mercoledì 29 novembre 2023

ITALIENAREN – Torture

Non lo fare, penso. Distolgo lo sguardo cercando di pensare ad altro, per distrarmi dal dolore che mi provoca solo osservando la scena. Lei lo fa lo stesso. La mia curiosità è stata troppo forte e ho comunque guardato.
La mia faccia cerca di non mostrare orrore ma traspare comunque un senso di disagio nei miei occhi. Per fortuna lei non se n’è accorta perché è troppo concentrata sul suo intento.
Dopo essersi infilata una matita prima nell’occhio destro e poi in quello sinistro, ha finito. Mi sbaglio. Dalla borsa estrae una pinzetta che sembra più una tenaglia da carpentiere per la grandezza delle ganasce. La ragazza non si fa remore e grazie allo strumento metallico toglie con forza tutto ciò che c’è in eccesso dalla sua superficie corporea. Io metto le mani davanti alla faccia ma scruto con un misto di fascino e di terrore le sue mosse tra lo spazio creato dalle mie dita.
Non può andare oltre, mi dico, confidando nella sua volontà di non farsi ulteriormente del male. Invece ora la ragazza si frusta la faccia, prima le guance e la fronte con un pennello più ampio e fortunatamente più morbido, dopo le labbra con una bacchetta rigida che le martoria la bocca.
Perché lo fa? Mi chiedo. Basta, invoco pietà. Le non concede la grazia, né a me né a sé stessa, e passa all’atto finale, il più terribile di tutti. Con la mano destra afferra saldamente il peggior strumento di tortura che l’essere umano abbia mai inventato. Un attrezzo metallico con un’estremità simile all’impugnatura delle forbici e con l’altra che termina in due ganasce semicircolari che si sovrappongono. È il temibilissimo piegaciglia. Sembra a tutti gli effetti uno strumento medievale e se fosse davvero esistito all’epoca, Dante Alighieri lo avrebbe sicuramente collocato nelle mani di qualche dannato dei gironi infernali. È un attrezzo che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico, ma lei, la ragazza che sto ormai fissando da qualche minuto, lo usa con una semplicità e nonchalance da mettere i brividi. Maneggia l’arnese con destrezza ed esperienza invidiabili e in un batter d’occhio le ciglia sono piegate alla perfezione.
Nonostante possa sembrare la trama di un film dell’orrore, in realtà è solo la descrizione di una ragazza che si sta truccando. Io sono comunque impressionato. Non sono sicuro di poter andare avanti a guardare. Per fortuna è arrivata la mia fermata. Eh, già, perché tutto il darsi da fare della ragazza sarebbe normalissimo se non fossimo seduti su un vagone della metropolitana in movimento.
A Stoccolma però è una procedura standard. Succede quotidianamente di imbattersi in queste sinuose amazzoni con le loro armi e strumenti di tortura a portata di mano, sia che la metro sia affollata sia che sia vuota. Con uno specchietto in bilico sulla mano sinistra oppure sfruttando il riflesso sui vetri delle finestre o sugli occhiali da sole del dirimpettaio e con il rossetto sulla mano destra si fanno belle durante una corsa in metro. Non si curano però del rischio che una frenata improvvisa del conducente o una spinta involontaria di un altro passeggero possa provocar loro una gita all’ospedale con una matita viola conficcata nell’occhio. Quello sì che sarebbe un vero film horror oppure un nuovo interessantissimo caso neurologico alla Phineas Gage[1].
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/torture/

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Phineas_Gage

mercoledì 22 novembre 2023

RACCONTI – Business planner

Allora vediamo un po’. No, mi spiace. Non si può.
No, guardi. Sabato mattina non è proprio possibile. Nuoto per Alexander e Kung-fu per Sebastian. Nel pomeriggio neanche. Ma come perché? Ginnastica preparatoria per tuffi, per entrambi. Dall’altra parte delle città. Guardi sul calendario se non mi crede. G-I-N-N-A-S-T-I-C-A. Scritto in stampatello. Vede?
Martedì sera: allenamento di basket per Sebastian. Fargli praticare questo sport era un mio pallino personale e devo confessarle che vederlo fare canestro è una gran bella soddisfazione. E Alexander? Fa il tifo.
Mercoledì, no: lezioni di pianoforte. Solo per Sebastian. Alexander è a casa di un amichetto a mangiare wurstel con ketchup e a saltare sui letti cercando di non vomitare i suddetti wurstel.
Venerdì sera? Abbiamo un amichetto a casa, invece. Off-limits, dunque. Ci sono i pancakes che vanno cucinati… da me. E poi i padroni di casa e gli ospiti sono impegnati in riunione nella tana creata con le tende, le coperte e i cuscini, oppure sono rintronati nell’inferno della discoteca con canzoncine sceme da YouTube, oppure sono sfatti e distrutti coi cartoni davanti alla televisione durante l’after party. Mi sa che non c’è modo di incastrarci nessun’altra attività. Non se ne parla.
Prima? Nel pomeriggio di venerdì, dice? Bù. Non si spaventi per così poco. Bù vuol dire “no” in mandarino. Oh, il cinese è il futuro. Non si transige. Il futuro va messo in programma nel presente. Non vorremmo mai dover rimpiangere il passato.
Lunedì… lunedì… lunedì. Dunque, vediamo un po’. No. Scuola la mattina, lezioni di italiano per i madrelingua nel pomeriggio. Oh, queste non le ho decise io. Non mi guardi così.
Domenica pomeriggio, neanche per idea: Parkour per Alexander e nuoto per Sebastian. Non me ne parli. Le attività nel mezzo del pomeriggio sono insopportabili. Se becco chi li ha iscritti a questo corso. Aspetti… ah, una nota a piè di pagina dice che sono stato io a farlo. Hm, deve essere un dettaglio che mi è sfuggito. Aggiungo un appunto “togliere attività nel prossimo semestre”. Ecco fatto.
La mattina di domenica potrebbe essere libera, ma abbiamo museo della scienza e della tecnica. No, no, no. Non si perderebbero il museo neanche per tutti i dolcetti del mondo. Per carità. Non tocchi la sala dei videogiochi al terzo piano se ci tiene alla vita.
Domenica mattina prossima. Nah, siamo ai mercati di Natale. Eh, sì. Di già. Non è troppo presto. In Svezia non è mai troppo presto. Cosa, cosa? Vuole veramente togliere ai nostri assistiti la visita di un personaggio inventato al quale non credono più con una visita a personaggi reali? Babbo Natale è intoccabile. Senza neanche nominare i regali…
Come? Mi faccia controllare. Beh, sì. Giovedì pomeriggio cred… ah, no. È il compleanno del vicino di casa italiano. Entrambi invitati. Ho visto male. Niente da fare. Cioè… tanto da fare, troppo da fare, intendevo dire. Eh eh eh.
Eh lo so, i miei assistiti sono molto impegnati. Sa com’è con questi giovani d’oggi. Non si può far mancare loro nulla. Nulla. Sono tutte attività importanti per il loro benessere psicofisico. Dovrebbe saperlo anche lei.
Perché le sto dando dei lei? Hm… in effetti non lo so, mamma. Mi sono lasciato prendere dalla frenesia di tutti questi impegni.
Sì, in effetti, venerdì prossimo potremmo anche prendercelo libero e guardarci in tranquillità il nuovo film della Pixar, sdraiati sul divano, coccolandoci sotto una copertina morbida e abbuffandoci di popcorn caldi. Semplice ed Elementare.
Hai ragione, mamma. Dobbiamo proprio darci tutti una calmata.


venerdì 17 novembre 2023

ITALIENAREN – In letargo

È arrivato quel periodo dell’anno. Quello che pochi aspettavano, che pochi vorrebbero, ma che ha la sua funzione. È il momento giusto per nascondersi, chiudersi in casa, sbarrare le finestre, battere i denti, stringersi alle persone care e accumulare le provviste per il lungo inverno che arriverà inesorabile. È arrivato il terribile novembre.
È il momento di andare in letargo, come fanno gli animali e la natura. Gli orsi al parco di Skansen trovano una tana al calduccio e al riparo dalle intemperie e dallo sguardo indiscreto dei turisti avidi di foto. Le foglie ormai gialle, arancioni e rosse degli alberi si ritirano dai rami e si accucciano sui marciapiedi e dentro i tombini nelle città oppure distese sui prati o sotto un sottile strato di neve in campagna. Il sole pallido e intimorito si nasconde dietro le soffici nuvole grigie e col passare dei giorni diventa sempre più bravo a sparire anche dietro l’orizzonte.
Gli oggetti non sono certo da meno e si ritirano allo stesso modo. I tavolini da esterno dei bar e dei ristoranti si ripiegano su sé stessi e si rifugiano in un magazzino accanto alle ragnatele. L’arredamento in vimini dei balconi e delle verande si copre con un telone impermeabile in attesa di temperature più miti. Gli pneumatici estivi delle automobili si stivano nelle cantine dei proprietari oppure nei depositi dei meccanici, impilati insieme a tutte le altre gomme. Le biciclette che non hanno il coraggio di indossare i copertoni chiodati ed esporsi al rischio di scivolare sulle lastre di ghiaccio della strada si abbandonano nei garage condominiali, legate ad una catena nella speranza che qualcuno le abbeveri ogni tanto con un po’ di olio. La copertina leggera di cotone del letto matrimoniale si piega in sei parti, prende il posto del piumone nella grande busta di plastica sottovuoto e va a fare compagnia alla polvere sotto il letto.
Anche le abitudini e i comportamenti umani subiscono radicali variazioni in novembre. Le pance e gli ombelichi scoperti delle ragazze – le adolescenti in generale e le caviglie in particolare fanno eccezione – si rintanano sotto maglioncini caldi e coprenti (sigh). Le maniche corte dei ragazzotti svedesi si proteggono alla buona sotto giacche che devono essere rigorosamente leggere in modo tale da fare intravedere il testosterone. Per quanto mi riguarda, io, le mie energie e la voglia di lavorare si afflosciano sul divano senza troppe aspettative, in attesa di tempi migliori. In fin dei conti, se non degenera in depressione stagionale, non è poi così una brutta ide(a).
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/In-letargo/

lunedì 13 novembre 2023

RACCONTI – Tiro alla fune

Da una parte un gigante forzuto. I suoi muscoli sono tesi allo spasimo sotto la canottiera rossa alla Arnold Schwarzenegger degli anni ‘70. Le vene scoppiano schiacciate tra i bicipiti ingrossati e la pella tirata. La sua faccia si contrae in espressioni esasperate. Sta sudando come un maratoneta e sta mettendo tutta la forza che ha dentro di sé per portare la corda verso di sé.
Dall’altra parte c’è un tipo magrolino. I suoi occhiali hanno le lenti spesse e la montatura nera di gomma rigida. Il suo sguardo è mefistofelico e la sua espressione facciale sottolinea la sua scaltrezza e preparazione. Tiene la corda con due dita come se gli facesse schifo, ma grazie alle sue subdole capacità manipolative del pensiero è come se avesse una forza insuperabile.
I due titani sono alla pari. Entrambi tirano la corda con la stessa intensità e potenza. Ognuno di loro ha i propri metodi infallibili. Entrambi sanno quello che stanno facendo. Entrambi sono convinti di vincere.
E io?
Io sono in mezzo. Trascinato a destra e a sinistra, in avanti e indietro da questi due enti immaginari che non mi lasciano in pace. Succede spesso.
Questa mattina ne è stato un esempio.
È lunedì. Sono le sette, ma sono sveglio da venti minuti. Ho appena finito di fare colazione e sono ancora in pigiama. Ho lasciato dormire un po’ i bambini. Dormono in due letti vicini e si tengono la mano. Sono così carini e soprattutto così silenziosi quando dormono che mi dispiace doverli svegliare, ma è ormai giunto il momento di alzarsi dal letto e andare in cucina dove latte e cereali li aspettano.
Apro le tende per fare luce, ma non ha nessun effetto perché fuori è ancora buio. Mollo un urlaccio che li intima ad alzarsi ma non vengo ascoltato. Scosto le coperte e l’unico risultato che ottengo è una contrazione involontaria dei loro muscoli condita da un paio di mugugni.
Ci vuole qualcosa di più. Qualcosa di più forte. Ci vuole l’artiglieria pesante. Mi abbasso e scuoto mio figlio più piccolo nel tentativo di trascinarlo via dal mondo dei sogni. In tutta risposta lui si gira di scatto e mi arpiona il collo con le sue braccia calde dalla notte appena trascorsa. Perdo l’equilibrio e cado sul letto al suo fianco. Il mostriciattolo piovra di cinque anni ne approfitta per spostarsi velocemente verso di me e mi blocca anche con le gambe. Sono immobilizzato.
Ed è proprio in quel momento che inizia il tiro alla fune tra i due titani sopraccitati, il muscoloso energumeno e il diabolico manipolatore.
Non posso, dice subito il cervello. Rilassati, suggerisce il corpo. Io do un bacio a mio figlio sulla guancia soffice e rotonda.
Dovete andare a scuola e io al lavoro, protesta il cervello. Non senti quant’è morbido il materasso, fa notare il corpo. Io ricambio l’abbraccio.
In effetti giusto oggi non c’è fretta, constata il cervello. È così piacevole qui, sorride il corpo. La mia mano si sposta magicamente sulle coperte e le sistema sopra le nostre spalle.
Non posso accettare di arrivare troppo tardi al lavoro, analizza il cervello. Goditi questi momenti perché non torneranno quando questi due saranno adolescenti e non vorranno più neanche farsi sfiorare, sussurra il corpo. Io allungo una mano sulla spalla dell’altro figlio disteso poco più in là e lo accarezzo.
Sto diventando un pigrone smidollato, si lagna il cervello. Dormi, sentenzia il corpo. Io non faccio niente.
Il sole non è ancora sorto. La mia mano prende gli occhiali e li appoggia sul comodino. Le palpebre sono pesanti e non oppongono resistenza. Si sta così comodi distesi nel letto, al calduccio. Il corpo ha ragione. Non c’è fretta. Oggi vince lui. Mi dispiace cervello. Non c’è impegno che regga il confronto di stare abbracciati ai tuoi figli di cinque anni e sette anni in un uggioso lunedì mattina di novembre. La mia faccia è all’altezza della loro. Non c’è niente che mi possa togliere da qui. Io e i bambini siamo tutt’uno. Inspiriamo ed espiriamo in sincrono. Tutto emana armonia celestiale. Loro mi respirano in faccia e io…
Noooo, urla il cervello. Mi hai fatto prendere un colpo, sussulta il corpo. Io apro gli occhi di colpo.
La fiatella nauseabonda mattutina dei miei figli dà la scossa definitiva alla partita. Il cervello ritrova forze inaspettate. Io mi scosto dalla posizione fetale che avevo assunto e mi allontano dall’odore fatale dell’alito.
Sono le sette e venti, va in panico il cervello. Aspetta, hai ancora bisogn… il corpo non fa in tempo a replicare e io sono già in piedi.
Maledetto cervello. Alla fine ha vinto ancora lui. Con la sua insensibile astuzia l’ha spuntata anche questo lunedì.

mercoledì 8 novembre 2023

ITALIENAREN – Spa

Una promessa è una promessa. Soprattutto se è un regalo. Specialmente se si tratta di spa.
Non sto parlando di un biglietto per andare a vedere il Grand Prix del Belgio di Formula 1 e nemmeno la pazza idea di aprire una società per azioni. Mi riferisco, invece, a un centro benessere: bagni caldi, saune e relax. Un dono per il compleanno di mia moglie.
Il progetto è semplice: scegliere una giornata infrasettimanale, chiedere ferie dal lavoro e prenotare in una delle tante bellissime spa che Stoccolma offre. Fatto. Ora basta solo liberarsi dei bambini. Come fare senza incappare in qualche crimine e senza coinvolgere i servizi sociali? Così: prepariamo una borsa leggera con il cambio, lasciamo i bambini a scuola e io e mia moglie fuggiamo in macchina come ladri pronti al delitto perfetto. Scappiamo prima che i due marmocchi si voltino e in men che non si dica siamo diretti verso la nostra meta. Usciamo dal traffico cittadino e man mano che ci allontaniamo ci ritroviamo sempre più immersi nel verde dell'arcipelago stoccolmese finché giungiamo a destinazione.
Il personale della spa ci fornisce costume, accappatoio e ciabatte e siamo pronti. Dopo gli ultimi giorni di lavoro io sono teso come uno spaghetto. Provvedo subito a immergermi nell'acqua a 39 gradi e comincio ad ammorbidirmi. Mi piego ma non mi spezzo, da bravo spaghetto italiano. Manca il sale ma non importa. Anzi c'è anche quello, mi correggo, ma serve per il bagno turco.
Non faccio in tempo a sciogliermi un po' che è arrivato il momento delle attività che il centro propone. In ritardo e in palese contraddizione con l'atmosfera di calma e armonia, corriamo verso la classe di Yin yoga. Nonostante sia rigido come un colonnello tedesco della DDR in pensione mi metto diligentemente nelle posizioni suggerite e ascolto il mio corpo. Lo faccio talmente bene che a un certo punto sento uno strappo. Temo sia il muscolo quadricipite della coscia o che mi sia scappata una puzzetta, ma per fortuna è solo il costume che si è un po' lacerato a lato. Niente di grave. Respiro profondamente. Il corpo e la mente si mettono per una volta tanto d'accordo e comincio a sentire i benefici della pratica ascetica. Suona il gong ed è purtroppo già ora di lasciar spazio ad altre classi. Infatti il programma propone mezz'ora di completo silenzio, immersi nella profondità dei propri pensieri. Rimango senza parole: da quando sono diventato padre non so più cosa sia. È un'attività che consiglio vivamente ai miei figli ma temo che non la praticheranno mai. Vorrei rimanere ma passo oltre perché con tutta l'acqua che ho bevuto devo andare assolutamente in bagno.
Quello che invece non mi perdo è la meditazione sonora con le campane tibetane. È una meditazione accompagnata dal suono e dalle vibrazioni provocate da ciotole di metallo simili a insalatiere o scodelle per la zuppa calda di diverse grandezze. Le sensazioni sono estremamente piacevoli e tranquillizzanti. L'insegnante – la stessa della classe di yoga – si è trasformata in una deejay, o una batterista heavy metal se si preferisce, con tutte le ciotole disposte a semicerchio davanti a sé. Il suo concerto è meraviglioso e molto distensivo per i nervi. Dopo pochi minuti spalmato bellamente sul pavimento perdo il contatto con il mondo dei vivi. Nonostante mi senta pesante come una betoniera di cemento, Morfeo mi trasporta via lontano oltre l'orizzonte trascinandomi per i talloni. Mi risveglio ogni tanto per il mio stesso russare e quando la classe finisce non ho nessuna voglia di andarmene. Farfuglio "Mamma, ancora cinque minuti!" mentre mia moglie mi toglie senza pietà la copertina calda e mi espone ai freddi venti nordici che mi congelano anche i pensieri.
Dopo un pranzo sopraffino c'è ancora tempo per esplorare la spa. Faccio una ripassata ai bagni termali, sia per il corpo sia per i piedi. Per curiosità provo subito il bagno turco che mi lascia senza fiato come solo quelli che hanno mangiato aglio in abbondanza sulla metropolitana affollata sanno fare. Non appena metto mezzo piede dentro, infatti, sento il respiro mancare a causa del calore e dell'umidità che mi assale. Resisto pochi minuti e passo oltre. Visito la sauna a 80 gradi con annessa immersione nell'acqua ghiacciata per riattivare la circolazione e far scomparire i testicoli e scopro anche l'esistenza della Ganbanyoku, una sauna a 40 gradi dove è possibile riposare più a lungo grazie alla temperatura più abbordabile. Neanche ci fosse bisogno di spiegarlo, faccio una capatina nel mondo dei sogni anche qua.
Il tempo passa in fretta e dopo aver fatto merenda a base di frutta e tè verde – compenserò più tardi a tutta questa botta di vita sana con un bel cornetto zozzo al cioccolato – ci accorgiamo che è ora di ritornare a casa e recuperare i bambini a scuola. Non ho rimpianti. Sento che è arrivato il momento di andare. Anche perché dopo sei ore di bagni e sauna di ogni tipo può pure capitare che ci si rompa un po' i coglioni e si voglia tornare alla vita di tutti i giorni.
Ci cambiamo, usciamo dalla spa, prendiamo la macchina e ci ributtiamo nel traffico cittadino. Guido in scioltezza senza mai avvicinarmi neanche lontanamente al limite di velocità. Sento l'odio degli automobilisti bloccati dietro di me nelle stradine strette che non riescono a superarmi e il loro clacson infuriato. Io però sono impassibile e non reagisco. Mi sento un'ameba senza spina dorsale, un budino senza consistenza, un involucro di pelle che contiene tutti gli organi e le ossa frullate assieme. Non importa. Dopo questa giornata sono in pace con me stesso e con il mondo. Se mi fermasse la polizia potrebbe però sospettare che sia sotto uso di stupefacenti ma neanche questa preoccupazione mi sfiora. Tutto mi scorre a lato senza impensierirmi come un ruscello di acqua pura e rigenerante. Ora mi sento leggero nell'anima e nel corpo. La leggerezza però si percepisce soprattutto nel portafoglio.
 
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giovedì 2 novembre 2023

ITALIENAREN – Perline

Sto cercando il prossimo libro da leggere nella libreria di casa. La mia concentrazione è totalmente dedicata alla ricerca di uno specifico romanzo che so di aver acquistato qualche anno fa e che ora è diventato il prescelto. Scorro con le dita tra i volumi incastonati e alla fine mi appare in tutto il suo splendore e saggezza. È arrivato il suo momento. Lo estraggo con foga dalla pila degli altri libri e all'improvviso sento cadermi addosso una pioggia di perline. Non è una metafora per esprimere la gioia per aver trovato il libro giusto da leggere, è proprio una pioggia di perline di plastica vere. Avevo dimenticato di averle lasciate là sopra i libri qualche ora prima a riparo dalle mani maldestre dei miei figli che avrebbero potuto fare danni incalcolabili al lavoro che avevamo iniziato insieme. Ci metto un paio di secondi per rendermi conto di quello che è successo e subito dopo impreco per la mia goffaggine. Urlo troppo forte e sveglio mio figlio che si era addormentato da poco dopo il rituale della lettura della storiella serale. Oltre che maldestro, dunque, sono anche stupido per aver gridato e averlo svegliato. Lui si dispera perché gli ho rovinato la pärlplatta incompiuta a forma di labirinto che avevamo iniziato a preparare poche ore prima.
 
Cosa è una pärlplatta? È una piastrina di plastica rigida sulla quale si possono appoggiare, una ad una da bravo amanuense medievale, delle perline di plastica riciclata a forma di minuscoli rotoli di carta igienica di diversi colori per formare uno schema o un pattern, un po' come in un mosaico. Trasformandosi poi in un'efficiente casalinga di Voghera si può passare sopra il ferro da stiro per consentire al calore di fondere la plastica quel tanto che basta da far tenere unita la composizione. Con una pärlplatta ci si può sbizzarrire in moltissime creazioni: non solo semplici targhette decorative con disegni e figure di ogni tipo dando completamente sfogo alla fantasia, ma anche addobbi per l'albero di Natale, spille, braccialetti, ciondoli e collane, orecchini oppure addirittura dei coloratissimi sottobicchieri. La pärlplatta è un'espressione artistica tipicamente svedese. Infatti è stata inventata e patentata da Gunnar Knutsson a Vällingby (nella periferia di Stoccolma) all'inizio degli anni '60. Io non ricordo di averci mai giocato da bambino in Italia ed è un peccato perché è davvero divertente e creativa. È anche molto meditativa in quanto posizionare una perlina alla volta con cura e precisione richiede concentrazione e presenza mentale. È anche molto "bestemmiativa" purtroppo perché quando le perline non vogliono saperne di stare ferme, sfuggono alla presa delle mie ditone paffute oppure cadono e si disperdono sul pavimento di casa diventa complicato e faticoso ritrovare la pazienza e ricominciare. Inoltre è un modo fantastico per passare più tempo con i bambini e realizzare un progetto assieme, nonostante spesso la pärlplatta inneschi il mio atavico perfezionismo e appena mi accorgo che i bimbi sbagliano o fanno confusione, di solito dopo cinque minuti, sono costretto ad allontanarli come farebbe un burbero buttafuori con i clienti molesti all'ingresso dei locali notturni oppure come un arbitro severo ma giusto quando espelle un giocatore per un brutto fallo.
 
Ora posso chiudere la parentesi e ritornare alla mia disperazione per aver fatto volare giù dalla libreria tutte le perline della pärlplatta che stavo costruendo per mio figlio. Non ce la faccio a vederlo così mogio e devo promettergli che riparerò al mio errore. Gli do un bacio e lo mando a dormire perché ormai sono già le otto e mezza passate. Lui sembra soddisfatto e io mi rimetto al lavoro. Punto una lampada ben illuminata sul tavolo da lavoro, mi rimbocco le maniche, inforco gli occhiali e afferro una pinzetta per completare questa semplicissima placchetta di perline da circa settecento pezzi. Mi sento Gil Grissom di CSI mentre analizza i suoi insetti. Abbasso quindi la testa e lavoro sodo e con attenzione… e finisco in un lampo. Facile.
— Ecco fatto! Eh che ci voleva? Ci avrò messo cinque, dieci minuti?
Nessuno mi risponde. È buio e silenzioso attorno a me. Nessuna macchina gira per le strade della città. Comincio ad avere un brutto presagio. Alzo gli occhi verso l'orologio appeso al muro e sbianco. Sono le due e mezza di notte. I muscoli delle spalle e del collo mi dolgono da morire e domani devo andare al lavoro. Per la disperazione sbatto la testa sul tavolo, ma le vibrazioni fanno traballare la pärlplatta che infine si rovescia e fa cadere di nuovo tutte le perline.
Inspiro profondamente. Cerco di trattenere l'uragano di bestemmie che sento dentro i polmoni, ma non ce la faccio.
Tre secondi più tardi tutti gli abitanti del palazzo si svegliano nel cuore della notte.
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
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