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mercoledì 12 febbraio 2020

HORROR ALL’ITALIANA – Voodoo Ken


È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
In un campo nomadi della periferia della città una donna siede all’interno di una tenda addobbata da drappi, pizzi e merletti dai colori caldi. Amanda è bellissima e molto appariscente: alta, bionda, formosa e con tutta la plastica corporea ben distribuita. È la perfetta bambolina. Osserva i tarocchi sparpagliati sulla tavola, ammira i dipinti raffiguranti gli astri appesi alle pareti e rimane affascinata dal globo appoggiato su una mensola. In mano tiene un pupazzo particolare: la statuetta plastificata di Ken Carson, compagno di Barbie. La donna stringe forte il suo nuovo giocattolo, perché sa di avere un grande potere in mano.
La medesima sera, nella stessa città, in un locale esclusivo del centro, un uomo è al bancone del bar. Arturo è affascinante e molto sicuro di sé: occhi scuri e misteriosi, capigliatura perfetta, addominali scolpiti e pelle ambrata da Solarium. È il perfetto macho. Ordina con determinazione due drink, uno per lui e uno per la sua nuova conquista. Sorride ignaro.
Intanto Amanda, nella tenda del campo nomadi, armeggia con il giocattolo Ken e lo pone in una posa a teiera: braccio destro piegato e mano appoggiata sull'anca, braccio sinistro lungo il fianco, corpo sinuoso. Incredibilmente, a qualche chilometro di distanza, il macho Arturo si mette nella stessa identica posizione, tra l’imbarazzo della sua compagna e degli amici. Amanda solletica Ken sotto le ascelle. Arturo esplode inaspettatamente in una risatina appariscente e incontrollata causata da una battuta di un amico. Subito si mette una mano davanti alla bocca per cercare di bloccare lo scoppio gaio e si ricompone sedendosi al suo tavolo. Nel frattempo, Amanda prende le gambe di Ken e le accavalla molto strette le une alle altre. Inconsapevolmente, Arturo al bar fa lo stesso e dopo essersene accorto, cambia immediatamente posizione tenendo le gambe ben larghe. Il macho si guarda attorno in imbarazzo perché non sa proprio che cosa stia succedendo. In quel preciso istante, però, si ricorda che la sua ex fidanzata, Amanda, aveva minacciato di rifilargli un rito Voodoo per tutte le meschinità e i tradimenti che aveva subito. Arturo va per un attimo nel panico. È vittima di una pazza squilibrata che per vendetta lo sta rendendo un effeminato. Deve fare qualcosa. Deve trovare il modo di bloccarla. Ma come? Amanda, invece, non si ferma davanti a niente e continua imperterrita la sua missione: ora schiaccia senza pietà gli occhi del bambolotto Ken. Arturo scoppia in un pianto disperato. Il panico della situazione fa prevalere la parte emotiva e sensibile del suo carattere che probabilmente lui stesso non pensava neanche di avere. Arturo è costretto a lasciare il tavolo e a rifugiarsi in bagno, accampando la scusa di avere una pagliuzza nell’occhio che gli dà fastidio. Si sciacqua la faccia un paio di volte e cerca di calmarsi. Deve trovare Amanda e fermare il rito Voodoo contro di lui. Non può permettersi di ridursi in questo stato efebico. Amanda, però, ha già pronta la prossima mossa: infila uno spillo nella gola del fantoccio che tiene saldamente in mano. Arturo ritorna al tavolo con la sua nuova donna e gli amici ed è pronto a inventarsi una scusa per andarsene. Appena parla, però, si accorge che la voce gli esce con un tono strano: molto acuto, quasi stridulo. Si blocca subito, sbalordito e inerme davanti ai cambiamenti che stanno avvenendo nel suo corpo. Ma che gli sta succedendo? Arturo beve un sorso di cocktail e si schiarisce la voce. Saluta tutti e spiega, con gesti eccessivamente marcati e molto aggraziati, che deve tornare immediatamente a casa per prendersi cura delle sue povere piante che stanno soffrendo da troppe ore senza acqua. Ormai non sa neanche lui quello che sta dicendo. Cerca di controllare i movimenti e la spigliatezza della parlata, ma è tutto inutile. C’è solo una cosa da fare: trovare e disarmare Amanda. Un rito Voodoo può essere stato messo in atto solo al campo nomadi fuori città. È lì che dovrà andare, ne è sicuro. Lascia la compagnia, prende la macchina e va a tutta velocità verso il suo obiettivo. Alla radio stanno dando la canzone Macho Man dei Village People e lui prova un’irrefrenabile voglia di ballare che lo fa quasi sbandare fuori strada. Amanda sorride beffarda e comincia l’atto finale del suo spettacolo maligno. Gira di schiena il pupazzo giocattolo e prende lo spillo. Arturo macina chilometri su chilometri e si avvicina. Amanda si prepara a colpire, pregustando il colpo. Sta per compiere il gesto ma sul più bello una tenda si scosta, Amanda si blocca e qualcuno entra: è una donna anziana, di carnagione scura, addobbata da molte collane, amuleti e braccialetti. La donna si dice pronta per il rito Voodoo richiesto da Amanda. La chiromante spiega che la bambola Voodoo Ken non è ancora stata “attivata”. Disorientata da quest’affermazione, Amanda lascia cadere il giocattolo. Solo ora capisce che quello che ha tenuto in mano fino a ora era solo un pezzo di plastica e quindi si rende conto di non aver fatto proprio niente ad Arturo. La chiromante racconta i pericoli della magia nera e vuole ancora accertasi che sia quello che la sua cliente vuole veramente. Amanda è confusa e piena di dubbi. All’improvviso si pente e se ne va. Arturo, invece, si è perso. Non riesce a trovare il campo nomadi. È abbattuto perché è ancora erroneamente convinto di essere vittima di un rito voodoo, ma alla fine si arrende lo stesso. Ferma la macchina e va a bere un bicchiere nel primo bar che trova. Inconsciamente, il suo girovagare per la città l’ha portato nel quartiere gay e la notte è ancora giovane.

giovedì 25 aprile 2019

HORROR ALL’ITALIANA – Liberation Day

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace. 
Sembra un giorno come un altro. Sembra una brutta giornata di pioggia come altre. Oggi, 25 aprile 2019, però, alle otto di mattina (Central European Time), ogni essere umano sulla faccia della Terra, troverà una sorpresa in cielo: non solo un sole splendente, delle nuvole cariche di pioggia, un cielo stellato o una luna piena, ma una navicella spaziale. Una serie di enormi navicelle spaziali, infatti, si sono posizionate in cielo a migliaia di metri d’altezza nei punti strategici del mondo, spuntante quasi dal nulla, da dietro le nuvole o nascoste dietro qualche asteroide di passaggio. Lo stupore sulla faccia della gente è comprensibile: d’altronde è una scena che ci si aspetterebbe solo in un qualche film o racconto di fantascienza e invece è lì, fuori dalla finestra di casa. Qualcuno dovrà svegliarsi da un dolce sogno per ritrovarsi in un brutto incubo. Qualcuno dovrà interrompere il suo pasto e fare attenzione a non soffocarsi mentre alza gli occhi verso l’alto. Qualcuno dovrà interrompere il proprio lavoro e forse non tornarci più. Uno dei più grandi quesiti dell’uomo è stato risolto: c’è vita nell’universo. Sono qui per distruggerci? Sono qui per aiutarci? Sono qui in vacanza? All’improvviso nelle navicelle si accendono delle luci intense proiettate verso la Terra. Questi raggi laser sono accompagnati da un suono sibilante e fastidioso che costringe tutti a tapparsi le orecchie. In seguito il suono diventa più ritmato e si propaga a onde. Il terrore nello sguardo di tutti gli esseri umani prende il posto dello stupore. La gente comincia a scappare e urlare in preda al panico. Non sono venuti in pace! Le onde elettromagnetiche generate dalle navicelle investono tutti i continenti. Appena colpiti dalle onde, tutte le persone smettono di fare quello che stavano facendo, tutti smettono di urlare e rimangono con gli occhi sbarrati fissando il vuoto. Che sta succedendo? Le onde elettromagnetiche cambiano frequenza e la gente si riattiva, ma come degli automi, come ipnotizzati, controllati a distanza dagli alieni. Dalla Francia agli Stati Uniti, dal Brasile all’Egitto, passando per il Giappone, l’India, il Messico e la Germania, tutti gli abitati della Terra rispondono ai comandi degli alieni. Tutti? No, non proprio tutti. Un solo paese resiste strenuamente. Un piccolo paese europeo a forma di stivale. Una forma quasi profetica a simboleggiare la voglia di cacciare a calci gli alieni invasori della Terra. Cosa rende questo paese immune dalle onde elettromagnetiche degli alieni? Semplice: non crede ai fatti ma solo alla pancia e quella navicella gigante che oscura il sole e dà un po’ di refrigerio in quel giovedì caldo e afoso non è poi così male. I nostri invasori, però, non ci stanno e sferrano la loro arma letale per conquistare anche quest’ultimo paese rimasto. In poco tempo, tramite le onde elettromagnetiche, danno ordine agli stranieri di agire senza pietà, usando i mezzi più infimi e spregiudicati per colpire la resistenza lì dove fa più male. Ecco, quindi, un’orda di stranieri che avanza verso i confini, urlando a gran voce le ignobili sentenze: “gli italiani mangiano solo e sempre pizza e pasta, specialmente i maccheroni”. Oh, che colpo basso. Gli italiani incassano e cercano di ribattere ma hanno la bocca piena di spaghetti al ragù. I forestieri incalzano: “gli italiani sono sempre rumorosi e impulsivi, specialmente alla guida”. Ah, che affronto. Gli italiani protestato sbraitando ad alta voce, anche quelli in contromano, quelli parcheggiati in doppia fila e quelli bloccati nel traffico della tangenziale. Gli stranieri sono sempre più vicini: “gli italiani fanno parte di famiglie numerose e vivono con i genitori fino a quarant’anni”. Ahia, chi se l’aspettava questa? Gli stranieri non danno neanche il tempo agli italiani di piangere nelle braccia della mamma e infliggono il colpo finale: “gli italiani parlano sempre a gesti, mettono il gel nei capelli e… sono tutti mafiosi”. No, questo no: basta è troppo, l’Italia non può resistere anche a questo stereotipo. Tutti si arrendono. Proprio tutti? No, lui no! Lui resiste: lui è l’eroe nazionale, è il prescelto. È un uomo che si è alzato da dieci minuti e non si è accorto di quello che sta succedendo. Però ha già fatto in tempo a fare colazione con la pizza avanzata da ieri, a insultare il vigile perché gli sta facendo la multa per divieto di sosta sul parcheggio disabili, a chiedere a sua madre di stirargli la camicia e a pettinarsi i capelli ancora unti dalla recente serata in discoteca. Lui è diverso. Con lui stereotipi transculturali e onde elettromagnetiche non funzionano (forse perché sono parole troppo difficili). Gli alieni non sanno cosa fare, lui capisce subito il potere che ha acquisito e in un attimo, non prima di aver finito di bere il suo espresso, scaglia la contromossa. C’è solo un modo per contrastare le onde elettromagnetiche e la scarica di stereotipi: un messaggio della stessa portata. Il prescelto, allora, prende fiato e rutta violentemente, infine lancia il messaggio: “i vaccini fanno piangere i bambini, i bambini piangono quando fanno i capricci, quindi, per la proprietà transitiva, i vaccini causano autismo”. Il messaggio è poco chiaro, assurdo, completamente privo di logica, ma di grande richiamo mediatico e quindi profondamente tipico del suo paese. Grazie a questo gesto estremo, L’Italia si risveglia e insorge, respingendo gli alieni a forza di opinioni da bar sulla costituzione, l’economia mondiale, la pissicologgia clinica e la pedagogia dell’infanzia. Questa raffica di imprecisioni, frasi fatte e conoscenze aneddotiche stordisce gli alieni, li manda in crisi. Cercano di scappare a tutta velocità ma le navicelle si inceppano e poi implodono colpite dal rimbalzo delle loro stesse onde elettromagnetiche. Una sola nave aliena si salva e scappa in un batter d’occhio. L’Italia ha vinto. La Terra ha vinto. È il nuovo Liberation Day. Mentre l’eroe planetario, il prescelto, viene portato in trionfo nella piazza principale della capitale, un politico aizza la folla e inizia il suo discorso cerimoniale: “Abbiamo vinto! Sì, abbiamo sconfitto i nemici, ma questa è solo una battaglia nella guerra agli stranieri e i loro luoghi comuni, che sono il vero problema del nostro paese. Vi esorto, quindi, a gran voce, a compiere un primo gesto simbolico, prendendo distacco dagli stranieri,  e quindi abbandonando la moneta comune, fonte di ingiustizie, e vi sprono a tornare ai cari vecchi Sesterzi, che sono molto meglio, anche se provenienti dall’antica Roma ladrona. È ora di agire. Svegliatevi!!1!!!1!! Condividete questo messaggio se anche voi siete incaxxati!” Il politicante di turno continua la sua arringa per fomentare con successo la folla anestetizzata, mentre da una galassia ormai molto lontana, a milioni di anni luce da qui, l’alieno che era riuscito a scappare strizza l’occhio ghignando e continua a premere i tasti di un telecomando indirizzato verso il nostro pianeta. Alla fine, chi ha veramente vinto?

giovedì 24 gennaio 2019

HORROR ALL’ITALIANA – Villaggio maledetto

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace. 
Non c’è molto da fare nel piccolo villaggio: un unico bar ormai chiuso, un cinema dismesso, una sala bingo con il vietato l’ingresso ai minori di sessantacinque anni, la grande città viva a più di cinquanta chilometri di distanza… e tanta pioggia. Tantissima pioggia. In quel villaggio nordeuropeo piove sempre. Quello che però sarebbe un luogo senza speranza per molti è invece terreno fertile per un missionario italiano come me, dedito alla salvezza delle genti del nord. Quella che per molti sembra una missione impossibile, già fallita dai miei predecessori, per me è una sfida: la leggenda narra, infatti, che in quel villaggio ci sia una maledizione che nessuno sia mai riuscito a raccontare, tantomeno a sconfiggere. Niente di meglio per un giovane volenteroso come me, armato delle tante lettere d’incoraggiamento del mio predecessore. Sono appena arrivato al villaggio, stanco e spossato dopo cinquantadue ore di treno, dopo aver attraversato quattro paesi diversi, facendo scalo in dodici città. Uscito dalla stazione ferroviaria, incontro un senzatetto che mi accoglie benevolmente nella lingua locale: «Benvenuto, straniero!». Oh, la gente del posto è molto garbata. Poi però guardo meglio e mi accorgo che il senzatetto accompagna le sue parole con un sorriso e un gesto della mano che sembra indicarmi di andare via. Che voglia lanciarmi un monito? Forse sono troppo stanco per capirci qualcosa. Meglio rifocillarsi. Il senzatetto allora mi mostra indice e medio e li fa rotare mimando una forchetta. Mi sta invitando a condividere un pasto. Io annuisco e lui mi lancia una coperta. Poi torna a dormire. Pur rimanendo perplesso e deluso, lo ringrazio. Mi metto a dormire anch’io. Il mattino seguente vengo svegliato da un poliziotto del villaggio che, rigirando più volte la punta del suo dito medio sulla propria guancia, mi fa: «Si alzi. Lei è quello della missione, vero?» Annuisco e, un po’ intontito, chiedo. «Che ore sono?». Lui alza al cielo l’indice e mignolo e li agita: «Sono le due». Ho dormito parecchio, penso, ma perché mi ha fatto le corna? È uno scongiuro per neutralizzare la maledizione? «Mi scusi, agente, mi potrebbe portare dal mio predecessore?» Il poliziotto alza le spalle, unisce indice e pollice, formando un cerchio, e li porta verso la bocca. «Oh sì, grazie agente, mi servirebbe proprio un caffè!» «Non c’è tempo per il caffè» Risponde lui scocciato. «Ma se me l’ha proposto lei ora…» Il poliziotto si gratta un paio di volte il sottomento con il dorso delle dita, dimostrando disinteresse, ma poi replica arrabbiatissimo: «Se non la smette con queste richieste assurde, non la porto da nessuna parte, è chiaro?» Io ammutolisco. Ma dove sono capitato? Una strana sensazione di terrore mi sale dalla spina dorsale fino alla punta dei capelli. Il poliziotto ed io rimaniamo in silenzio e mentre camminiamo noto che il villaggio si è animato un po’. È domenica e gli abitanti si ritrovano per le strade e nella piazza centrale per scambiare chiacchiere e opinioni. C’è però qualcosa di strano nel loro comportamento. Qualcosa che non colgo nell’immediato, ma solo dopo una più attenta osservazione: la gente gesticola moltissimo, più del necessario. Non riesco a sentire cosa dicono, ma li vedo solo muovere le mani a dismisura. Lo stesso brivido di terrore mi assale di nuovo. Non ci faccio caso e, animato dal mio entusiasmo, accelero il passo per giungere alla mia meta. A un certo punto, però, il poliziotto si ferma e mi indica una casa in fondo alla via. Poi se ne va invitandomi a proseguire da solo. Mi saluta facendo un pugno con la mano ma chiudendo un dito alla volta partendo dal mignolo. Che sia una zona dove rubano molto e lui non vuole prendersi il rischio? Penso stupito. Il quartiere è in realtà tranquillissimo, esattamente come il resto del villaggio. Una sola cosa mi colpisce: man mano che mi avvicino alla casa che il poliziotto mi ha indicato, sento un pianto crescente. Prima fievole, poi sempre più forte e disperato. Mi avvicino con paura ma anche con curiosità. Quando giungo a pochi metri dalla casa, un ragazzo si avvicina a passo spedito e con sguardo gioviale. «Benvenuto!» Tiene la punta delle dita della mano destra unite e agita il polso in un gesto interrogativo. Poi afferma deciso. «Tu devi essere il nuovo missionario! Ti aspettavamo con ansia! Io sono il tuo nuovo assistente, nonché ex-assistente del tuo predecessore. Ora te la presento.» Appena il ragazzo finisce di parlare, il pianto all’interno dell’abitazione diventa ancora più forte. «Non ti preoccupare, fa così da solo due settimane di fila…» Sono terrorizzato ma anche eccitato per la mia missione. Entro nella casa e poi nella sala principale dove c’è il mio predecessore. Una ragazza giovane, ma che sembra vecchia e stanca. Appena mi vede, smette di piangere di colpo e si asciuga velocemente le lacrime. Il ragazzo mi saluta picchiettandosi l’indice sulla tempia e mi dice prima di andarsene: «Sarà un piacere assisterti!» Io mi rivolgo alla missionaria, finalmente in italiano, la nostra lingua madre: «Eri tu quella che piangeva tanto? Che ti è successo?» «Niente, non stavo piangendo.» risponde con gli occhi ancora rossi. Sono molto perplesso ma non lo faccio troppo a vedere per buona educazione, così cambio discorso: «Ho letto con ammirazione tutte le tue lettere di richiesta aiuto. Mi hai raccontato di una scuola. Di che si tratta?» Lei sembra nervosa e poi indica un cartello appeso al muro, con la scritta “SCUOLA DI GuSTI – decimo anniversario”. Il cartello ha qualcosa di strano, ma non capisco cosa. «Ah, una scuola di cucina per insegnare ai popoli del nord come cucinare all’italiana. Ottimo! Sarò lieto di proseguire la tua strada.» Lei annuisce, mentre si soffia in naso. Poi solleva le sue valige, appoggiate lì vicino. «Scusami, ora devo proprio andare. Il mio treno parte tra poco…» «Ma come, pensavo che avremmo collaborato assieme!» «No, no. Tu sei molto più bravo. Ora che ci sei tu, potrai mandare tu avanti questa scuola di… cucina!» Poi esce di fretta e corre verso la stazione. Il ragazzo assistente la saluta dalla finestra, sfregando il pollice e l’indice: «Ci mancherai!» Osservo il gesto del ragazzo con irrequietezza. Forse ho capito, ma non voglio ammetterlo a me stesso. Ho paura. Tanta paura. Dalla finestra si alza una folata di vento che fa cadere un pezzo del cartellone di prima. La verità della maledizione mi è finalmente rivelata, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Quella che mi ha preceduto è già corsa alla stazione con un sospiro di sollievo. Ho paura a guardare il cartello, ma alla fine lo faccio. Il cartello recita “SCUOLA DI GESTI – decimo anniversario”. È questa dunque la condanna di un missionario italiano in terra nordica: insegnare la gestualità italiana a chi compie gesti a casaccio… e fallire indecorosamente, come hanno fatto tutti i miei predecessori! È un incubo. Non mi resta che cominciare a scrivere lettere di aiuto e sperare che qualcun altro venga a salvarmi, occupando il mio posto in questo villaggio maledetto.

martedì 23 ottobre 2018

HORROR ALL’ITALIANA – 4891

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
La mattina seguente, come previsto, la sveglia suona. Sono le otto. Schiaccio il tasto e la pospongo di dieci minuti. La sveglia suona di nuovo. La spengo e torno a dormire: in fondo è il mio quarantacinquesimo compleanno, me lo merito. Sto per riprendere sonno quando un monitor ai piedi del letto si accede di colpo e una nota voce femminile mi ordina di alzarmi. Era inevitabile. Speravo di poter dormire, ma il monitor di sorveglianza non lascia mai scampo. Non dà mai tregua. Allora mi alzo e a piedi nudi vado verso il bagno. A metà strada il monitor parla di nuovo: «con le pantofole!» Torno indietro ed eseguo. «Prima fai il letto.» Non ho scampo. Il monitor vede tutto. Sbuffo infastidito e sussurro «che palle» a denti stretti. «Ti ho sentito, sai!» Il monitor vede e ascolta tutto. Finito di rassettare il letto, posso finalmente andare a fare pipì e sciacquarmi il viso. Scendo le scale e arrivo in cucina dove mi aspetta la colazione. Inizio a mangiare ma a metà lascio perché non ho appetito. «Finisci tutto!» Il monitor dei fornelli non aspetta un secondo di più. «Non ho fame…» «Hai bevuto ieri, vero?» «No.» «Bugiardo. Barcollavi ieri notte… e sei anche rientrato più tardi del previsto» «C’era traffico.» «Alle quattro del mattino?» Non rispondo e mi alzo per uscire. Il monitor dell’ingresso parte con la solita lista di domande «Vai fuori? Hai preso il pranzo che ti ho preparato? Ti sei messo la maglia di lana sotto la camicia che ti ho stirato? Guarda che fuori piove, hai preso l’ombrello? Fuori fa freddo, ti sei coperto bene?» Rispondo di sì a tutte le domande. Ad alcune ho mentito. Prendo la giaccia e finalmente esco. Il monitor dell’uscio mi urla: «hai dimenticato la sciarpa e il berretto… ti ho detto che fa freddo!» Rientro in fretta, predo gli indumenti e saluto. «Fai il bravo, mi raccomando.» Cammino in fretta. Ormai la casa dei miei genitori è lontana. No, non l’ho ereditata. È ancora casa loro. Sì, vivo ancora con loro. Ora però sono fuori. No, non vado al lavoro. Non ho un lavoro. Vado al bar dell’università. Lì trovo tutti gli altri miei coetanei studenti fuori corso che chiacchierano beatamente tra di loro, bevono tre caffè all’ora, leggono almeno due volte tutti i giornali sportivi a disposizione. Questo è il nostro lavoro. Così ogni santo giorno, tranne il sabato e la domenica, quando si fa il tour dei parenti. A tutti va bene così. No, non a tutti: a me no. Non posso però dirlo a nessuno. Il monitor ha occhi e orecchie dappertutto. Il monitor ha alleati e spie ovunque. Devo stare attento. Così recito la mia parte: scambio pacche sulle spalle ai miei compari, ordino un macchiato, fingo di leggere le notizie sportive mentre penso alla mia prossima mossa. Poi la vedo. Oh, finalmente è arrivata: è la mia ragazza. Le lancio uno sguardo complice. Lei risponde. Nessuno ci vede. Allora lei si alza ed esce nei corridoi dell’università. Dopo una decina di minuti mi alzo anch’io. Ordino e bevo un altro caffè. Dico agli amici che devo andare in bagno. Prendo il corridoio, mi guardo attorno velocemente e invece di entrare nella toilette, giro a sinistra e m’infilo nel buio sottoscala. Ad attendermi c’è la mia ragazza. Ci baciamo in silenzio. Lei cerca di dirmi qualcosa, ma io sento qualcuno scendere le scale, così la zittisco con un altro bacio. «Per quanto dovremo stare nella clandestinità?» la mia ragazza bisbiglia preoccupata. «Te l’ho detto, manca ancora poco. È quasi tutto pronto.» «Me lo dici ogni volta…» Alzo gli occhi al cielo sapendo che lei non mi vede perché siamo al buio. «Fidati di me. Sto sistemando gli ultimi dettagli. Sta andando un po’ a rilento perché il monitor non mi lascia respirare.» «Ma perché non puoi semplicemente presentarmi a casa?» «Ancora con questa storia?» Alzo un po’ troppo la voce e mi zittisco da solo «Il monitor non approverebbe: ha un giudizio molto severo.» «Stiamo assieme da quindici anni… che cosa dobbiamo ancora aspettare?» «Lo so. Abbi pazienza. Fidati, bisogna fare come dico io: nel pomeriggio incontrerò una persona che ci aiuterà… ora però devo andare. Sono stato via troppo tempo, potrebbero sospettare. Ci vediamo domani.» Ci baciamo di nuovo e poi usciamo dal sottoscala in tempi diversi. Nessuno nota niente. Di sera torno a casa. Il monitor del salotto mi saluta e attacca con la solita solfa: «come è andata a scuola? Hai passato gli ultimi esami? Ti vedo sciupato, hai mangiato a pranzo? Mangi le lasagne per cena? Non penserai mica di uscire anche stasera, vero?» La voce non sembra voler sentire una risposta, quindi ne farfuglio una quasi incomprensibile e vado di sopra a cambiarmi. Quando scendo di nuovo alle sette, con mia grande sorpresa, la tavola non è preparata. Il monitor della cucina mi fissa. «Che succede?» Chiedo preoccupato. «Tranquillo, non ti faccio niente.» Questa risposta m’inquieta ancora di più. «Dove sei stato oggi pomeriggio?» «In biblioteca a studiare.» Rispondo il più tranquillamente possibile. «Balle! Sì, eri in biblioteca, ma non tutto il tempo.» «Non capisco...» Il monitor non mi dà il tempo di spiegare. «E quanto sei stato in bagno stamattina al bar?» «Oh andiamo, ora cronometri anche i minuti per fare pipì?» «No, non lo faccio, perché non hai fatto la pipì stamattina al bar!» Il monitor fa una pausa poi riprende. «Come lo so? Me l’ha detto la mia amica, la cameriera.» Maledetta Concetta, avrei dovuto fare più attenzione. «E come so che non eri tutto il tempo in biblioteca? Perché so che eri in banca!» Deglutisco nervosamente e resto in silenzio. Il monitor si avvicina e punta il dito contro di me. «E cosa facevi in banca? Cercavi di ritirare contante per pagare l’affitto di un appartamento in periferia.» Come diavolo fa a saperlo? Quello stronzo allo sportello deve aver fatto la spia in cambio di una crostata alle albicocche. Non dovevo fidarmi di lui. «E a cosa ti serviva l’appartamento? Per andarci a vivere con la tua fidanzatina! Con quella poco di buono…» Sono spalle al muro ma provo l’ultima difesa: «Sono grande ormai, posso decidere da solo…» «Zitto! Non provare a giustificarti… mi hai deluso! Ho già provveduto a bloccarti il conto in banca. Questo però non basta, ovviamente. Per punizione vai subito in camera tua, a letto senza cena… e guai a te se scopro ancora che parli con quella ragazzaccia. Non la vedrai più. Ho parlato anche con i suoi genitori e sono d’accordo. Fila di sopra!» A testa bassa salgo le scale. Il monitor della camera mi ordina di entrare e poi chiude la porta alle mie spalle. Da solo e al buio, piango silenziosamente rannicchiato sul letto. La Grande Mamma sente e vede tutto. La Grande Mamma non perdona.

mercoledì 4 luglio 2018

HORROR ALL’ITALIANA – Il mondiale

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
Un uomo baffuto, in canottiera bianca sporca di sugo e sigaretta in bocca è seduto comodamente davanti alla televisione. Distende comodamente le gambe sul pouf, appoggia abilmente la birra tra i rotoli della pancia e sbocconcella una bella fetta di pizza. Telecomando e posacenere sono a portata di mano. La moglie è fuori con le amiche. Tutto è perfetto per la sua serata. Oggi c’è la partita dell’Italia in tivù. Ci sono gli ottavi di finale contro il Brasile… sì, sempre loro, quelli che ci battono sempre o quasi sempre. Questa volta però non perderemo. L’uomo ne è convinto… e invece perdiamo: 3-0, senza storia! «Nooo!» L’uomo paffuto si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per fortuna era solo un sogno. In realtà il giorno precedente abbiamo battuto il Suriname ai rigori (ce ne sono voluti dodici… Baggio ha sbagliato il primo ma ha segnato il secondo decisivo) e stasera siamo ai quarti contro la Francia. Quanti ricordi… ricordi di vittorie esaltanti ma soprattutto di cocenti sconfitte. Oggi però è un altro giorno e questa una nuova partita. L’uomo in canottiera bianca sporca di sugo lo sa bene questo. Vinciamo infatti uno a zero con un gioco da calcio champagne. Siamo ormai nell’ultimo dei tre minuti di recupero ma i francesi ci fanno due gol nel quarto minuto di recupero che era stato aggiunto perché Materazzi ha perso troppo tempo fingendo un infortunio al petto. Abbiamo perso. «Nooo!» L’uomo grassottello si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per fortuna era solo un sogno. In realtà il giorno precedente abbiamo vinto contro l’Andorra con un gol in fuorigioco viziato da un fallo enorme non visto dall’arbitro. Siamo dunque in semifinale. Stasera ci tocca l’Argentina. Ci brucia ancora quella sconfitta in casa nel mondiale del ’90. È tempo di vendetta! L’uomo appoggia il pezzo di pizza e si gratta le palle per scaramanzia. No, la vendetta è posticipata: l’Argentina ci batte con due gol di scarto… entrambi di mano. «Nooo!» L’uomo baffuto si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per fortuna era solo un sogno. In realtà il giorno precedente abbiamo sconfitto le Cayman a tavolino e siamo in finale della coppa del Mondo contro l’odiatissima Germania. La battiamo sempre… quasi sempre (e qui parte un’altra toccatina). Ai tedeschi rode sempre… quasi sempre? No, no, a loro rode proprio sempre. L’uomo se la ride compiaciuto. Ora però basta chiacchiere e passiamo alla telecronaca della partita. I tedeschi hanno fatto catenaccio per tutta la gara, mentre l’Italia ha attaccato tutto il tempo. Abbiamo fallito un rigore, colpito due pali, una traversa e ci sono stati tre salvataggi miracolosi sulla linea della porta avversaria. Siamo ancora zero a zero anche dopo i tempi supplementari. Manca un minuto alla fine. La prospettiva di un finale ai calci di rigore è sempre più vicina. L’uomo ha già chiamato l’ambulanza e ha preparato il defibrillatore accanto alle sigarette e alla birra in maniera precauzionale. Ora c’è un lancio lungo della retroguardia crucca, i nostri difensori lisciano la palla che viene agguantata da un attaccante avversario che s’invola in aria. A tu per tu col portiere si butta a pesce e invoca un rigore assolutamente inesistente. Si sente il fischio dell’arbitro. Deve essere sicuramente ammonizione per simulazione, pensa l’uomo ormai alticcio e satollo. L’arbitro invece concede incredibilmente la punizione estrema dagli undici metri. Il portiere è espulso. L’Italia ha terminato i cambi e in porta ci va l’allenatore anzianotto. L’attaccante della Germania va sul dischetto. Prende una lunga rincorsa con passetti piccoli a mo’ di papera e parte col suo tiro… a cucchiaio che beffa l’improvvisato portiere italiano. La partita finisce lì: la Germania è campione del mondo… campione del mondo… campione del mondo! Impietrito, seduto sul divano l’uomo urla disperato: «Nooo!» L’uomo affannato si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per fortuna era solo un sogno. In realtà non è il giorno della finale. Va tutto bene: l’Italia è come sempre in preda allo sbando politico e culturale, alla corruzione in ogni settore professionale, alla squallida polarizzazione dell’opinione pubblica, ai beceri populismi e perbenismi da quattro soldi e ovviamente alla tanto cara prostituzione televisiva legalizzata. L’uomo arrapato tira un sospiro di sollievo: per fortuna è tutto come si aspettava e sperava. È tutto tranquillo e sotto controllo. Oggi è un giorno bellissimo: iniziano i mondiali e subito dopo l’uomo si godrà le meritate vacanze al mare. Oggi è il 14 giugno… 2018. Hm, aspetta un momento… anno 2018? Oddio, quindi l’Italia non si è qualificata per questo mondiale! «Nooo!» 

mercoledì 28 marzo 2018

HORROR ALL’ITALIANA – Il giorno dei vivi morenti

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
In una tranquilla città mitteleuropea, una donna guarda la pioggia fuori dalla finestra di casa sua. La donna è triste e ripensa al sole del suo paese d’origine, l’Italia. Spera nel bel tempo e inaspettatamente i suoi desideri sono esauditi: all’improvviso la pioggia cala fino a smettere. Un sorriso spunta sul volto della donna, ma dura poco perché subito si sente un mugugno in lontananza. Dapprima la donna non sembra farci troppo caso, pensando che sia la pancia che brontola. Dopo qualche minuto però i mugugni diventano lamenti, sempre più distinti e sempre più intensi. In seguito la donna ode alcune grida umane, all’inizio sparse poi sempre più frequenti e sempre più vicine. La donna comincia a preoccuparsi. Che cosa sta succedendo? La donna comincia a guardare anche dalle altre finestre della casa. Nel frattempo i mugugni e i lamenti si sentono sempre più forti. La donna si muove velocemente da un lato all’altro della casa per cercare di capire da dove provengano questi rumori, ma ancora non capisce. La donna comincia ad agitarsi vistosamente. I mugugni sono sempre più intensi e più frequenti. La donna prova a chiamare la polizia dal telefono di casa per chiedere spiegazioni ma la linea è staccata. Il cellulare non ha segnale. Nessuna macchina né pedone passa per la sua via. La donna non sa più cosa fare finché li vede. Prima non riesce a credere ai suoi occhi. Poi loro si avvicinano sempre di più a casa sua. Sono proprio loro. Sono più di quelli che pensava. Sono venuti proprio per lei. In preda al panico corre a chiudere tutte le finestre di casa, dal piano terra al solaio. Intanto loro si avvicinano: qualcuno ha i sandali con i calzini bianchi di spugna, altri hanno la canottiera bianca sporca, altri ancora hanno pantaloni a cavallo talmente basso da mostrare una gran parte del sedere. Loro sono ormai nel giardino di casa. Una ha le zeppone fucsia, un’altra ha dei pantaloni attillati tigrati con effetto zoccolo di cammello, un’altra ancora ha trucco abbondante con effetto zoccola. A questa vista la donna è presa dal panico e rimane pietrificata per qualche secondo. Quell’attimo di distrazione le costa caro perché uno di loro, uno degli zombie, con camicia aperta, petto villoso e catenine d’oro pesanti e appariscenti appese al collo da vero coatto, ha rotto una finestra e ora sta cercando di girare la maniglia dall’interno. La donna prende d’istinto una mensola e con mezzi di fortuna spranga la finestra. Per il momento si salva ma un altro vivo morente ha appena rotto con un calcio la porta della cucina che dà sul cortile interno: il piede rimane incastrato nel legno della porta e lo zombie perde il mocassino lasciandolo solo con i pantaloni a pinocchietto e le calze bianche tirate su fino alle ginocchia. Inorridita, la donna accorre, sposta le sedie e blocca il passaggio. Poi c’è una pausa, un attimo di silenzio, forse se ne sono andati… forse gli zombie non vogliono più il buon gusto della donna italiana… forse si sono arresi alla loro condizione di mitteleuropei con cattivo gusto per i vestiti… no! Hanno solo trovato una via d’accesso! La donna ha dimenticato la porta del garage aperta e loro stanno entrando da là. In un attimo gli zombie le sono addosso. La donna cerca di scappare ma uno di loro, vestito con un maglione nero e i pantaloni blu, le prende un piede e la fa cadere. La donna continua a strisciare verso il salotto, ma una viva morente, che indossa un vestito monocolore dall’effetto piatto, le salta addosso urlandole: dacci il tuo buon gusto! La donna resiste e riesce ad avanzare di altri centimetri fino a giungere al tappeto davanti alla poltrona. Quando però un’altra zombie, dalla maglia gialla, la gonna bianca, le calze verdi e la cintura rosa, le blocca le spalle a terra, la donna sembra ormai spacciata. Sta per essere presa e assorbita dal loro pessimo gusto e, nell’ultimo disperato tentativo, prende una rivista dal portagiornali per proteggersi. Come d’incanto tutti gli zombie si allontanano uno a uno e la lasciano sola. La donna si guarda in giro incredula e appoggia sul tavolo l’ultimo numero di Vogue ordinato dall’Italia che le ha appena salvato la vita.

mercoledì 7 febbraio 2018

HORROR ALL’ITALIANA – Contatto

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
Quattro persone sono sedute a un tavolo rotondo e si osservano in silenzio, illuminate solo da quattro lumini. Sono persone tra di loro molto diverse: una donna di cinquantacinque anni, paffuta e dai vestiti sciatti; un uomo di trentadue anni, baffuto e occhiali da nerd; una donna di venticinque anni, attraente e in abito da sera attillato; un uomo di sessantanove anni, orgoglioso e in vestito elegante. Quattro persone diverse ma con qualcosa in comune: sono italiani. Che cosa ci fanno in quella casa, seduti a quel tavolo, in mezzo alla tempesta, quando manca un minuto alla mezzanotte? Se lo stanno chiedendo anche loro e intanto si osservano in silenzio. La lancetta dei minuti arriva sul dodici e una vecchia pendola a muro rintocca la mezzanotte. È giunta l’ora. Dal fondo sala si spalanca una porta e ne esce una donna bassa dagli abiti larghi e sgargianti, tutta adornata da anelli e collane. Porta con sé un lumino e una tavoletta di legno. La signora paffuta sussulta al suo ingresso, mentre gli altri fingono indifferenza. La donna appena arrivata appoggia la tavoletta al centro del tavolo e il lumino in corrispondenza del suo posto, poi si siede. Non dice niente e, a gesti, invita i quattro personaggi a posare delicatamente le dita sulla planchette e si concentra con un mugugno a labbra strette da far rizzare i peli delle braccia a tutti i presenti. La planchette si sposta sulla scritta “hello”: lo spirito ha salutato i presenti. Il ragazzo baffuto trattiene il fiato. Benvenuto, esclama la medium. Tutti gli altri fanno un cenno col capo per essere accondiscendenti con lo spirito. Dicci chi sei, continua la medium. La planchette si sposta di nuovo: chef. È lo spirito di un cuoco. A questo punto la medium rivolge lo sguardo ai quattro italiani per invitarli a porre domande, ma lo spirito non aspetta e passa subito alle risposte. La medium è sorpresa e gli ospiti incuriositi. Lentamente le dita spostano la planchette sulla tavola Ouija e compongono delle frasi. La cucina francese è meglio di quella italiana, è la prima sentenza dello spirito chef e l’incantevole bocca della giovane ragazza si contorce in una smorfia di terrore. I vini californiani sono i migliori del mondo, e il signore in giacca e cravatta inorridisce. Una alla volta, le lettere compongono le parole e le parole compongono le frasi che fanno calare il gelo nella stanza. Tutti si guardano impauriti. Il jamón serrano è più saporito del San Daniele, lo spirito chef incalza e la donna paffuta scuote la testa per il raccapriccio. Infine, la peggiore di tutte: l’ananas è perfetta per la pizza, il ragazzo nerd sta per svenire. Qualcuno lo sostiene e, mentre tutti credono di sentire una risata satanica in sottofondo, la medium fa spostare le dita dei presenti sul “goodbye”: arrivederci. È il segnale per terminare la seduta spiritica. Lo spirito chef però non ne vuole sapere. Ha infatti ancora molte portate da servire ai suoi ospiti. La planchette riprende a muoversi, questa volta da sola. Sta per comporre una nuova frase. I quattro italiani cercano la fuga, ma le porte sono misteriosamente chiuse. La pasta… questa la prima parte della terribile frase. Gli ospiti provano a sfondare le finestre ma sono serrate e impossibili da aprire. La pasta… fa ingrassare! Noooo! Tutti hanno letto l’orrida frase sulla tavoletta Ouija. Si sente di nuovo la risata satanica di prima e le porte si sbloccano. Tutti scappano a casa. Non dimenticheranno facilmente. Nessuno di loro sarà più quello di prima dopo questa serata.

mercoledì 11 ottobre 2017

HORROR ALL’ITALIANA – L’orrido pasto

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
Un uomo italiano è seduto al tavolo, di spalle rispetto al resto della cucina di casa sua, e guarda fuori dalla finestra. In casa la corrente è saltata e quindi l’uomo sta seduto al lume di una candela. La luce fioca gli illumina il volto e il piatto di pasta al ragù che si sta gustando con calma. I tuoni del temporale sono intervallati dallo stridere della forchetta sul piatto. Il fuoco consuma la cera e la candela sta per finire inesorabilmente. L’uomo sa che tra poco sarà al buio e sa anche di non avere altre candele o torce elettriche in casa. L’uomo però non sembra curarsene e continua imperterrito a mangiare il suo pasto. Affonda la forchetta nel piatto, s’imbocca con gusto e mastica lentamente per assaporare al massimo il sapore, come se fosse l’ultima cena della sua vita. Deglutito un altro boccone, pasteggia il cibo con un buon cabernet e nel momento in cui appoggia il bicchiere sente uno strano rumore provenire dal corridoio. È lo scricchiolio sul parquet. Sarà il gatto, pensa l’uomo e continua la sua cena. La candela intanto continua a scendere di livello, mentre la pasta al ragù è ancora a metà. L’uomo si fa un altro paio di forchettate mentre continua a osservare la pioggia che cade copiosa. Mentre guarda il giardino di casa, vede qualcosa passare velocemente da destra a sinistra. Non è però qualcosa che sta fuori, ma un riflesso sulla finestra di qualcosa che sta all’interno. L’uomo perde per un secondo la calma, appoggia la forchetta sul piatto, si alza di scatto e si gira. Il suo gatto miagola e poi scappa in salotto quando il suo padrone si avvicina. L’uomo ride nervosamente. Era davvero il gatto, si rassicura. Riprende la forchetta in mano ma in quell’istante un fumino sale dal fondo della candela e lo lascia al buio. Ora solo i lampi irregolari illuminano la cucina. L’uomo vorrebbe ritornare alla sua cena, ma un altro rumore, più vicino del precedente, gli toglie l’appetito. È il rumore di un oggetto pesante sollevato dal bancone della cucina. Non può essere il gatto ora perché se n’è appena andato, riflette terrorizzato. Il lampo di un fulmine illumina la stanza, l’uomo si volta a destra e a sinistra ma non fa in tempo a guardare tutta la stanza e non vede nessuno. Ora si sentono anche dei passi avvicinarsi. L’uomo indietreggia verso il tavolo. Ora ha le spalle al muro in attesa del prossimo fulmine e afferra la forchetta come arma di difesa. Ormai i passi sono sempre più vicini e si sente un rumore netto e definito, come fosse un clic. Il lampo tarda ad arrivare, ma quando illumina di nuovo il volto dell’uomo è già troppo tardi. Nell’attimo successivo l’uomo è coperto di rosso. Il rosso è dappertutto, non solo sull’uomo ma anche sul piatto di pasta, sulla tavola e sul pavimento sottostante. Subito dopo l’elettricità torna in casa. Ora di fronte all’uomo italiano c’è una donna inglese: sua moglie. L’uomo, però, non è morto. Il rosso non è sangue ma ketchup.