mercoledì 24 novembre 2021

KISSENEFREGA – La scoperta

Svezia. Stoccolma. Anno Domini 2013. Ore 16.29.
Il giovane ricercatore Roberto Riva dal laboratorio di psicologia sperimentale della professoressa Svensson nel prestigioso Karolinska Institutet fa una scoperta rivoluzionaria. Una scoperta che sconvolgerà la vita dell’uomo. Di un uomo, a essere precisi. Lui stesso.
In breve tempo il giovane ricercatore darà un nome a questa scoperta sensazionale: la spunticena. Non è uno spuntino. Non è una vera e propria cena. È più uno spuntino travestito da cena. Un lontano, lontanissimo, parente dell’apericena. Lo stesso grado di parentela e somiglianza che c’è tra il giovane ricercatore e Brad Pitt degli anni d’oro.
La spunticena è una pratica nordica che consiste in un invito a una cena di lavoro alle ore 16.30. È semplice quanto sconvolgente e si può descrivere in questo modo. Si prenota facilmente un ristorante aperto (quelli aperti ancora per pranzo non contano). Si finisce tutti di lavorare alle ore 16.00, anche 15.30 se necessario. Ci si trasferisce allegramente verso il ristorante. Si mangia, si beve, si chiacchiera di lavoro o di altro. Non necessariamente in questo ordine preciso e non contemporaneamente. Si beve di nuovo se l’alcol è pagato dal datore di lavoro. Si beve ancora a prescindere da chi lo paga. La pancia è piena, il cervello è sazio. Tutto bello. Poi si torna a casa… alle 18.00, massimo 18.30!
A casa, da spettatori, si fa compagnia al resto della famiglia che si ostina ad andare avanti con pratiche obsolete e prettamente sudeuropee come una cena a orario normale. Si sta con la famiglia o ci si fa i fatti propri per il resto della serata. Si beve un po’ d’acqua per reidratarsi dopo tutto l’alcol bevuto e si va a dormire non prima di essere passati dal gabinetto almeno un paio di volte. Ci si alza dopo cinque minuti per fare di nuovo la pipì e per il famoso spuntino di mezzanotte meno due ore. Una sorta di approvvigionamento in preda a una fame spudorata che si basa sull’ingurgitare qualsiasi cibaria si riesca a trovare nella dispensa di casa, peggio di una ricetta svuotafrigo di Giallo Zafferano. Questo è dunque il prezzo da pagare per aver scoperto la spumeggiante spunticena svedese.

E voi direte: e chi se ne frega della spunticena svedese? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

mercoledì 17 novembre 2021

RACCONTI – Il puzzle

Riverso il contenuto della scatola sul tavolo.
Ovviamente la maggioranza dei pezzi è girata al contrario. Mai che me ne vada bene una. Non importa, non mi perdo d’animo e giro pazientemente tutti i pezzi dal lato giusto.
Vediamo un po’… hm, questo è difficile. Per fare un buon puzzle si dovrebbe partire sempre dai bordi, ma il problema di questo disegno è che tutti i pezzi vorrebbero stare in mezzo. Come posso fare?
Intanto trovo subito un paio di pezzi che stanno bene vicini. Sono il lavoro e gli hobby. Ah, no. Mi sbagliavo. Non si attaccano. Dovrò trovare un altro posto per i passatempi. Però il lavoro sta sicuramente in centro. Questo è certo. Ma quanto è grande questo pezzo? Copre tutto. Va beh. Andiamo avanti e vicino al lavoro c’è il pezzo famiglia. Eh già: lavoro e famiglia devono stare in mezzo. E la salute dove la mettiamo? Anche quella in centro ovviamente.
Sposto questo pezzo qua. Metto quell’altro là. Ma perché il pezzo bambino non sta fermo un secondo? Ma… sono due pezzi bambino! Eh già. Ricordo ancora quanta fatica ho fatto a incastrare nel puzzle il primo. Poi ne è arrivato un altro e pensavo di impazzire, ma alla fine ce l’ho fatta. Pensavo di essere a posto, di averli piazzati, invece non stanno mai fermi, cambiano forma e posizione in continuazione e devo sempre trovare un nuovo modo di sistemarli. Difficilissimo. Soprattutto perché si portano sempre via il pezzo sonno. Lo nascondono sotto il loro cuscino e di notte devo andare a cercarlo. Che bei colori vivaci però. Che spensieratezza. Passerei ore a guardarli, ma c’è il resto da finire. Ecco fatto, ora ho sistemato i pezzi bambino vicino ai pezzi giocattoli e ai pezzi libri. Dovrebbero starsene lì per un paio d’ore.
Andiamo avanti. Cosa abbiamo qua? Il pezzo vita di coppia. Bello questo! Uno dei miei preferiti. Era coperto dal pezzo impegni. Ora lo prendo, ma… c’è un altro pezzo attaccato. Se voglio la vita di coppia mi devo prendere anche il pezzo baby sitter? Sì. Ed è pure un pezzo costoso. Quanto vorrei che ci fosse il pezzo nonni invece, ma il pezzo vita all’estero, quello che sta sempre vicino al pezzo senso di colpa e al pezzo senso di inadeguatezza per la lingua e la cultura straniera, li tiene spesso separati. La cosa peggiore è che ho messo io il pezzo vita all’estero nella scatola.
Nel puzzle non è l’unico pezzo lontano dagli altri. Guarda questo, per esempio, con tante bandiere, ricordi ed emozioni: il pezzo degli amici rimasti in Italia e di quelli sparsi per il mondo. Per questo sento sempre che dovrei trovarci un po’ di spazio ma a volte purtroppo non ce n’è. Magari ora lo metto un po’ in centro, tra il pezzo telefonata ai genitori e il pezzo viaggio in Italia, poi vediamo se lo devo spostare di nuovo.
Oh, qui c’è un pezzo tutto sudato, appiccicaticcio, mi scivola via dalle mani. Guarda che forma strana che ha: tutto storto, piegato in due, con la pancia. Poraccio, è proprio fuori forma. Dev’essere il pezzo esercizio fisico. Ogni tanto lo dimentico anche se dovrebbe andare in centro. Lì vicino al pezzo salute che ha un buco. Come un buco? Ah sì, mi manca il pezzo visita col dentista. L’ho perso sotto il divano sei mesi fa. Prima o poi lo ritrovo.
Ho bisogno di un pezzo pausa. Guardo in tasca e per fortuna trovo due pezzi jolly che piazzo subito vicino al pezzo salute mentale: il pezzo pizza e il pezzo torta! Per quelli troverò sempre un po’ di spazio.
Con la pancia piena è più facile lavorare. Ora però sono già le dieci di sera. E dove metto allora il pezzo leggere, il pezzo scrivere e il pezzo teatro? Il pezzo leggere lo metto vicino al pezzo viaggio al lavoro in metro. Il pezzo scrivere lo devo incastrare da qualche parte. Che sia un racconto, un capitolo del nuovo romanzo o un imbarazzante lavoro di autopromozione (cercando di sembrare meno patetico di quello che sono) ma un pezzo scrivere lo devo mettere sulla tavola. Devo. Altrimenti vado via di testa. Ah, mi manca il pezzo teatro. Per quello purtroppo ora non c’è spazio. Beh magari un angolino solo ci sta. Non è molto, ma mi dovrò accontentare per ora.
Bene. Ora ho finito. Ho messo tutti i pezzi al loro posto. Il puzzle è al completo. Che bel disegno. Quanti colori, ritratti, luoghi, sensazioni. Proprio bello. Mi è costato fatica e abilità da equilibrista per sistemarlo, ma ora è come lo volevo... più o meno.
Vado subito a mostrarlo con orgoglio a mia moglie e ai miei figli. Hm, e che cos’è questo pezzo per terra? Oh no, è il pezzo trasloco! Ora dovrò rifare tutto il puzzle della mia vita per farcelo stare.

giovedì 11 novembre 2021

RACCONTI – La guerra

Il grande capo Erik passeggia davanti alla sua schiera di guerrieri scelti. È alto, biondo e dagli occhi azzurri. Ha le spalle larghe e la barba folta. Cammina col petto all’infuori e in testa porta un elmo borchiato con due corni all’insù. È orgoglioso dei suoi uomini e donne forzute, puri e fieri vichinghi del Nord, tutti forgiati con lo stampino dal grande Odino a sua immagine e somiglianza.
— Questo è il nostro momento. Questo è il momento che stavamo aspettando. Ora tocca a noi!
La landa giace placida davanti agli occhi assetati di sangue di questi combattenti invincibili.
— Chi siamo noi?
— Svedesi!
— E che cosa vogliamo noi?
— La loro morte!
— Non ho sentito… che cosa vogliamo noi?
— LA LORO MORTE!
Sono carichi. Sono pronti all’attacco. Battono a ritmo le loro armi contro gli scudi e ululano come lupi affamati.
Dall’altro lato del campo di battaglia c’è il loro più acerrimo nemico.
Io.
O meglio: io con un piatto in mano.
 
È così che immagino i miei colleghi fisioterapisti, medici e infermieri svedesi quando mi vedono arrivare in sala pranzo con un piatto di pasta al ragù riscaldata al microonde. Appena spiego che quello è l’avanzo della cena di ieri partono i loro ferocissimi attacchi con metaforiche spade e lance.
— Ma quindi hai mangiato pasta anche ieri sera?
— Sì, genio! (Scherzo… genio non oso dirlo per non suscitare le loro ire).
— Jaha.
Intanto io comincio a mangiare. Loro incalzano.
— Non è molto vario ed equilibrato.
— Lo è invece: oggi pasta al ragù (in realtà dico pasta alla bolognese altrimenti non capiscono), ieri pasta al pesto, la settimana scorsa pasta alla carbonara…
— Quindi hai mangiato pasta per tre giorni di fila?
Mi interrompono e io annuisco.
— Scusa, ma quanto spesso mangi pasta?
— Due, anche tre volte a settimana: sono italiano.
Sorrido cercando di persuaderli a deporre l’ascia di guerra. Loro mi freddano mentre leccano il coltello sporco di salsa.
— Mai pensato che siano troppi carboidrati?
— No, anzi. Li adoro. Infatti mangio pizza almeno una volta a settimana.
Loro schiumano dalla bocca a queste parole.
— Faccio colazione con latte e cereali.
Loro grugniscono come pitbull incazzati pronti ad assalirmi.
— Faccio spesso spuntini con crackers e grissini.
Me li sento addosso da ogni parte. Li sento scalpitare mentre pensano alle loro diete con varie combinazioni di lettere che comprendono principalmente grassi e proteine, schifando le basi della cucina mediterranea. Io invece continuo imperterrito col mio pranzo.
— Quando posso mangio volentieri piadine farcite, tortellini e gnocchi.
Loro non ce la fanno più. Legumi… tofu… carne… noci… uova… ripassano gli ingredienti di una dieta equilibrata come un mantra che si ripetono all’infinito per darsi la carica. La loro lotta ai carboidrati e agli zuccheri sta esplodendo e arrivando alla fase finale. La tensione nella stanza è a mille mentre mi guardano con disprezzo mandare giù l’ultimo boccone di fusilli.
— Ma adoro anche l’aringa nelle varie salse, il falukorv, il salmone con le patate al forno… e ovviamente quando vado all’IKEA mangio solo le polpette di carne coi mirtilli rossi!
— Ahhh!
Sento che si sgonfiano in un grido di sollievo, giusto un secondo prima che mi possano mettere le mani addosso. Appoggiano le armi e si tolgono le armature. La guerra in questo piccolo villaggio scandinavo è scongiurata. Siamo tutti salvi.
E mentre stiamo per tornare al lavoro intonando canti gioiosi al Valhalla, stecco fuori dal coro pronunciando quelle che a breve potrebbero diventare le parole incise sul mio epitaffio in alfabeto runico.
— Non è che qualcuno ha del pane per fare la scarpetta col sugo?

lunedì 8 novembre 2021

PROMOZIONE – Mi pubblicano… a puntate (3)

"Il lavoratore", giornale della Federazione delle Associazioni Italiane in Svezia (FAIS) e degli italiani in Svezia, ha da poco compiuto 50 anni (portati bene, eh). Per l’occasione si è rinnovato e ha fatto lo storico passaggio dal formato cartaceo a quello on-line.
La nostra collaborazione però continua con la pubblicazione di alcuni racconti presi dal mio Blog da Strapazzo (https://blogdastrapazzo.blogspot.com/). Non posso che esserne grato e onorato.

Ecco il mio racconto “L’ho persa”: https://illavoratore.org/lho-persa/


Sì, lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica “Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!

venerdì 5 novembre 2021

RACCONTI - l’invincibile

Silenzio in sala. Si apre il sipario.
Entra in scena il protagonista. Occuperà il palco per i prossimi cinque mesi.
Lui è il cattivo della situazione. Tutti lo odiano. E Lui gode di questo. Gli piace essere l’antipatico, mal sopportato da tutti. Non è Sgarbi, lo giuro!
In Svezia ci sono tre grandi nemici. Il freddo lo puoi limitare. Il bryggkaffe lo puoi zuccherare. Ma lui non lo puoi battere. Contro di lui non ci puoi fare niente. Lui è invincibile. È come il +4 quando giochi a carte a Uno. Solo che l’unico colore che sceglie è sempre e solo il nero. Nero come la notte perché lui è il buio.
Arriva prepotentemente già dall’ultima domenica di ottobre e diventa come la coperta corta: la tiri verso la faccia e ti lascia scoperti i piedi. All’inizio t’imbrogliano dicendoti che dormirai un’ora in più la mattina, ma tu hai in casa due schiere di tiratori scelti che sparano a vista: in prima linea ci sono le gatte che miagolano e graffiano la porta chiedendo cibo alle cinque di mattina e se sopravvivi arrivano in seconda linea i bambini piccoli che ti svegliano un’ora prima del solito. Ti illudono dicendoti che ci sarà più sole alla mattina, ma a Stoccolma già a metà novembre la luce mattutina verrà mangiata dalla notte come i soldi in banca di uno scommettitore incallito. La chiamano ora solare. Ma che cazzo c’è di solare e gioioso in tutto questo? Dovrebbero chiamarla ora illegale, dato che prima c’era l’ora legale.
Ogni novembre va così a Stoccolma. Vivi con ansia l’arrivo inevitabile del buio come l’ennesimo orribile risultato elettorale in Italia. Sai che il buio vincerà ogni volta e che da lì in poi, fino a dicembre inoltrato il buio sarà lì pronto a stritolarti come un lottatore di wrestling che fa sul serio.
Ma quest’anno no!
Quest’inverno il buio non mi strangolerà. Invertirò la rotta di questo Titanic svedese.
Ogni settimana mi farò così tanti bagni di luce che se per sbaglio dovessi entrare invece in un solarium ne uscirei più abbronzato di Carlo Conti. Mi esporrò il più possibile ai raggi solari durante la giornata anche con la consapevolezza che tra novembre e dicembre a Stoccolma ci saranno sì e no dieci ore di luce sommando i due mesi. Sarà come arricchirsi culturalmente guardano l’Isola dei Famosi o come cercare notizie fondate leggendo Libero. Quando andrò in bici al lavoro alle otto di mattina il buio starà ancora oscurando la luce? Quando tornerò a casa alle quattro di pomeriggio il buio sarà già lì ad aspettarmi? Nessun problema perché io avrò una lucetta al led appesa alla zip del giubbotto, la dinamo accesa, la luce di posizione rossa sul retro, quattro braccialetti riflettenti (anche sulle caviglie) e un faro sul casco come un minatore del Klondike. Sarò più addobbato dell’albero di Natale del Rockefeller center a New York o più vistoso di un’insegna luminosa di Shinjuku a Tokyo. Sarò anche ridicolo, ma così il buio non avrà il sopravvento. A casa accenderò la tv e le luci di tutte le stanze, terrò viva la fiammella dentro la zucca di Halloween anche quando avrà fatto la muffa, festeggerò ogni mio non-compleanno come il cappellaio matto mettendo le candeline su ogni pietanza che preparerò (pazienza se con la zuppa ci saranno dei problemi), terrò pure la porta del frigo aperta per avere più luce e infine ogni cinque minuti uscirò sul pianerottolo di casa per far scattare l’accensione automatica del lampione. Ventiquattr’ore su ventiquattro. Sette giorni su sette. Il buio non vincerà.
Così sarò pronto ad affrontare il nemico invernale. Nessuno mi fermerà. Quest’anno vincerò io. Sorrido. Anzi me la rido proprio mentre vedo il buio scomparire con la coda tra le gambe. Questa storiella sta per finire e sul palco ci rimango io. Il buio se ne va.
E mentre cala il sipario su questo teatrino mi rendo conto di quello che succede inevitabilmente alla fine di ogni spettacolo: oh no… buio.

venerdì 29 ottobre 2021

RACCONTI – La compravendita (seconda parte)

Ho sei passaggi da affrontare. Sei fasi. Da queste dipenderà la vita… del mio conto in banca.

Fase uno: la scelta. Uno è troppo invadente, uno troppo accondiscendente, una troppo insulsa, una troppo incerta. A prescindere da queste differenze, tutti, ma proprio tutti, hanno il miglior fotografo in circolazione. Che sia la stessa persona? Me lo sono chiesto un paio di volte, ma non credo. Stoccolma non è un paesello. Non è facile scegliere l’agente immobiliare giusto per te. Dicono che devi trovare la persona che ti fa scattare qualcosa dentro. Neanche Paolo Fox o il dottor Stranamore potrebbero aiutarti in questo. Quando sto per perdere le speranze trovo quella giusta: persuasiva, preparata ed equilibrata. Vengo subito a sapere che non solo ha venduto tutte le case nella mia zona e ogni buco di appartamento in giro, ma è riuscita persino a vendere le buche delle lettere e le casette in legno del giardino del mio condominio. Una macchina da guerra insomma. Dopo aver firmato il contratto se ne va via con la sua Tesla lasciandomi con un sorriso.

Fase due: svuotare. Se comprare casa è stato emotivamente logorante, vendere è fisicamente estenuante. Ci sono talmente tante cose da sistemare che, in confronto, il lavoro dell’amministrazione Biden dopo che Trump se n’è andato è stato una passeggiata. Riordinare ogni sgabuzzino e armadio per ricavarne spazio da riempire. Ammassare oggetti in cantina fino all’orlo e chiudere in fretta la porta prima che mi cada tutto addosso. Creare un appunto mentale: “Attenzione la prossima volta che apri la porta della cantina”. Dimenticare quell’appunto mentale un minuto dopo. Buttare via robaccia che tengo in casa da anni. Chiedere ai vicini la cortesia di tenere un letto, una libreria e sedie della tavola da pranzo che non so dove mettere. Non basta. Caricare la macchina e portare le gatte in pensionato. Lo so che c’è qualcosa di sbagliato in questo, ma è solo per un paio di giorni e servirà a togliere l’odore della sabbietta e i peli dal divano. Pulire il tappetino dell’auto dal piscio che le gatte non sono riuscite a trattenere per la paura. Cercare il contratto con l’agente immobiliare che non trovo più perché è in qualche scatolone che ho spostato in cantina. Quale? Neanche l’Onnipotente lo saprebbe.

Fase tre: abbellire. In realtà, non si tratta solo di togliere ma anche di aggiungere sapientemente. Piante e fiori per esempio. Rigorosamente in vasi bianchi. Più sembra una giungla o un cimitero e meglio è. Aggiungere frutta di stagione in cucina, coperte, asciugamani, libri di filosofia tedesca aperti a casaccio e tante candele (e qui si torna al concetto di camposanto). Qualsiasi cosa tu faccia l’importante è seguire il principio: più la casa è invivibile e più sarà attraente per gli acquirenti. Bene. Ora, prima di passare alla fase successiva sei pronto per le foto. Arriva il fotografo. Quello più bravo di Stoccolma, te lo ricordi? Scatta foto da angoli mai visti: fa sembrare una cameretta come una sala da ricevimento alla reggia di Versailles, fa sparire un camion blu elettrico che si intravede dalla finestra come fosse David Copperfield, trova la luce giusta in una stanza anche se fossimo in una caverna. Oh, bravo davvero questo fotografo! Le foto sono così belle che non vorresti più vendere la casa. Ma ormai è troppo tardi.

Fase quattro: pulire. Hai presente quanto ti fai la doccia, magari anche due di fila, fai il bagno nel profumo, ti pulisci tutti gli orifizi che hai, ti metti il vestito migliore che risalta al meglio il tuo corpo e la tua personalità prima di uscire per un appuntamento galante dopo mesi di astinenza? Ecco, questo ma moltiplicato alla decima potenza e applicato all’appartamento da vendere. La casa dovrà essere una sfera di cristallo. Ogni superficie dovrà riflettere (anche sugli errori che hai fatto in gioventù). Ora la casa è perfetta, ma basta il passaggio delle due canaglie di 3 e 5 anni con in mano un cioccolatino per mandare affanculo in tre secondi tutto il lavoro che l’impresa di pulizie ha fatto in tre ore. Forse al pensionato avrei dovuto lasciare i bimbi e non le gatte. Ecco dov’era quel qualcosa di sbagliato. Per il senso di colpa di essere stato io a dar loro il cioccolato, lucido tutto di nuovo. Pulisco talmente tanto che una mano si trasforma in una pezza di stoffa e l’altra in uno spruzzino detergente. Anche Darwin si stupirebbe di questa evoluzione.

Fase cinque: il contatto con gli acquirenti. O meglio, l’assenza di contatto. Mentre l’agente fa vedere la casa, io e tutta la carovana famigliare dobbiamo andarcene. Durante la visita a porte aperte dei possibili acquirenti noi passiamo il tempo corrodendoci di ansia e dubbi: abbiamo pulito abbastanza? La casa piacerà? Faranno offerte? Venderemo al prezzo giusto? Iva Zanicchi ci assiste in questi dilemmi.

Fase sei: l’asta. Questa volta siamo noi a godercela… se parte l’asta. Eh sì, perché se nessuno offre si torna spietatamente alla fase cinque. E son dolori. Questa volta, però, l’asta parte per fortuna. Eccome se parte. I messaggini che mi arrivano sono le puntate dei possibili acquirenti e suonano come i tintinnii della slot machine. Dopo che alcuni acquirenti si sono metaforicamente accoltellati e dissanguati a colpi di puntate al rialzo, abbiamo un vincitore. Io e mia moglie! Evviva! Ora si tratta “solo” di trovare l’accordo per la data del trasloco e di firmare il contratto prima che gli acquirenti se ne pentano e cambino idea. Quest’ultima parte ricorda il momento in cui quelli che fanno il gioco delle tre carte chiudono baracca e burattini e scappano appena ti hanno imbrogliato.

Fase sette (ma non erano solo sei le fasi?): il pagamento. Ah, ecco. Mi sembrava mancasse questo passaggio. Nella gioia della vendita non mi sono accorto che nel contratto con l’agente c’era un settimo passaggio: il pagamento della provvigione. Quota fissa più percentuale in base al prezzo finale dopo una certa soglia. Ed è lì, quando vedo la parcella da elargire all’agente, che capisco perché lei gira in Tesla e a me invece gira la testa.

venerdì 22 ottobre 2021

RACCONTI – La compravendita (prima parte)

Sono davanti a tre porte.
Dietro alla porta numero uno c’è una specie di modella svedese, alta, bionda e bionica: una strafiga stratosferica, stratirata e strapreparata che mi ammalierà e mi farà perdere la concentrazione mentre pendo dalle sue labbra.
Dietro alla porta numero due c’è un bel fusto dalle spalle larghe, dal sorriso smagliante e dall’autostima strabordante, paragonabile solo a quella di Zlatan Ibrahimovic dopo un gol da centrocampo in rovesciata. Mi farà sembrare tutto ciò che vedo un paradiso terrestre.
Dietro alla porta numero tre c’è una persona impettita, rigida e col culo talmente stretto da riuscire a trattenere uno spillo da balia tra le chiappe. Mentre mi chiederò se sia rimasto incastrato in quel vestito per sbaglio o se sia una sua scelta di vita, questa persona sarà riuscita a vendermi anche sua madre.
Quale scegliere?
No, non è un gioco a premi. Quelli dietro alle tre porte sono degli agenti immobiliari. Questa è una normalissima situazione da domenica pomeriggio di “visning” a Stoccolma. Open house in inglese. Porte aperte in italiano. Non porte aperte per i ladri, ma per i possibili acquirenti dell’appartamento. In questo caso io e mia moglie. I ladri sono quelli che ti vendono la casa, visti i prezzi che ci sono in città.
Tutto inizia, però, con una droga. Me la inietto da solo, nel calduccio di casa mia, di sera dopo che i bambini sono andati a nanna. Fa effetto velocemente e appena me ne accorgo e già troppo tardi. È una droga sperimentale svedese. Si chiama hemnet.se, si consuma on-line ed è completamente legale. È un sito internet dal quale non riesco a staccarmi neanche quando trovo la casa perfetta perché rimango sempre nella speranza di trovarne una ancora più perfetta.
Dopo un’overdose di appartamenti comincio a notare delle caratteristiche comuni: la presenza di una chitarra (spesso in più di una stanza) anche se i proprietari non saprebbero distinguere un Fa da un Sol o un Re da un vassallo, l’esposizione al sole 24 ore su 24 anche in inverno sopra il 59° parallelo Nord, frutta e verdura esposte in cucina come nel baracchino sotto casa, tappeti e coperte in plaid sparse in ogni stanza come nella dimora dello scià di Persia e per finire l’immancabile descrizione della casa come “una vera perla”, “imperdibile”, “fantastica” da far invidia ai commenti dei giornalisti schiaffati sulle copertine dei best-seller.
Dopo aver fatto scorpacciata di foto, essermi immaginato spaparanzato sul divano del nuovo salotto e aver sognato di poter bere il caffè mattutino affacciato a quel meraviglioso balcone soleggiato, alla fine scelgo gli unici tre appartamenti che mi posso permettere e che saranno aperti al pubblico domenica pomeriggio.
Eccomi quindi a varcare le tre porte dei tre appartamenti. In un attimo divento un esperto di orienteering, cercando il muschio sulle pareti per identificare i punti cardinali, quando fino a pochi giorni prima non sapevo neanche che Napoli si trovasse più a est di Trieste. Passo il dito in cerca di polvere in ogni superficie della casa come fossi la signorina Rottermeier mentre a casa mia ci sono ancora i covoni di polvere che rotolano al vento. Fingo di essere più esperto di Pino, l’elettricista di famiglia, per quanto riguarda cavi e contatori e nel frattempo nascondo in tasca la mano incerottata dopo che ho infilato il dito nella presa elettrica. Prendo le misure di ogni stanza per farmi l’arredamento immaginario, commento ad alta voce i difetti per spaventare gli altri possibili acquirenti e faccio un paio di domande inutili all’agente immobiliare giusto per dimostrarmi interessato. Dopo quindici minuti esco, riluttante, dubbioso, con la paura di essermi perso qualche dettaglio importante e con una brochure in mano che mi farà sognare di poter essere il prossimo proprietario di quel buco da 80 metri quadri dove dovrò incastrarci me, mia moglie, due bambini vivaci e i loro duecentotrenta giocattoli.
Non faccio in tempo ad arrivare a casa che parte l’asta per l’appartamento. Come per il fantacalcio, ma in questo caso i soldi sono veri. Faccio un’offerta e aspetto. Riceverò un messaggio per ogni eventuale nuova puntata che faranno gli altri. Nei successivi tre o quattro giorni vivo con ansia e panico ogni vibrazione o suono di notifica proveniente dal cellulare. Appena leggo sul display che non è una nuova offerta al rialzo sono pronto a benedire chiunque mi abbia scritto… anche il mio capo che mi chiede di lavorare sabato e domenica.
Dopo un paio di botta e risposta per far lievitare il prezzo alle stelle con uno o più fantomatici acquirenti (passi le notti a chiederti se esistano veramente o se siano personaggi inventati dall’agente immobiliare solo per far alzare il prezzo della casa), alla fine vinco l’asta, vinco l’appartamento e mi porto via anche un set di pentole in acciaio inox da 24 pezzi per essere stato tra le prime tre telefonate.
Congratulazioni! Grande! Ora mi sono fortemente indebitato per i prossimi quarant’anni. Stappo la bottiglia di champagne più costosa che ho in casa. Sì, sì. Festeggio pure, ma con quali soldi pago questo appartamento? Eh già, ora mi tocca vendere casa mia. E mentre riverso con l’imbuto il vino avanzato dentro la bottiglia mi preparo al prossimo capitolo della saga.