martedì 23 giugno 2026

ITALIENAREN – Natura

Annuso una foglia di betulla e strabuzzo gli occhi al passare di un daino a pochi metri da me. Sorrido soddisfatto respirando l’aria fresca e godendo del silenzio che mi circonda. Sono un ragazzo di campagna. Non come il geniale Renato Pozzetto – magari! – ma perché sono cresciuto nella periferia della periferia italiana. In una zona che molti scambiano per territorio sloveno e altri per il Veneto. Fin fa piccolo sono stato molto a contatto con la natura. Andavo in giro per boschi col buio, facevo il bagno nella corrente forte del fiume, saltavo come una scimmia da un albero all’altro e altre mille cose intelligentissime che mettevano a repentaglio la mia vita un giorno sì e uno anche, facevano arrabbiare mamma e papà e soprattutto fungevano da repellente naturale per le ragazze. Ho persino fondato una specie di “setta segreta”, che poi segreta non era, con i miei amichetti del cortile dedicata al culto e alla preservazione della natura. Encomiabile, se si pensa alla mia spiccata fobia per le cimici che pullulano le campagne friulane e i vigneti della mia zona.
Da adolescente, però, è cambiato tutto. Non più gite sull’erba alta, non più tuffi spericolati, non più capanne sull’albero. Era ora si potrebbe pensare. Era il momento di crescere. Una cosa però rimase uguale: la leggendaria repulsione da parte delle ragazze. In pochi anni il rifiuto per la campagna era cresciuto senza che me ne fossi accorto e assieme a esso la fascinazione per la città. Prima le scuole in città a Udine e poi il trasferimento a Trieste, per continuare a studiare ed evitare lo spauracchio del lavoro, furono il coronamento di questa transizione. Tanto meglio che nella città giuliana fosse assente la mia acerrima nemica: la Nezara viridula – la sopraccitata cimice verde.
Infanzia in campagna e gioventù in città. Come conciliare gli opposti? L’approdo a Stoccolma fu il perfetto connubio e crasi di queste due entità presenti nella mia anima. Non ho capito subito questo concetto appena trasferito, ma solo dieci anni fa, quando sono diventato padre per la prima volta e quando ho rivissuto attraverso le prime esperienze di mio figlio le meraviglie della natura. Gli occhi sognanti di un bambino curioso hanno risvegliato la voglia di prati, colline in fiore e fonti d’acqua inesauribile. Stoccolma e dintorni, con le sue migliaia di parchi, riserve naturali, isole e boschi sparsi ovunque, molto spesso dietro casa – letteralmente – sono il luogo ideale per ritrovare le proprie radici. Appena spunta la tanto agognata bella stagione, da maggio a settembre, se si ha fortuna – molta fortuna – si può approfittare per lanciarsi in scampagnate sotto cieli più azzurri di un principe, tra prati più verdi di un partito politico e tra acque più blue e profonde di un computer bravo al gioco degli scacchi. È straordinario potersi immergere in una riserva naturale a solo pochi chilometri dal centro della capitale. Poter godere del cinguettio indisturbato degli uccelli, il brulicare delle formiche e il brucare delle mucche a meno di un’ora dalla città è un’esperienza unica. A Stoccolma si potrebbe puntare il dito a caso in un qualsiasi punto della mappa per essere nelle vicinanze di un bosco in piena regola. Si potrebbe andare in qualsiasi direzione cardinale per giungere senza troppe fatiche, sia coi mezzi pubblici sia con la propria auto, nei pressi di un parco nazionale ben attrezzato con spiazzi per campeggio e balneazione. C’è solo l’imbarazzo della scelta nella Naturkarta. Inutile dare suggerimenti perché ogni area verde ha i suoi molti pregi e i suoi pochi difetti. Inoltre sono talmente tante che ci si metterebbe troppo tempo a elencarle tutte con tanto di recensione. Basta davvero provarle tutte e buttarsi senza troppi pensieri in mezzo alla boscaglia. Il divertimento e la pace saranno garantiti perché grazie ai sentieri ben segnati e alle informazioni turistiche chiare è praticamente impossibile perd… hm, aspetta un momento, qualcuno potrebbe aiutarmi a ritrovare il parcheggio in mezzo a tutti questi alberi e laghetti?

mercoledì 27 maggio 2026

ITALIENAREN – SLancio nel futuro

Dopo aver fatto una bella foto della miriade di isolette verdi che spuntano dal mare, metto in tasca la mia manocellulare sinistra e con la mano destra sgranocchio invece larve secche dal sacchetto. Mi guardo ancora una volta attorno per gustarmi il panorama ed entro nel razzo ascensore che mi porterà all’ingresso della metro a cento metri di profondità. Sono ancora innamorato di questa splendida Stoccolma. Soprattutto da quando la nuova linea supersonica fucsia della metro porta dall’arcipelago a casa mia ad Alvsjö nel giro di dieci minuti. Ora mi cambio in fretta con i miei vestiti dalla taglia autoregolante e le scarpe autoallaccianti e, prima con la linea gialla fino a Fridhemsplan e poi con un semplice cambio a Odenplan sulla linea verde, arrivo allo stadio polifunzionale di Solna per godermi un gran concerto di musica rock. Finito lo spasso prendo la nuova linea grigia a guida autonoma di nuovissima generazione fino a Universitet e lì cambio sulla linea panoramica viola, col tetto e le pareti a vetrata metà sottoterra e metà in superficie come fosse un piano ammezzato in movimento, che mostra la splendida Östermalm, per andare a mangiare un boccone a Kungsträdgården con i miei amici. Da lì proseguiamo sulla linea blu fino a Gustavsberg dove ci attende una festa di Realtà Virtuale. Il gioco di squadra prevede che ci si finga ratti che a furia di scavare cunicoli e tunnel sotterranei rendono la città un formaggio gruviera a rischio di sprofondamento. Dopo Kiruna anche Stoccolma dovrà essere spostata? Ridacchio assieme ai miei compagni di gioco.
Nästa: Gamla stan.
È la mia fermata, mi risveglio dal sogno a occhi aperti. Non tutto però è frutto della mia fantasia. In mano ho ancora l’opuscolo informativo della SL[1], la società di trasporti stoccolmese, che illustra gli affascinanti piani futuri della metropolitana. Così nel 2027 si potrà raggiungere con più facilità l’IKEA di Barkarby, sperando che non facciano costruire il vagone al passeggero. L’anno successivo sarà completato quel ramo verde del lago di Solna – Råstasjön, vicino allo stadio, per la precisione – che volge a mezzogiorno, alle tre di pomeriggio o anche alle nove di sera, dipende dall’ora del calcio d’inizio delle partite o dei concerti allo stadio. Bisognerà aspettare il 2030 per poter fare un tuffo sotto il mare salato – protetti da un bel tunnel s’intende – tra Skeppsholmen e Södermalm e poi ancora fino a Nacka. Tutta quest’acqua smossa bagnerà la linea verde che porta a Hagsätra, colorandola di blu. Il lontano 2034 dovrebbe essere l’anno per l’inaugurazione della nuova linea gialla tra Alvsjö e Fridhemsplan, che per restare di buon umore, come il colore che la rappresenta, ha deciso di non transitare per il traffico caotico di T-Centralen.
I progetti impegnativi e dalle tempistiche un po’ ottimiste – Vero, nuovo Slussen? – porteranno notevoli benefici ai cittadini di ogni parte della metropoli. Sì, certo, porteranno anche confusione, rumore e ulteriori lavori in corso in una città perennemente cantiere aperto, ma il disagio da sopportare sarà ripagato dalla possibilità di realizzare nuovi viaggi che permetteranno di esplorare e sfruttare in lungo e in largo questa meravigliosa capitale scandinava.
Attenzione alle porte che si chiudono, il viaggio tra fantasia e realtà sta per cominciare.

[1] https://nyatunnelbanan.se/

domenica 26 aprile 2026

ITALIENAREN – PierGianMario

Lui è PierGianMario.
PierGianMario è un opinionista, giornalista, psicologo dello sport, azionista di maggioranza, allenatore, scout di talenti e solo nel tempo libero fa l’operaio, l’impiegato d’ufficio o il libero professionista. PierGianMario si avvolge la sciarpa azzurra attorno al collo e si siede pesantemente sulla poltrona del divano davanti alla televisione con una birra ghiacciata in mano. Segue tutta la partita della nazionale di calcio con ansia. Gioisce, impreca, spera, sbraita, insulta l’arbitro, – tsè, francese, figurarsi – i giocatori, i tifosi e i raccattapalle minorenni dello stadio. Alla fine piange. Un pianto ininterrotto da dodici anni – and counting. Dopo essersi asciugato il viso, si alza dalla poltrona sulla quale aveva lasciato l’impronta indelebile e si sposta nello studio, davanti al monitor di un computer. Lì scrive. Muove le dita sulla tastiera. Allena i movimenti fini. Libera l’atleta dalle falangi d’oro che c’è in lui e commenta, sentenzia, certifica, accusa quello che ha visto e quello che invece avrebbe dovuto essere se solo avessero fatto come aveva detto lui cinque anni fa – o erano cinque minuti fa? Non ricorda. Reagisce, batte i pugni sul tavolo e manda a quel paese altri Nome_utente82 o pseudonimi improbabili come lui – ma peggio di lui, ovviamente – e tutti i giornalisti prezzolati a suo avviso incompetenti.
Dopo una rinvigorita ipertonia arteriosa si calma e torna a sedersi sulla poltrona di prima. Abbandona la sciarpa e indossa un cappellino bianco con visiera. Cambia canale e questa volta non impreca, ma, nonostante non abbia mai tenuto in mano o visto una racchetta, si esalta e si abbandona a grida e lacrime di gioia. Il tennista più pubblicizzato d’Italia si è redento dai suoi peccati quando era ancora altoatesino e ora è tornato a essere italiano, oltre che numero uno al mondo. Non si sa ancora per quanto tempo perché il complesso calcolo matematico dei punti e dei tornei che mancano a fine anno lo tengono sveglio la notte – PierGianMario s’intende, non il tennista. Così si getta a capofitto a cercare forum e siti specializzati di tennis per informarsi e avallare ipotesi suggestive sul proseguimento del cammino del campione. PierGianMario infila le mani in tasca, dove oltre che il cellulare trova la verità, e sforna il piano strategico perfetto per mantenere la testa della classifica il più a lungo possibile: lui sa che Sinner non andrà a Barcellona perché è un torneo minore, sa che forse farà Madrid, ma sarà sicuramente presente a Roma e all’immancabile Roland Garros, dove dovrà consumarsi la Vendetta, con la V maiuscola. Dalla sicurezza che traspare dalle sue parole sembrerebbe che PierGianMario abbia fatto il punto della situazione faccia a faccia con Sinner nei camerini subito dopo l’ultima vittoria a Montecarlo.
Con aria sognante e un sorrisetto beffardo sulle labbra si toglie il cappellino in modo tale da scoprire una fascetta che gli gira attorno alla fronte, le tempie e gli passa sulle orecchie. Ora è pronto a tirare un sospiro di sollievo per non avere preso un altro cucchiaio di legno al prestigioso torneo Sei Nazioni. “Eroici” digita sui social, definendo i quindici ragazzotti muscolosi del rugby dopo averli visti trionfare e compiere l’impresa epica di battere dopo trentacinque anni e per la prima volta assoluta la blasonatissima Inghilterra. I tre leoni sembravano dei gattini spaesati dopo le bastonate prese dai gladiatori latini. Ormai le cose sono cambiate. Non siamo più delle comparse.
PierGianMario solleva la fascetta sopra le orecchie e si mette seduto sulle ginocchia, non prima di essersi infilato delle ginocchiere. Ora è il momento di guardare una squadra di supereroine, che non sbagliano mai, che sono un esempio di professionalità e di competenza. PierGianMario se ne compiace e, nonostante abbia ormai sprecato ogni possibile commento, non si astiene da elogiare la nazionale femminile di pallavolo. Sono inafferrabili, indomabili, inarrivabili. Hanno vinto tutto: europei, mondiali, olimpiadi, universiadi, Nations League, giochi del Mediterraneo, giochi del Caspio, torneo di briscola rionale, tombola parrocchiale, Monopoly tra amici. Tutto ciò che c’era da vincere loro ci hanno messo l’oro sopra.
A fine giornata PierGianMario si toglie tutto l’abbigliamento sportivo non sudato e s’infila sotto le coperte. Ha però una smorfia tra le labbra. Ripensa al mancato approdo al mondiale della nazionale di calcio e prima di chiudere gli occhi aggiorna il suo status sui social: Ci vuole una soluzione per lo sport italiano. Si addormenta. Nonostante le vittorie nel tennis, nel rugby e nella pallavolo, lui si concentra su altro. PierGianMario è fatto così. È proprio come (quasi) tutti noi e allora buonanotte e sogni d’oro.

giovedì 19 marzo 2026

RACCONTI – Toponimi svedesi

Un pallone di cuoio lacero e scucito che rimbalza un paio di volte sul cemento della piazza viene inseguito da un bambino in maniche corte, sudato e felice. Una decina di metri più in là un gruppo di coetanei lo aspetta, sbraitanti e impazienti di ricominciare la partita. Il campo da gioco è delimitato dai muri dei palazzi da un lato e dalla via centrale del quartiere dall’altra. Le porte sono segnate dagli alberi e dalle panchine. La fontana con le cascatelle e l’acqua corrente che innonda il fondale ricolmo di monetine determina la linea di centrocampo. I bambini sono dispari, ma non si lamentano perché la statua in pietra dedicata ai caduti della seconda guerra mondiale funge da ultimo giocatore e prende il ruolo del portiere. Il bambino ha ormai raccolto il pallone e lo calcia con forza verso gli amici.
I due vecchietti in pantaloni di velluto, camicia bianca, bretelle e cappello ben schiacciato in testa protestano a suon di bestemmie per il baccano. Sono seduti sulla panchina più grande e più in vista che domina la piazza. Appena il bambino ritorna nella sua zona di competenza, la smorfia di fastidio di uno degli anziani si scioglie e un sorriso gli scappa dal bordo della bocca, ricordandogli la propria giovinezza volata via come la brezza fresca della sera. Non fa in tempo a godersi il momento che è già tempo di brontolare per la mano di carte da briscola che la sorte poco benevola gli ha concesso. L’avversario festeggia sputacchiando per terra e tenendo in bilico uno stuzzicadenti tra le labbra. 
I diciasettenni dai capelli impomatati e le maniche delle magliette tirate fin sopra le spalle per mostrare i muscoli si voltano per un attimo alle grida dei due anziani. Un attimo dopo però sono di nuovo seduti sui motorini parcheggiati ai piedi dei gradoni della chiesa. Osservano con aria sognante le macchine che passano e ammirano con ancora più attenzione le ragazze che passeggiano facendo svolazzare le gonne lunghe come ventagli. Le loro risate divertite sono come profumo inebriante per i giovanotti ingalluzziti. I due gruppetti si lanciano in un gioco di sguardi infinito e stuzzicante che manda su di giri gli uni e moltiplica il chiacchiericcio delle altre.
 
Questo è quello che magari ci si potrebbe immaginare di trovare in Svezia la prima volta che, con aria sognante, ci si rechi ad una fermata dell’autobus che abbia Centrum nel proprio nome. Nel momento in cui si riaprono gli occhi, però, la realtà può essere ben diversa. Lucette e faretti che sparano fasci di luci colorate verso i passanti. Vetrine e vetrate risplendenti e trasparenti che fanno sfavillare gli occhi. Ampie hall su diversi piani che si espandono in lunghi corridoi spianati da piastrelle bianche smerigliate. Musica lounge in sottofondo che accompagna i clienti nelle sfrenate corse all’ultimo acquisto. Fast-food americani, food court internazionali, brunch alla moda e altre parole inglesi a casaccio per invogliare i golosi a cedere alle tentazioni del palato senza badare a quell’antipaticone di Colesterolo. Un cinema standardizzato e prefabbricato, dove i popcorn costano più del biglietto per vedere il film, situato ai piani più alti. Eccolo il Centrum svedese. Non è il centro storico del paese o del quartiere. È solo un classico centro commerciale svedese: una delusione socialista venduta al becero capitalismo. Anche se tutto ciò non era proprio quello che si avrebbe voluto associare alla parola centro, partendo da un contesto italiano ormai sicuramente datato e stereotipato, si può comunque apprezzare la praticità e pragmaticità di avere tutto sottomano senza dover uscire a prendere freddo durante l’inverno svedese.
Nonostante la pancia piena, il portafoglio vuoto e l’aver digerito questo nuovo concetto, non si sarà però mai pronti ad affrontare un’altra delusione legata ai toponimi svedesi: l’assenza di una spiaggia dorata nei pressi delle fermate Strand.

martedì 3 marzo 2026

ITALIENAREN - Festival di SanMello

«Papà, che cos’è Sanremo?»
«È il corrispettivo italiano del Melodifestivalen.»
Mento senza pudore. Che orrore. Mi vergogno di aver detto qualcosa di così sbagliato. Sanremo e il Mello (come viene chiamato dagli amici il Melodifestvalen) sono due cose diverse. Lo so io e lo saprà mio figlio a breve. Non appena avrà il coraggio e la follia di restare sveglio fino alle ore piccole per capirlo.
Proprio questa è una prima sostanziale differenza. Un programma creato per intrattenere adulti e anziani contro uno pensato per i bambini, se si considera che due (e mezzo) categorie di voto su otto sono dedicate ai minorenni. Gli orari di programmazione rafforzano il concetto. Da una parte inizio quasi alle nove di sera e conclusione alle due di notte passate (!) per più di cinque ore di lunghissima trasmissione prolissa ed estenuante quasi come questa logorroica e ampollosa frase senza fine che sto prolungando deliberatamente per infastidire. Dall’altra due orette pragmatiche, dalle otto alle dieci di sera. Punto. Anche la lunghezza totale di tutte le serate cambia di molto. In Italia un All you can sing in meno di una settimana, in Svezia, tra qualificazioni, semifinali e finali, tutto spalmato in comode rate di sei settimane come le beneamate rate del televisore. La sede è anche un fattore importante. Sempre nello stesso luogo al teatro Ariston come la muffa che si riforma dopo che l’hai tolta, contro uno spettacolo itinerante in diverse città come le pulci del circo. 
Non solo la quantità, ma anche la qualità cambia. Nenie melodiche senza rischi da strapparsi i timpani con alcune pericolose deviazioni trap da strapparsi quel che resta delle orecchie contro una variazione di canzoni dal (K-)pop al rock, dalla disco allo schlager, passando inevitabilmente per le ballate popolari in un audace pot-pourri musicale che sta bene come la macedonia fatta con i cachi. I cantanti stessi hanno un approccio diverso nella composizione musicale per raggiungere la meta finale. Se da una parte ai cantautori italiani non frega quasi niente dell’Eurovision Song Contest, dall’altra gli artisti svedesi respirano e scrivono solo ed esclusivamente per raggiungere in maniera ossessiva il Gotha dell’ESC.
Non va dimenticata la forma sia delle canzoni sia dello spettacolo generale nella disanima delle differenze. I costumi ad esempio vedono un classico ed elegante incartapecorito che porta sempre avanti lo stile e la classe tricolore contro paillettes riflettenti e sciarpe di piume dai colori sgargianti in una sfida epica tra il kitsch e il trash. Le canzoni sono cantate da una parte solo in lingua ufficiale nazionale in quanto si tratta di un festival della canzone italiana e dall’altra così spesso in inglese che sentirne qualcuna in svedese dà la sensazione di aver cambiato per sbaglio canale. Sanremo offre varietà con ospiti canori nazionali e internazionali, comici, registi e attori che hanno in comune il solo fatto di essere strapagati. Il Mello offre una canzone dietro l’altra, tutte d’un fiato come su un nastro trasportatore industriale.
Queste sono solo alcune contrapposizioni, legate ad una visione prettamente personale, tra i due maggiori programmi di riferimento canoro in Italia e in Svezia. Sanremo e Melodifestivalen: due specchi di due società dal sottofondo culturale e politico opposto o due facce della stessa medaglia? Acclamati spettacoli di intrattenimento o banali siparietti di bassa fascia? Elogi o critiche? Difficile rispondere, ma comunque la si veda, c’è sempre un buon motivo per guardarli. Perché? Parappappapapparà… perché SanMello è SanMello!

giovedì 26 febbraio 2026

ITALIENAREN – Sport invernali

Per gli amanti dello sport, Stoccolma è meravigliosa. La città offre moltissimo in diverse discipline e in tutte le stagioni dell’anno. Dà però il meglio di sé soprattutto d’inverno un po’ per tradizione e un po’ per condizioni ambientali. Quindi diciamo le cose come stanno, se vivi in Svezia o ti piacciono gli sport invernali o cominci a farteli piacere. Meglio sfruttare tutto quello che la neve e il ghiaccio hanno da offrire altrimenti la lunga stagione buia da novembre a marzo passa troppo lentamente.
Gli sport invernali però non sono un cliente facile. Non sono semplici come andare a nuotare al mare o al lago oppure come alcuni sport di squadra nei quali basta avere qualche amico con cui giocare. Gli sport invernali richiedono vestiti adeguati alle temperature basse e molte attrezzature specifiche. Non è infatti consigliabile andare a sciare indossando solo il costume da bagno e un pallone tra i piedi. Bisogna invece munirsi di tuta con diversi strati isolanti ma allo stesso tempo dinamica per permettere movimenti comodi e non sembrare l’omino Michelin. Inoltre servono pattini – diversi per il pattinaggio artistico da quelli lunghi per i laghi ghiacciati, detti långfärdsskridskor (non è una parolaccia, lo giuro!) –, sci e scarponi – morbidi e (quasi) comodi come una scarpa per lo sci di fondo e duri e comodi come un blocco di cemento incastrato nei piedi da uno stereotipo mafioso per lo sci alpino – oppure lo slittino bob ma solo se siete giamaicani. Non vanno dimenticati gli accessori aggiuntivi quali caschi (non quelli di banane), bacchette (preferibilmente non comprate dai cinesi) e goggles (se non li conoscete gogglateli). Va da sé che tutta questa roba costa un botto e potrebbe lasciarvi sul lastrico, oltre che sulle lastre di ghiaccio. Se l’attrezzattura è destinata ai bambini che passano dal numero di scarpa 32 al Bigfoot nel giro di un paio di mesi, si consiglia di acquistare tutto di secondo piede…hm, intendevo dire di seconda mano in molti negozi ben forniti sparsi in giro per la città. In questo modo si potrà evitare di dover aprire un mutuo ogni anno così da non trasformare l’inverno in inferno.
Gli sport invernali sono anche sofferenza. Praticandoli solo alcuni mesi all’anno per poi mettere tutto in cantina, capita spesso di (ri)scoprire l’esistenza di certi muscoli solo perché provocano dolore in diverse parti del corpo come l’inguine, attorno allo stinco, dietro le ginocchia e addirittura tra le dita dei piedi. Il patimento arriva anche dal congelamento di arti, guance, nasi e anche sopracciglia.
Gli sport invernali portano anche soddisfazioni. Tutte, a parte la brezza fresca in faccia della velocità, arrivano però alla fine, quando si torna a casa al calduccio. A partire dal tanto agognato, faticato e meritato sradicamento dello scarpone da sci alpino che, per le lacrime di gioia che procura, pare più l’estrazione del numero vincente al SuperEnalotto, passando per la degustazione di una tazza di cioccolato bollente lava e finendo con l’abbrustolimento delle chiappe al fuoco di un camino. Certo, per i più sadici della fatica motoria, si può anche aggiungere la piacevole (?) sensazione dei muscoli che tremano stremati dopo lo sforzo che sono lo scontrino come prova inconfutabile dell’avvenuto esercizio fisico. C’è da chiedersi quale tipo di Guardia di Finanza controlli poi che la procedura sia stata eseguita correttamente.
Alla fine dei conti gli sport invernali si fanno apprezzare sia per le soddisfazioni che procurano sia per le difficoltà che ci spingono a superare i nostri limiti. Queste attività possono essere infatti definite un vero e proprio buco nell’acqua… ma solo se il foro circolare è stato praticato nel lago ghiacciato e ci si tuffa dentro rigorosamente dopo una bella sauna.

martedì 17 febbraio 2026

ITALIENAREN - Martedì sovrappeso

Viviamo in un periodo storico nel quale bisogna fare molta attenzione alle parole che si usano, quindi per non offendere ed evitare body shaming ai danni del martedì, per essere più politically correct e più cool nei social senza perdere nessun concept in inglese, é meglio non associare più la parola “grasso” al giorno di chiusura del Carnevale (Överviktigtisdag, in svedese).
Su una cosa però ci si può concentrare senza problemi (grammaticali ma sicuramente di salute): i dolci. In preparazione all’ultima abbuffata prima della quaresima, nella mia testa parte la solita sfida epica tra le prelibatezze italiane e quelle svedesi. Da una parte abbiamo la cucina nostrana con frittelle e castagnole, ma anche l’incredibile diversità culinaria dei crostoli, le chiacchiere, le bugie (anche se devo essere onesto a queste ultime io preferisco le frappe), le cioffe, gli stracci e i galani. Dall’altro lato, quello giallo-blu, c’è il solo, inimitabile e gigantesco semla (alcuni dicono la semla per questioni di bilanciamento di genere ancora nel contesto del politically correct di cui sopra, ma la sostanza non cambia). Il semla è un dolce tipico svedese che segue, con alcune varianti, più o meno questa ricetta, fatta con ingredienti poveri[1]: un panino zuccherato e speziato al cardamomo viene diviso in due e farcito con crema alle mandorle e panna montata, si aggiungono un paio di strati d’oro ventiquattro carati, viene guarnito con piccoli diamanti e infine si conclude con una spruzzata abbondante di zucchero a velo e rubini in cima all’ultimo strato di panino. Il tutto servito in una confezione di cristallo. Lo so che può sembrare assurdo, ma la ricetta deve essere per forza così, altrimenti non si giustifica il prezzo che le pasticcerie di Stoccolma sparano per ogni singolo pezzo in vendita. Sembra che prima di colpirle con i grassi saturi, il semla voglia allenare le arterie cardiache dei consumatori con un infarto preliminare provocato dall’alleggerimento del portafoglio.
Pur non essendo uno sfegatato sostenitore del semla, con gli anni ho imparato ad apprezzarlo e a gustarlo nelle diverse varianti con la vaniglia, il cioccolato, il pistaccio (non ho dimenticato l’H ma qui lo scrivono proprio così), lo zafferano per i nostalgici del Natale, i lamponi, il caramello oppure addirittura la liquirizia. Tra tutte le opzioni me ne mancano ancora alcune, ma ormai non mi faccio mai mancare almeno un paio di dolci svedesi a febbraio, sfidando apertamente l’oscura leggenda metropolitana, secondo la quale chi mangia più di tre semla all’anno rischia seri problemi di salute se non adirittura la morte[2].
Nonostante chiunque svedese osanni il semla e nonostante ne apprezzi la bontà, alla fine, per quanto mi riguarda, la sfida tra le due cucine viene vinta ancora una volta dal tricolore e dalla nostalgia. I crostoli e le frittelle rimarranno sempre nel mio cuore (anche loro all’altezza delle coronarie). Non è facile trovare i dolci italiani in vendita in città e non sarebbe difficile prepararli a casa propria, a patto che poi si sia disposti a buttare via la cucina e sostituirla con una nuova che non sia appestata dal puzzo di fritto. Per questo motivo non ne mangio da molti anni e quindi vivo più di bei ricordi d’infanzia che di vere sensazioni gustative. Sognando a occhi aperti, mi rendo conto che mi mancano anche altre cose del febbraio italiano, come i carri, gli addobbi, gli Arlecchini, i Pulcinella, i Pantalone e compagnia bella del Carnevale. Purtroppo in giro si vedono solo certi pagliacci che stanno al potere nel mondo, mentre io vorrei invece vedere più mascherine allegre e colorate[3]. Sono fatto così, sogno sempre troppo.


[1] www.cosecheinventoio.se
[2] www.altrecosecheinventoio.se
[3] www.diventacomelaLittizzettoeFabioFazioanchetu.it