Viviamo in un
periodo storico nel quale bisogna fare molta attenzione alle parole che si
usano, quindi per non offendere ed evitare body shaming ai danni del
martedì, per essere più politically correct e più cool nei social
senza perdere nessun concept in inglese, é meglio non associare più la
parola “grasso” al giorno di chiusura del Carnevale (Överviktigtisdag,
in svedese).
Su una cosa però ci
si può concentrare senza problemi (grammaticali ma sicuramente di salute): i
dolci. In preparazione all’ultima abbuffata prima della quaresima, nella mia
testa parte la solita sfida epica tra le prelibatezze italiane e quelle
svedesi. Da una parte abbiamo la cucina nostrana con frittelle e castagnole, ma
anche l’incredibile diversità culinaria dei crostoli, le chiacchiere, le bugie
(anche se devo essere onesto a queste ultime io preferisco le frappe), le cioffe,
gli stracci e i galani. Dall’altro lato, quello giallo-blu, c’è il solo,
inimitabile e gigantesco semla (alcuni dicono la semla per questioni di
bilanciamento di genere ancora nel contesto del politically correct di cui
sopra, ma la sostanza non cambia). Il semla è un dolce tipico svedese che
segue, con alcune varianti, più o meno questa ricetta, fatta con ingredienti
poveri[1]:
un panino zuccherato e speziato al cardamomo viene diviso in due e farcito con
crema alle mandorle e panna montata, si aggiungono un paio di strati d’oro
ventiquattro carati, viene guarnito con piccoli diamanti e infine si conclude
con una spruzzata abbondante di zucchero a velo e rubini in cima all’ultimo
strato di panino. Il tutto servito in una confezione di cristallo. Lo so che
può sembrare assurdo, ma la ricetta deve essere per forza così, altrimenti non
si giustifica il prezzo che le pasticcerie di Stoccolma sparano per ogni
singolo pezzo in vendita. Sembra che prima di colpirle con i grassi saturi, il
semla voglia allenare le arterie cardiache dei consumatori con un infarto
preliminare provocato dall’alleggerimento del portafoglio.
Pur non essendo uno
sfegatato sostenitore del semla, con gli anni ho imparato ad apprezzarlo e a
gustarlo nelle diverse varianti con la vaniglia, il cioccolato, il pistaccio
(non ho dimenticato l’H ma qui lo scrivono proprio così), lo zafferano per i
nostalgici del Natale, i lamponi, il caramello oppure addirittura la
liquirizia. Tra tutte le opzioni me ne mancano ancora alcune, ma ormai non mi
faccio mai mancare almeno un paio di dolci svedesi a febbraio, sfidando
apertamente l’oscura leggenda metropolitana, secondo la quale chi mangia più di
tre semla all’anno rischia seri problemi di salute se non adirittura la morte[2].
Nonostante chiunque
svedese osanni il semla e nonostante ne apprezzi la bontà, alla fine, per
quanto mi riguarda, la sfida tra le due cucine viene vinta ancora una volta dal
tricolore e dalla nostalgia. I crostoli e le frittelle rimarranno sempre nel
mio cuore (anche loro all’altezza delle coronarie). Non è facile trovare i
dolci italiani in vendita in città e non sarebbe difficile prepararli a casa
propria, a patto che poi si sia disposti a buttare via la cucina e sostituirla
con una nuova che non sia appestata dal puzzo di fritto. Per questo motivo non
ne mangio da molti anni e quindi vivo più di bei ricordi d’infanzia che di vere
sensazioni gustative. Sognando a occhi aperti, mi rendo conto che mi mancano
anche altre cose del febbraio italiano, come i carri, gli addobbi, gli
Arlecchini, i Pulcinella, i Pantalone e compagnia bella del Carnevale.
Purtroppo in giro si vedono solo certi pagliacci che stanno al potere nel
mondo, mentre io vorrei invece vedere più mascherine allegre e colorate[3].
Sono fatto così, sogno sempre troppo.
[1] www.cosecheinventoio.se
[2] www.altrecosecheinventoio.se
[3] www.diventacomelaLittizzettoeFabioFazioanchetu.it