martedì 3 marzo 2026

ITALIENAREN - Festival di SanMello

«Papà, che cos’è Sanremo?»
«È il corrispettivo italiano del Melodifestivalen.»
Mento senza pudore. Che orrore. Mi vergogno di aver detto qualcosa di così sbagliato. Sanremo e il Mello (come viene chiamato dagli amici il Melodifestvalen) sono due cose diverse. Lo so io e lo saprà mio figlio a breve. Non appena avrà il coraggio e la follia di restare sveglio fino alle ore piccole per capirlo.
Proprio questa è una prima sostanziale differenza. Un programma creato per intrattenere adulti e anziani contro uno pensato per i bambini, se si considera che due (e mezzo) categorie di voto su otto sono dedicate ai minorenni. Gli orari di programmazione rafforzano il concetto. Da una parte inizio quasi alle nove di sera e conclusione alle due di notte passate (!) per più di cinque ore di lunghissima trasmissione prolissa ed estenuante quasi come questa logorroica e ampollosa frase senza fine che sto prolungando deliberatamente per infastidire. Dall’altra due orette pragmatiche, dalle otto alle dieci di sera. Punto. Anche la lunghezza totale di tutte le serate cambia di molto. In Italia un All you can sing in meno di una settimana, in Svezia, tra qualificazioni, semifinali e finali, tutto spalmato in comode rate di sei settimane come le beneamate rate del televisore. La sede è anche un fattore importante. Sempre nello stesso luogo al teatro Ariston come la muffa che si riforma dopo che l’hai tolta, contro uno spettacolo itinerante in diverse città come le pulci del circo. 
Non solo la quantità, ma anche la qualità cambia. Nenie melodiche senza rischi da strapparsi i timpani con alcune pericolose deviazioni trap da strapparsi quel che resta delle orecchie contro una variazione di canzoni dal (K-)pop al rock, dalla disco allo schlager, passando inevitabilmente per le ballate popolari in un audace pot-pourri musicale che sta bene come la macedonia fatta con i cachi. I cantanti stessi hanno un approccio diverso nella composizione musicale per raggiungere la meta finale. Se da una parte ai cantautori italiani non frega quasi niente dell’Eurovision Song Contest, dall’altra gli artisti svedesi respirano e scrivono solo ed esclusivamente per raggiungere in maniera ossessiva il Gotha dell’ESC.
Non va dimenticata la forma sia delle canzoni sia dello spettacolo generale nella disanima delle differenze. I costumi ad esempio vedono un classico ed elegante incartapecorito che porta sempre avanti lo stile e la classe tricolore contro paillettes riflettenti e sciarpe di piume dai colori sgargianti in una sfida epica tra il kitsch e il trash. Le canzoni sono cantate da una parte solo in lingua ufficiale nazionale in quanto si tratta di un festival della canzone italiana e dall’altra così spesso in inglese che sentirne qualcuna in svedese dà la sensazione di aver cambiato per sbaglio canale. Sanremo offre varietà con ospiti canori nazionali e internazionali, comici, registi e attori che hanno in comune il solo fatto di essere strapagati. Il Mello offre una canzone dietro l’altra, tutte d’un fiato come su un nastro trasportatore industriale.
Queste sono solo alcune contrapposizioni, legate ad una visione prettamente personale, tra i due maggiori programmi di riferimento canoro in Italia e in Svezia. Sanremo e Melodifestivalen: due specchi di due società dal sottofondo culturale e politico opposto o due facce della stessa medaglia? Acclamati spettacoli di intrattenimento o banali siparietti di bassa fascia? Elogi o critiche? Difficile rispondere, ma comunque la si veda, c’è sempre un buon motivo per guardarli. Perché? Parappappapapparà… perché SanMello è SanMello!

giovedì 26 febbraio 2026

ITALIENAREN – Sport invernali

Per gli amanti dello sport, Stoccolma è meravigliosa. La città offre moltissimo in diverse discipline e in tutte le stagioni dell’anno. Dà però il meglio di sé soprattutto d’inverno un po’ per tradizione e un po’ per condizioni ambientali. Quindi diciamo le cose come stanno, se vivi in Svezia o ti piacciono gli sport invernali o cominci a farteli piacere. Meglio sfruttare tutto quello che la neve e il ghiaccio hanno da offrire altrimenti la lunga stagione buia da novembre a marzo passa troppo lentamente.
Gli sport invernali però non sono un cliente facile. Non sono semplici come andare a nuotare al mare o al lago oppure come alcuni sport di squadra nei quali basta avere qualche amico con cui giocare. Gli sport invernali richiedono vestiti adeguati alle temperature basse e molte attrezzature specifiche. Non è infatti consigliabile andare a sciare indossando solo il costume da bagno e un pallone tra i piedi. Bisogna invece munirsi di tuta con diversi strati isolanti ma allo stesso tempo dinamica per permettere movimenti comodi e non sembrare l’omino Michelin. Inoltre servono pattini – diversi per il pattinaggio artistico da quelli lunghi per i laghi ghiacciati, detti långfärdsskridskor (non è una parolaccia, lo giuro!) –, sci e scarponi – morbidi e (quasi) comodi come una scarpa per lo sci di fondo e duri e comodi come un blocco di cemento incastrato nei piedi da uno stereotipo mafioso per lo sci alpino – oppure lo slittino bob ma solo se siete giamaicani. Non vanno dimenticati gli accessori aggiuntivi quali caschi (non quelli di banane), bacchette (preferibilmente non comprate dai cinesi) e goggles (se non li conoscete gogglateli). Va da sé che tutta questa roba costa un botto e potrebbe lasciarvi sul lastrico, oltre che sulle lastre di ghiaccio. Se l’attrezzattura è destinata ai bambini che passano dal numero di scarpa 32 al Bigfoot nel giro di un paio di mesi, si consiglia di acquistare tutto di secondo piede…hm, intendevo dire di seconda mano in molti negozi ben forniti sparsi in giro per la città. In questo modo si potrà evitare di dover aprire un mutuo ogni anno così da non trasformare l’inverno in inferno.
Gli sport invernali sono anche sofferenza. Praticandoli solo alcuni mesi all’anno per poi mettere tutto in cantina, capita spesso di (ri)scoprire l’esistenza di certi muscoli solo perché provocano dolore in diverse parti del corpo come l’inguine, attorno allo stinco, dietro le ginocchia e addirittura tra le dita dei piedi. Il patimento arriva anche dal congelamento di arti, guance, nasi e anche sopracciglia.
Gli sport invernali portano anche soddisfazioni. Tutte, a parte la brezza fresca in faccia della velocità, arrivano però alla fine, quando si torna a casa al calduccio. A partire dal tanto agognato, faticato e meritato sradicamento dello scarpone da sci alpino che, per le lacrime di gioia che procura, pare più l’estrazione del numero vincente al SuperEnalotto, passando per la degustazione di una tazza di cioccolato bollente lava e finendo con l’abbrustolimento delle chiappe al fuoco di un camino. Certo, per i più sadici della fatica motoria, si può anche aggiungere la piacevole (?) sensazione dei muscoli che tremano stremati dopo lo sforzo che sono lo scontrino come prova inconfutabile dell’avvenuto esercizio fisico. C’è da chiedersi quale tipo di Guardia di Finanza controlli poi che la procedura sia stata eseguita correttamente.
Alla fine dei conti gli sport invernali si fanno apprezzare sia per le soddisfazioni che procurano sia per le difficoltà che ci spingono a superare i nostri limiti. Queste attività possono essere infatti definite un vero e proprio buco nell’acqua… ma solo se il foro circolare è stato praticato nel lago ghiacciato e ci si tuffa dentro rigorosamente dopo una bella sauna.

martedì 17 febbraio 2026

ITALIENAREN - Martedì sovrappeso

Viviamo in un periodo storico nel quale bisogna fare molta attenzione alle parole che si usano, quindi per non offendere ed evitare body shaming ai danni del martedì, per essere più politically correct e più cool nei social senza perdere nessun concept in inglese, é meglio non associare più la parola “grasso” al giorno di chiusura del Carnevale (Överviktigtisdag, in svedese).
Su una cosa però ci si può concentrare senza problemi (grammaticali ma sicuramente di salute): i dolci. In preparazione all’ultima abbuffata prima della quaresima, nella mia testa parte la solita sfida epica tra le prelibatezze italiane e quelle svedesi. Da una parte abbiamo la cucina nostrana con frittelle e castagnole, ma anche l’incredibile diversità culinaria dei crostoli, le chiacchiere, le bugie (anche se devo essere onesto a queste ultime io preferisco le frappe), le cioffe, gli stracci e i galani. Dall’altro lato, quello giallo-blu, c’è il solo, inimitabile e gigantesco semla (alcuni dicono la semla per questioni di bilanciamento di genere ancora nel contesto del politically correct di cui sopra, ma la sostanza non cambia). Il semla è un dolce tipico svedese che segue, con alcune varianti, più o meno questa ricetta, fatta con ingredienti poveri[1]: un panino zuccherato e speziato al cardamomo viene diviso in due e farcito con crema alle mandorle e panna montata, si aggiungono un paio di strati d’oro ventiquattro carati, viene guarnito con piccoli diamanti e infine si conclude con una spruzzata abbondante di zucchero a velo e rubini in cima all’ultimo strato di panino. Il tutto servito in una confezione di cristallo. Lo so che può sembrare assurdo, ma la ricetta deve essere per forza così, altrimenti non si giustifica il prezzo che le pasticcerie di Stoccolma sparano per ogni singolo pezzo in vendita. Sembra che prima di colpirle con i grassi saturi, il semla voglia allenare le arterie cardiache dei consumatori con un infarto preliminare provocato dall’alleggerimento del portafoglio.
Pur non essendo uno sfegatato sostenitore del semla, con gli anni ho imparato ad apprezzarlo e a gustarlo nelle diverse varianti con la vaniglia, il cioccolato, il pistaccio (non ho dimenticato l’H ma qui lo scrivono proprio così), lo zafferano per i nostalgici del Natale, i lamponi, il caramello oppure addirittura la liquirizia. Tra tutte le opzioni me ne mancano ancora alcune, ma ormai non mi faccio mai mancare almeno un paio di dolci svedesi a febbraio, sfidando apertamente l’oscura leggenda metropolitana, secondo la quale chi mangia più di tre semla all’anno rischia seri problemi di salute se non adirittura la morte[2].
Nonostante chiunque svedese osanni il semla e nonostante ne apprezzi la bontà, alla fine, per quanto mi riguarda, la sfida tra le due cucine viene vinta ancora una volta dal tricolore e dalla nostalgia. I crostoli e le frittelle rimarranno sempre nel mio cuore (anche loro all’altezza delle coronarie). Non è facile trovare i dolci italiani in vendita in città e non sarebbe difficile prepararli a casa propria, a patto che poi si sia disposti a buttare via la cucina e sostituirla con una nuova che non sia appestata dal puzzo di fritto. Per questo motivo non ne mangio da molti anni e quindi vivo più di bei ricordi d’infanzia che di vere sensazioni gustative. Sognando a occhi aperti, mi rendo conto che mi mancano anche altre cose del febbraio italiano, come i carri, gli addobbi, gli Arlecchini, i Pulcinella, i Pantalone e compagnia bella del Carnevale. Purtroppo in giro si vedono solo certi pagliacci che stanno al potere nel mondo, mentre io vorrei invece vedere più mascherine allegre e colorate[3]. Sono fatto così, sogno sempre troppo.


[1] www.cosecheinventoio.se
[2] www.altrecosecheinventoio.se
[3] www.diventacomelaLittizzettoeFabioFazioanchetu.it

venerdì 6 febbraio 2026

RACCONTI – Quello nuovo

Sono seduto alla scrivania del lavoro. Sto battendo sulla tastiera la cartella clinica del paziente che ho appena incontrato. Ridacchio tra me e me della situazione tragicomica in cui si trova la persona che ho appena incontrato ma della quale non posso farne parola altrimenti perderei subito l’abilitazione. Ho sete e in automatico allungo la mano alla ricerca della borraccia dell’acqua mentre tengo ancora lo sguardo fisso sul monitor alla ricerca dell’errore ortografico in svedese che ho sicuramente fatto. La mano afferra la pinzatrice e la porto alla bocca. Per poco non mi pianto una graffetta e divento un documento rilegato umano. Mi risveglio dall’autopilota e mi guardo attorno sorpreso. Ah, giusto, sono nel nuovo ufficio, non più in quello vecchio. La borraccia non ci stava bene a destra e ho dovuto spostarla dall’altra parte del tavolo. Bevo un sorso d’acqua e ributto lo sguardo sullo schermo. Ho perso il filo dei miei ragionamenti. Dovrò rileggere tutto e riconcentrarmi per trovare la formulazione migliore della frase. Una tacca di energia scende, ma non si tratta del cellulare.
Ho concluso il paragrafo con fatica e mi sento spaesato. Ho bisogno di un caffè. Ho giusto cinque minuti prima della prossima visita e mi fiondo in cucina. In corridoio vengo intercettato da una nuova collega che ho già visto a qualche riunione un mese fa. L’ho incontrata veramente? Non ne sono più tanto sicuro. Nel dubbio allungo la mano. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Lei risponde raccontandomi della sua professione e altre informazioni varie. Ne dimentico metà, incluso il suo nome. Mi avvicino con speranza alla macchina del caffè ma vengo fermato dallo sguardo curioso di un altro collega che sono abbastanza sicuro di non aver mai incontrato prima. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Finita la conversazione, guardo l’orologio e mi accorgo di essere in ritardo per la prossima visita. Niente caffè. Perdo una tacca di energia dalla mia riserva naturale.
Esco dalla cucina e giro a destra per dirigermi in sala d’attesa a chiamare il paziente ma finisco invece nella sala conferenze. Dovevo girare a sinistra. Nella fretta mi sono sbagliato. Strizzo gli occhi e mi do uno schiaffetto sulle guance e riesco a trattenere a stento un po’ di risorse energetiche.
A fine sessione devo consegnare un formulario al mio cliente. Nessun problema. Ne ho molti stampati e impilati nelle cartelle che tengo dietr… dietro alla scrivania nel mio vecchio ufficio. In questo invece non c’è niente. Devo stamparne di nuovi. Alzo gli occhi al cielo. Cerco le impostazioni del computer nuovo con molta fatica perché è un Mac e io sono abituato a Windows. Dopo molteplici prove ed errori e sudori freddi che colano sul PC rischiando di mandarlo in corto circuito, sbatto la testa contro il monitor e trovo quello che mi serve. Mando il documento in stampa, corro verso la stampante, ma mi accorgo di non avere ancora il codice per eseguire l’operazione. Niente da fare. Torno in stanza, mi scuso col paziente e ci congediamo. Mi lascio cadere sulla poltrona e con me cade a picco anche il livello della mia forza mentale.
La giornata prosegue e devo ancora risolvere il problema della stampante. Mi dicono che devo parlare con la responsabile, Anna, – qual è la stanza di Anna? Ma soprattutto chi è Anna? –  oppure posso mandare un’e-mail al personale di supporto tecnico. La seconda opzione mi sembra la più semplice. Chiedo a tre colleghi diversi e tutti e tre mi danno tre indirizzi diversi. Potrei spedire un messaggio a tutti gli indirizzi in compia nascosta e fare a gara a chi mi risponde per primo mettendo in premio delle borse in pelle che mi sono uscite sotto agli occhi. Alla fine decido di cercare Anna. Giro i corridoi come un fantasma maledetto in cerca perpetua della sua Perpetua. Alla fine la trovo. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Anna mi risponde con gentilezza ed educazione, ma con un giro di parole talmente largo che mi perdo. In sostanza, però, lei non conosce la risposta alla mia domanda. Il livello di resistenza psicofisica scende sotto il quaranta per cento.
È ora di pranzo. In cucina apro tutte le ante e i cassetti in cerca di piatti, posate e bicchieri. Tutti mi guardano come se fossi un ladro. Ho la tentazione di girarmi di scatto e sparare la mia frase standard per giustificarmi – «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come…» – ma per fortuna mi rimane un po’ di amor proprio e mi trattengo, anche perché sarei sembrato uno psicopatico con un coltello in mano e inoltre ho trovato tutto il necessario. Aziono il microonde, riesco a scaldare il cibo ma non la sala da pranzo che rimane gelida. Mi siedo sull’unica sedia libera e mi dicono che è il punto più freddo della stanza. Che culo. Io racconto del mito del colpo d’aria tipicamente italiano e guadagno punti simpatia provocando qualche risata. Il resto delle conversazioni verte sul tempo, sulle routine lavorative da cambiare e il turno di pulizia della cucina. Un classico. Parlo un po’ con tutti per fare conoscenza e a forza di stimoli sociali e suoni ovattati e rimbombati la testa mi scoppia.
La prima parte del pomeriggio passa agevolmente, ma quando sono seduto sulla poltrona e parlo con i pazienti sento che c’è qualcosa che non va. Non riesco a definirlo bene, ma è qualcosa che ho percepito subito a livello fisico, a livello muscolare. Ci sono! Come ho fatto a non capirlo prima? Nell’ultimo anno lavorativo, nella precedente stanza, la disposizione dei mobili e della poltrona era speculare a quella di adesso e quindi giravo gli occhi e il collo verso sinistra. Ora lo faccio verso destra. Questo aggiustamento mi ha fatto perdere un’intera tacca d’energia senza che me ne accorgessi, ma almeno ne guadagno in allenamento delle cervicali.
Ho bisogno di sgranchirmi le gambe e di bere un caffè. Torno in cucina. Non trovo le tazze. Apro di nuovo tutte le ante perché nella fretta di prima non mi ricordo dove ho visto le cose, ma alla fine riesco a versarmi il caffè: in parte sulla mano, in parte sul maglione e solo un sorso dentro la tazza. L’addetto alle pulizie mi guarda male nonostante io abbia pulito tutto con lo straccio e asciugato con la manica prima ancora che batta ciglio. La mia mente va subito all’inserviente del telefilm Scrubs e vaga libera verso lidi catastrofali: “Ora sono segnato a vita e quest’uomo mi perseguiterà per tutto il resto della carriera”. Meglio sfoderare un sorriso e cambiare aria. Non prima di… «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» La frase mi è costata l’approdo alla zona critica di esaurimento delle forze ma non ho potuto resistere, è stato più forte di me. Per fortuna mancano solo un paio d’ore a fine giornata.
Alle cinque infatti posso finalmente andarmene a casa. Tiro un sospiro di sollievo. Sono sopravvissuto anche a questa nuova settimana. Nonostante tutto non è andata così male. Chiudo la porta dell’ufficio con le chiavi di casa, mi metto le scarpe sulle mani, la sciarpa attorno ai piedi e infilo lo zaino sottosopra. Alla fermata della metro prendo il primo treno che passa e vado verso la direzione sbagliata. A lunedì prossimo!

martedì 20 gennaio 2026

ITALIENAREN – Slask

Un paio di mesi fa mi lamentavo della mancanza di strutture per la balneazione nella capitale svedese ed ecco che Stoccolma nel giro di pochi giorni provvede: slask! Purtroppo non ho nessun potere politico e le autorità svedesi non sono così efficienti da risolvere la questione prima ancora di aver partecipato ad almeno un paio di pause fika. Quindi più che il comune è stato il clima a contribuire a uno straordinario processo di trasformazione che ci ha riportati tutti nella collezione buio-depressiva autunno-inverno 2025/26. Dopo le copiose nevicate delle feste natalizie le temperature sono salite di qualche grado, quel tanto che basta da far sciogliere la neve ma non abbastanza da liberare del tutto le strade e i marciapiedi. La neve fa i dispetti insomma e smantella lo show bianco e luminoso che aveva messo in piedi a inizio gennaio. Quel che resta è una brodaglia di acqua, fango, condensato di smog, sassetti e rifiuti tritati. Un cocktail micidiale che neanche da bambino avrei mai osato ricreare nel secchio di plastica che rubavo dal garage a mio padre per fingermi stregone. Tutto questo bendidio in svedese si chiama appunto slask.
Nel periodo che va dallo scioglimento dei ghiacci alla primavera si può assistere agli stoccolmesi che si cimentano in una corsa a ostacoli buffa ed epica nella quale il primo premio per tutti consiste in una bella giornata di sole coperta da nuvoloni grigi. Ora infatti la città si è trasformata in una serie di laghetti artificiali poco invitanti delimitati da cacche di cane sepolte da padroni sconsiderati sotto pupazzi di neve e ora emerse come fossili indesiderati. Così i cittadini spostano temporaneamente lo sguardo dal cellulare al marciapiede per saltellare da un'isoletta asciutta all'altra cercando di salvare le scarpe. Nonostante gli sforzi però i pantaloni finiscono sempre per sporcarsi di fango. La gente della capitale è però intraprendente è risolve il problema con metodi creativi ma poco ortodossi per la stagione: c’è chi infatti porta scarpe o stivali talmente alti da sembrare palafitte, chi se ne va in giro arrotolando i pantaloni per riscoprire la moda anni ’30, chi si mette direttamente i pantaloni corti fingendo di essere a Midsommar – in effetti a volte la temperatura non è tanto diversa – e chi addirittura indossa ai piedi infradito hawaiane credendo di essere alla Maldive e procurandosi un mal di testa geografico. Tutti questi bizzarri stratagemmi serviranno ancora per poco comunque, perché lo slask non durerà per sempre e tra qualche giorno le temperature inevitabilmente scenderanno di nuovo sotto lo zero – siamo pur sempre in Svezia a gennaio e febbraio – portando lo Stige superficiale a diventare ben presto un'enorme pista da pattinaggio illuminata da luci colorate accompagnate da echeggianti suoni melodici. Detta così sembra un parco giochi straordinario, ma il divertimento è garantito solo per chi ha avuto l’accortezza di munirsi di ramponi da ghiaccio. Ah, i suoni che si sentono in sottofondo sono quelli delle ambulanze che soccorrono i feriti con arti fratturati e dischi vertebrali schiacciati.
Sospirando amaramente rifletto: menomale che non mi sono mai lamentato della mancanza di palazzetti del ghiaccio altrimenti la situazione sarebbe stata ben peggiore. Ora però me ne vado. Accendo il motore del motoscafo che porta il mio cognome sulla fiancata e corro a comprare un paio di pattini per sopravvivere alla prossima era glaciale.

venerdì 28 novembre 2025

ITALIENAREN – Buchi nell’acqua

Quattordici isole ufficiali, circa 24 000 stimate, un numero incalcolabile di laghi, un-numero-inventato-ma-grande-grandissimo-di metri cubi d’acqua, spiagge di sabbia e di sassetti di ogni tipo, scogliere per i tuffi… eppure a Stoccolma non si può nuotare. Sembra un paradosso ma non lo è.
Non è che sia fisicamente impossibile, ma diventa difficile farlo in pratica, in maniera più controllata e sicura. In questo periodo molte piscine comunali di Stoccolma e dei comuni limitrofi vengono chiuse temporaneamente per andare sotto i ferri per essere rinnovate oppure chiuse definitivamente per decisioni politiche. Eriksdalasbadet – la piscina principale della città, l’arteria pulsante del nuoto stoccolmese – ha subito vari interventi di ristrutturazione (sacrosanti e necessari, prima che venisse soprannominata Eriksdals-bidet) e diverse parti sono state chiuse al pubblico[1]. Sorte simile ma con pena più aspra in quanto tutto lo stabile è rimasto o sarà chiuso, è toccata alle piscine a nord (Sollentuna sim- och sporthall)[2], sud (Vårby simhall)[3], ovest (Vällingby simhall)[4] e mancherebbe solo est per completare la canzone amarcord degli 883. Da maggio 2026 si aggiungerà anche la dolorosa perdita della piscina di Kungsholmen. La polizia, proprietaria dello stabile, non rinnoverà la licenza al comune e se prima mandava tutti al fresco – Kronobergsbadet è nota per avere acqua molto fredda – a breve staranno tutti all’asciutto[5].
Grazie a queste scelte che appaiono un po’ all’acqua di rose, da domani si starà stretti se si vuole praticare questa disciplina sportiva. Non che ora si stia larghi. Chiunque sia andato a nuotare prima o dopo l’orario lavoro canonico ha sicuramente provato la brutta sensazione di sentirsi in una tonnara, dove toccare i piedi degli utenti davanti e farsi solleticare da quelli dietro è come bere un bicchier d’acqua. Se ora si bestemmia per la diseguaglianza nella divisione delle corsie, dove solo mezza è dedicata a chi vuole nuotare con un certo ritmo e tutte le altre dodici al pensionistico motionsim, in futuro si dovrà sgomitare anche per avere un posto a sedere a bordo vasca in attesa del proprio turno in acqua. La mancanza di piscine disponibili non sarà solo un problema per gli appassionati dello sport e per la salute psicofisica della popolazione, ma influenzerà anche le scuole nuoto che saranno costrette a migrare in acque internazionali e rendendo magari più difficile l’emergere di nuove Sarah Sjöström. L’unico aspetto positivo è che gli unici funghi che si diffonderanno saranno quelli dei boschi e dei piatti di cucina e un po’ meno quelli nei piedi rigorosamente privi di ciabatte degli svedesi.
L’amara verità però è che a chi vorrà mantenere viva l’attività fisica non resterà altro che cambiare sport e darsi all’ippica.

[1] https://motionera.stockholm/trana-gymma-simma/eriksdalsbadet/#:~:text=Det%20p%C3%A5g%C3%A5r%20underh%C3%A5llsarbeten%20p%C3%A5%20Eriksdalsbadet,%C3%84ventyrsbadet%3A%20juni%202025%E2%80%93januari%202026
[2] https://www.skab.se/fastigheter-och-projekt/byggprojekt/sollentuna-simhall
[3] https://www.huddinge.se/fritid-natur-och-kultur/motion-och-idrott/simhallar-huddinge/varby-simhall-renoveras/
[4] https://vaxer.stockholm/projekt/vallingby/renovering-av-vallingby-sim--och-idrottshall/
[5]
https://motionera.stockholm/trana-gymma-simma/kronobergsbadet/stangning/

mercoledì 5 novembre 2025

ITALIENAREN – Giochino autunnale

Se fai meno di 100 punti sei vivo.
Semplice.
Arrivi, le porte si aprono, entri, le porte si chiudono, ti siedi e aspetti il tuo turno. Basta guardarsi attorno, fare meno punti possibile, stare sotto il 100 e rimanere vivo. Sembra facile, ma non lo è.
Se ti volti a destra e a sinistra e incroci lo sguardo di un altro concorrente disarmato come te è un buon segno. Rimani a zero.
Trovi una persona che sta leggendo un libro? Vai a complimentarti ma poi però segna 1 punto.
Se trovi un individuo che dorme o che riposa con gli occhi chiusi, prendi 2 punti.
Se qualcuno attorno a te sta parlando con un altro essere umano – i neonati e i cani non contano – non male, ma attenzione, guadagni 3 punti. Se lo fa al telefono, le regole sono più ferree e si aggiungono 4 punti.
Un passeggero ascolta musica o un podcast con gli auricolari? I punti da sommare sono 5. Bisogna dare il beneficio del dubbio e supporre che la musica o gli argomenti trattati siano interessanti, ma se per qualche motivo scopri che ascolta musica trap, hai perso. Insindacabile.
Ora il gioco si fa sempre più duro quando arriva l’inevitabile schermo che tutto vede e tutto controlla. Appena scovi un essere umano che guarda il cellulare per un periodo di tempo limitato, magari solo per controllare l’ora o per verificare se il suono che ha sentito era quello dei suoi messaggi, ma poi rimette via l’aggeggio infernale in tasca o nella borsetta, ti salvi con solo 6 punti. Se lo vedi pigiare con foga sui tasti in un comportamento di apparente comunicazione interpersonale a distanza i punti salgono a 7.
Quando noti qualcuno attorno a te rapito dalla luce fioca del cellulare ma almeno ride, sembra preoccupato, assorto o quantomeno mostra una ben che minima parvenza di emozione residua nella sua espressione facciale, metti 8 punti in saccoccia. Ne prendi invece 9 se la persona in questione non batte ciglio o sembra fissare il vuoto nonostante il ditino continui a muoversi su e giù senza meta e senza scopo in maniera automatica.
Il treno continua a sfrecciare implacabile tra una zona e l’altra della città. Vecchia gente scende, nuova gente sale. Il gioco continua inesorabile. Pensavi di esserti salvato, ma arrivano i bonus combinazione: musica nelle orecchie più sonnellino fa 5 + 2; deprivazione sensoriale visiva e uditiva in contemporanea fa 5 + 6. Il gioco è spietato.
Infine il colpo finale: se scopri che uno dei tuoi vicini di posto sta giocando a Candy Crush Saga o addirittura a qualcosa di più stupido, i punti sono 15. Pesante!
La tua meta si sta avvicinando. Con lo sguardo hai incrociato circa una ventina di persone sedute e una decina in piedi. È il momento di eseguire il calcolo finale. Fai la conta che ti separa dall’essere o non essere vivo. Segna bene tutti i punti accumulati.
Ne hai fatti 99? Bene, non sei finito in uno scompartimento di zombi tecnologici. Sei vivo. Vai subito a scriverlo su tutti i social... oh no, hai il cellulare in mano. Avevi ancora un piede nel vagone della metropolitana e hai appena aggiunto 6 punti al pallottoliere del giochino. Hai sballato.
Sei un non-vivo!