venerdì 12 agosto 2022

KISSENEFREGA – Le fasi

No. No. Nooo. Non è possibile!
Ho da poco letto un messaggio che mi è appena arrivato sul cellulare. Non ci posso credere. Non può essere vero. Si stanno sicuramente sbagliando. Non deve succedere.
Come posso andare avanti così? Io ne ho bisogno. Come cazzo possono pensare di lasciarmi così. Devono fare qualcosa. Devono subito sistemare le cose. Se la situazione è questa potrei morire.
Strozzo un grido in gola e mordo il colletto del maglione. Mi ficco le unghie sulle cosce per sostituire l’angoscia mentale con il dolore fisico. Vorrei spaccare tutto. Appoggio per terra la sedia che avevo sollevato solo perché mia moglie mi sta guardando in cagnesco.
— Che succede?
Le mostro il cellulare. Scoppio a piangere e lei mi abbraccia.
— Perché proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?
Mia moglie mi passa un fazzoletto per asciugarmi gli occhi e mi consola con delle carezze.
— Magari li chiamo e mi spiegano che si sono sbagliati.
Mia moglie scuote la testa.
— Invece di starmene qui ad attendere la mia fine, potrei andarci incontro. Forse troviamo una soluzione…
— No, caro. Bisogna aspettare ormai.
— Non può essere. Perché è successo proprio adesso. So che prima o poi deve succedere, ma non proprio ora. No. Potrei chiedere di posticipare?
Mia moglie mi stringe al petto e io soffoco le mie grida di disperazione sulla sua maglietta.
— Se sopravviverò a tutto questo, giuro che non farò più lo stesso errore. Passeremo più tempo assieme. Faremo un sacco di cose. Porterò fuori te e i bambini più spesso. Non ci chiuderemo in casa. Cucinerò per voi!
— So che lo farai…
Ora anche mia moglie non trattiene le lacrime. Non capisco se lo faccia per quello che sta succedendo o per le mie limitate capacità culinarie. Meglio non chiedere. Se non ricevessi la risposta voluta sarebbe un altro duro colpo da assorbire. Preferisco restare nel dubbio. Preferisco rimanere nella mia inutilità. Sono solo un uomo. Sono solo un involucro vuoto. Il tempo mi sta consumando: a ogni minuto che passa perdo peso, la mia forma svanisce. Tra poco sarò una carcassa senza speranza e senza vita. Nulla ha più senso ormai. Anche mia moglie se ne va in salotto dai bambini e mi lascia solo. Non posso biasimarla: nessuno potrebbe sopportare la mia presenza. Non riesco a farlo nemmeno io. Dovrei farla finita prima che si arrivi alla conclusione di questa faccenda.
Oh se solo non fosse andata così. Se solo non fosse successo proprio oggi. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e fare altre scelte, ma non posso. Ormai non c’è più niente da fare. Non so quanto resisterò ancora. In fondo è giusto così. Siamo il frutto delle azioni che compiamo e del caso che interviene a nostra insaputa sopra le nostre teste. Siamo solo una molecola d’acqua nell’oceano del mondo. Non mi resta che accettare che sia andata così. Non posso far altro che guardarmi all’indietro ed essere grato per tutto quello che ho avuto: la salute, la famiglia, un pasto caldo da portare a tavola.
Ora mi siedo per terra, nell’angolo della cucina e aspetto. Aspetto che arrivi il mio momento. Il messaggio sul cellulare dice che sarà a breve.
Non riesco neanche più a piangere. Meglio così. Non avrebbe nessuno scopo. Aspetto in silenzio, mentre sento i miei figli giocare con gioia nell’altra stanza.
Abbasso lo sguardo verso il pavimento e in quel momento succede quello che non ti aspetti: squilla il citofono.
Alzo la testa. Nei miei occhi si dipinge un velo di speranza. L’angolo della bocca accenna un sorriso. Vado ad aprire alla porta: è lui. È arrivato. Incredibile. Non so se abbracciarlo felice o se insultarlo arrabbiato. Faccio una strana via di mezzo. Mi ricompongo e lo ringrazio comunque perché so che non è colpa sua. Prendo quello che ha da darmi e poi chiudo la porta.
La cena è salva. La pizza calda è sulla tavola. Dopo 45 minuti di ritardo sulla mia consegna il rider di Foodora è di nuovo in strada, pronto per una nuova avventura.
 
E voi direte: e chi se ne frega del ritardo della tua cena? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 19 luglio 2022

RACCONTI – Il dispositivo svedese

Sono seduto sullo sdraio in spiaggia. Mio figlio è a qualche metro di distanza, indica una bella ragazza distesa sull’asciugamano nei pressi di un ombrellone vicino e urla.
— Papà, di chi è questa troia?
Io lo guardo e senza esitare rispondo con un sorriso.
— È mia! Ora vengo a prendermela!
Gelo nello stabilimento balneare anche se ci sono 38 gradi. Il fidanzato della ragazza in questione, un energumeno di due metri per uno di soli muscoli, prima s’indispettisce poi fa finta di non aver sentito e mi risparmia la vita solo per non provocare a mio figlio il trauma di vedere il proprio padre pestato a sangue. Mi lancia comunque un’occhiataccia per farmi capire tutto questo concetto appena espresso. Anche il suo sguardo fa comunque male e io comincio a massaggiarmi la spalla dolorante. Non capisco questo astio nei miei confronti.
All’ultimo secondo però ho un’intuizione. Cerco subito nel marsupio finché trovo quello che volevo: un paio di occhiali speciali color giallo-blu e una specie di auricolare da infilare nell’orecchio. È il mio dispositivo svedese che mi aiuta a reinterpretare gli eventi appena successi. È essenziale se si manca dall’Italia da più di dieci mesi.
Schiaccio indietro veloce e…
— Papà, di chi è questa tröja*?
Mio figlio regge un maglioncino leggero tenendo il braccio teso di lato e accidentalmente indica anche la bella ragazza vicina d’ombrellone. Io non noto la bella ragazza (va beh… l’avevo notata prima, ma non noto che mio figlio la sta indicando) e mi concentro solo sulla maglia. Sorrido e rispondo.
— È mia! Ora vengo a prendermela!
Niente di strano, vero? Col dispositivo svedese tutto torna nella norma. Nel dubbio me ne vado prima che l’energumeno cambi idea sulla sorte che mi spetta.
(* piccolo vocabolario svedese-italiano: tröja = maglione).
 
Nel tardo pomeriggio stiamo passeggiando serenamente per Lignano. Passando vicino a un bar animato da abitudinari bevitori di vino e sfegatati bestemmiatori, i miei figli si contendono qualcosa che tengono in mano. Litigano e alzano la voce.
— Sono mie. Ora gioco io, ‘io can!
— No. Tocca a me, ‘io can!
Un arzillo signore friulano di circa ottant’anni, incallito giocatore di briscola, tresette e morra, ferma la sua partita per alzarsi dal tavolo. Mi si avvicina commosso, mi dà una pacca sulle spalle e mi fa i complimenti.
— Finalmente qualcuno che cresce i bambini come si deve!
Poi torna al suo posto, non prima di aver scatarrato sul marciapiede una sostanza viscida verde.
Non capisco, ma ringrazio per cortesia (per il complimento, non per lo sputacchio).
Nel frattempo prendo il dispositivo svedese. Infilo occhiali e auricolare e rivedo la scena.
I miei figli stanno litigando su chi debba giocare con le carte Pokemon che abbiamo appena comprato.
— Sono mie. Ora gioco io. Jag kan**!
— No. Tocca a me. Jag kan**!
 Ah… ora mi è tutto più chiaro. Proseguiamo per la nostra strada cambiando marciapiede per evitare di schiacciare altre sorpresine lasciate dagli abitatori del bar.
(** vocabolario SVE-ITA: jag kan = Io posso… detto velocemente suona come la popolare bestemmia del triveneto).
 
Il giorno dopo, di nuovo in spiaggia. I bambini giocano sulla battigia con dei nuovi amichetti. Ridono, scherzano e si divertono felici finché mio figlio Sebastian grida a suo fratello.
— Alexander puttanier m’incula!
Io osservo interessato lo sviluppo della prossima mossa di Alexander.
Le madri degli altri bambini invece s’irrigidiscono, si avvicinano ai loro figli e li portano via, lanciandomi uno sguardo di disprezzo per il linguaggio sboccato che consento ai miei figli.
Io penso che non abbiano fatto niente di male, ma poi mi ricordo di inforcare il dispositivo svedese e rivivere l’evento.
Rewind e…
I bambini stanno giocando con le biglie sulla sabbia bagnata. La partita è concitata. Mio figlio Sebastian è in testa e spera ovviamente di non essere superato. La sua biglia è in cima a un dosso.
— Alexander, putta ner min kula***!
Incita beffardamente il fratello Alexander a colpire la sua biglia così da rimanergli dietro e allo stesso tempo far avanzare ancora Sebastian.
Ora ho capito l’accaduto. Mi giro a cercare di spiegare agli altri genitori, ma è troppo tardi: mi hanno segnalato al bagnino.
(*** vocabolario SVE-ITA: putta ner = spingi giù; min kula = la mia biglia).
 
Qualche giorno dopo siamo al bar del lungomare. È il primo pomeriggio e cerchiamo refrigerio all’ombra del tendone. Mi volto a destra e a sinistra. Non c’è molta gente. Guardo mia moglie con voglia e penso sia il momento giusto per approfittarne ora che i bambini sonnecchiano sulla panchina.
— Mi dai la fica?
Credevo di averlo sussurrato, invece devo averlo detto a voce abbastanza alta. Lei si arrabbia.  
— No! L’hai già avuta stamattina a tavola quando c’erano i bambini. Basta!
Un signore che non avevo notato, seduto a qualche tavolo dietro di noi, indomito berlusconiano voyeurista dei bei tempi, rizza le orecchie e si risveglia allupato dal sonnellino post prandiale.
Non capisco perché ci rivolga quello sguardo fantozziano davanti alla televisione nell’attesa che qualcuno si tolga le mutande. Poi ricordo di controllare con il dispositivo svedese che fortunatamente porto sempre con me.
Mia moglie sta mangiando un bombolone alla marmellata. Ce ne sono anche in Svezia, ma quelli dei bar italiani mi piacciono di più e io non so proprio resistere. Mi pento di non averne ordinato uno anch’io e chiedo golosamente a mia moglie.
— Mi dai la fika****?
Lei non ci sta. Vuole mangiarsi tutto il bombolone e mi rinfaccia di averle fregato il cornetto al cioccolato stamattina durante lo spuntino. Io rimango deluso.
Anche il signore sulla sessantina del tavolo vicino è confuso e scontento per non essere riuscito a godersi la scena da sexy commedia all’italiana degli anni ’70 che si era illuso di vedere.
Vorrei spiegargli cosa intendevo dire, ma lui ha già ricominciato a russare.
(**** vocabolario SVE-ITA: fika = classico termine svedese che sta a indicare una pausa durante la giornata, spesso accompagnata da un caffè e/o da un dolcetto).
 
Le vacanze al mare in Italia stanno andando bene, ma non benissimo.

giovedì 7 luglio 2022

IL LAVORATORE – PPD

Prima c’era. Adesso non c’è più.
Così, all’improvviso.
Hai fatto tanto. Faticato. Sudato. Sognato. E poi d’un tratto tutto finisce.
 
Qualcosa a dire il vero rimane. Il vuoto. Un grande ed enorme buco nero dentro di te. Si nutre dei tuoi pensieri e soprattutto delle tue emozioni.
Ti lascia sempre il segno. A volte fa male come un pugno di sorpresa sullo stomaco, a volte è piacevole come l’ultima carezza di una nonna anziana che purtroppo non rivedrai più.
È un panorama che ti lascia senza fiato. A volte perché ti prende alla sprovvista tappandoti la bocca con violenza per rubarti il portafogli, a volte perché ti toglie le parole per quanto è bello ed emozionante.
È un biglietto di un concerto degli anni ‘90. Richiama alla memoria bei ricordi di musica a palla, sudore e spintoni in massa, ma ti sbatte in faccia che sei ormai un vecchio che non reggerebbe più nemmeno un minuto in quella bolgia.
 
Si chiama Post Production Depression, PPD.
Depressione da fine produzione artistica. Esiste. Si chiama così. Davvero. It’s a thing. È na robba. Non vi sto prendendo in giro.
 
È come quando ti guardi le partite, t’informi sui protagonisti, analizzi le statistiche con cura e poi finiscono i mondiali di calcio o i playoff NBA e non sai più cosa guardare. Soprattutto se hai goduto tanto per la vittoria dell’Italia o dei Chicago Bulls… hm, questi ultimi due casi non sono poi così frequenti e rilevanti, meglio sceglierne altri.
È come quando finisci l’università. Hai studiato molto. Anche le materie che non c’entravano niente col tuo corso di laurea che sono state inserite nel programma solo per fare numero. Il giorno dopo aver discusso la tesi, ancora in preda agli effluvi alcolici e al mal di testa post sbornia della festa di laurea, ti alzi dal letto, metti giù prima il piede destro e poi quello sinistro e ti chiedi: “E adesso che faccio?”
È come quando finiscono le vacanze al mare che hai pianificato nei dettagli e che hai agognato con impazienza dopo due anni di pandemia durante i quali non hai potuto viaggiare e sai che lunedì dovrai tornare al lavoro.
È come quando finisce la tua serie televisiva preferita che avevi scelto sapientemente e che avevi aspettato con ansia e ora hai la sensazione che non ci sia più niente che valga la pena guardare nonostante la tua lista su Netflix sia lunga dieci pagine.
È come quando finisce uno spettacolo teatrale dei “varför inte” che hai preparato per mesi con gente stupenda e generosa. Uno sforzo collettivo e sacrifici enormi di tempo ed energie, solamente per il bene comune. Un processo creativo che ha messo tutti alla prova e che ha chiesto molto, ma che alla fine ha ripagato con gli interessi.
Ecco, sì. Questo era l’esempio che cercavo per descrivere la PPD.
 
La depressione da fine produzione teatrale mi lascia vuoto e stanco, fisicamente e mentalmente. Vorrei solo prendermi una lunga pausa ma il sabato successivo, sovrappensiero, mi presento per sbaglio davanti alla sala prove anche se non c’è ovviamente nessuno ad attendermi.
Mi ritrovo a pensare che niente abbia più significato e che non ci sia più nulla che valga la pena fare nella vita. Sono però impaziente di ricominciare con la prossima stagione teatrale e mille idee mi balzano in testa come caprette al pascolo.
Cammino nostalgico per la città e ripenso alle prove, pianifico nuovi esercizi d’improvvisazione, canticchio le canzoni dello spettacolo e mi riscopro a sorridere pensando “Due settimane fa a quest’ora ce la stavamo facendo sotto per la paura a un paio d’ore dalla prima.” Un secondo dopo provo rabbia per non aver avuto la possibilità di andare in scena in più serate, in più città, di non aver raggiunto ancora più pubblico. Però poi sorrido rivedendo le foto in costume scenico e le foto del dietro le quinte.
Sono felice di essere stato parte di questo progetto che è cresciuto tra le nostre mani, partito da un asettico copione bidimensionale di carta a una serie di vivaci scene tridimensionali fatte da persone in carne e ossa. Da semplici descrizioni d’inchiostro a battute con intenzione, parti di scenografia, luci e suoni, tutto realizzato con gran passione. Mi mancano già gli altri membri del gruppo… e mi commuovo quando il pubblico ci fa i complimenti e ci dice che il nostro affiatamento era evidente sul palco.
Che tempesta di emozioni. Che altalena di sensazioni. Che spettacolo!
 
Stamattina mi sono svegliato come al solito. Ho messo giù prima il piede destro e poi quello sinistro e mi sono chiesto: “E adesso che faccio? C’è un rimedio a questa depressione da fine produzione teatrale?”
Un rimedio per fortuna esiste.
Ripartire con altri progetti creativi che diano forza ed energia.
Eccomi, dunque, documento Word del mio Blog da Strapazzo.
Eccomi chat Whatsapp del prossimo spettacolo teatrale dei “varför inte”.
Eccomi redazione de Il lavoratore.


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Ecco il link al sito de Il lavoratore.

giovedì 30 giugno 2022

RACCONTI – Il sergente

Immagina che sia un giorno di giugno o di luglio in Svezia, in Scandinavia o comunque sopra il 50° parallelo nord. Sei stanco dopo una faticosa giornata di lavoro. Hai preso la metropolitana che era piena di gente e non ti sei potuto sedere. Arrivi a casa e devi ancora fare il bucato e riordinare la cucina dalla colazione di stamattina. Finisci tutto con l’ultimo filo d’energia che ti rimane e ti butti stancamente sul divano. Ecco, a quel punto arriva lui.
Ma come chi? Lui!
 
Arriva in fretta, con la sua andatura rigida e decisa. Ti squadra dalla testa ai piedi con quei suoi occhi scuri, cupi e ben scavati in una faccia asciutta, ben rasata e sempre perennemente incazzata. In testa tiene il suo inseparabile cappello US Marine Corps verde a tesa larga. Sopra la camicia e cravatta color kaki e la giacca verde perfettamente stirata, le medaglie all’onore scintillano come diamanti purissimi.
Il sergente Sommar si china verso di te ancora disteso sul divano e quando arriva a circa 4-5 centimetri di distanza dalla tua faccia prende fiato e urla con tutta la forza che ha in gola.
— Soldato Palla di lardo, hai il c**o che pare un quintale e mezzo di chewing gum masticato. Te ne rendi conto Palla di Lardo?
Ti costringe ad alzarti in meno di un secondo e ti metti d’istinto sull’attenti.
— Signorsì, Signore!
— E allora perché non approfitti di questa bella giornata di sole per muovere quei tuoi bei piedini da checca pomp***ra e farti un giro in bicicletta o una camminata sul lungomare della città?
— Signorsì, Signore!
 
Immagina di essere a casa che stai bevendo un bicchiere di acqua rinfrescante in una giornata calda e afosa. I tuoi figli giocano pacifici con i lego e con le macchinine. È una gioia vederli allegri e spensierati tra le mura amiche. Ti giri verso la cucina per andare a prendere un altro bicchiere di acqua dal rubinetto e te lo ritrovi davanti.
È ancora il sergente istruttore Sommar.
Lì, di nuovo a una manciata di centimetri dalle tue orecchie, ti sbraita come un pazzo.
— Soldato Palla di lardo, cosa stavi pensando di fare? Pensi che io sia stupido?
— Signornò, Signore!
— Pensi che sia l’ultimo str***o sulla faccia della terra che si possa infiocchettare e spedire come regalo di Natale alla tua mammina?
— Signornò, Signore!
— Cosa fanno i tuoi bambini? Perché non sono fuori a giocare al parco?
— Signore, ci sono trenta gradi all’ombra, Signore!
— Ma c’è il sole. Non sta piovendo. Fai divertire un po’ questi bambini moderni!
— Signore, i bambini si stanno divertendo anche così, Signore!
— Soldato Palla di lardo, se non vuoi che i tuoi figli ti rinfaccino fino all’ultimo giorno della tua insignificante vita da str***o comunista per non aver sfruttato questa fantastica giornata di sole che il buon Dio ci ha mandato sulla Terra, esci subito da questa stanza e vai al parco a giocare con un pallone!
— Signorsì, Signore!
 
Immagina di avere fame. Sono le sette di sera. Sei in cucina stai già facendo bollire la pasta, devi solo scongelare il ragù e tutto sarà pronto. Facile.
Purtroppo no.
Indovina chi arriva a rovinarti la tranquillità? Sì, proprio lui. Più incazzato che mai.
— Soldato Palla di lardo. Se non vuoi che ti infili quel tuo pisello moscio nella pentola dell’acqua bollente nel tentativo di ridarti un po’ di vigore e dignità umana, spegni subito i fornelli, prendi un bel pezzo di sana carne di maiale da vero uomo cristiano e vai fuori a farti un bel barbecue con tutte quelle checche ballerine dei tuoi amichetti da quartiere.
— Signore, sono stanco e ho fame, Signore!
— Che ca**o hai appena detto? Hai appena firmato la tua condanna a morte per questa frase da lurida checca comunista! Ti ammazzo a forza di ginnastica, ti faccio venire i muscoli al buco del c**o! Il sole è ancora alto e tu ora vai fuori a fare una bella grigliata altrimenti ti infilo un bastone nel buco del c**o fino alla bocca e ti metto a girare sopra i carboni ardenti fino a domani mattina. Hai capito?
— Signorsì, Signore.
 
Ti sei fatto i tuoi piani tranquilli e sereni. Il sergente Sommar però arriva, ti pietrifica con la sola forza dello sguardo e ti costringe a cambiare idea. Che poi, non si capisce perché debba insultarti così tanto e usare tante parolacce… ma devo dire che è molto persuasivo.
Così stavi ingenuamente pensando di guardare in TV un paio di puntate della tua nuova serie preferita gustandoti un buon gelato quando il sergente istruttore Sommar trova i suoi metodi convincenti per farti alzare dal divano e andare a fare un picnic oppure a comprare una pizza ad asporto da mangiare in riva al mare.
 
Hai fatto mille attività all’aria aperta, sei andato in spiaggia, hai giocato a racchettoni coi bambini nel giardino condominiale, hai fatto una pennichella sull’amaca dopo aver grigliato anche la tua mano destra e immerso i piedi gonfi nell’acqua gelida di una piscinetta gonfiabile. Sei a pezzi. Pensi di aver sfruttato ogni secondo di questa magnifica e lunghissima giornata di sole. Sono le undici passate. Hai ricoperto le finestre di sacchetti neri dell’immondizia perché non ti sei mosso in tempo e le tende coprenti dell’IKEA sono esaurite e sono rimaste solo le tende di carta di riso trasparente. Ti lanci a letto. Distrutto. Esausto. Stai per prendere sonno prima ancora che la tua testa sia a contatto col cuscino quando senti quella voce forte e decisa che non si accontenta mai.
— Soldato Palla di lardo! I tuoi genitori hanno anche figli normali?
— Signrre, nn ce l facio pù, Signore!
— Non ho sentito!
— Signore, non ce la faccio più, Signore!
Il sergente Sommar fa finta di essere calmo mentre stacca i sacchetti neri dalle finestre e poi riparte alla carica.
— Mi stai prendendo per il c**o, Palla di lardo?
— Signornò, Signore!
— Bene, allora muovi quelle tue chiappe da checca isterica e vai subito sul balcone a goderti il sole di mezzanotte!
— Signore, ma a Stoccolma non si vede il sole a mezzanotte, Signore!
— Ti sembro forse il colonnello Giuliacci o una signorina in abiti succinti che presenta le previsioni del meteo sulla penisola scandinava?
— Signornò, Signore!
— E allora alzati subito dal letto, prenditi una birra fresca dal frigo e chiacchiera di filosofia tedesca del ‘700 con tua moglie o se necessario anche con te stesso fino a svenire sul divanetto e versarti la birra sui pantaloni così da farti credere di esserti pisciato addosso per l’estasi della serata!
— Signorsì, Signore!
 
Ormai il sergente istruttore Sommar ti ha trasformato da argilla informe a statua di bronzo a sua immagine e somiglianza. Quando pensi di aver terminato l’addestramento, di sentirti pronto a ogni attività che il sole scandinavo ti può offrire nei mesi estivi e di aver imparato a gestire le sfuriate dell’intransigente sergente Sommar, lui all’improvviso smette di romperti i coglioni. Si rilassa e si riposa anche lui. Lo cerchi ma non lo trovi. Presto, prestissimo, verso metà agosto sembra che sia già andato in pensione.
Mentre ti stravacchi sulla poltrona del salotto, trovi un biglietto.
“Soldato Palla di lardo, ti lascio in custodia mia nonna, la signora Vinter, che ti terrà compagnia nei prossimi mesi raccontandoti dei suoi malanni e di come si stava meglio quando si stava peggio. Trattala bene. Noi, caro fottuto succhiaca**i, ci vediamo il prossimo giugno… forse!”
Firmato sergente istruttore Sommar.

venerdì 24 giugno 2022

RACCONTI – Avvistamenti

Negli ultimi due mesi ne hanno avvistato uno.
L’hanno visto più volte.
Un orso. Un orso bruno. Non troppo grande. Non troppo piccolo. Quasi innocente.
Peloso dalla testa ai piedi. Soprattutto in testa a dire il vero. Dalla chioma folta e spesso sporca. La barba incolta e lunga che tante volte prende vita, pronta a intrappolare briciole di pane e gocce di latte per sopravvivere. Il pelo arruffato e ispido sul petto e sulla schiena per autodifesa dai nemici pronti a dargli fastidio. Come da copione.
Se ne gira tranquillamente per la città. Entra ed esce dalla metro tra l’indifferenza della gente della grande città ormai abituata a vedere di tutto. Di giorno va al lavoro come niente fosse. Di notte e nei fine settimane si rifugia in una sala prove o in un teatro di periferia per trasudare passione.
Emana infatti strani odori, soprattutto dopo aver indossato il suo costume da postino – una giacca stretta, stretta che gli cinge i fianchi e gli soffoca la gola – per più di quattro ore di fila. Tutto per esigenze sceniche.
Si nutre voracemente di panini, spuntini, crackers, frutta o qualsiasi cosa trovi a disposizione a orari irregolari a volte in branco ma spesso da solo, dopo che gli altri membri della famiglia sono andati a dormire. Se può si sbafa anche un po’ di miele, principalmente per mantenere morbide le corde vocali per un ruggito pronto e deciso. Successivamente collassa sul divano o sul letto a pancia all’aria e pantaloni sbottonati.
Tra l’andare a zonzo nel tempo libero e starsene a casa a riposare, sceglie senza dubbio la seconda opzione. Al massimo si limita a uscire di soppiatto con la sua compagna e i cuccioli per tranquille gite fuori porta dove non rischia di incontrare i suoi temuti cacciatori: amici e conoscenti che gli chiedono come sta e pianifichino insieme giornate che gli succhiano preziosa energia da dedicare solo ed esclusivamente alla musa Melpomene.  
È ben attento dal non farsi coinvolgere in altri progetti a breve o lungo termine che non riguardino il palcoscenico, dalla famiglia, amici, parenti o conoscenti. Partecipare a cene, feste, picnic, afterwork o altre attività di socializzazione per sentirsi parte integrante della collettività non sono consentite.
Gongola ripensando a tutto questo lussuoso bendidio che si è conquistato da bravo orso collaudato. Sa però che non durerà molto. Sa che sceso dal palcoscenico, di nuovo nella vita reale, non avrà più scuse, non potrà più lesinare sulle docce, dovrà affrontare la vita.
L’orso dovrà infatti smetterla. Dovrà dare un taglio a tutto questo!
Qualcuno dovrebbe dirglielo.
Mi sa che toccherà a me l’onore e l’onore. Domani mi faccio coraggio e davanti allo specchio glielo dico.
Tornare a parlare con la gente e socializzare? Ma neanche per idea.
Per darci un taglio gli basterà accorciare barba, baffi e capelli!

martedì 21 giugno 2022

RACCONTI – Il disguido

Stoccolma, giugno 2022.
 
Referendum popolare sulla giustizia. Si vota. Anche dall’estero. Era tanto che non lo si faceva. Ho dovuto cercare sul vocabolario il significato della parola e fare delle prove a casa con matita spuntata e foglietti colorati presi in prestito dai miei figli. Ora però sono preparato. Pronto a esprimere il mio sacrosanto diritto di cittadino italiano residente all’estero.
 
La procedura è semplice. Ti arrivano a casa via posta regolare le schede elettorali. Esprimi il tuo bel voto sulle schede elettorali in modo chiaro e senza lasciare segni distintivi. Inserisci le schede nella busta bianca piccola. Sigilli la busta bianca piccola col sudore della tua fronte per paura di aver sbagliato qualcosa. Infili la busta piccola in quella grande preaffrancata assieme al tagliando elettorale ritagliato dal certificato elettorale (forbici non incluse) e un pezzo di dito (possibilmente il medio) per il riconoscimento dell’impronta digitale da parte del consolato. Sigilli la busta preaffrancata con ceralacca del XIX secolo e spedisci il tutto all’Ufficio Consolare entro la data indicata. Per finire conservi il certificato elettorale per ricordo come un souvenir nel caso assurdo che non ci concedano più di votare in futuro.
Esagero e divago. Come sempre.
 
Il processo in realtà ha sempre funzionato molto bene e sono convinto che neanche questa volta farà eccezio… hm, un momento.
Mi dicono da casa che il referendum si svolge il 12 giugno 2022. Benissimo. Che problema c’è?
Controllo la data sul calendario. Oh cazzo! Oggi è il 17 giugno. Mannaggia! Avrei dovuto far arrivare la busta preaffrancata entro le ore 16.00 del 9 giugno. Sono un pessimo cittadino. È vero che non ci avevo capito una mazza sul referendum sulla giustizia, però mi ero preparato tanto. Avevo studiato tanto per come votare. Era un mio diritto e un mio dovere votare e io me lo sono lasciato scappare così facilmente. Mi sono emozionato troppo e… hm, aspetta di nuovo un momento.
Quando sono arrivate le schede elettorali? Stamattina… ah! Quindi per una volta non è colpa della mia inettitudine politica. Quindi questa volta il processo facile, facile di votazione dall’estero ha fatto qualche piccola, piccolissima falla.
 
Ben presto vengo a sapere che anche tanti, tantissimi, troppi italiani residenti a Stoccolma non hanno ricevuto in tempo la scheda elettorale. Purtroppo questo ritardo multiplo con sola annessa da parte del consolato non mi consola affatto. Girano voci che Roma sostiene di aver mandato in tempo le schede elettorali a Stoccolma. Il consolato svedese sembra che abbia accusato le poste svedesi (PostNord) per i soliti ritardi della consegna delle lettere. PostNord immagino che dia la colpa a Roma di non aver calcolato la concomitanza del 2 giugno (Festa della Repubblica nell’Ambasciata d’Italia a Stoccolma) e del 6 giugno (Festa nazionale svedese), entrambe giornate di festa e quindi tutto fermo e chiuso. Sfiga? Incompetenza? Propendo per entrambe.
 
Per un attimo sorrido ripensando a quel meme che ogni tanto gira su internet. Quello dei tre Spiderman esattamente identici che si accusano gli uni con gli altri di essere i falsi Spiderman.
Mentre stringo forte al petto il certificato elettorale delle ultime elezioni alle quali ho potuto votare, rido. Rido ma dovrei piangere perché alla fine quel bel dito teso è sempre e comunque puntato dritto dritto nel sedere di noi cittadini.
L’unica arma di difesa da questo ditone verso il nostro pertugio anale è dunque solo l’augurio di un buon voto a tutti… voto di castità, ovviamente.

giovedì 16 giugno 2022

RACCONTI – La bacheca

Lo appoggio sulla mensola vicino agli altri.
Che bello! È l’ultimo di una lunga serie. Questo trofeo ci sta proprio bene assieme al resto della bacheca. Faccio un passo indietro per osservarla e compiacermi. Ne è valsa la pena aver passato anni ad accumulare premi. Ripenso a tutti i momenti e a tutti i ricordi legati a queste medaglie e coppe. Sorrido.
Certo, a volte è stato un sorriso amaro… molto amaro.
Come per quella coppa là in alto, sull’ultima mensola: coppa Peggior Regalo di Natale 2015. È stato facile vincerla. Mi è bastato regalare una candela a chi mi aveva più volte detto di non apprezzarle.
O come il quadretto appeso al muro che incornicia l’attestato di partecipazione a Facebook che ho vinto tutte le volte che ho postato un mio racconto e ho ricevuto solo un paio di Like.
Per non parlare delle medaglie d’oro per la miriade di rifiuti ricevuti secchi quando da giovane ci ho provato con le ragazze che mi piacevano tanto.
Giustamente, vicino a quelle medaglie ho messo la targhetta onoraria per le volte che ho fatto cilecca a letto. E anche quella per tutte le volte che l’ho preso nel fondoschiena. Metaforicamente, s’intende, riferito a quando un datore di lavoro è passato oltre a una mia candidatura o un giornale scientifico ha rifiutato un mio articolo quando ero ancora un dottorando.
Sospiro. Oh, quanti attimi di dispiacere passati assieme a questa bacheca. Quanti cuori spezzati (il mio). Quante autostime schiacciate. Bei tempi.
Sposto lo sguardo più in basso e continuo la mia personale carrellata di ricordi.
Oh, guarda lì quel meraviglioso scudetto del torneo “Papà di merda” che ho vinto proprio l’altro giorno quando ero arrabbiato e ho urlato in faccia ai miei figli, facendoli piangere. Ormai sono pluridecorato in quel torneo.
Ecco qui invece tutti i gagliardetti per ogni paziente che non sono riuscito ad aiutare, ogni amico che ho lasciato alle spalle e ogni parola al posto sbagliato nel momento sbagliato. Incredibile! Non mi ricordavo fossero così tanti. E quanti colori anche… tutte gradazioni del marrone ovviamente.
Niente in confronto, però, al mitico Dog Actor Award che ho meritatamente conquistato nel 2015 quando ho sbagliato una battuta sul palco durante uno spettacolo. E chi se lo dimentica quello.
Meglio lucidarlo di tanto in tanto, prima che sparisca sotto la polvere e mi dimentichi di averlo già vinto in passato.
Infine, eccolo là, il migliore di tutti. Il trofeo più scintillante di tutti. Quello che si vede meglio, anche da lontano. La grande coppa dei romanzi rifiutati dalle case editrici: “A Roberto, ricordati che ciò che scrivi non vale un cazzo!”, recita l’incisione alla base.
Mi scappa un sorriso.
Dovrei essere triste, magari anche piangerne (qualche volta l’ho fatto). In fondo sono tutti fallimenti, a volte piccoli, a volte grandi, ma mi hanno insegnato qualcosa. In un certo senso non posso che essere grato di averli conquistati perché mi ricordano che ne sono uscito vincitore. Questi fallimenti mi hanno arricchito.
Sorrido di nuovo. Ho ancora altre tre pareti da riempire… e questa è solo la prima stanza.