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giovedì 3 ottobre 2019

INTERVISTE IMMAGINARIE – Il caso letterario


Buongiorno a tutti voi cari lettori. Eccomi di nuovo qui per voi dopo tantissimo tempo con questa scoppiettante rubrica. Per festeggiare il mio ritorno questa settimana siamo riusciti ad avere per voi, in esclusiva, il famoso criticone letterario Vittore Sgarbato, che ci parlerà del nuovo caso letterario del 2019 del grandissimo psico-auto-attore Roberto Riva: “I casi del commissario Grammatikus” che è stato pubblicato…
            È una merda…
Hm, mi sembra un po’ prematuro bollare questa raccolta di gialli comici così in frett…
            È una merda… che io venga presentato così male! Prima di tutto sono famosissimo, sono il più grande, il più conosciuto. Poi, io non sono un semplice criticone letterario. Io sono un esteta della scrittura, un raffinato poeta del gusto, un masturbatore ideologico della penna d’artista, un mecenate della passione letteraria, un paladino della critica d’avanguardia… in poche parole, io sono Es.
[qualche secondo di silenzio tra i due interlocutori]
Ha capito? Ma cosa vuole capire lei? Chi l’ha pagata per questo programma di merda? Eh, lo so io chi l’ha pagata… capricorno! Capricorno! Capricorno!
Veramente sono Vergine.
Ecco, appunto: Camoscio! Camoscio! Camoscio!
…nel senso del segno zodiacale. Per il resto sono sposato con figli.
Ah, sì: allora stambecco! Stambecco! Stambecco! Non me ne vado solo perché ho promesso a quella gnocca della direttrice di rete di venire qua.
Ecco, dicevo, “I casi del commissario Grammatikus” una raccolta di gialli comici di Roberto Riva, pubblicata da Amazon nel 2018, ha rapidamente scalato le classifiche dei volumi narrativi,  delle aree romanzate e dei lati comici di tutti i circoli letterari di quel paese. Molti altri criticoni… molto meno eccelsi e preparati del nostro gradito, anzi graditissimo, ospite qui presente… si sono espressi nelle testate per cui lavorano: “Bellerrimo meno meno” Respublica, “Da pisciarsi sotto dal ridere” Corriere della serata, “Da cine-mai!” Rotten Potatoes, “Dei casi a casaccio” Un giornale “Il libro che avete sempre sognato dopo aver visto IT” La stampante… giusto per citarne alcuni dei più…
Cazzate…
Come?
Ho detto cazzate, pure e semplici cazzate… come dici? No, no, ti richiamo dopo.
[un secondo di pausa]
Avevo una telefonata importante da terminare… cosa ha detto?
Non ha sentito niente di quello che ho detto?
Ah perché per contratto avrei dovuto ascoltare? Quella gnocca della direttrice ha fatto bene a non dirmelo, se no col cazzo che partecipavo a questa boiata di intervista con questo stambecco di presentatore…
Hm, stavo elencando le precedenti critiche della prima e speriamo non ultima opera dell’autore Roberto Riva, dove il protagonista, il commissario Grammatikus, indaga in sei spassosi casi polizieschi, dove le vittime non muoiono ma rimangono in uno stato catatonico dovuto ai pettegolezzi, alle critiche non costruttive, al mobbing, alle false accuse, agli insulti e al silenzio. Il libro dunque enfatizza come ne uccida più la lingua della spada. Lo fa attraverso il modo di parlare di questo burbero commissario che non è propriamente tra i più ortodossi: infatti il commissario Grammatikus non indovina un congiuntivo, ma azzecca tutti i casi.
Beh, mi sembra di un gusto osceno… questo quadro appeso alla parete, dico. Cioè, chi ha avuto l’idea di mettere questa crosta obbrobriosa appesa qua? No, aspetti, non me lo dica… lo so: è stato lei, vero? Non poteva che essere lei. L’ho capito da come si veste… ma si è visto allo specchio stamattina? No, meglio di no. Guardi me invece! Guardi come si veste uno come me… e impari. Capricorno! Camoscio! Stamb…
Va bene… ora mi scusi, però. Ha rotto un po’ gli zebedei. Non mi sembra il caso di discutere il mio stile. Oggi l’abbiamo chiamata per discutere “I casi del commissario Grammatikus” ma non ci ha detto niente e ormai il nostro tempo a disposizione è finito. A questo punto invito invece i nostri lettori a recensire il libro al posto suo: credo faranno un lavoro migliore. Ora vado a leggermi i sei casi: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo e ablativo. Arrivederla!

martedì 20 giugno 2017

INTERVISTE IMMAGINARIE – Il colpo d’aria

Buongiorno di nuovo a tutti i nostri lettori. Questa settimana tenetevi forte, o meglio trattenetevi forte… lo capirete più tardi… perché per la vostra rubrica preferita abbiamo la possibilità di poter parlare con un luminare delle medicina: il primario dell’Ospedale della Misericordia Immacolata Imperitura di Milano al Tevere, il professore Paolo Chiazzarini. Benvenuto professore!
            Grazie. Buongiorno a tutti. Grazie per avermi dato l’opportunità di parlare di questo argomento importante e delicato che spesso viene trascurato da mass media e dagli italiani stessi.
            Verissimo… ma rompiamo la suspense per il nostro pubblico a casa e andiamo a rivelare subito che l’argomento odierno è il colpo d’aria. In particolare cercheremo di sfatare il mito di questo colpo d’aria, che come ormai sanno tutti non è…
…non è tenuto molto in considerazione dalle persone e in particolare è ritenuto un’invenzione dagli altri europei. In realtà il colpo d’aria è una patologia che colpisce molti italiani soprattutto quelli meno attenti e premur…
Patologia? Scusi se la interrompo subito all’inizio: io mi aspettavo un’altra spiegazione e lei definisce il colpo d’aria come una patologia? Con tutto il rispetto, ma non è forse eccessivo definirla in questo modo?
            Guardi, ha fatto bene a interrompermi così, con le sue domande, possiamo fugare ogni dubbio ed essere chiari fin dal principio. Allora, definire il colpo d’aria come una patologia? Certamente, perché anche il colpo d’aria, come altre malattie e disturbi, è caratterizzato da diversi sintomi. I sintomi principali sono dolori intensi cervicali che bloccano e limitano i movimenti del collo…
            Il cosiddetto torcicollo, giusto professore?
            Esatto! Poi abbiamo arrossamenti del bulbo oculare che possono portare in primo luogo a secchezza degli occhi e irritazione e in seguito, nel peggior dei casi, a mal di testa. Inoltre il colpo d’aria, o anche detto colpo di freddo, è caratterizzato da un forte sbalzo di temperatura e quindi i soggetti colpiti possono anche riportare dei disturbi intestinali.
            Ovvero diarrea o anche chiamata cacarella, cagotto, squaraus… chiedo scusa per la terminologia volgare, ma lo faccio per far capire meglio a tutti i nostri lettori.
            Sì… capisco... ad ogni modo, oltre a sopraccitati sintomi, nei casi più gravi, il colpo d’aria può anche portare a raffreddore e nei peggiori dei casi a febbre e influenza.
            No, scusi, passi per il torcicollo, dolori muscolari, irritabilità, ma il raffreddore no. Lo sanno ormai tutti che il raffreddore si prende da un virus per contagio da altre persone spesso in spazi chiusi e non da un semplice colpo di freddo…
            Rhinovirus per essere precisi… bravo, vedo che ha studiato… ma si è fermato al compitino e non è andato ad approfondire… ahi ahi ahi! Per sua fortuna, e di quella di tutti i lettori a casa, vi posso illustrare un recente studio del mio gruppo di ricerca che va a sostegno di questo antico rimedio della nonna.
            Sono sorpreso e devo ammettere un po’ scettico… ma anche incuriosito, vada pure avanti professor Chiazzarini.
            Dalla letteratura scientifica precedente già si sapeva che il rhinovirus si replica più facilmente attorno ai 32 gradi e quindi ad una temperatura più bassa di quella corporea. Quello che i nostri studi hanno però aggiunto ed evidenziato è che il freddo indebolisce la capacità innata del nostro sistema immunitario di contrastare il rhinovirus, aumentando effettivamente il rischio di prendere il raffreddore d’inverno.
            Sono ancora un po’ scioccato… stento ancora a crederci… e quali sarebbero i rimedi per contrastare questi sintomi ed evitare il fatidico colpo d’aria?
            Beh, il classico consiglio delle mamme di coprirsi bene va assolutamente seguito e mai sottovalutato o preso sotto gamba.
            Ah, bene, l’ho sempre fatto. E poi?
            E poi ovviamente ci sono altri metodi preventivi, tra cui ricordiamo il rimedio principe: la famosissima e popolare maglia della salute da indossare sotto la maglietta o il maglione. Ricordiamo che la maglia della salute deve essere rigorosamente di cotone per proteggere la pelle dalle intemperie e dal freddo.
            Capisco… ora, però, la devo lasciare perché sono a metà strada per un mio appuntamento con gli amici e ho dimenticato il maglione a casa. Che faccio? Torno indietro a prenderlo o rischio di prender freddo? Mah, ci sono 20 gradi stasera… io corro al concerto, sono già in ritardo!

mercoledì 10 maggio 2017

INTERVISTE IMMAGINARIE – Quanto si legge?

Per la nuova intervista della settimana abbiamo l’onore di presentarvi il giornalista italiano di fama internazionale Gianni Epinotto che ha lavorato, lo ricordiamo, in Italia principalmente per la Res publica e il Corriere della Serata, mentre all’estero per il Nightly Telegram, Le Mon Dieu, il Washington Pre e infine anche per El Ciudad. Buonasera signor Epinotto, oggi affrontiamo un discorso spinoso che colpisce nel profondo un po’ tutti gli italiani… ma vedo che scalpita: vuole introdurre lei il discorso?
            Grazie per avermi dato la parola… oggi andremo a sviscerare un dibattito del quale i mass media e l’opinione pubblica parlano da molto tempo. Andiamo ad affrontare un’aspra critica che viene rivolta al popolo italiano.
            E racconti dunque ai nostri lettori qual è questa critica.
            La critica che ci viene rivolta è che siamo una popolazione che legge poco… molto poco… troppo poco. Inoltre sembra anche che agli italiani piaccia molto scrivere…
Tant’è che siamo spesso definiti come un popolo di molti scrittori e pochi lettori.
Esatto, molti stranieri ce lo dicono e siamo noi stessi a esserne più o meno consapevoli. Ma non è soltanto l’opinione degli altri ad alimentare questa brutta reputazione ma sono soprattutto molte statistiche a dirlo, in particolare per quanto riguarda la poca lettura, e i dati sono preoccupanti…
            Dice bene signor Epinotto… per fortuna che anche una fonte così autorevole come lei ci fa eco in questo spazio settimanale. I dati sono molto preoccupanti: secondo l’Istat, la maggioranza degli italiani, circa il 60% non ha mai letto un libro nel 2015, mentre della restante minoranza, circa il 14% degli italiani, i cosiddetti lettori “forti”, legge più di dodici libri l’anno, mentre circa il 45%, i cosiddetti lettori “deboli”, al massimo tre.
Sì, sì. È incredibile… e secondo i dati siamo tra i peggiori in Europa: paragonati, per esempio, alla Spagna, dove quelli che non leggono neanche un libro sono circa il 38%, e alla Francia, dove la percentuale scende al 30%... e di questi dati gli italiani non sembrano preoccuparsi più di tanto.
Francia o Spagna? Basta che se magna… forse qualcuno penserà. Mah, sono perplesso. Comunque sono veramente dei dati sconvolgenti…
Molto sconvolgenti perché falsi… o meglio, sono dati che non corrispondono esattamente alla realtà dei fatti se analizziamo in profondo la vita quotidiana degli italiani.
In che senso scusi?
Nel senso che ora sfateremo questo luogo comune che gli italiani non sono buoni lettori. Mi segua nel mio ragionamento. Allora, non è vero che noi italiani non leggiamo, che siamo dei lettori “deboli”… leggiamo molto invece ma, come le dicevo prima, lo facciamo nei piccoli gesti della vita quotidiana: per esempio, leggiamo i cartelli pubblicitari con le donne nude, il retro del cartone del latte, i giornali sportivi, i cartelli stradali… anche se a dir il vero, non tutti lo fanno… leggiamo il contachilometri sul cruscotto della macchina per evitare le multe, l’oroscopo una volta a settimana…
            Dice sul serio?
            Certo… inoltre leggiamo i cartelli delle vie, i messaggini sul cellulare, le vignette nelle riviste di parole crociate, le didascalie delle riviste di gossip… giusto per citare alcuni dei molteplici esempi.
            Sono sconvolto dalle sue parole. Non le pare di esagerare?
Nient’affatto. Inoltre abbiamo sfatato il mito dell’italiano che legge poco? E allora sfatiamo anche la leggenda dell’italiano scrittore.
Dove vuole andare a parare signor Gianni Epinotto?
Voglio solo fare questa considerazione: in realtà, la media degli italiani che scrivono è molto più bassa di quella del resto degli europei, ma… ma… la media degli italiani che vorrebbero pubblicare alla ricerca di una personale soddisfazione e approvazione pubblica è invece superiore a quella degli altri europei… capisce la differenza?
Beh su questo potrei darle anche ragione…
Certo che ho ragione… e non le ho ancora esposto le mie teorie a proposito delle dicerie sull’analfabetismo funzionale che vige in Italia…
…mi scusi, ma quest’argomento forse merita una puntata a se stante. Inoltre sento che sto per risvegliarmi da questo brutto sogno. La TV è ancora accesa... devo essermi addormentato guardando la finale del Grande Fratello. Ora spengo la TV e vado ad addormentarmi chino su un libro.

venerdì 10 febbraio 2017

INTERVISTE IMMAGINARIE – Il bagno

Per il nostro classico appuntamento vi presentiamo oggi la dietologa Paola Magris, autrice dei due best seller “Via col ventre – pancia piatta in tre settimane” e “Il mondo d’uovo – integrare l’uovo in ogni dieta”. Buongiorno dottoressa, è un onore per noi avere qui un’esperta dietologa come lei. Oggi ovviamente parleremo di cibo, di abitudini alimentari e di digestione.
Grazie a voi per quest’opportunità… esattamente, oggi parleremo in particolare di uno stereotipo che perseguita un po’ tutti gli italiani, sia madri che figli: aspettare tre ore prima di fare il bagno dopo aver mangiato.
Verissimo. Noi italiani, specialmente quelli residenti all’estero, siamo costantemente irrisi per questa falsa diceria. Ora finalmente abbiamo la possibilità di sfatare questo mito: questa storia delle tre ore è assurda, vero dottoressa?
Certamente. Assurda a dir poco… perché tre ore sono troppo poche! Questa credenza popolare che ci ostiniamo a portare dietro dai tempi antichi è ormai ampiamente superata…
Scusi, credo di non aver capito bene: lei sostiene che tre ore siano troppo poche e che ci vorrebbero più ore di attesa prima di fare il bagno?
Sì, sì, ha capito bene. Come ha detto lei: basta con questa storia delle tre ore!
Hm… sì… certo… e quante ore si dovrebbero aspettare per la precisione?
Secondo studi recenti ci vogliono almeno cinque ore d’attesa. Tutto dipende poi dalle sostanze nutritive ingerite. Quindi mangiando merendine e dolciumi che contengono molti zuccheri o mangiando pane e pasta che hanno molti carboidrati, si potrà andare a fare il bagno dopo solo quattro, meglio cinque, ore. Con un pasto a base di carne e legumi, che contengono proteine, e cibi oleosi o burrosi, cioè con molti grassi, bisognerà invece aspettare più tempo… mi sbilancerei quasi a dire sei, sette ore.
Addirittura! Io non sono certo esperto come lei, ma io e anche altri miei amici molte volte abbiamo fatto un tuffo in mare anche dopo solo un paio d’ore e non ci è successo niente di male…
Beh, ha fatto molto male. Lei ha rischiato la vita. E mi dica, quanti anni aveva quando ha compiuto questo gesto scellerato?
Non so… mi faccia pensare… devo aver avuto all’incirca venti, ventuno anni.
Ci avrei giurato che era maggiorenne e non più sotto il controllo dei genitori… nessuna madre potrebbe permettere al proprio figlio di fare il bagno subito dopo aver mangiato.
Subito… erano passate almeno due ore… ed ero pure stato deriso dai miei amici perché mi stavo facendo degli scrupoli…
Deve stare attento alla compagnia di gente con cui gira: meglio soli che mal accompagnati.
Da come ha reagito, deduco che lei, dottoressa, sia anche madre, o sbaglio?
No, non sbaglia: ho due figli.
Quindi applica queste regole ferree anche a casa?
Sì, infatti, io faccio sempre aspettare cinque ore dopo ogni pasto, anche dopo uno yogurt come spuntino. Andando al mare alle nove di mattina, per esempio, i bambini hanno sempre dovuto aspettare cinque ore prima di fare il bagno, quindi era già ora di pranzo e poi ovviamente altre cinque ore d’attesa quando era già ora dello spuntino e poi ora di andare a casa.  Quindi non ho mai avuto problemi a far digerire, se mi permettete il termine, ai miei figli l’attesa per il bagno in acqua, perché nessuno di loro ha mai avuto il tempo di imparare a nuotare.
Hm… logico… e lei? Anche lei segue queste regole?
No, io no… o meglio, se applico la seconda regola d’oro, non seguo la regola delle cinque ore, altrimenti la seguo.
La seconda regola d’oro?
La seconda regola d’oro recita che se ci si tuffa in mare immediatamente dopo aver mangiato, senza dare il tempo all’apparato digerente di partire con i suoi processi digestivi, si può eludere la prima regola d’oro delle cinque ore d’attesa. Ovviamente a patto che questo bagno immediato avvenga in tempi brevi, cioè prima che il bolo alimentare raggiunga lo stomaco: all’incirca dieci, quindici minuti.
Tutto quello che dice, non fa una piega ma ora, mi scusi, la faccio attendere io, dottoressa… ci sono i miei amici che mi chiamano per fare un tuffo in mare in questo luglio afoso. Ho appena pranzato con un panino e un gelato… hm: aspettare o lanciarmi? Sai che faccio? Io vado in acqua!

mercoledì 23 novembre 2016

INTERVISTE IMMAGINARIE – Le ciabatte

Eccoci qui di nuovo pronti a stupirvi con le nostre interviste in esclusiva per la vostra rivista online preferita. Oggi abbiamo qui con noi un’esperta micologa, la Professoressa in microbiologia al prestigioso Istituto Carolina di Stoccolma Margherita Cantarella, chiamata a rispondere a una semplice domanda: perché gli italiani sono gli unici ad avere le ciabatte nelle docce pubbliche paragonati al resto del mondo?
Questa è la domanda che mi sono posta da quando mi sono trasferita all’estero. Quando vivevo in Italia, accadeva di rado che la gente non portasse le ciabatte in doccia, probabilmente perché le aveva dimenticate a casa. In verità, all’inizio la mia domanda era “perché gli svedesi sono gli unici a non avere le ciabatte nelle docce pubbliche paragonati al resto del mondo?” Col tempo, discutendo con altri colleghi in giro per il mondo alle conferenze scientifiche, mi sono resa conto che eravamo noi italiani, invece, a portare sempre le ciabatte ai piedi. Questo fece nascere un filone di studi che poi resero il mio laboratorio famoso in tutto il mondo.
Molto interessante… anch’io porto sempre le ciabatte quando faccio la doccia in palestra. Ci potrebbe esporre i risultati degli studi compiuti nel suo laboratorio nell’ultimo decennio?
Dalla mia semplice domanda iniziale cominciammo a sviluppare diverse colture di funghi provenienti da diversi campioni ottenuti da alcuni donatori svedesi, italiani, tedeschi, spagnoli e americani.
Perché solo campioni provenienti da questi paesi e non, per esempio, dai paesi africani o asiatici?
Perché volevamo limitarci a delle colture della cultura occidentale.
Capisco… e cosa avete trovato?
In questi studi ci siamo concentrati precipuamente su una tipologia di fungo, il trichophyton, responsabile di una specifica patologia, la tinea pedis, anche detta tigna o piede d’atleta, caratterizzata da pruriti, bruciori o arrossamenti alle dita del piede, desquamazioni e infiammazioni fino a vescicole, abrasioni e ragadi.
…se la patologia prende piede… hm, scusi la battuta. Dunque, dicevamo sui risultati?
Nella popolazione di piedi italici e in minor misura in quella dei piedi ispanici abbiamo individuato e isolato una variante di questo fungo, il trichophyton-β, che, a differenza del più comune trichophyton-α, diffuso nell’Europa continentale e nordica, si replica molto più in fretta. Le spore di questa variante sono molto stabili e possono rimanere infettive per molti mesi. La trasmissione avviene tramite infezione da contatto. Alcuni enzimi presenti nel trichophyton-β italico hanno delle capacità più elevate, rispetto alla variante mitteleuropea, di dissolvere la cheratina e le altre proteine di struttura della pelle.
Quello che lei ci sta raccontando è terribile e mette un po’ paura, perché sia io sia lei, ma anche la maggior parte dei nostri lettori è italiana o vive in Italia…
I vostri lettori e tutti gli italiani non si devono preoccupare: il trichophyton-β è sì pericoloso, ma ci sono molti modi per curarlo e soprattutto per prevenirlo.
Lei cosa ci consiglia Professoressa Cantarella?
Innanzitutto, se colpiti dal fungo, è sufficiente un prodotto antifungino, facilmente reperibile in farmacia, applicabile a livello locale. La terapia è consigliata per la durata di una decina di giorni ma è anche consigliabile prolungarla per un altro paio di giorni per evitare il rischio di ricadute. A tal proposito e, come detto in precedenza, la prevenzione è fondamentale, specialmente per questa variante così aggressiva. Si raccomanda dunque di calzare scarpe che permettano la traspirazione, di portare calze di cotone, di tenere i piedi sempre freschi e asciutti, soprattutto tra le dita dei piedi. Infine, è caldamente sconsigliato camminare a piedi scalzi in qualsiasi luogo, anche a casa propria.
Ah, quindi è per questa variante più aggressiva di fungo che gli italiani portano sempre con sé ciabatte personali nei bagni pubblici, come quelli delle piscine comunali o delle palestre?
Esatto. Queste raccomandazioni non sono che la base della prevenzione. Delle scoperte più recenti del mio laboratorio, hanno anche evidenziato come altri metodi preventivi siano ancora più efficaci in confronto a quelli già elencati: dato che il piede deve sempre stare all’asciutto, i miei ricercatori hanno scoperto che portare dei sacchetti, per esempio quelli per congelare il cibo, attorno ai piedi quando si va nelle docce pubbliche riduce esponenzialmente il rischio di contagio da trichophyton-β. Inoltre, quando possibile, è consigliabile utilizzare un tappetino di plastica, per esempio quello da yoga, da srotolare sulla superficie bagnata per consentire una migliore prevenzione da contagio. In aggiunta, prima della doccia si raccomanda l’uso di una pomata speciale da spalmare sulla pelle. Infine, ci sono molti altri metodi che potrei elencarvi…
…ma la devo interrompere perché purtroppo lo spazio a nostra disposizione è terminato. Grazie mille alla Professoressa Margherita Cantarella per i sui consigli esaustivi che ci hanno rinfrescato la memoria sulla prevenzione antifungina… rinfrescato come la doccia fredda che mi finisce in faccia e che mi risveglia da questo sogno ad occhi aperti: forse dovrei finirla di portarmi le ciabatte nella doccia della palestra.

martedì 27 settembre 2016

INTERVISTE IMMAGINARIE – L’italiano allegro

Per questa settimana vi proponiamo, in esclusiva, un’intervista con lo psichiatra e genetista Franco Vozzon-Cricchi, originario di Gorizia ma residente all'estero da molti anni. Oggi con lui parleremo di psicologia, temperamento e tratti ereditari. In particolar modo ci focalizzeremo sullo stereotipo dell’italiano che molti stranieri hanno.
Esatto, oggi cercheremo di sviscerare tutte le caratteristiche psico-ereditarie che descrivono questo modo di essere. Non se ne parla molto nel mondo accademico e vorrei cominciare ringraziando la vostra rubrica che mi ha concesso questa interessante intervista per mettere alla luce le mie scoperte scientifiche e la mia esperienza clinica a riguardo.
Si figuri. Siamo noi a ringraziare lei per aver acconsentito a portare sulle nostre pagine tutta la sua sapienza e conoscenza.
Bene, dunque, andiamo subito al punto e cominciamo con il dare una definizione di questo stereotipo. Spesso lo straniero s’immagina ogni italiano come una persona costantemente allegra, sempre in vena di scherzi superficiali e frivoli, molto sorridente e sempre pronto a prendere la vita a cuor leggero.
Mi permetta di aggiungere che dall'altro lato lo stereotipo comprende anche irascibilità, dramma e tanta passione.
Esatto, perché l’italiano è preda delle sue passioni e delle sue emozioni che vive con molta estroversione in ogni momento. L’italiano si lancia in quest’uragano di sentimenti e in questo baccano di sensazioni. E in questa confusione, dunque, è assolutamente necessario urlare a squarciagola qualsiasi cosa si dica per farsi sentire anche dall'ultimo della fila. Inoltre è necessario anche sbracciare e gesticolare per farsi capire anche da quelli talmente lontani da non poterlo sentire. L’italiano usa dunque tutto ciò che ha a sua disposizione per esteriorizzare le sue emozioni, sia positive, come la gioia e la curiosità, che negative, come la rabbia e la paura, e anche le sue pulsioni, specialmente quelle sessuali…
Infatti, anche qui lo stereotipo dell’italiano latin lover ha recato più danni che vantaggi agli uomini italiani in tempi moderni.
Non sono del tutto d’accordo con lei perché negli anni d’oro che vanno dagli anni ’50 agli anni ‘70, ha concesso molte opportunità sentimentali agli italiani emigrati nei diversi paesi del mondo. Perché vede, questa componente genetica, questo gene del seduttore che ci portiamo dietro dai tempi dei romani con Marco Antonio, ci ha aiutato a portare avanti la nostra razza, mi perdoni se mi esprimo in questi termini, ma lo faccio tanto per capirci… non voglio dire che ci sia una razza italica ecco… e dunque questo gene ha permesso di essere quello che siamo.
Cioè? Cosa intende dire?
Cioè delle persone attaccate ai valori della vita, quali l’amore, la famiglia e in particolare la mamma e quell'essere “mammone” che tanto fa tenerezza in giro per il mondo.
Tutta questa dolcezza, però, non la suscitiamo quando veniamo tacciati di essere imbroglioni e spacconi.
Io non userei questi termini forti… direi piuttosto che l’italiano è caratterizzato da un essere furbo e opportunista. Anche questo gene “arraffone”, come mi diverto simpaticamente a chiamarlo, è quello che ci ha permesso di portare avanti la nostra inconfondibile italianità. Quella di cui andiamo tutti un po’ fieri.
Beh… non sempre siamo così fieri di queste caratteristiche che lei cita. Ad ogni modo, per fortuna, non tutti gli italiani corrispondono a questo stereotipo, vero?
Verissimo. Infatti, quelli che non sono conformi a questo stereotipo vanno spesso incontro a molti problemi quando si devono relazionare con gli stranieri. La delusione causata allo straniero non fa altro che aggravare la loro sindrome.
Sindrome?
Sì, certo, sindrome o patologia se così vogliamo chiamarla... la sindrome dell’italiano triste. È una sindrome che viene classificata nei disturbi dell’umore. Un italiano che non è sempre allegro, sorridente, loquace, rumoroso, libidinoso, emotivo, imbroglione e soprattutto mammone devia inconfutabilmente dalla norma e quindi deve essere classificato come patologico.
Mah… anch'io, e molti altri come me, non rientro pienamente in questo stereotipo: siamo silenziosi, equilibrati nell'esprimere le emozioni, onesti, indipendenti dalla famiglia di origine e, purtroppo, un po’ impacciati in amore...
Eh lo so, ragazzo mio… questa patologia è veramente dura, ma c’è un rimedio. In settimana venga nel mio studio per un controllo… le faccio uno sconticino simpatia.
Hm… sì… mi aspetti… aspetti che mi svegli da questo mio sogno ad occhi aperti. Eccomi di nuovo in questa festa piena di stranieri dove tutti mi parlano a voce altissima con un’intonazione cantilenante cercando di imitare l’accento italiano, dove tutti mi chiedono se mi manca la mamma e la pasta, dove tutti gesticolano a caso pensando sia un metodo alternativo di comunicare e dove tutti i maschi mi guardano male perché pensano che ci proverò con la loro ragazza.

mercoledì 24 agosto 2016

INTERVISTE IMMAGINARIE – Il ketchup

L’appuntamento di oggi per la nostra rubrica è con il noto cuoco italiano, ma che da anni si è stabilito in Svezia, Bartolomeo Esmeraldi-Waldermarsson. Dato l’ospite odierno, l’argomento trattato è ovviamente la cucina, in particolare un piatto che a noi italiani sta particolarmente a cuore: la pasta al pomodoro. Per chi vive all'estero come noi della redazione e come molti nostri lettori, la lotta contro il ketchup sulla pasta è una sfida continua. Lo chef Bartolomeo Esmeraldi-Waldermasson, però, ha recentemente concluso una ricerca a proposito che ha portato a dei risultati sconvolgenti. Ma sentiamo le sue parole a riguardo.
Ebbene sì, la mia ricerca porterà a degli stravolgimenti sostanziali sulle abitudini culinarie non solo delle tavole italiane, ma di quelle di tutto il mondo. La mia ricerca ha portato alla luce come la pasta al ketchup sia un alimento più completo, più nutriente e più antico della pasta al sugo di pomodoro.
Non crede che le sue affermazioni siano un po’ troppo forti? Magari ora ci dirà che è anche più buono…
Certamente, mi ero scordato di dirlo. Grazie per avermelo ricordato. Ad ogni modo, sono molto sicuro di quello che affermo. La mia equipe di ricerca, con basi in Svezia, Italia e America centrale, è composta da fior fior di ricercatori da ogni parte del mondo in grado di condurre indagini dalla qualità ineccepibile.
Mi ha frainteso, non era certo mia intenzione mettere in dubbio le qualità della sua squadra, cercavo solo di spronarla a presentare ai nostri lettori prove della sua ricerca così interessante e potenzialmente influente.
Sono qui per questo, giusto? Allora, procediamo per ordine. Di cosa è composto il Ketchup? Pomodoro, zucchero e tracce di aceto, che tralasceremo in quest’analisi in quanto poco rilevanti negli ingredienti. Vorrei cominciare dalla storia se mi permettete. La Storia viene sempre prima di tutto: se sai da dove arrivi sai dove andrai. Come detto in precedenza, la pasta al ketchup è più antica di quella al pomodoro e ora ve lo spiego. La pasta nasce e si sviluppa parallelamente sia in Cina che in Europa, in particolar modo in Italia, ma veniva utilizzata, seppure in modo più grezzo, nello stesso periodo anche in America. Il pomodoro, invece, come tutti sanno, proviene originariamente dall’America e venne importato in Europa per la prima volta dallo spagnolo Hernán Cortés nel 1540. E qui non ci sono dubbi. La salsa di pomodoro era dunque un ingrediente fondamentale della cucina degli antichi Aztechi. Inoltre, gli stessi Aztechi trovarono che l’aggiunta di zucchero, la cui lavorazione risale al X secolo a.C. nell’America latina, rendesse la salsa ancora più gustosa. Tutto questo avvenne ben prima della scoperta dell’America nel 1492. In Europa, però, soltanto nel ‘700 la salsa di pomodoro cominciò a essere un condimento fondamentale della pasta. Quindi, la salsa al pomodoro è ovviamente più antica del ketchup, in quanto il sugo di pomodoro è alla base della salsa per il ketchup, ma la pasta al ketchup viene dunque prima della pasta al pomodoro, come testimoniato anche da una raffigurazione azteca del XIV secolo nella quale si può notare come la popolazione offrisse ai sacerdoti sacrificali un fascio di spaghetti grezzi intrisi nel sugo e nello zucchero.
Beh, devo dire che la sua ricerca storica è notevole, ma la storia è storia e quel che conta alla fine è il gusto, le proprietà nutritive e la varietà di piatti e in questo caso la pasta al sugo converrà certamente con noi che…
Scusi se la interrompo, ma giusto a proposito delle proprietà nutritive vorrei riportare le altre interessanti scoperte del mio gruppo lavorativo. Nonostante la presenza dello zucchero, il ketchup ha un potere calorico medio-basso di circa 100 kcal per 100 g, contro le 18 kcal della salsa al pomodoro. Inoltre è un alimento povero di grassi e non è necessario consumarne tanto per avere molte energie senza ovviamente rinunciare alla linea.
Certo, quello che dice lei si può anche capire, ma la varietà che ci permette la salsa al pomodoro con la pasta è unica: pensiamo soprattutto alla pasta all’amatriciana, alla mamma rosa, alla norma, alla puttanesca! Solo a pensarci mi viene l’acquolina in bocca…
Anche a me… ma in tutti i piatti da lei citati la salsa al pomodoro è perfettamente sostituibile dal nostro amato e antico ketchup, senza perderne in proprietà nutritive e soprattutto in gusto.
…sì… capiamo quello che vuole dirci… non era proprio questo che ci aspettavamo per la nostra rubrica… però, cerchiamo dunque di concludere.
Dunque, ricapitolando: dalla nostra esperta equipe di ricerca è emerso che la pasta con il ketchup, rispetto alla pasta al pomodoro, è un pasto sicuramente più completo, più nutriente e più antico. Inoltre, questo è solo un parere personale, è anche più buona! Quindi, viva il ketchup e viva la pasta condita col ket…
Questa volta la interrompo io, mi scusi… o meglio lo chef Esmeraldi-Waldermarsson viene interrotto da mia nonna che mi sveglia da questo incubo, chiamandomi per andare a pranzo. Dal pian terreno arriva un profumino di pasta al sugo di pomodoro e basilico freschi. Mmm, che bontà: viva, viva gli spaghetti al sugo!