello è SanMello!