mercoledì 30 novembre 2022

RACCONTI – Remember, remember…

Remember, remember...
Atto unico

Novembre. Prova generale dello spettacolo “Sentiamoci bene” in un teatro di periferia di Stoccolma.
REGIA — (Sul palco dà indicazioni agli attori. È incazzata, come sempre) Porca miseria Salute, siamo professionisti! Non siamo qui a fare le cose per sport!
SPORT — Che c’entro io ora?
REGIA — Non ho detto per Sport… ho detto per sport, è chiaro?
SPORT — Chiaro, chiaro!
REGIA — Allora, dove eravamo rimasti? Ah sì, siamo professionisti. Lo so che l’ultimo mese di prove ha fatto schifo, ma domani abbiamo la prima e dobbiamo fare gli ultimi sforzi!
SALUTE – Va bene, capo. Mi spremo ancora un po’. Entro in scena e mi metto subito a sgobbare.
REGIA — Esatto! Così ti voglio. (Pausa durante la quale esce di scena e si mette in cabina di regia) Bene. Ricominciamo.
 
SALUTE — (Recitando e trascinandosi in scena) È mercoledì… uff… ora di pranzo... troppo tardi per sentire l’effetto rinvigorente di domenica scorsa e troppo presto per puntare al fine settimana successivo… uff… dovrei prendermi una pausa… Sì mi sa tanto che mi prendo un giorno libero! (Pausa più lunga)… mi prendo una pausa, un giorno libero… (pausa ancora più lunga)… non lavoro… uff…
 
REGIA — (Da fuori scena) Stop! Ma si può sapere dove cazzo è Lavoro? (Grida) Lavoro!
TUTTI — (Gridano e cercano dietro le quinte) Lavoro!
SPORT — (Rivolgendosi in regia) Coach, ho cercato di corsa dappertutto e non lo trovo.
REGIA — Ma come è possibile. Pensavo che fossimo tutti qui. (Al tecnico audio/luci) E tu perché ridi?
TECNICO — (Sghignazzando sotto i baffi) Non sto ridendo.
REGIA — Qualcuno di voi ha visto Lavoro a inizio prove?
LAVORO — (Entra trafelato dall’ingresso del teatro. Ha il fiatone e fatica a parlare) Eccomi! Scusate… è che… è che stamattina… è successo qualcosa di strano… (il tecnico ridacchia) non so bene come ma… ma mi è suonata la sveglia più tardi e quindi ho fatto tutto con un’ora di ritardo.
REGIA — (Capisce tutto e parla al tecnico) Sei stato tu vero?
TECNICO — (Cerca di trattenere le risate) A fare cosa?
REGIA — Hai spostato la lancetta dell’ora indietro di un’ora nella sveglia di Lavoro così è arrivato in ritardo.
TECNICO — (Non si trattiene più) Ma no… sarà stato il mio predecessore. Come potrei averlo fatto io! Non è legale! (Scoppia a ridere)
REGIA — Ma io ti ammazzo, sai! (Lo insegue) Io ti caccio a calci in culo! (Rinuncia a prenderlo e si ricompone) Andiamo avanti dai. Allora, ora Lavoro è pronto e si mette in posizione. (A Lavoro) Mi raccomando, interrompi Salute quando vuole prendersi un giorno di vacanza, ok? Andiamo!
 
SALUTE — (Recitando e trascinandosi in scena) È mercoledì… uff… ora di pranzo... troppo tardi per sentire l’effetto rinvigorente di domenica scorsa e troppo presto per puntare al fine settimana successivo… uff… dovrei prendermi una pausa… Sì mi sa tanto che mi prendo un giorno libero!
LAVORO — (Recitando) No! Non puoi! (Risata satanica) Non te lo permetterò. Non ti do le ferie. In vacanza ci vai solo a Natale!
SALUTE — Eh dai. Almeno un giorno. Non chiedo tanto.
LAVORO — No, devi lavorare per me ininterrottamente fino al 24 dicembre.
SALUTE — Non ce la faccio. Sto male. Mi manca la vitamina D e poi… (pausa. È confusa perché vede cadere foglie gialle, arancioni e rosse dal soffitto)
LAVORO — (Cerca di improvvisare) E poi, cosa? Un’altra delle tue lamentele?
 
REGIA — (Sussurra al tecnico) Ma che cacchio stai facendo?
TECNICO — Ah, non dovevo farle cadere ora?
REGIA — No, imbecille! Le foglie sono già cadute nel primo atto. Falle smettere. (Più ad alta voce agli attori in scena) Andate avanti, fate finta di niente.
 
SALUTE — (Recitando) E poi se non mi dai ferie io ti lascio e vado con Famiglia e mi faccio mantenere da Hobby!
LAVORO — (Ride fragorosamente) Questa è bella! Ti fai mantenere da Hobby? Chi quel nanerottolo con l’aria sognante? Ma se non riesce a mantenere neanche sé stesso.
BUIO
 
LAVORO — Ma come? Buio così presto?
TECNICO — Beh, sul copione c’è scritto così.
REGIA — No, no e no! Non ci va il buio adesso. Stai leggendo il copione vecchio.
TECNICO — Non è possibile: il copione è sempre lo stesso ogni anno.
REGIA — E invece quest’anno abbiamo deciso di cambiarlo.
TECNICO — Ma non si può…
REGIA — Si può, si può. Io sono Regia e io decido. Ora fai il bravo e metti su una bella luce gialla forte. Apri tutto. Smarmella la scena!
 
LAVORO — (Recitando) Questa è bella! Ti fai mantenere da Hobby? Chi quel nanerottolo con l’aria sognante? Ma se non riesce a mantenere neanche sé stesso.
SPORT — (Entra con due barattoli in mano) Non ti preoccupare Salute. Ti salvo io: ecco le endorfine… e se vieni fuori con me ti do anche questa.
SALUTE — Cos’è?
SPORT — Vitamina D.
SALUTE — Ah… temo che non mi basti.
 
REGIA — (Tra sé, mentre gli altri recitano) Che è sta luce? (Sottovoce al tecnico) Ti ho detto luce gialla forte, non grigia e triste. Che roba hai fatto? Alza. Oh, alza! (Si guarda attorno) Ma dov’è? Dov’è sparito quell’imbecille…
HOBBY — (È un tipo basso. Entra piangendo) Il tecnico mi ha insultato.
REGIA — Cosa?
HOBBY — Ha detto che non valgo niente e che non andrò mai da nessuna parte.
REGIA — Ma non è vero!
HOBBY — Ha detto che sono sopravvalutato e che tutte le bugie che mi racconto hanno le gambe corte… e poi ha indicato le mie gambette! (piange più di prima)
TECNICO — Non ho detto proprio così… e comunque lo pensano tutti qua dentro ma nessuno lo dice…
REGIA — Stai zitto tu, disgraziato! (Si avvicina a Hobby come una mamma premurosa) Hey, hey, hey… vieni qua! Tu sei piccolo sì, ma hai un sacco di energia che trasmetti a tutti. Se non ci fossi tu Salute starebbe da schifo!
SALUTE — Beh, a dire il vero, le paranoie di Hobby non è che mi fanno stare sempre così bene…
TECNICO — Vedi che ho ragione!
REGIA — (Dà un’occhiataccia a Salute e al tecnico) Ssst! Insomma. Stiamo cercando di recuperare la tenuta psicologica di un collega in difficoltà.
FAMIGLIA — Ci penso io! (abbraccia Hobby che un po’ alla volta smette di piangere)
HOBBY — Sto già meglio.
REGIA — Grazie Famiglia. Cosa farei senza di te. (Famiglia lo tiene stretto) Sì, ma ora lasciami stare. Staccati dalle mie gambe.
SPORT — Poi ci do un’occhiata anch’io: con una bella cors…
TUTTI — (Lo anticipano) …corsetta all’aria aperta o un po’ di esercizio in palestra passa tutto in fretta!
REGIA — Lo sappiamo Sport. Lo sappiamo.
SPORT — E allora perché non lo fate?
REGIA — (Pausa d’imbarazzo) Hm… andiamo avanti. Ci siamo tutti? (Gli altri annuiscono) Bene.
 
SPORT — (Recitando. Entra con due barattoli in mano) Non ti preoccupare Salute. Ti salvo io: ecco le endorfine… e se vieni fuori con me ti do anche questa.
SALUTE — Cos’è?
SPORT — Vitamina D.
SALUTE — Ah… temo che non mi basti.
FAMIGLIA — Certo perché hai bisogno anche dei miei abbracci.
HOBBY — …e della mia neve!
 
REGIA — Stop! Neve? Come neve?
HOBBY — Ne ho trovata una montagna proprio dietro l’angolo.
REGIA — (Al tecnico) Dimmi che tu non c’entri niente!
TECNICO — Ma un po’ di neve ci sta, dai! È il periodo giusto.
REGIA — No, noi non la vogliamo. (Agli altri) Vero?
TUTTI — No, non vogliamo la neve!
REGIA — Ecco. Visto? Niente neve. Bene, ora ricominciamo: entra Famiglia e dice “Certo perché hai bisogno dei miei abbracci.” E poi Hobby dice “…e della mia penna!” Non della mia neve. Andiamo, dai. Tutti in posizione. E Luci. (Pausa) Luci! (Pausa) Ho detto luci!
TECNICO — Stavo spalando la neve, ora le met…
REGIA — (Sbotta contro il tecnico) Oh, senti Novembre, hai rotto il cazzo! Sei il peggior tecnico luci che abbia mai visto per il nostro spettacolo “Sentiamoci bene”. Sei licenziato!
TECNICO — Mah, io… veramente…
REGIA — Ce la caveremo anche senza di te. Anzi, guarda: il tuo sostituto è già pronto alle porte d’ingresso. Fatelo entrare, va’.
DICEMBRE — (È un tipo grassottello, con barba e baffi bianchi, vestiti larghi rossi e bianchi. Entra un po’ impacciato, tutto aggrovigliato nelle luci multicolori natalizie. Ha un sorriso smagliante) Oh oh oh! Saluti a voi gente! Ho pensato a una canzoncina che scalderà gli animi. (Fa partire “Last Christmas” degli Wham!)
REGIA — (Mettendosi le mani davanti alla faccia) Oh mio Dio! E domani abbiamo la prima!
 
BUIO (Questa volta per davvero)

venerdì 25 novembre 2022

IL LAVORATORE – Neve!

Sabato
Neve! Che bello: tanti piccoli fiocchi bianchi che cadono dal cielo e illuminano la giornata. Corro a prendere lo slittino (no, non perché lo voglio io, ma perché lo vogliono i miei figli, sia chiaro), scendo in cortile con carote, fagioli e un peperone per fare un minestr… no, per decorare la faccia del pupazzo di neve gigante, preparo un igloo per poterci restare la notte e risparmiare un po’ sulla bolletta del riscaldamento e costruisco una barricata per la colossale ed epica battaglia a palle di neve tra famiglie del vicinato.
 
Domenica
Mi sveglio presto la mattina (no, non perché lo voglio io, ma perché lo vogliono i miei figli, sia chiaro) e scosto le tende della camera: neve. Evviva! Ne è scesa altra anche durante la notte e ora tutta la città è veramente ricoperta da un soffice strato di gelato pronto ad essere assaggiato nei suoi mille candidi gusti: fiordilatte, crema, cocco, vaniglia, limone, cioccolata… hm no, bambini, gli ultimi due gusti lasciateli stare. Mi tuffo a testa sul cumulo di neve dal balcone di casa anche se so che dovrò mettere ad asciugare tutti i vestiti sul termosifone per tutta la notte, ma chissenefrega, ormai non succede così spesso di godersi queste belle giornate.
 
Lunedì
Ha nevicato ancora: tutta la notte e tutto il giorno. Evviv… no, ora Ebbasta! Oggi è un lunedì qualsiasi di fine novembre e si lavora. Non voglio affrontare l’Odissea del viaggio in metro, arrivare fradicio in ritardo e dover comunque constatare che i miei pazienti gradualmente cancelleranno tutte le visite della giornata fino a ritrovarmi con gruppi di terapia formati da due persone: io e una altra persona, la mia collega.
 
Martedì
Slask! Questa è la parola del giorno da imparare in svedese. Credo che si possa tradurre come fanghiglia, quella che si forma quando c’è ancora tanta neve ma molta di essa comincia a sciogliersi perché siamo ancora sopra lo zero. Poltiglia che forma delle simpaticissime pozzanghere di acqua e melma sui bordi delle strade. Un miscuglio malefico che neanche una strega incazzata potrebbe pensare di preparare.


Ah, la neve a novembre. Quanti ricordi… la mia mente corre subito al 2016, per esempio, quando mio figlio aveva circa 5 mesi, mia moglie era a casa in maternità e io assonnato ero al lavoro, bloccato dalla neve caduta copiosa a formare uno strato di circa 40 centimetri. Fu la peggiore tempesta degli ultimi cent’anni. Non male se ti trovavi dall’altra parte della città, il servizio pubblico era inesistente e tutti i taxi occupati e/o bloccati. L’unica soluzione fu farsi una decina di chilometri a piedi nella tratta Nacka-Stoccolma, in compagnia di colleghi e migliaia di altri lavoratori desiderosi di tornarsene al calduccio di casa. Una bella passeggiata di salute, respirando gas di scarico di tutte le macchine imbottigliate nel traffico a colonna ininterrotta tra periferia e città.
 
Ritorno al presente ma non sembra essere cambiato molto: ritardi della metro talmente alti da far invidia a Trenitalia; tratte dell’autobus cancellate con i gestori del trasporto pubblico che come ogni anno cadono dalle nuvole assieme alla neve, sorpresi dal clima di novembre; automobilisti che spalano metri di neve attorno all’automobile con la paletta della sabbia dei figli per uscire dal parcheggio e appena possono scivolano letteralmente via sulle strade ghiacciate. Mi scappa un ghigno maligno al pensiero di quei coglioni che sono stati così sprovveduti da non essere ancora passati alle gomme invernali… ma il sorrisetto mi si ferma in gola. Aspetta un momento: merda, io sono uno di loro!

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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/neve/

lunedì 14 novembre 2022

RACCONTI – I corti (2)

143380… 2388… 39,8…
Bevo un caffè amaro. Ne bevo un altro.
142200… 2370… 39,5…
Dovrei cominciare a fare qualcosa.
139500… 2325… 38,75…
Non ho voglia di andare avanti ma devo. (Devo davvero?)
136800… 2280… 38…
Bevo un terzo caffè. Basta!
134400… 2240… 37,3333333333…
Sono troppo nervoso (ma va’?) Non ce la posso fare.
131220… 2187… 36,45…
Sto impazzendo. Sto dando i numeri.
130500… 2175… 36,25…
Tra poco ci sarà il pranzo e ci sono ancora:
129900 secondi… 2165 minuti… 36,083 ore…
tra me e venerdì pomeriggio… e poi la prima settimana di lavoro dopo una di malattia sarà finita.
 
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Devo rimanere fermo. Devo tenere gli occhi chiusi. Sono costretto a letto. Il sensore è posizionato sulla mia carotide. Si assicura che il mio battito sia presente, che io sia presente. Non ho scampo. Se solo provo a muovermi di un centimetro mi pianta le unghie sui fianchi e minaccia gli zebedei con le ginocchia. Fa male solo a pensarci.
Se uno dei due mi blocca, l’altro mi costringe a parlare. Non vorrei, ma devo. Devo raccontare tutto. Non bastano una, due o tre volte. No, devo raccontare proprio tutto. Quando ormai la voce è rauca e la presa sul collo si è allentata, loro sono soddisfatti.
Li sento russare. È il segnale. È il momento di andarsene. Molto lentamente. Molto silenziosamente. Altrimenti sarebbe la fine per me. Metto un pupazzo al mio posto ed esco dalla camera dei bambini dopo una maratona di storielle e di racconti.
 
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C’è un momento nella vita nel quale hai tutto quello che vorresti: compagnia di buoni amici, musica per le tue orecchie, cielo limpido e stellato sopra la tua testa. Tutto gira per il verso giusto e tutto ti è chiaro davanti agli occhi. Ti gusti una birra fresca in una calda sera estiva. Non potevi chiedere di meglio. Sei felice.
All’improvviso, però, succede quello che non ti aspettavi. Succede quello che più temevi e che assolutamente non volevi.
In un attimo tutto cambia e la vista si occlude. Cerchi di cambiare le cose ma la situazione non si smuove di un solo centimetro. Provi a fare quello che puoi ma ti senti impotente di fronte a qualcosa di così alto. Non ci vedi più dalla rabbia. La frustrazione prende il sopravvento. Cerchi di goderti lo stesso la serata, ma sai che non è più la stessa cosa. Nel frattempo la birra si sgasa e la musica finisce.
Il concerto dei vegliardi Jethro Tull è stato comunque bello (55 anni di attività e non sentirli) ma sarebbe stato sicuramente meglio senza uno spilungone Telespalla Bob che si siede nel posto davanti al tuo appena iniziato il concerto.

mercoledì 9 novembre 2022

RACCONTI – La bisca

La stanza è avvolta in una nuvola di fumo. Il lampadario a sospensione illumina solo il tavolo da gioco e il resto è in penombra. La luce scende dal soffitto come una vedova nera che tesse la sua tela. Di veleno se ne vedrà molto stasera. Tutti ne sono certi.
Le carte sono state mescolate a dovere. Nessuno ha imbrogliato. Le bevande forti sono state servite su bicchieri tumbler colmi di cubetti di ghiaccio. I dadi e le monete tintinnanti sono sparse ai lati. Tutto è disposto come da copione sulla tovaglia verde perfettamente tesa. Il tavolo da gioco è dunque pronto.
Mancano solo loro: i giocatori!
 
Il primo a entrare è il campione in carica e il protagonista assoluto di queste serate. Lui è il Boss. Lui è l’esperto. Ha fatto di questo gioco non solo una passione, ma quasi una professione e uno stile di vita. Entra spavaldo e deciso nella sala. È concentrato sul suo obiettivo. Non si lascia distrarre dal fumo e si siede al tavolo. Appoggia i gomiti sul tavolo e allunga la mano verso il suo bicchiere. In questo modo mostra il tatuaggio a forma di teschio che ha sull’avambraccio destro. Lui è un duro. Non osate dirgli che quello che ha sul braccio è un trasferello e che quello che sta bevendo non è whiskey ma coca-cola allungata con l’acqua. Rischiereste la vita.
 
Nel momento in cui appoggia il tumbler sul tavolo entra il suo primo sfidante. Lui è il Vecchio. I suoi occhi non si sono ancora abituati alla poca luce della stanza e sbatte il piede sullo stipite della porta. Fa finta che non si sia fatto niente per non dare un vantaggio psicologico al suo avversario. Tossisce per il fumo che abbonda nella stanza ma dice che sono i postumi di un brutto raffreddore di qualche settimana fa. Si avvicina al tavolo da gioco e si siede massaggiandosi la schiena per i dolori. Dà la colpa al tavolo da gioco troppo basso ma in realtà è l’età che avanza. Lo sa lui. Lo sa il Boss. Lo sanno tutti. Può sembrare un po’ rincoglionito ma appena ti distrai ti frega. È la sua tecnica.
 
Poi entra lei. Quella che tutti vogliono. Quella che tutti bramano. Lei è la Gnocca. Ancheggia appena scosta le tendine che la separano dal salone da gioco. Fa l’occhiolino a destra e sinistra. Sorride a ipotetici fotografi. Alla fine manda un bacio volante al Vecchio e dà una carezza sulla testa al Boss. Poi si siede… sul posto sbagliato. Gli altri la fissano e le fanno capire l’errore. Si rialza e va al posto giusto. Beve un sorso, ma dal bicchiere del Vecchio lasciando le impronte del rossetto sul bordo. Chiede scusa e ridacchia spensierata. È confusa? È solo una tecnica micidiale? Nessuno l’ha mai capito. Nemmeno lei. Lei guarda i suoi avversari e si sporge in avanti per scrutare le sue carte. Lei fa sempre così: ti distrai a guardarle le tette e a fine partita di lascia in mutande.
 
Infine arriva anche il più piccolo. Entra quasi di corsa alla ricerca di qualcosa… o per meglio dire di qualcuno. Appena vede la Gnocca infatti le passa vicino e la bacia sul collo lasciandole un filo di bava che gli è uscita dalla lingua a penzoloni. Solo dopo aver soddisfatto questo suo vizietto si accorge dello sguardo allibito degli altri. Così si ricompone, aggrotta le sopracciglia e raccoglie la sfida… che nessuno gli ha lanciato. Ti gela con i suoi occhi azzurri ghiaccio. Ha la pelle morbida e liscia ma spessa come una corazza. Lui è Baby-face. È competitivo al massimo: se provi a buttare giù le carte giuste per vincere, ti minaccia di piangere fino alla mattina successiva, poi si asciuga il moccolo sulla tua camicia e ti batte senza pietà. Se alla fine vince ti sfotte per una settimana.
 
Ora sono tutti pronti. Uno contro uno, uno contro tutti, tutti contro tutti.
Con il proprio mazzo in mano gli sfidanti si guardano di sbieco e trasudano agonismo misto a un filo di paura reciproca da tutti i pori. Si guardano attorno sospettosi e non si fidano di nessuno. Nemmeno della propria mamma. I preamboli sono ormai agli sgoccioli. È ora di iniziare a fare sul serio. Adesso i quattro giocatori sono uno di fronte all’altro e hanno le carte in mano. Qualcuno giubila, altri imprecano. Sono solo strategie di distrazione? Bluff? Solo la fine della partita ce lo dirà. Ognuno di loro posiziona alcune delle proprie carte dal dorso colorato sul campo da gioco, le altre si tengono in mano. Si lancia una moneta per determinare a chi spetta il primo turno e poi tutto può finalmente avere inizio.
La tensione taglia l’aria come una paletta scava nella sabbia fresca ma c’è poco da attendere. Si entra subito nel vivo con attacchi spietati, difese serrate, combinazioni di carte imprevedibili, colpi da maestro e attente pianificazioni. Chi sopravviverà fino all’ultimo? Chi avrà abbastanza energia da lottare ancora? Chi porterà a casa l’ultimo premio?
Solo i giocatori che sono disposti a sputare sangue per la propria squadra saranno in grado di dare risposte a queste domande. In fondo è proprio questo il bello di questo gioco. Questa è la grandezza di una partita di carte poke… poker? No, di una partita di carte Pokemon.

martedì 1 novembre 2022

RACCONTI – Lo straccio

Fuori piove. Anzi no, peggio: pioviggina. Quelle dieci gocce d’acqua al minuto che non richiedono l’ombrello e che aumentano l’umidità e ti bagnano i vestiti.
Fuori è buio. Non nero come la notte. È grigio come un topo. Che è peggio. Perché mette tristezza e incupirebbe anche Pippo o Gongolo dei sette nani.
Guardo il lavello. È pieno di piatti sporchi. Sono lì da ieri sera (o forse sono lì da sempre). Dovrei lavarli ma non ne ho voglia. Lì vicino lo straccio rosa mi aspetta e mi fissa con disprezzo. Sembra che mi dica che dovrei fare qualcosa per migliorare la situazione del lavello, ma oggi no. Oggi non ce la faccio.
Lo straccio però resta lì, davanti a me e non si muove. Non mi lascia andare via. Mi chiedo che cosa gli abbia fatto di male per guardarmi in quel modo. Mi chiedo che cosa voglia da me.
Lo straccio è logoro, strappato ai lati, ha diversi buchi al centro. È adagiato mollemente sulla pila di piatti. Se ne sta lì flaccido ma sembra che stia per cadere da un momento all’altro per farsi inghiottire dalle tazze e dai bicchieri ricolmi di liquame giallognolo e fondi di caffè. Sta in bilico tra il farsi sommergere da altre posate sozze o dal farsi travolgere da un’ondata di acqua gelida e detersivo.
Mi fa pena vederlo così mal messo.
Il lavandino sgocciola con regolarità in cima alla montagna di cose da lavare. Un piatto perde l’equilibrio, si sbilancia e crea una cascata di miscela di acqua e olio sul povero straccio. Lui cerca di ripararsi, piegandosi e sporgendo le braccia, ma non serve a nulla. È l’ennesima doccia fredda di questa giornata uggiosa. Non c’è niente da fare. Oggi non è la sua giornata. A dire il vero va avanti così da lunedì. Questa settimana non è la sua settimana. Da lunedì scorso. Questo mese non è il suo mese. Dovrebbe fare qualcosa per invertire la tendenza. Non so come… magari trovando un posto asciutto, lavando i piatti in Arno oppure sturando lo scarico per far scendere tutta la melma che c’è nel lavello. Nah, non ce la fa. Oggi non ce la fa. Domani, magari.
Lo straccio è sudicio, imbrattato, unto. Il rosa iniziale è ormai diventato un marroncino a chiazze nere. A vederlo così mi fa proprio schifo. Mi avvicino per guardarlo meglio e… bleah! Puzza. Emana fetore di pesce, di uova scadute, di verdura andata a male, di… di marcio. Di marcio ma con un leggero retrogusto di detersivo chimico alla brezza di mare. Una meraviglia insomma. Cerco di allontanarmi ma lui mi fissa di nuovo con sdegno. Non posso andarmene così.
Lo straccio andrebbe cambiato ma non si può. Me lo devo tenere così com’è. O forse potrei cambiarlo, ma costerebbe tempo e fatica. Non è ho voglia. Non ce la faccio. Oggi no. Domani, magari.
Così lo lascio lì zuppo e fradicio. Ripiegato su sé stesso che chiede pietà. Ridotto quasi a brandelli ma che in un modo o nell’altro fa il suo lavoro, che funziona. A volte mi chiedo come faccia, ma ce la fa. Nonostante sia così trasandato, anche oggi ha dato il suo contributo. Oggi sì. Domani, magari.
Forse c’è speranza. Basta che passi un’altra giornata e poi si vedrà.
Fuori non piove, pioviggina. Fuori è buio, non nero ma grigio. Il peggio che il clima possa offrire. Così non è certo d’aiuto.
Mi giro di nuovo verso lo straccio, ma quello che ho guardato finora non era il lavello, ma lo specchio.