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giovedì 19 marzo 2026

RACCONTI – Toponimi svedesi

Un pallone di cuoio lacero e scucito che rimbalza un paio di volte sul cemento della piazza viene inseguito da un bambino in maniche corte, sudato e felice. Una decina di metri più in là un gruppo di coetanei lo aspetta, sbraitanti e impazienti di ricominciare la partita. Il campo da gioco è delimitato dai muri dei palazzi da un lato e dalla via centrale del quartiere dall’altra. Le porte sono segnate dagli alberi e dalle panchine. La fontana con le cascatelle e l’acqua corrente che innonda il fondale ricolmo di monetine determina la linea di centrocampo. I bambini sono dispari, ma non si lamentano perché la statua in pietra dedicata ai caduti della seconda guerra mondiale funge da ultimo giocatore e prende il ruolo del portiere. Il bambino ha ormai raccolto il pallone e lo calcia con forza verso gli amici.
I due vecchietti in pantaloni di velluto, camicia bianca, bretelle e cappello ben schiacciato in testa protestano a suon di bestemmie per il baccano. Sono seduti sulla panchina più grande e più in vista che domina la piazza. Appena il bambino ritorna nella sua zona di competenza, la smorfia di fastidio di uno degli anziani si scioglie e un sorriso gli scappa dal bordo della bocca, ricordandogli la propria giovinezza volata via come la brezza fresca della sera. Non fa in tempo a godersi il momento che è già tempo di brontolare per la mano di carte da briscola che la sorte poco benevola gli ha concesso. L’avversario festeggia sputacchiando per terra e tenendo in bilico uno stuzzicadenti tra le labbra. 
I diciasettenni dai capelli impomatati e le maniche delle magliette tirate fin sopra le spalle per mostrare i muscoli si voltano per un attimo alle grida dei due anziani. Un attimo dopo però sono di nuovo seduti sui motorini parcheggiati ai piedi dei gradoni della chiesa. Osservano con aria sognante le macchine che passano e ammirano con ancora più attenzione le ragazze che passeggiano facendo svolazzare le gonne lunghe come ventagli. Le loro risate divertite sono come profumo inebriante per i giovanotti ingalluzziti. I due gruppetti si lanciano in un gioco di sguardi infinito e stuzzicante che manda su di giri gli uni e moltiplica il chiacchiericcio delle altre.
 
Questo è quello che magari ci si potrebbe immaginare di trovare in Svezia la prima volta che, con aria sognante, ci si rechi ad una fermata dell’autobus che abbia Centrum nel proprio nome. Nel momento in cui si riaprono gli occhi, però, la realtà può essere ben diversa. Lucette e faretti che sparano fasci di luci colorate verso i passanti. Vetrine e vetrate risplendenti e trasparenti che fanno sfavillare gli occhi. Ampie hall su diversi piani che si espandono in lunghi corridoi spianati da piastrelle bianche smerigliate. Musica lounge in sottofondo che accompagna i clienti nelle sfrenate corse all’ultimo acquisto. Fast-food americani, food court internazionali, brunch alla moda e altre parole inglesi a casaccio per invogliare i golosi a cedere alle tentazioni del palato senza badare a quell’antipaticone di Colesterolo. Un cinema standardizzato e prefabbricato, dove i popcorn costano più del biglietto per vedere il film, situato ai piani più alti. Eccolo il Centrum svedese. Non è il centro storico del paese o del quartiere. È solo un classico centro commerciale svedese: una delusione socialista venduta al becero capitalismo. Anche se tutto ciò non era proprio quello che si avrebbe voluto associare alla parola centro, partendo da un contesto italiano ormai sicuramente datato e stereotipato, si può comunque apprezzare la praticità e pragmaticità di avere tutto sottomano senza dover uscire a prendere freddo durante l’inverno svedese.
Nonostante la pancia piena, il portafoglio vuoto e l’aver digerito questo nuovo concetto, non si sarà però mai pronti ad affrontare un’altra delusione legata ai toponimi svedesi: l’assenza di una spiaggia dorata nei pressi delle fermate Strand.

venerdì 6 febbraio 2026

RACCONTI – Quello nuovo

Sono seduto alla scrivania del lavoro. Sto battendo sulla tastiera la cartella clinica del paziente che ho appena incontrato. Ridacchio tra me e me della situazione tragicomica in cui si trova la persona che ho appena incontrato ma della quale non posso farne parola altrimenti perderei subito l’abilitazione. Ho sete e in automatico allungo la mano alla ricerca della borraccia dell’acqua mentre tengo ancora lo sguardo fisso sul monitor alla ricerca dell’errore ortografico in svedese che ho sicuramente fatto. La mano afferra la pinzatrice e la porto alla bocca. Per poco non mi pianto una graffetta e divento un documento rilegato umano. Mi risveglio dall’autopilota e mi guardo attorno sorpreso. Ah, giusto, sono nel nuovo ufficio, non più in quello vecchio. La borraccia non ci stava bene a destra e ho dovuto spostarla dall’altra parte del tavolo. Bevo un sorso d’acqua e ributto lo sguardo sullo schermo. Ho perso il filo dei miei ragionamenti. Dovrò rileggere tutto e riconcentrarmi per trovare la formulazione migliore della frase. Una tacca di energia scende, ma non si tratta del cellulare.
Ho concluso il paragrafo con fatica e mi sento spaesato. Ho bisogno di un caffè. Ho giusto cinque minuti prima della prossima visita e mi fiondo in cucina. In corridoio vengo intercettato da una nuova collega che ho già visto a qualche riunione un mese fa. L’ho incontrata veramente? Non ne sono più tanto sicuro. Nel dubbio allungo la mano. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Lei risponde raccontandomi della sua professione e altre informazioni varie. Ne dimentico metà, incluso il suo nome. Mi avvicino con speranza alla macchina del caffè ma vengo fermato dallo sguardo curioso di un altro collega che sono abbastanza sicuro di non aver mai incontrato prima. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Finita la conversazione, guardo l’orologio e mi accorgo di essere in ritardo per la prossima visita. Niente caffè. Perdo una tacca di energia dalla mia riserva naturale.
Esco dalla cucina e giro a destra per dirigermi in sala d’attesa a chiamare il paziente ma finisco invece nella sala conferenze. Dovevo girare a sinistra. Nella fretta mi sono sbagliato. Strizzo gli occhi e mi do uno schiaffetto sulle guance e riesco a trattenere a stento un po’ di risorse energetiche.
A fine sessione devo consegnare un formulario al mio cliente. Nessun problema. Ne ho molti stampati e impilati nelle cartelle che tengo dietr… dietro alla scrivania nel mio vecchio ufficio. In questo invece non c’è niente. Devo stamparne di nuovi. Alzo gli occhi al cielo. Cerco le impostazioni del computer nuovo con molta fatica perché è un Mac e io sono abituato a Windows. Dopo molteplici prove ed errori e sudori freddi che colano sul PC rischiando di mandarlo in corto circuito, sbatto la testa contro il monitor e trovo quello che mi serve. Mando il documento in stampa, corro verso la stampante, ma mi accorgo di non avere ancora il codice per eseguire l’operazione. Niente da fare. Torno in stanza, mi scuso col paziente e ci congediamo. Mi lascio cadere sulla poltrona e con me cade a picco anche il livello della mia forza mentale.
La giornata prosegue e devo ancora risolvere il problema della stampante. Mi dicono che devo parlare con la responsabile, Anna, – qual è la stanza di Anna? Ma soprattutto chi è Anna? –  oppure posso mandare un’e-mail al personale di supporto tecnico. La seconda opzione mi sembra la più semplice. Chiedo a tre colleghi diversi e tutti e tre mi danno tre indirizzi diversi. Potrei spedire un messaggio a tutti gli indirizzi in compia nascosta e fare a gara a chi mi risponde per primo mettendo in premio delle borse in pelle che mi sono uscite sotto agli occhi. Alla fine decido di cercare Anna. Giro i corridoi come un fantasma maledetto in cerca perpetua della sua Perpetua. Alla fine la trovo. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Anna mi risponde con gentilezza ed educazione, ma con un giro di parole talmente largo che mi perdo. In sostanza, però, lei non conosce la risposta alla mia domanda. Il livello di resistenza psicofisica scende sotto il quaranta per cento.
È ora di pranzo. In cucina apro tutte le ante e i cassetti in cerca di piatti, posate e bicchieri. Tutti mi guardano come se fossi un ladro. Ho la tentazione di girarmi di scatto e sparare la mia frase standard per giustificarmi – «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come…» – ma per fortuna mi rimane un po’ di amor proprio e mi trattengo, anche perché sarei sembrato uno psicopatico con un coltello in mano e inoltre ho trovato tutto il necessario. Aziono il microonde, riesco a scaldare il cibo ma non la sala da pranzo che rimane gelida. Mi siedo sull’unica sedia libera e mi dicono che è il punto più freddo della stanza. Che culo. Io racconto del mito del colpo d’aria tipicamente italiano e guadagno punti simpatia provocando qualche risata. Il resto delle conversazioni verte sul tempo, sulle routine lavorative da cambiare e il turno di pulizia della cucina. Un classico. Parlo un po’ con tutti per fare conoscenza e a forza di stimoli sociali e suoni ovattati e rimbombati la testa mi scoppia.
La prima parte del pomeriggio passa agevolmente, ma quando sono seduto sulla poltrona e parlo con i pazienti sento che c’è qualcosa che non va. Non riesco a definirlo bene, ma è qualcosa che ho percepito subito a livello fisico, a livello muscolare. Ci sono! Come ho fatto a non capirlo prima? Nell’ultimo anno lavorativo, nella precedente stanza, la disposizione dei mobili e della poltrona era speculare a quella di adesso e quindi giravo gli occhi e il collo verso sinistra. Ora lo faccio verso destra. Questo aggiustamento mi ha fatto perdere un’intera tacca d’energia senza che me ne accorgessi, ma almeno ne guadagno in allenamento delle cervicali.
Ho bisogno di sgranchirmi le gambe e di bere un caffè. Torno in cucina. Non trovo le tazze. Apro di nuovo tutte le ante perché nella fretta di prima non mi ricordo dove ho visto le cose, ma alla fine riesco a versarmi il caffè: in parte sulla mano, in parte sul maglione e solo un sorso dentro la tazza. L’addetto alle pulizie mi guarda male nonostante io abbia pulito tutto con lo straccio e asciugato con la manica prima ancora che batta ciglio. La mia mente va subito all’inserviente del telefilm Scrubs e vaga libera verso lidi catastrofali: “Ora sono segnato a vita e quest’uomo mi perseguiterà per tutto il resto della carriera”. Meglio sfoderare un sorriso e cambiare aria. Non prima di… «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» La frase mi è costata l’approdo alla zona critica di esaurimento delle forze ma non ho potuto resistere, è stato più forte di me. Per fortuna mancano solo un paio d’ore a fine giornata.
Alle cinque infatti posso finalmente andarmene a casa. Tiro un sospiro di sollievo. Sono sopravvissuto anche a questa nuova settimana. Nonostante tutto non è andata così male. Chiudo la porta dell’ufficio con le chiavi di casa, mi metto le scarpe sulle mani, la sciarpa attorno ai piedi e infilo lo zaino sottosopra. Alla fermata della metro prendo il primo treno che passa e vado verso la direzione sbagliata. A lunedì prossimo!

mercoledì 13 novembre 2024

RACCONTI – Il tempismo delle idee

Sono disteso supino. Inspiro ed espiro sempre più lentamente. Il calore del mio corpo viene trattenuto dalle coperte e mi lascia in un dolce tempore. Le gambe e le braccia sono pesanti, allungate sopra il materasso. Il battito cardiaco decelera e la mente comincia a percorre la porta di transito tra la veglia e il sonno. Ho girato la maniglia e ho fatto il primo passo sulla soglia. Ci sono quasi. Tra pochi secondi sarà domani mattina.
I muscoli si rilassano e faccio un altro passo avanti, ma inciampo su qualcosa. Il cuore ricomincia a corre e la frequenza del respiro aumenta. Guardo bene cosa mia abbia fatto perdere l’equilibrio. È un cubo a forma sferica, con spuntoni che urlano parole incomprensibili, in due dimensioni. Lo guardo meglio: ora è un triangolo isoscele, con cinque angoli e due diametri, in tre dimensioni che si muove nel tempo. I muscoli del corpo s’irrigidiscono. Tutta la mia attenzione si dirige verso l’oggetto. Ora è un fiume di lettere in piena che striscia all’indietro, cadendo da una cascata di canzoni ad altissimo basso volume.
Ho capito di cosa si tratta: ho appena avuto un’idea. Lascio la porta verso il regno dei sogni alle mie spalle e torno indietro. Gli occhi si spalancano nel buio della camera. Sento il respiro di mia moglie al mio fianco. Riprendo coscienza della mia posizione nello spazio.
Non posso riprendere sonno prima di aver annotato da qualche parte quello che mi è venuto in mente, altrimenti rischio di perderlo tra le lenzuola, tra le nuvole di zucchero filato o nell’archivio impolverato del cervello. Non ho scelta, devo uscire dal letto.
Colto da un’agitazione febbricitante, do acqua al semino dell’idea e la vedo crescere in fretta in un progetto abbozzato. È un germoglio piccolo e insicuro, ma ho già molte aspettative e speranze. Metto un piede fuori e il gelo della stanza mi aggredisce. Esco con le gambe, spostando la coperta di quel poco che basta per non far svegliare mia moglie e mi infilo al volo le ciabatte. Cerco a tentoni gli occhiali e dopo un primo tentativo nel quale la stanghetta mi finisce nell’occhio, li inforco. Devo sbrigarmi altrimenti l’idea perderà d’intensità. Vedo il contorno della porta ora che le pupille si sono dilatate. Seguo il bordo del letto con una mano e con l’altra cerco l’armadio per orientarmi. Smanioso di buttare giù un appunto che plachi la mia irrequietezza, sbatto l’alluce contro la base del letto. Bestemmio in silenzio mentre mia moglie si rigira mugugnando qualcosa di incomprensibile. Faccio un paio di passi e giungo alla porta. Con cautela apro, entro in salotto e richiudo dietro di me. Posso tirare un sospiro di sollievo. Mi affretto in cucina dove mi aspettano un blocco di fogli e una penna a sfera. Scrivo senza pensare, come se fosse un’eruzione vulcanica. Annoto cubi, piramidi, fiumi in piena, lettere e parole, musica, pioggia di cristalli e colline di margherite – tutto.
Mi fanno male le dita della mano per quanto ho stretto la penna. Una goccia di sudore cola dalla fronte. Quando ho finito sono esausto ma soddisfatto. Mi chiedo se si sentano così i tossicodipendenti con una dosa dopo una crisi d’astinenza. Coccolo la nuova idea come un neonato dal sorriso dolcissimo. Nei prossimi giorni ci sarà tempo per cambiargli il pannolino. Ora si può sognare a occhi aperti, prima di godersi di nuovo un meritato sogno a occhi chiusi.
Il giorno dopo sono sotto la doccia. L’acqua è tiepida e il flusso mi massaggia la pelle. Starei qua dentro per delle ore. Mi rilasso e lascio andare il treno dei pensieri. Schivo un paio di preoccupazioni e di scadenze da rispettare e divento tutt’uno con l’acqua che scorre. Si sta così bene: è caldo e sono pulito. Nonostante io non abbia mosso la mano, all’improvviso il getto d’acqua cambia direzione e mi finisce in faccia, assieme a pezzi di puzzle, bulloni e ingranaggi vari. Era quello che mi mancava nel nuovo progetto. Raddrizzo la schiena e sgrano gli occhi. Mi giro da una parte e poi dall’altra nello spazio ristretto della cabina nel goffo tentativo di appoggiare il doccino. Devo trovare una penna. Devo scrivermelo. Non posso dimenticarmelo. Devo registrare l’appunto. Mi sembra di essere in una scena del film “Memento”. Devo afferrare una penna il prima possibile e buttare giù su foglio l’idea prima che finisca risucchiata nello scarico. In fretta e furia, chiudo l’acqua, mi asciugo alla meno peggio ed esco dal bagno gocciolante. Mi getto a pesce sul blocco degli appunti e scrivo a caldo. Ci sarà tempo per asciugare le scie che ho lasciato e per subire un cazziatone da mia moglie. Avevo bisogno della mia dose.
Nel pomeriggio, sono le quattro e tre quarti, devo uscire di casa per correre a prendere i bambini. Sono già in ritardo. Mi metto le scarpe e il giubbotto. Afferro le chiavi e sono pronto a uscire. Uno strano formicolio parte dal collo e si estende al petto. Passa alla schiena, scende sulle gambe e infine ai piedi. Devo slacciare le scarpe e toglierle. Il formicolio risale il corpo fino alle braccia. Devo togliermi anche il giubbotto. Le mani mi tremano e mollo le chiavi sul mobiletto d’ingresso. Sbatto la testa contro il muro un paio di volte finché da una fessura ne esce una lunga stringa di parole alla rinfusa che cominciano a volare via. Le inseguo per l’appartamento. Mi sfuggono due volte di fila ma alla terza raccolgo tutto e lo spingo a forza dentro il retro di una penna bic. Prima che scappino fuori di nuovo, prendo un quaderno e butto giù il più velocemente possibile tutto quello che l’inchiostro ha da offrire. Mi sembra sia passato un minuto, in realtà ne sono trascorsi venti. Trasalisco alzando gli occhi verso l’orologio. Avrei dovuto essere a scuola dai bambini cinque minuti fa. Rimpiango di non essere Spock e impreco contro l’umanità per la mancanza dell’invenzione del teletrasporto.
Il giorno dopo, al lavoro, tutto il personale è raccolto per la settimanale generalissima riunione aziendale – da leggersi con la voce di Fantozzi – la quale ha il potere magico di trasformare i marroni dei presenti i noci di cocco giganti. Lottando contro la forza di gravità delle palpebre mi guardo attorno e noto un collega perdere lo sguardo oltre la finestra verso il nulla del cielo grigio, un altro annuisce a ritmo sintonizzato su una canzone che gli passa per la testa e non sul discorso del capo e infine un’altra ancora che sbircia sul cellulare usando il foglio con l’ordine del giorno come scudo protettivo contro i raggi X del datore di lavoro. Bene, sono in buona compagnia. Sto per tornare a lottare contro Morfeo ma abbozzo un sorriso quando mi accorgo che i colleghi si stanno trasformando in animali parlanti, la stanza in una stalla e il pavimento in letame. Mi devo dare un pizzicotto sul braccio per assicurarmi di non essermi davvero addormentato e per ricordarmi che purtroppo non sono sotto l’effetto di sostanze allucinogene. Prendo la penna dal taschino e annoto tutto sul retro dell’ordine del giorno. Ho l’accortezza di fingere di ascoltare quello che dicono gli altri e di non scrivere durante le pause della discussione. Scrivo di getto tutto e il brusio della riunione sparisce nel sottofondo, sovrastato dal baccano della mia idea.
Il resto del giorno si adegua e invece di rispettare la scadenza di un compito importante ma noioso, il progetto alternativo nato durante la riunione prende il sopravvento, facendomi perdere tempo e il lavoro, se dovessero beccarmi.
A fine giornata torno a casa in bici. È già buio e la pioggerellina rende l’aria umida e nebulosa. La visibilità farebbe invidia alla Pianura Padana in novembre. Meglio attivare tutti i sensi. Non sono Spiderman ma per girare sulle strade della città senza pista ciclabile e senza rischiare la morte dovrei diventarlo. Frenando di colpo evito un ciclista che mi taglia la strada. Un’automobile corre troppo vicina al marciapiede e mi schizza l’acqua addosso passando sopra una pozzanghera marrone. Sovrappensiero sto per sbagliare strada e all’ultimo secondo svolto a sinistra. Un fascio di luce mi inonda e mi acceca. Spalanco gli occhi invece di socchiuderli. Non è un autobus o un tir che mi sta investendomi mandandomi al creatore, ma un'altra illuminazione creativa. Mancano ancora un paio di chilometri a casa e la devo trattenere fino a quando mi potrò fermare a scrivere. Potrei farlo qui e ora ma la pioggia cade più fitta e maciullerebbe la carta. Il cellulare è scarico e voglio andare a casa. Tiro la coperta corta della mia attenzione una volta verso l’idea per tenerla in vita e una volta verso la strada per tenermi in vita. Con questa alternanza spingo anche sul pedale destro e sul sinistro. Vado avanti così finché giungo a casa sano e salvo. Mi guardo alle spalle per controllare di non aver perso guanti, berretto o dettagli del concetto che ho sviluppato in testa e mi precipito a casa. Prima ancora di salutare moglie e bambini, sto già appuntando tutto prendendomi il tempo necessario e arrivando tardi per cena. Sono così concentrato che non sento gli schiamazzi dei bimbi e gli insulti della mia compagna.
Dopo il pasto sopraggiunge un nuovo stimolo. Questa volta è fisico e devo scappare in bagno. Mi siedo sulla tazza. Per una volta tanto ho lasciato il cellulare in salotto di proposito e così rifletto sulla giornata e sulla vita. I pensieri svolazzano liberi tra le mattonelle bianche davanti a me. Alcune si organizzano, altre si oscurano in blocchi neri e tutte insieme formano un cruciverba gigantesco e difficile come quello di Bartezzaghi sulla settimana enigmistica. Le associazioni si allineano e si compongono come i calcoli matematici dei geniacci nei film americani. Mettendo assieme parole e concetti, spingendo da una parte e dall’altra, viene fuori qualcosa di grosso. I maligni credono di sapere da dove sia uscito ma si sbagliano. È qualcosa che aspettavo da tutto il giorno ma che non aveva ancora trovato lo sfogo. Sono soddisfatto del risultato ma non ho penna con me e l’unica carta a disposizione è quella igienica. È poca ma mi accontento e la uso tutta. Ancora una volta sono riuscito a mantenere viva un’idea prima che scappasse via. A come pulirmi le natiche dalla cacca ci penserò più tardi.

giovedì 17 ottobre 2024

RACCONTI - Confessioni

Sono le dieci e cinquanta di sera. La casa è avvolta nel silenzio e nella penombra. Sono seduto al tavolo della cucina e sto facendo finta di scrivere qualcosa al computer. Con la coda dell’occhio mi guardo attorno. I bambini sono a dormire da un bel pezzo, mia moglie è andata da poco in camera ma sta già ronfando. È quell’atmosfera serale che ho sempre amato, nella quale ho sempre trovato pace e ispirazione, nonostante fossi stanco e preoccupato dalla prospettiva di passare un’altra serata con poche ore di sonno alle spalle. Mi sento a mio agio e so quello che sta per succedere ormai da qualche mese a questa parte. Sento un brivido che mi percorre la schiena. So che non dovrei farlo ma allo stesso tempo vorrei tanto. È un prurito irrefrenabile che parte dalla testa, passa per il petto, arriva allo stomaco e forse anche più giù. Lei mi chiama. Non posso resisterle, anche se dobbiamo fare le cose di nascosto. È un errore e me ne pentirò, ma in questo momento il sangue non circola bene nel cervello. Sono ebbro al solo pensiero di essere di nuovo lì con lei.
Riesco a resistere ancora solo qualche minuto mordicchiandomi le unghie, tamburellando con le dita e agitando le gambe. Devo alzarmi, non ce la faccio più. Più i minuti passano e più le immagini mentali di lei mi distraggono dal quello che sto facendo al computer e mi lasciano solo un pensiero fisso in testa. Scosto la sedia con cautela e mi metto in piedi.
Prima passeggio avanti e indietro per la sala da pranzo, indeciso sul da farsi, poi mi guardo allo specchio e parto deciso all’azione. Per sicurezza faccio una capatina nella cameretta dei miei figli. Entro nella penombra e li guardo dormire angelici. Mi chino e do loro un bacio sulla fronte e passo alla camera matrimoniale. Anche lì tutto sotto controllo. Sorrido e torno in salotto. Nessuno senso di colpa. Nessun rammarico o esitazione ora. In questo momento farei di tutto pur di averla. Lei sa che è solo questione di tempo prima che io ceda. Lei mi aspetta e io sono come accenderla.
Mi metto comodo sul divano e sistemo un cuscino dietro la schiena. Lei suona e io la vedo arrivare. Mi fa attendere qualche secondo di troppo che mi sembra un’eternità mentre ardo dalla passione di farla mia. Io so però toccare i tasti giusti, l’afferro con due mani e con le dita percorro la superficie liscia della sua figura slanciata. Alla fine lei è pronta. Non aspettavo altro. A entrambi piace giocare ma quando è il momento di fare sul serio non ci tiriamo indietro. A volte si scalda ma so che devo solo attendere qualche minuto prima di ricominciare e il piacere è garantito.
Guardo l’orologio e ho un sussulto. È mezzanotte e mezza. Impreco e mi mordo le labbra. Porca miseria! Succede sempre così con lei. Il tempo vola e tutto il resto attorno a me sparisce e non ha più importanza. La mia famiglia, il lavoro che mi attende il giorno dopo e i miei hobby passano in secondo piano quando mi faccio assalire dalla sua inebriante dipendenza. È troppo piacevole tenerla stretta a me e coccolarla. Certo, ogni tanto mi fa arrabbiare, ma basta una sua carezza e tutto passa. Dovrei staccarmi da lei ma non posso. Ho bisogno di starci ancora un po’ assieme. I minuti si accumulano e passa un’altra mezz’ora. Maledizione! Mia moglie potrebbe accorgersi della mia assenza prolungata e beccarmi. Mi convinco che alla fine ne valga comunque la pena e tiro avanti altri cinque minuti. Ho gli occhi stanchi e la testa pesante. Siamo oltre l’una di notte e finalmente decido di allontanarmi da lei.
Questa è l’ultima sera che staremo vicini. Me lo dico ogni volta. Poi di solito ci ricasco.
Il giorno dopo però resisto. E anche il giorno dopo. E quello dopo ancora. Un paio di volte l’ho guardata da lontano e il pensiero è ritornato spesso a lei durante le giornate, ma ho sempre resisto. In quest’ultime due settimane non l’ho toccata, nonostante le tentazioni. Ho capito che era sbagliato, che era una perdita di tempo e che non era corretto nei confronti di mia moglie e dei miei figli.
Ora è tutto passato, per fortuna. Sto meglio. Ora leggo un libro, parlo con mia moglie o gioco coi bambini ogni volta che mi viene voglia di lei. La mia vita è di nuovo sana e regolare. Non sono più assuefatto da lei. Ogni tanto è così: mi succede di perdermi in una dipendenza per settimane, mesi o anni. La scimmietta mi sale in testa e non scende più. Poi però mi passa e torno quello di prima. Anche quest’ultimo mese intenso di Xbox è passato e lei ormai non mi tenta più. Ne sono uscito libero. Non sono più in catene.
Ora però devo andare a controllare, per la terza volta nell’ultima ora, quali esercizi di teatro che vorrei preparare per il gruppo. Poi devo ripianificare la scaletta delle prove perché le ultime due versioni non mi avevano soddisfatto. Infine devo riscrivere il riassunto delle scene per essere più preparato quando reciteremo. La nuova stagione teatrale mi ha preso alla grande, ma è tutto sotto controllo.
È proprio vero: ne sono uscito. Non ho più nessuna dipendenza. 

giovedì 8 agosto 2024

RACCONTI – libri

«Non comprerò libri. Non comprerò libri. Non comprerò libri.
Questo è stato il mio mantra durante le vacanze estive ogni volta che passavo davanti a una libreria o un’edicola. Mi ero ripromesso di non comprare nessun libro nuovo. Non è per niente una questione economica – perché se il popolo non ha più pane, che mangi carta come i pesciolini d’argento – e neanche una questione di spazio in valigia – perché c’è sempre spazio per un tomo in più nello zainetto da cabina che Ryanair, grazie al Cielo, ha dimenticato di limitarne il peso – anche se resta un’impresa da contorsionista. Ho fatto questa promessa a me stesso per una questione di etica e di lealtà. Lo so che può sembrare esagerato ma lo dovevo alla mia libreria, a tutti quei libri ancora non letti che aspettano, ai quali, prima di partire avevo promesso che li avrei letti al prossimo giro, dopo aver concluso quell’interminabile tomo da settecentoventicinque pagine di Marcel Proust che ho sul comodino da “solo” un anno e mezzo. Non sto scherzando: prima di partire per le ferie ho fatto un discorsetto, volume per volume, a tutti i libri allineati in libreria e ho dato l’ordine di partenza. Sottovoce e senza essere visto dal mio psichiatra, ho parlato con Pennac, con McGrath e McEwan e infine con Backman e ho giurato solennemente: “Voi sarete i prossimi”. Palahniuk mi ha riso in faccia perché sa che metto in scena lo stesso teatrino ogni anno e Benni ha smascherato la mia bugia sul lunghissimo tomo di Proust perché è passato dal quel comodino e ha notato solo un normalissimo libriccino in svedese appoggiato. Ho dovuto mentire ai miei libri per convincerli a resistere ancora un po’, solo pochi mesi, prima di poter essere letti. Infine, giurin giurello con Baricco che controllava che non avessi le dita incrociate dietro la schiena, ho ribadito che non porterò a casa nessun nuovo romanzo e che non stravolgerò la classifica appena firmata col sangue.
Sono bastati un paio di giorni e un paio di tentazioni demoniache sotto forma di profumo inebriante di carta stampata fresca a solleticarmi le narici e a farmi cedere. Ho tradito le mie promesse e la fiducia dei volumi colorati nello scaffale. Ricordo di non aver provato né vergogna né rammarico. Qualche giorno dopo, però, è arrivata la recidiva. Nella mensola di casa, tra polvere e acari, ho ritrovato un libro perso nei meandri della memoria e del tempo. Un romanzo che si è tenuto in vita grazie alla promessa di lettura che gli feci diciotto anni fa quando lo comprai con gli occhi pieni di speranza e tanta ingenuità. Non ho avuto scelta. Dovevo portarlo con me e salvarlo dall’oscurità della mia cameretta d’infanzia. Infine, è giunta anche la perseverazione diabolica quando, a mia insaputa, mi è stata regalata una raccolta di racconti. Io non l’avrei mai presa. Non perché non mi piacesse l’autore, ma perché, in un moto d’orgoglio finale per non cadere in tentazione, avevo evitato di avvicinarmi alle salviette dei bar, ai volantini delle sagre, ai ticket del parcheggio e a qualsiasi altra forma di carta stampata. Nonostante tutto, non sarebbe stato corretto rifiutare e anche il dono in questione è finito nello zaino.»
«Hm… signor Riva, niente di tutto ciò rientra nelle categorie delle merci da dichiarare alla polizia doganale. L’avevo solo avvertita che un libro gli era caduto dalla giacca quando se l’è tolta per superare i controlli.»
«Oh! Mi scusi. Non volevo abusare del suo tempo.»
Raccolgo in fretta le mie borse con la testa bassa e le gote rosse. Passato oltre, però, ridacchio sotto i baffi e da sotto la maglietta estraggo un romanzo di fantascienza di Asimov acquistato all’edicola dell’aeroporto. Questo non me l’hanno beccato. Lo guardo dritto nell’occhiello e sussurro suadente: «Tu sarai il prossimo.»

venerdì 5 luglio 2024

RACCONTI – Il vaso

Sono piegato sulle ginocchia nel salotto di casa mia. Raccolgo in silenzio, pezzo per pezzo, il vaso di ceramica che si è sfracellato per terra. Di nuovo. Il vaso è appena caduto dal piedistallo che si trova in mezzo alla sala. Mi fanno male le gambe per le tante, troppe volte che mi sono dovuto accovacciare. Mi fanno male le mani per le piccole ferite. Mi succhio un dito per asciugare il sangue. Fa male, ma non ci faccio più caso ormai.
«Non sono stato io!» esclamo al mio pubblico invisibile, mentre sudo freddo dalla fronte e sento che il cuore si è fermato per un istante. Un millisecondo forse. Quel che basta per sentire un nodo in gola e un peso sullo stomaco.
«Non sono stato io!» Ripeto. Più allo specchio che a un interlocutore reale.
Mento di nuovo dunque. Non del tutto, però. Ho ideato e creato io il vaso. L’ho messo io sul piedistallo. Non sono stato io però a farlo cadere. Certo, sono sempre io ad averlo appoggiato in bilico, sul bordo. Inoltre, è colpa mia se non mi sono accorto che il vaso non era ancora pronto per stare là su in alto. Non era il momento di lasciarlo là. Probabilmente non lo sarà mai.
A volte penso che non avrei mai dovuto crearlo. Penso che non sono così bravo a plasmare vasi di ceramica. Provo a farli di diverse forme e dimensioni. Ci metto tempo e dedizione, ma non mi riescono come vorrei. Quando sono soddisfatto sbaglio a metterlo troppo presto sul piedistallo. E il vaso cade. Va in frantumi. Il suono dei cocci rotti che si spezzano rimbomba ancora nella mia testa. La sensazione è che non sia solo qualcosa fuori che si rompe.
Ci metto un po’ a riprendermi, ma spesso mi chino di nuovo, raccolgo i pezzi che trovo e li incollo insieme. Molte volte l’effetto è imbarazzante nonostante a me sembra di aver fatto un lavoro decente. Malgrado la mia cecità, mi ostino a posizionare il vaso di nuovo sul piedistallo, come se fosse un trofeo, di cui vantarsi con gli amici.
Molte volte il vaso si tiene insieme per miracolo, sta in piedi in equilibrio instabile ed è così delicato che basta un lieve soffio di vento per farlo cadere. Quando me ne accorgo, cerco di prenderlo al volo ma nonostante con gli anni abbia affinato le mie capacità di previsione e di velocità, il vaso mi sfugge dalle mani, scivola via e inesorabilmente cade.
Se ho fortuna i cocci sono grossi e non faccio troppa fatica a trovarli sul pavimento. Anche se mi perdo dei pezzetti per strada non è poi così grave. Il vaso sta su lo stesso. Con un po’ di buona volontà riesco a dare al vaso una nuova forma, ma la fretta è cattiva consigliera e il risultato finale ne risente.
Il suo destino è segnato. Andrà sul piedistallo e cadrà di nuovo. Ormai lo so.
Credo si arrivato il momento di metterlo in cantina e di crearne uno nuovo.

mercoledì 27 marzo 2024

RACCONTI – Bestia strisciante

Pensavo di essermene liberato. Che stupido. Invece lei ritorna. Sempre.
Un giorno di sole dopo tanta nebbia cammino per il parco cittadino durante una pausa pranzo. Sapevo che sarebbe arrivata, ma non l’aspettavo proprio in quel momento mentre una leggera brezza mi rinfrescava la faccia dopo una mattinata pesante passata coi pazienti che presto non saranno più miei. Eppure lei è arrivata. Quasi in punta di piedi. Inizia sempre così.
L’ho sentita strisciare, lenta ma inesorabile, tre i piedi e le gambe. Sembrava il rumore delle foglie mosse dal vento sul prato, ma poi ho capito che era lei. Prima l’ho percepita nell’intestino e dopo qualche minuto è arrivata nello stomaco. Per una buona oretta ha fatto il bello e soprattutto il cattivo tempo nel mio tratto intestinale, prima di salire al petto. Nei polmoni, per la precisione. Mi ha tolto l’aria e subito dopo ha fatto un tuffo al cuore.
Ho sollevato la maglietta per controllare e l’ho vista serpeggiare sottopelle. Orribile. Ma reale. Viva. Una specie di Alien, nera e brutta, che s’insinua dentro e non mi lascia in pace finché non ottiene quello che vuole: indebolirmi, sbilanciarmi e infine annientarmi. Vorrei impedirglielo ma non posso fare niente. Non posso fermarla.
La bestia mi prende i muscoli delle spalle e del collo. Li contorce e li immobilizza. Li lascia inermi e doloranti. Ovunque passa lascia segni che non dimentico. Vedo la sua coda squamosa uscire dalla bocca. Mi costringe a sputare qualcosa di amaro che mi era rimasto nella saliva. Poi prosegue la sua missione e gli occhi si arrossano, s’irritano e lacrimano.
Solo quando mi dolgono le tempie, quando le sento spremute e infilzate dagli artigli delle sue zampe, mi accorgo che il peggio deve ancora arrivare. Tutto quello che è appena successo è solo un solletico. La sento infatti farsi largo nel foro occipitale, alla base dell’osso cranico. È lì che capisco di essere definitivamente fottuto.
La bestia trova nel cervello il suo habitat ideale, la sua cuccia calda dalla quale non la schioderò tanto facilmente. Lì, nell’antro della bestia, depone le sue uova che nel giro di pochi minuti si schiudono e si diffondono libere nella mia testa. I pensieri e le insicurezze corrono come bambini indisciplinati in un giardino scolastico. A cercare di fermarli c’è solo un giovane insegnante insicuro e frustrato che corre alla rinfusa da una parta all’altra senza ottenere ordine.
Intanto la giornata prosegue e io sono arrivato a casa. Ora le piccole insicurezze che la bestia ha liberato sono diventate adolescenti convinzioni che credono che il mondo faccia schifo e che loro non potranno mai farcela. Mi gettano fumo negli occhi e offrono solo soluzioni estreme. Il cibo non ha sapore e appena lo infilo in bocca viene fatto sparire dalla bestia famelica che si è appena risvegliata irrequieta dopo il sonnellino pomeridiano. Io invece sto cercando di prendere sonno, ma la bestia non ci sta e mi tiene le palpebre aperte. Mi racconta i suoi propositi per il futuro. Mi presenta i progetti strampalati, dove non c’è spazio per me. Mi copro le orecchie con le mani ma non serve a niente. La bestia urla da dentro. Va avanti così per tutta la notte. Giusto per essere sicura di avermi vomitato in faccia tutto quello che non volevo sentirmi dire. Alla fine io sono esausto, lei soddisfatta.
Con le borse sotto agli occhi, per tutta la mattina cerco di farle fare le valige, ma la bestia non ci pensa neanche e continua a tartassarmi le orecchie con le sue congetture. Per tentare di non ascoltarla finisco per distrarmi dal lavoro, isolarmi dagli altri e chiudermi in me stesso.
Allora corro più che posso così lei fa fatica a starmi dietro. Gioco con i miei figli, parlo con mia moglie, incontro i miei amici e lei non ha più voce per sovrastare le conversazioni. So che non riuscirò mai a fermarla del tutto, ma almeno così la rallento e le tolgo il fiato. La sento di meno e mi dà meno fastidio. La vedo rannicchiata all’angolo della mia mente e mi accorgo che non è così forte come sembrava. Forse ha solo bisogno di essere ascoltata e non taciuta o contraddetta. Non mi metterò certo a risvegliarla o a confortarla, ma almeno la lascio stare. Col tempo, chissà, magari diventeremo anche amici.

giovedì 22 febbraio 2024

RACCONTI – Venduto

Io e mia moglie amiamo il nostro negozio. È piccolo ma curato. Le nostre cose in vendita non sono lussuose o esclusive, ma pratiche e accessibili a tutti. È uno di quei negozietti di periferia nel quale si respira ancora l’aria di una volta e il profumo dei libri ha una sfumatura di vita vissuta con amore. A noi non importa diventare ricchi o fare l’affare del secolo per poi vantarcene con gli amici. A noi sta a cuore il cliente e vogliamo essere sicuri che l’oggetto che vendiamo vada in buone mani. Vorremmo sempre che le cose che lasciano il nostro negozio continuino il meraviglioso viaggio che hanno intrapreso con e prima di arrivare a noi. Sappiamo che non sarà sempre così ma ci proviamo con tanta passione e dedizione. Questo ci ha spinti a mettere in piedi questo piccolo negozio dell’usato per dare nuova vita a prodotti dedicati ai bambini che altrimenti sarebbero stati accantonati in una cantina stracolma o buttati via in un cassonetto.
Nel corso degli ultimi anni la nostra attività ha avuto discrete fortune. La campanella alla porta del negozio non ha smesso di suonare. I visitatori sono entrati e usciti attratti dalle merci esposte in vetrina e sui ripiani. Alcuni ne sono rimasti soddisfatti e si sono portati via un pezzo della nostra storia familiare. Altri non hanno trovato quello che cercavano e hanno continuato per altri negozi senza mai però sbattere la porta alle loro spalle. Da noi sono arrivati e poi ripartiti abiti di ogni tipo: vestiti di diverse taglie per bambini piccoli, giubbotti e cuscini per donne incinta, tute da esterno per bimbi che amano le attività all’aria aperta. Abbiamo visto i nostri figli ricevere, appassionarsi e poi abbandonare intrattenimenti infantili che hanno riempito i nostri scaffali: giocattoli digitali, giocattoli analogici, giocattoli per aiutare i bambini a camminare e saltare, libri in italiano e in svedese, monopattini, biciclette, strumenti musicali, palloni. I nostri magazzini hanno ospitato attrezzi utili che hanno reso la nostra vita più semplice e che ora aiutano altri genitori: bilance per pesare neonati, pompe per il latte materno, culle, fasciatoi, seggioloni, cuscini speciali per neonati, dondoli.
Nel corso degli anni tante cose sono passate da noi e alla fine tutte sono uscite dal negozio. Beh, non proprio tutte. Un oggetto, infatti, era rimasto lì, solo nell’angolo, tra ragnatele e polvere per molto tempo. Purtroppo nessuno lo voleva. A nessuno interessava. Povero passeggino. Ne ha passate tante, tra neve, pioggia, sole cocente, terreni sconnessi, fango impiastricciato, ruote bucate, vani portaoggetti sfondati dalla spesa, pianti disperati e pedate arrabbiate di bambini. Eppure è sempre rimasto in piedi, orgoglioso e stoico, e ha continuato a fare il suo lavoro egregiamente come se nulla fosse. Nonostante lo avessimo pulito e tirato a lucido per esporlo in vetrina, nessuna coppia in dolce attesa ha mai voluto prendersi cura di lui e portarlo avanti verso nuove avventure. Era lì ormai da nove mesi, come una gravidanza in attesa delle doglie. Alcune parti eravamo riusciti a piazzarle, come l’aggancio per farlo diventare doppio e una seduta extra, ma il pezzo forte era rimasto in attesa, nonostante le offerte e i vari saldi di stagione.
Ormai avevamo perso ogni speranza quando stamattina, una giovane ragazza bionda svedese, incinta di parecchi mesi, in preda al panico degli ultimi acquisti prenatali, passando in questa zona ha notato il nostro passeggino. L’ha osservato incuriosita attraverso la vetrata, poi è entrata dalla nostra porta, lo ha esaminato con la giusta attenzione ma non troppo scrupolosamente e ha pagato il prezzo ormai ampiamente scontato presente sul cartellino.
La ragazza era felice. Sorrideva mentre spingeva il passeggino fuori verso il mondo mentre la porta del negozio si richiudeva alle sue spalle. Sia lei sia noi avevamo ottenuto quello che volevamo. Una vittoria per entrambe le parti, si potrebbe dire. Avevamo finalmente venduto tutti gli oggetti per bambini da zero a cinque anni del nostro negozio. Avremmo dovuto essere felici, eppure li rumore della campanella della porta del negozio rimbombava nel vuoto che sentivamo nel petto. Con il passeggino se n’era andato anche un ultimo pezzo di storia delle nostre vite coi bambini piccoli. E questo ci aveva lasciato un velo di malinconia e di tristezza per un periodo terminato che probabilmente non tornerà mai più nelle nostre vite.
Poco importa che il negozio dell’usato che ho appena descritto non sia mai veramente esistito e che sia solo una mia metafora per raccontare il via vai di persone che si incontrano tramite i servizi online per rivendere oggetti di seconda o terza mano. Quel che conta sono i ricordi che ogni cosa ha lasciato dentro di noi. Quelli non li dimenticheremo tanto facilmente. Ora, però, siamo pronti ad andare avanti. A passare oltre, verso nuove sfide e nuove avventure. L’età dei bebè è finita. Ed è giusto che sia così.
— Vero, cara mogliettina?
— Hm, tesoro… ho un ritardo!

mercoledì 31 gennaio 2024

RACCONTI – Nuvoloni latinoamericani

Una musica latinoamericana in sottofondo. Una decina di persone con vestiti sgargianti e cappelli di gusto discutibile che cercano di imitare l’accento spagnolo con capacità altrettanto discutibili. Un parquet consumato. Luci soffuse. E io in mezzo alla pista da ballo.
In mezzo come un palo e mi chiedo perché e che cosa sia venuto a fare qui. Non sono qui per scopare, come probabilmente tre quarti delle altre persone qui dentro. Sono qui con mia moglie. Non sono in cerchi di scambisti. Sono qui per imparare. Sono qui per provare i passi di una danza, salsa e merengue, che pure mi fa cagare. Non sopporto la musica, non capisco i movimenti, odio il sorriso forzato che si stampano tutti in faccia quando volteggiano. O forse è solo invidia perché si divertono veramente e io no.
Per provare ci provo, ma non ci riesco. Non parlo del sorriso, parlo dei passi di danza. Io ce la metto tutta ma, se il ritmo è nel sangue, io ho proprio bisogno di una trasfusione. L’armonia dei gesti legati alla musica non è il mio forte. Un uomo visibilmente ubriaco al mio fianco coordina i suoi movimenti decisamente meglio di quanto riesca a fare io.
Nonostante tutto voglio imparare con tutte le mie forze.
Perché? Occorre fare un salto indietro nel tempo di un paio di giorni.
 
Il cielo in lontananza è nero. Nuvole basse, grosse e scure coprono l’orizzonte. Si spostano velocemente. Vedo un lampo e poi un tuono. Quelle nuvole pesanti portano tempesta. Sento un altro boato: questa volta è la mia pancia che brontola, preoccupata per quello che le arriverà o semplicemente protesta per la fame. Ma come si fa ad avere appetito in queste situazioni.
Immagino già il disastro che la tormenta porterà nel mio villaggio. Vedo strade allagate, case danneggiate, tetti divelti, alberi spezzati. Sento il vento che turbina e aumenta di forza e velocità, sempre di più, sempre più vicino. Ripenso a quello che avevo e a quello che sto per perdere. Sono già giorni, mesi e anni avanti. Mi vedo distrutto, seduto su un marciapiede altrettanto devastato. Nei peggiori dei casi mi immagino depresso, senza ambizioni e speranze, perso tra i miei sogni decadenti come una statua di creta malriuscita.
Sono il solito esagerato. Il solito catastrofista. La fantasia ha i suoi lati negativi. Con una mano dà, con l’altra prende. Volo troppo coi pensieri e finisco per sfracellarmi al suolo. Perdo il contatto con la realtà. È solo un lavoro. Ce ne sarà un altro. E poi un altro. E un altro ancora.
Il temporale si è avvicinato ancora di più mentre lo fissavo e cercavo di guardare oltre. È ora di svegliarsi da questo bel sogno e abbracciare l’incubo. È il momento di imparare ad accettare quello che sta succedendo. Devo tornare coi piedi per terra, nel presente.
Potrei correre via lontano, ma nessuno corre più del vento, neanche Usain Bolt in discesa.
Potrei cercare riparo, ma nessuna abitazione reggerà questo uragano, neanche la casetta di mattoni del porcellino più saggio.
Potrei mettermi l’impermeabile giallo col cappuccio in cerata e gli stivali di gomma, ma mi ritroverei comunque fradicio e stanco come quel gattino della pubblicità della pasta Barilla di qualche anno fa – o forse era qualche secolo fa. Non sono neanche sicuro che quella bambina riuscirebbe a trovarmi.
Oppure potrei essere grato per quello che è stato, guardare avanti e imparare a fare quello che non mi riesce mai molto bene: ballare. Danzare assieme alla tormenta.
“La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”, diceva Mahatma Gandhi.
 
Eccomi quindi qui a pestare i piedi a mia moglie mentre cerco di seguire l’insegnante di ballo latino americano che sghignazza divertito mentre mi vede impacciato come se stessi giocando a Twister da solo in un lato della pista mentre il resto del gruppo è dall’altra parte. Mi vedo attraverso i suoi occhi e mi scappa un sorriso.

venerdì 5 gennaio 2024

RACCONTI – Linguistica

Un periodo in Italia con moglie e figli non è solo una vacanza per incontrare famiglia e amici o un’ottima occasione per mangiare cibo genuino e delizioso, ma anche un passaggio tra due culture, tradizioni e linguaggi. Una trasformazione. Per il mio cervello, i miei pensieri e le mie parole in primo luogo.
Tutto inizia dal viaggio. Quale luogo migliore per simboleggiare questa transizione se non l’aereo. È lì che si comincia con la trasformazione linguistica. In qualche modo devo partire dallo svedese e arrivare all’italiano. Il passaggio obbligato è l’inglese ma non quello classico che ti insegnano a scuola, quello più sofisticato britannico oppure quello più hollywoodiano da film. L’inglese speciale che faciliterà il passaggio tra i due paesi è quello internazionale dei piloti e assistenti di volo. Un linguaggio biascicato, distorto dall’alta quota, dall’altoparlante o forse semplicemente dalla stanchezza e monotonia del testo da ripetere. Mentre cerco di captare e interpretare le informazioni relative al volo con le orecchie tappate dalla pressione dell’aria, in poco più di due ore atterro.
Ora che sono in suolo italico la sfida si sposta sull’uso degli accenti. Dopo aver passato anni in Svezia a cercare di convincere colleghi e amici che Huddinge (comune dell’area metropolitana di Stoccolma) non è Udine, nonostante la pronuncia possa assomigliare, ora mi ritrovo con un vecchio scontro tra titani: la pronuncia della mia regione d’origine. Nonostante siano nostri vicini, i veneti non hanno ancora capito che l’accento in Friûli va sulla U e non sulla I. Non importa. Va bene lo stesso. Ormai ci sono abituato. Mi distraggo concentrandomi sugli sforzi dei bambini ad adattarsi all’italiano. Prima usano la svedese grammatica con le italiane parole, che esso non è così tanto diverso da quello che di solito diciono a casa, poi sviluppano lo italiano medievale quando chiedono lo pane perché sono fame e anco quando giocano con li cugini. Io comunque non sono da meno e per almeno un paio di giorni saluto tutti con un bel “Hej” prima di accorgermi che invece dovrei dire “Buongiorno, buonasera”. Risulto un po’ sgarbato, ma mi capiscono e ottengo lo stesso lo scopo richiesto.
Con un po’ di esercizio e di applicazione, però, il cervello si è riassestato e ora sia io sia i bambini riusciamo a parlare senza troppi patemi. I nomi Erika, Marika e Quasimodo sono tornati a essere piani dopo il trattamento sdrucciolo svedese. I bambini parlano fluentemente e coniugano i verbi al congiuntivo meglio di alcuni conduttori televisivi di programmi italiani di dubbia qualità. La grammatica ha riacquistato una forma normale dopo le alterazioni Frankensteiniane dei giorni precedenti. Tutto è a posto.
Peccato che sia già passata una settimana e sia ora di tornare in Svezia e percorrere al contrario la trasformazione linguistica. In bocca al lo lupo, messère.

martedì 12 dicembre 2023

RACCONTI - Cosa farò da grande?

Numerobis passeggia sorridente tra le strade di Alessandria d’Egitto nel 59 a.C. mostrando a Panoramix, Asterix e Obelix le case e i palazzi strampalati che ha progettato e costruito durante la sua carriera. Non è affatto preoccupato che le scale siano irregolari, le colonne storte e i muri pendenti. A Numerobis non importa che gli egiziani e i suoi amici dalla Gallia pensino che le sue abilità di architetto siano alquanto limitate. Lui va avanti per la sua strada e fa quello che gli piace. A lui importa solo di mantenere viva la sua grande passione ed esaudire gli ordini della sua bellissima regina Cleopatra. Nei prossimi tre mesi dovrà costruire un grande palazzo, ma lui non ha paura. Ha accettato il nuovo progetto senza indugi convinto di sapere quello che fa.
 
Io vorrei proprio essere come Numerobis. Mi farebbe bene. Ne avrei bisogno. In generale, ma soprattutto in questo periodo dato che sarò a breve costretto a cambiare lavoro nonostante non ne abbia voglia. Dovrei prendere tutto con più leggerezza per evitare di stare male. Dovrei buttarmi in una nuova avventura con entusiasmo e avere fiducia che tutto si sistemi. Invece mi preoccupo e cado nella solita domanda che mi tormenta e mi fa rimuginare: cosa farò da grande?
Me la faccio da una vita e probabilmente continuerò a farmela anche molto dopo l’età della pensione. Ovviamente non ho ancora trovato una risposta.
Da piccolo, tra ricerche sui delfini scritte a mano su fogli a quadretti coi buchi e gli “esperimenti” con le piante e gli insetti, credevo che la strada giusta fosse la biologia. Poi però sono arrivati svariati pareri dissuadenti e brutti voti a scuola che mi hanno fatto desistere. Non convinto dei cinque in pagella in scienze naturali ho avuto la malsana idea che avrei potuto fare il medico. A bloccarmi è stato fortunatamente l’esame di ammissione all’università, che non ho mai fatto. Ho provato a intraprendere la strada del ricercatore in Psicologia, ma dopo aver raschiato il fondo non ho più ottenuto fondi e sono così rimasto col culo per terra. In crisi durante i miei primi difficili anni come psicologo clinico ho accarezzato l’idea di cambi radicali di carriera. La mancanza di coraggio e i contatti giusti hanno fermato sul nascere il web designer, il talento e la voce hanno stroncato l’attore, le crisi esistenziali e l’insicurezza hanno tarpato le ali allo scrittore e, infine, il buonsenso ha prevalso sull’amministratore teatrale.  
 
Alla ricerca d’ispirazione, durante una pausa dal sito dell’ufficio di collocamento svedese, ho rivisto il cartone “Asterix e Cleopatra” e alla fine devo dire che in effetti assomiglio a Numerobis più di quanto pensassi. Ho sempre adorato costruire con i lego e i blocchi di legno, sia da piccolo sia da adulto. Le poche sufficienze che avevo alle superiori erano in disegno tecnico e storia dell’arte. Tra le varie carriere immaginarie che avevo ipotizzato da giovane non mancava architettura e probabilmente sarebbe stata una scelta sensata. Altrettanto probabilmente avrei ottenuto gli stessi risultati del nostro amico egizio. Infine, e soprattutto, Numerobis ha accettato ogni suo nuovo incarico perché altrimenti Cleopatra lo avrebbe dato in pasto ai coccodrilli del Nilo. Un po’ quindi come sta succedendo a me ora che devo cambiare lavoro per non essere divorato dal mutuo e dalle bollette.
Quello che è certo è che sia a me sia a Numerobis servirà la pozione magica di Panoramix per sopravvivere in attesa di diventare grandi e forti.

mercoledì 22 novembre 2023

RACCONTI – Business planner

Allora vediamo un po’. No, mi spiace. Non si può.
No, guardi. Sabato mattina non è proprio possibile. Nuoto per Alexander e Kung-fu per Sebastian. Nel pomeriggio neanche. Ma come perché? Ginnastica preparatoria per tuffi, per entrambi. Dall’altra parte delle città. Guardi sul calendario se non mi crede. G-I-N-N-A-S-T-I-C-A. Scritto in stampatello. Vede?
Martedì sera: allenamento di basket per Sebastian. Fargli praticare questo sport era un mio pallino personale e devo confessarle che vederlo fare canestro è una gran bella soddisfazione. E Alexander? Fa il tifo.
Mercoledì, no: lezioni di pianoforte. Solo per Sebastian. Alexander è a casa di un amichetto a mangiare wurstel con ketchup e a saltare sui letti cercando di non vomitare i suddetti wurstel.
Venerdì sera? Abbiamo un amichetto a casa, invece. Off-limits, dunque. Ci sono i pancakes che vanno cucinati… da me. E poi i padroni di casa e gli ospiti sono impegnati in riunione nella tana creata con le tende, le coperte e i cuscini, oppure sono rintronati nell’inferno della discoteca con canzoncine sceme da YouTube, oppure sono sfatti e distrutti coi cartoni davanti alla televisione durante l’after party. Mi sa che non c’è modo di incastrarci nessun’altra attività. Non se ne parla.
Prima? Nel pomeriggio di venerdì, dice? Bù. Non si spaventi per così poco. Bù vuol dire “no” in mandarino. Oh, il cinese è il futuro. Non si transige. Il futuro va messo in programma nel presente. Non vorremmo mai dover rimpiangere il passato.
Lunedì… lunedì… lunedì. Dunque, vediamo un po’. No. Scuola la mattina, lezioni di italiano per i madrelingua nel pomeriggio. Oh, queste non le ho decise io. Non mi guardi così.
Domenica pomeriggio, neanche per idea: Parkour per Alexander e nuoto per Sebastian. Non me ne parli. Le attività nel mezzo del pomeriggio sono insopportabili. Se becco chi li ha iscritti a questo corso. Aspetti… ah, una nota a piè di pagina dice che sono stato io a farlo. Hm, deve essere un dettaglio che mi è sfuggito. Aggiungo un appunto “togliere attività nel prossimo semestre”. Ecco fatto.
La mattina di domenica potrebbe essere libera, ma abbiamo museo della scienza e della tecnica. No, no, no. Non si perderebbero il museo neanche per tutti i dolcetti del mondo. Per carità. Non tocchi la sala dei videogiochi al terzo piano se ci tiene alla vita.
Domenica mattina prossima. Nah, siamo ai mercati di Natale. Eh, sì. Di già. Non è troppo presto. In Svezia non è mai troppo presto. Cosa, cosa? Vuole veramente togliere ai nostri assistiti la visita di un personaggio inventato al quale non credono più con una visita a personaggi reali? Babbo Natale è intoccabile. Senza neanche nominare i regali…
Come? Mi faccia controllare. Beh, sì. Giovedì pomeriggio cred… ah, no. È il compleanno del vicino di casa italiano. Entrambi invitati. Ho visto male. Niente da fare. Cioè… tanto da fare, troppo da fare, intendevo dire. Eh eh eh.
Eh lo so, i miei assistiti sono molto impegnati. Sa com’è con questi giovani d’oggi. Non si può far mancare loro nulla. Nulla. Sono tutte attività importanti per il loro benessere psicofisico. Dovrebbe saperlo anche lei.
Perché le sto dando dei lei? Hm… in effetti non lo so, mamma. Mi sono lasciato prendere dalla frenesia di tutti questi impegni.
Sì, in effetti, venerdì prossimo potremmo anche prendercelo libero e guardarci in tranquillità il nuovo film della Pixar, sdraiati sul divano, coccolandoci sotto una copertina morbida e abbuffandoci di popcorn caldi. Semplice ed Elementare.
Hai ragione, mamma. Dobbiamo proprio darci tutti una calmata.


lunedì 13 novembre 2023

RACCONTI – Tiro alla fune

Da una parte un gigante forzuto. I suoi muscoli sono tesi allo spasimo sotto la canottiera rossa alla Arnold Schwarzenegger degli anni ‘70. Le vene scoppiano schiacciate tra i bicipiti ingrossati e la pella tirata. La sua faccia si contrae in espressioni esasperate. Sta sudando come un maratoneta e sta mettendo tutta la forza che ha dentro di sé per portare la corda verso di sé.
Dall’altra parte c’è un tipo magrolino. I suoi occhiali hanno le lenti spesse e la montatura nera di gomma rigida. Il suo sguardo è mefistofelico e la sua espressione facciale sottolinea la sua scaltrezza e preparazione. Tiene la corda con due dita come se gli facesse schifo, ma grazie alle sue subdole capacità manipolative del pensiero è come se avesse una forza insuperabile.
I due titani sono alla pari. Entrambi tirano la corda con la stessa intensità e potenza. Ognuno di loro ha i propri metodi infallibili. Entrambi sanno quello che stanno facendo. Entrambi sono convinti di vincere.
E io?
Io sono in mezzo. Trascinato a destra e a sinistra, in avanti e indietro da questi due enti immaginari che non mi lasciano in pace. Succede spesso.
Questa mattina ne è stato un esempio.
È lunedì. Sono le sette, ma sono sveglio da venti minuti. Ho appena finito di fare colazione e sono ancora in pigiama. Ho lasciato dormire un po’ i bambini. Dormono in due letti vicini e si tengono la mano. Sono così carini e soprattutto così silenziosi quando dormono che mi dispiace doverli svegliare, ma è ormai giunto il momento di alzarsi dal letto e andare in cucina dove latte e cereali li aspettano.
Apro le tende per fare luce, ma non ha nessun effetto perché fuori è ancora buio. Mollo un urlaccio che li intima ad alzarsi ma non vengo ascoltato. Scosto le coperte e l’unico risultato che ottengo è una contrazione involontaria dei loro muscoli condita da un paio di mugugni.
Ci vuole qualcosa di più. Qualcosa di più forte. Ci vuole l’artiglieria pesante. Mi abbasso e scuoto mio figlio più piccolo nel tentativo di trascinarlo via dal mondo dei sogni. In tutta risposta lui si gira di scatto e mi arpiona il collo con le sue braccia calde dalla notte appena trascorsa. Perdo l’equilibrio e cado sul letto al suo fianco. Il mostriciattolo piovra di cinque anni ne approfitta per spostarsi velocemente verso di me e mi blocca anche con le gambe. Sono immobilizzato.
Ed è proprio in quel momento che inizia il tiro alla fune tra i due titani sopraccitati, il muscoloso energumeno e il diabolico manipolatore.
Non posso, dice subito il cervello. Rilassati, suggerisce il corpo. Io do un bacio a mio figlio sulla guancia soffice e rotonda.
Dovete andare a scuola e io al lavoro, protesta il cervello. Non senti quant’è morbido il materasso, fa notare il corpo. Io ricambio l’abbraccio.
In effetti giusto oggi non c’è fretta, constata il cervello. È così piacevole qui, sorride il corpo. La mia mano si sposta magicamente sulle coperte e le sistema sopra le nostre spalle.
Non posso accettare di arrivare troppo tardi al lavoro, analizza il cervello. Goditi questi momenti perché non torneranno quando questi due saranno adolescenti e non vorranno più neanche farsi sfiorare, sussurra il corpo. Io allungo una mano sulla spalla dell’altro figlio disteso poco più in là e lo accarezzo.
Sto diventando un pigrone smidollato, si lagna il cervello. Dormi, sentenzia il corpo. Io non faccio niente.
Il sole non è ancora sorto. La mia mano prende gli occhiali e li appoggia sul comodino. Le palpebre sono pesanti e non oppongono resistenza. Si sta così comodi distesi nel letto, al calduccio. Il corpo ha ragione. Non c’è fretta. Oggi vince lui. Mi dispiace cervello. Non c’è impegno che regga il confronto di stare abbracciati ai tuoi figli di cinque anni e sette anni in un uggioso lunedì mattina di novembre. La mia faccia è all’altezza della loro. Non c’è niente che mi possa togliere da qui. Io e i bambini siamo tutt’uno. Inspiriamo ed espiriamo in sincrono. Tutto emana armonia celestiale. Loro mi respirano in faccia e io…
Noooo, urla il cervello. Mi hai fatto prendere un colpo, sussulta il corpo. Io apro gli occhi di colpo.
La fiatella nauseabonda mattutina dei miei figli dà la scossa definitiva alla partita. Il cervello ritrova forze inaspettate. Io mi scosto dalla posizione fetale che avevo assunto e mi allontano dall’odore fatale dell’alito.
Sono le sette e venti, va in panico il cervello. Aspetta, hai ancora bisogn… il corpo non fa in tempo a replicare e io sono già in piedi.
Maledetto cervello. Alla fine ha vinto ancora lui. Con la sua insensibile astuzia l’ha spuntata anche questo lunedì.

mercoledì 18 ottobre 2023

RACCONTI – Paesello

La prima cosa che noto ogni volta che torno in Italia per un periodo di vacanza è la presenza del “fuso orario”. A differenza dei miei genitori che me lo chiedono sempre, io so che Italia e Svezia hanno la stessa ora in tutti i periodi dell’anno, ma il fuso orario di cui parlo è legato alle differenze culturali e alle abitudini alimentari. Trovare infatti un punto d’accordo con gli amici per darsi appuntamento oppure decidere l’orario del pranzo e della cena con i familiari è impresa degna del planning manager della Casa Bianca.
L’altro aspetto temporale si manifesta quando faccio un giro per il paese dove sono cresciuto. In certe zone il tempo sembra essere andato avanti veloce fino a un lontano futuro dove la civiltà umana è scomparsa da secoli e tutto è diroccato, dai negozi alle abitazioni. Il quadretto distopico è completato dalla presenza di 30 gradi a ottobre che rende attuale ogni scenario catastrofico della crisi climatica. La conseguenza di queste temperature è che le cimici, quegli orribili insettini verdi che volano non sapendolo fare bene come gli aeroplanini di carta che lanciavo da piccolo, sono le nuove creature dominatrici di questo secolo e di queste lande desolate. Quelle bestie invadenti sono i nuovi Visitors del pianeta Terra e ormai occupano impunemente e indisturbate tutte le abitazioni del paesello. La politica e le forze dell’ordine non fanno ovviamente niente per fermare questa invasione. C’è chi invoca la vespa samurai, chi l’aglio confondendosi probabilmente coi vampiri e chi l’odore del tabacco, creando alla fine un clima di tutti contro tutti e senza alcuna soluzione tangibile al problema. Intanto tutto è imballato nella burocrazia che è… ma che ve lo dico a fare? Anche chi non è italiano sa come funziona.
Cerchi di distrarti guardando la televisione e ti viene da ridere notando che c’è ancora il Grande Fratello… parlo del programma televisivo, non dei dibattiti politici che dilagano in tutto il paesello.
Spengo tutto. Vado a mangiarmi una pizza. Prima però devo passare dalla banca e chiedere un mutuo, visto il listino prezzo “stoccolmese”. Mi consolo pensando che almeno si mangia bene, dai. Oltre ai ragni: leggenda narra che si ingoi circa otto ragni all’anno. Credo che a casa mia nel paesello si alzi la media vertiginosamente. No, scherzi a parte. Nessuna polemica sul cibo. O forse è questo il problema, che nel paesello ci si accontenta di essere un’eccellenza culinaria, mentre ci ritroviamo con i culi in aria… o meglio dire per terra.
Sono comunque felice di questa vacanza: ho fatto incetta di famiglia, amici e cibo. Adesso è ora di tornare a casa ma le sorprese non sono finite. L’atterraggio del mio aereo era previsto per mezzanotte ma il volo fa un’ora di ritardo come annuncia lo speaker: “Ci scusiamo per il disagio che vi porterà ad arrivare a casa a notte fonda e che vi renderà uno zombie al lavoro domani mattina!”. Grazie Semi-Palindrome Air. Probabilmente questa è la punizione per aver parlato male del paesello.
Dopo l’attesa sfiancante alla fine però arrivo in Svezia dove tutto funziona bene. Atterro al Terminal 4 di Arlanda e mi costringono a fare una camminatina di dieci minuti fino al Terminal 5. L’autobus però parte all’uscita del Terminal 4. Logico. Quindi devo camminare nella direzione opposta appena percorsa, questa volta da fuori. Ovviamente perdo la corriera e la prossima è tra 40 minuti. Grazie Arlanda. Questa invece è la punizione per aver parlato male delle cimici-Visitors.
Dopo un sonnellino sul sedile della corriera, la coincidenza fortuita dell’autobus a Stoccolma e una breve camminata, alle tre di notte arrivo a casa. Esausto, appoggio la testa sul cuscino e… tre, due, uno: driiiin. Suona la sveglia. Sono già le sette. È ora di fare colazione con pappa d’avena, mettersi il cappotto pesante, farsi schiacciare in metro come sardine e andare al lavoro prima dell’alba e tornare dopo il tramonto.
A vederla così, il paesello già mi manca.

venerdì 13 ottobre 2023

RACCONTI – Astinenze

Passeggio per le strade di questa bella località di mare in estate. Sono in Italia per farmi una bella dose di sole, aria ricca di iodio e acqua salata. È una vera e propria annuale disintossicazione dal lungo inverno svedese. Sono tranquillo e sereno. Mi rilasso godendomi le vacanze. All'improvviso però tutto cambia quando vedo lei. All'angolo della strada mi lancia uno sguardo beffardo. Mi ha trovato subito. Ho i sudori freddi ma una scarica di dopamina si abbatte sul mio cervello. Distolgo lo sguardo ma sono eccitato. Cammino e vado oltre facendo finta di niente. Ora non posso. Ora no, perché sto andando al mare con la famiglia. Mi sforzo di non incrociarla con lo sguardo e vado oltre. In quei cento metri di camminata faccio fatica a non voltarmi e sto male, ma una volta girato l'angolo mi sento meglio. Ho fatto la cosa giusta.
Arrivo alla spiaggia e mi sdraio al sole, mi faccio un bagno refrigerante e mi mangio un buon gelato. Tutto è alle spalle. Quasi. Un pensiero infatti non mi lascia tregua: "E se ci ricasco?" Mi rassicuro che non succederà ma nel profondo della mia mente non ne sono sicuro. Reprimo il pensiero ingoiando un altro gelato e quando è ora di tornare a casa dalla spiaggia prendo di proposito un'altra strada, così non ci faccio più caso e me ne sto tranquillo.
Finché arriva la sera, dopo cena, quando mia moglie mi manda a prendere un gelato per tutta la famiglia (sì, un altro gelato… d'estate è concesso) e passo di nuovo per la via di questa mattina. Lei mi aspetta sempre là. Al solito angolo. Cerco di distogliere lo sguardo. È difficile resistere. È una tentazione troppo forte. Sono in crisi nera. So benissimo quello che lei mi può offrire. Uso tutte le mie energie mentali per non pensarci, ma più porti all'attenzione un desiderio e più questo si rinforza. È come una palla che più la spingi sott'acqua e più grande sarà la forza che la riporterà in superficie. Sono al massimo dei miei sforzi. Guardo altrove nonostante lei mi fissi impietosa dall'altro lato della strada in attesa del mio inevitabile cedimento. Mi concentro sulla musica che sento arrivare dai bar affollati. Guardo le belle ragazze a passeggio. Niente funziona come vorrei.
"Se lo faccio solo una volta, lo posso controllare!" Penso mentre la guardo dritta davanti a me.
"Sarà solo una cosa veloce, che male mi farà?" M'illudo attraversando la strada.
"In fondo mi mancava tantissimo e sono stato bravo a resistere per tutti questi mesi." Mi compiaccio dei miei sforzi e abbasso ulteriormente le difese mentre le sono ormai a un passo.
Alla fine soccombo. Cado vittima di quella debolezza e di quel vizio che mi attanaglia da sempre. Di nuovo. In fondo, se voglio roba buona italiana sono costretto a farlo qui e ora per non dovermi rivolgere ancora a quella odiosa consegna postale.  
Un attimo dopo tengo già in mano quello che lei mi ha offerto con tanto feroce sadismo e gioia nel vedermi soffrire. Soppeso il prodotto di tanti sforzi e fatiche. Ne annuso il profumo avvicinandolo bramosamente al naso. Ne ammiro la cura e la qualità dei dettagli. Mi guardo attorno e mi stropiccio gli occhi della varietà che mi viene proposta. Mi pregusto la sensazione liberatoria di estasi che proverò quando userò i suoi prodotti nella tranquillità e intimità di casa mia, al riparo di sguardi indiscreti e molesti.
Tutto questo turbine di emozioni e di sensazione è semplicemente stupefacente. Mi chiedo come io abbia potuto farne a meno per più di sei mesi. Mi chiedo anche come io abbia potuto evitare il suo fascino durante i primi giorni di vacanza in Italia senza approfittarne subito appena atterrato in suolo italiano.
Dopo molta ricerca e devota venerazione delle varie proposte, riesco miracolosamente a limitare la mia scelta a un solo prodotto. Con gli occhi lucidi e l'aria inebetita mi dirigo alla cassa per ottenere un regolare scontrino del mio acquisto. Pago il prezzo dovuto alla commessa ed esco con il mio bel libro nuovo in mano. Un romanzo che avevo nella mia lista dei desideri da tanto tempo e che ora finalmente aggiungerò alla pila di libri che mi sono prefissato di leggere e che probabilmente non riuscirò a terminare prima della pensione.
Sniffo il profumo della carta stampata un'altra volta, accarezzo la copertina patinata togliendo un po' di polvere e sospiro soddisfatto. Mi volto a darle l'ultimo sguardo e la saluto. A presto, cara libreria.

mercoledì 4 ottobre 2023

RACCONTI – La strazio

Sono bloccato su una sedia: le mani sui braccioli, i piedi sul piedistallo, la testa ferma, gli occhi ben spalancati a guardare avanti. La persona di fronte a me mi ha appena imbottito di domande sulla mia vita e sulle mie abitudini. Il tempo sembra non passare più da quando sono entrato qua dentro. Sono qui da minuti, ore o addirittura giorni? Non lo so. Immagino che il Trattamento Ludovico a Alex DeLarge in Arancia Meccanica fosse qualcosa di simile, ma forse sono il solito esagerato.
Non vorrei essere qui. Mi pento di aver fatto questa scelta, di essere venuto in questo luogo maledetto di mia spontanea volontà. Vorrei essere altrove.
Eppure era la scelta giusta. Era giunto il momento di portare a termine questa tortura.
"È meglio la numero uno o la numero due?"
Non è Mike Bongiorno dal regno dell'aldilà che mi chiede quale busta preferisco e, dato che lo sto evitando da anni, non può neanche essere il mio medico di base che mi propone un paio di creme antifungine da usare sulla schiena. Quella è la voce dell'oculista che mi chiede con quale lente vedo meglio le lettere dall'altra parte della stanza. Un po' come quando la tua compagna ti invita a esprimere una preferenza tra il divano grigio topo di campagna a sinistra o quello grigio topo di città a destra quando siete in visita all'IKEA (spoiler alert: non c'è nessuna differenza). Quello che faccio, quindi, è scegliere una lente o l'altra in base all'istinto, se non addirittura al caso.
"Cosa vedi in questa riga?"
Ecco la domanda che mi tortura più di tutte. La domanda che mi accompagna da quando avevo quattro anni e che mi ha condannato a inforcare gli occhiali e a non lasciarli più. La domanda che mi ha sempre lasciato senza risposte e con un forte senso d'ansia e d'impotenza. Con l'occhio "buono" riesco anche a cavarmela, ma con l'occhio destro sono quasi cieco e cercare di interpretare la forma di quella maledetta lettera è pura sofferenza. Mi sono sempre chiesto se ci siano davvero delle lettere o se l'oculista si diverta a mettere dei segni a caso, tipo rune celtiche oppure sanscrito antico ogni volta che io mi approccio alla tavola optometrica. Ma poi, perché dovrei leggere quelle letterine? Neanche fossi Babbo Natale con gli elfi seduti accanto a me davanti al caminetto.
Da piccolo ogni tanto trovavo una scusa per avvicinarmi alla tavola optometrica e imparavo a memoria l'ordine delle lettere presenti. Era bello poter fregare così l'oculista che per me era una persona sadica che sghignazzava per le mie incapacità visive. Ricordo ancora le risate che mi facevo quando poi, uscito dal negozio col mio nuovo paio di occhiali dalla gradazione sbagliata, festeggiavo la riuscita del mio inganno andando a sbattere involontariamente contro tutti i muri che trovavo. Che pirla.
"Questi li vedi orizzontali o verticali?"
L'oculista passa poi ai suoi classici trucchetti da illusionista e giochi di prestidigitazione. Se tappo un occhio vedo una sequenza di linee, se tappo l'altro intuisco che ci sia qualcos'altro ma non so bene cosa: una macchia del test di Rorschach sarebbe più chiara. In realtà vorrei solo chiudere entrambi gli occhi e sparire dal negozio e ritrovarmi magicamente di nuovo a casa a tortura conclusa. Non posso farlo però e sono invece costretto a continuare a stare ai giochi perversi di quel personaggio in camice bianco che ormai non sembra neanche divertirsi più perché preso da una sorta di compassione per i miei continui fallimenti. Almeno io li percepisco così. L'ho già scritto che sono il solito esagerato? Mi pare di sì.
"E ora guarda qua: tranquillo, non è pericoloso!"
E prima che io possa rendermi conto che questa è la tipica affermazione che mette una gran preoccupazione nel paziente (io, in questo caso), mi ritrovo un raggio sparaflashante alla Men in Black sparato dritto negli occhi che mi acceca completamente. Per un millisecondo, ma mi rende cieco. Mi dice che è un test per il riflesso della dilatazione pupillare ma io credo che sia un metodo astuto per cancellare la memoria degli ultimi e dei prossimi cinque minuti e farmi dimenticare il prezzo del conto da pagare della visita, degli occhiali e delle lenti, così poi potrò tornare agli accertamenti di controllo senza farmi troppe remore.
"Abbiamo finito!"
Oh, il momento più bello di tutti. La frase che aspettavo da quando mi sono seduto in sala d'attesa. La liberazione che mi fa abbassare finalmente le spalle da livello Generale dell'esercito prussiano a livello pappamolla di scuola di polizia. È il lasciapassare che mi fa rilassare tutti i muscoli del corpo e gli sfinteri anali, con notevoli sforzi nel trattenere le conseguenti scoregge…
"Che cos'è questa puzza?"
…cosa che non sempre mi riesce a quanto pare.
A parte questo spiacevole e imbarazzante inconveniente ora non mi resta che aspettare un mesetto che le miei lenti speciali vengano create su misura e un altro mesetto che mi vengano fatte recapitare dall'altra parte del mondo. Mi chiedo se questi tempi d'attesa eterni dipendano dal fatto che le mie lenti siano prodotte a mano da monaci tibetani solamente dopo aver raggiunto il nirvana oppure se sia solo la mia solita sfiga. Non lo saprò mai.
Ad ogni modo, la giornata finisce e io torno a casa esausto. Sono davvero a pezzi. Affrontare le proprie paure e ansie è faticoso. Se avessi saputo che era così difficile non lo avrei mai consigliato ai miei pazienti in tutti questi anni da psicologo. Mi sento comunque orgoglioso per aver risolto questo problema da vero uomo: ovvero prenotando una visita oculistica dopo averla posticipata all'infinito e non aver dato priorità alla mia salute per paura di eventualmente ricevere brutte notizie come per esempio diventare cieco o dover passare da occhiali con lenti spesse come un fondo di una bottiglia a occhiali con lenti spesse come il fondo di una damigiana. Tutto sembra portare a berci sopra, ma non troppo, altrimenti rischio di dimenticare l'importante lezione di oggi: la prossima volta metterò da parte la mia virilità a vantaggio della mia salute.
E quell'altra visita dal dottore che dovevo fare? Ah, ci penserò domani.

giovedì 14 settembre 2023

RACCONTI – Anestetici

Gli antichi abitanti di Babilonia usavano comprimere con forza le carotidi per far perdere i sensi, senza però mettere in conto i possibili e probabili danni cerebrali del povero malcapitato. Nell'impero romano si somministrava la mandragola per raggiungere il fine di sedare i pazienti e giustificare i propri mezzi alquanto avventati. Nel medioevo era l'oppio ad abbondare anche quando non era strettamente necessario, mentre nelle caravelle di ritorno dalle Americhe erano le foglie di coca da masticare che mandavano al tappeto i marinai con arti da amputare o con sogni da smorzare. I soldati feriti durante la prima guerra mondiale venivano invece anestetizzati con gli alcolici che l'infermeria aveva a disposizione nel caso non se li fossero già bevuti tutti.
 
E nell'Anno Domini 2023?
 
Un bambino di cinque anni entra in cucina piangendo disperatamente. Potrebbe essere di tutto: un litigio per i videogiochi col fratello più grande, una difficoltà a staccare due pezzi di lego incollati tra di loro con un po' del proprio moccolo oppure perché il latte del bicchiere ha preso l'iniziativa di versarsi da solo sulla maglietta per fare un bel dispetto. Invece la causa delle lacrime è un taglietto da carta che, secondo i decibel delle grida del bambino, dovrebbe richiedere un'amputazione del dito o addirittura di tutta la mano se la mamma o il papà non interverranno nel giro di qualche secondo.
Dopo aver abbandonato di colpo qualsiasi attività stesse compiendo e dopo aver imbevuto il cotone nel disinfettante, il genitore si avvicina con aria risoluta verso il figlio. Il bambino vede da lontano quello che sta per succedere e intuisce al volo la reazione da mettere in atto. Le sue cellule ippocampali richiamano alla memoria il bruciore al ginocchio sbucciato di qualche settimana fa e il bambino reagisce senza doverci pensare con una smorfia di dolore che gli sfigura il volto. È inconsolabile. L'adulto non fa in tempo a toccare la ferita con il cotone che il bambino già si lamenta battendo i pugni sulle cosce della mamma e affossando le unghie con veemenza. Il papà cerca di distrarre il figlio facendo il pagliaccio, l'unica attività nel suo repertorio che gli riesce davvero bene, e la mamma cerca di passare in fretta il disinfettante sulla ferita. Il bimbo però si accorge dell'astuto stratagemma e, al grido di "non sono nato ieri, ma ben 1754 giorni fa", si scansa all'ultimo secondo come Neo di Matrix. Tentativo fallito miseramente. I genitori si guardano, si infilano gli occhiali da sole neri e dopo un cenno d'assenso col capo si dirigono risoluti verso la teca del salotto. Ormai c'è solo una cosa da fare. Inutile girare attorno ad altri espedienti inutili.
Ai genitori non resta che usare un metodo simile a quello usato dai cavernicoli dell'età della pietra per sedare i propri compagni di grotta prima dell'estrazione di un dente o per curare il morso di una tigre dai denti a sciabola: i cazzotti, le botte in testa o i pugni in zona parietale. I cari e vecchi cartoni sono infatti estremamente efficaci, specialmente sui bambini.
Stop. Fermi tutti. Non chiamate i servizi sociali, la polizia o lo spirito di Maria Montessori. S'intende i cartoni animati. Quelle figurine buffe in movimento sullo schermo della televisione sono infatti potentissimi mezzi per anestetizzare e distrarre dal dolore qualsiasi bambino da più di cent'anni a questa parte, quando fece la sua prima comparsa "Fantasmagorie " di Émile Cohl nel 1908.
I genitori del bambino con il taglio da carta estraggono dunque l'unico strumento che sia veramente in grado di portare a termine l'arduo compito. Uno strumento che i chirurghi dell'antichità, ma anche quelli delle epoche più recenti, avrebbero voluto e dovuto sfruttare nelle loro pratiche cliniche. Mentre la mamma imbeve di nuovo il cotone con la boccetta di disinfettante, il papà continua nel suo ruolo d'intrattenitore e porta davanti agli occhi del fanciullo uno schermo che può essere di un tablet, di un cellulare o di una televisione. Accende l'apparecchio e fa partire il cartone animato preferito. Il bambino si volta verso le immagini colorate in movimento e il suo sguardo si fa lieve. Gli occhi brillano. I muscoli della fronte si rilassano. La punta esterna delle labbra si allungano all'insù. La faccia assume un'espressione alla Trainspotting e le spalle si abbassano sciogliendosi come burro al sole.
La mamma capisce che è il momento di agire. Strofina pesantemente il cotone sulla ferita e, oltre a vari strati di derma, toglie ogni traccia di batterio senza che il bambino batta ciglio. Infine applica un cerotto gigante ritagliato dallo spinnaker di Luna Rossa per evitare che in seguito il bambino si lamenti che il cerotto non copra bene tutta la ferita. Il gioco è fatto.
I genitori si accasciano al suolo stremati. Il loro lavoro di base è terminato. La vita del bambino è salva. La continuità della specie è garantita. Per questa volta non ci sarà bisogno dell'aiuto del buon Alexander Fleming per curare il piccino. Dove soffi sulle ferite o bacetti sulla botta non funzionano, arrivano i cartoni animati a recuperare situazioni ormai date per perse. Santi cartoni animati. Ovviamente la loro funzione non si limita solo ad anestetizzare i bambini in queste situazioni di dolore "insopportabile" ma anche quando c'è da tagliare i capelli, da accorciare le unghie oppure per somministrare sciroppi alla tosse al gusto cianuro aromatico.
Certo, i cartoni animati possono dare dipendenza. Possono portare a crisi d'astinenza al limite dei capricci insopportabili. Possono causare esaurimenti psicofisici ai genitori. Sono però uno strumento imprescindibile e ineguagliabile (in fondo basta leggere attentamente il foglietto illustrativo). I cartoni vanno preservati ma anche centellinati e usati con cautela.
I cartoni, infatti, sono l'oppio dei popoli… sotto gli otto anni d'età.

martedì 29 agosto 2023

RACCONTI – Crescere

Sono una persona matura. Sono cresciuto.
Le cose importanti le faccio subito. Non rimando. Non procrastino. A parte quando penso a un racconto che poi inizio a scrivere sempre dopo qualche settimana e che forse finirò tra qualche giorno, dopo aver controllato più volte le mie pagine sui social media.
So comunicare e gestire le emozioni. Quando parlo con gli altri porto avanti con compostezza e decisione le mie opinioni e non mi faccio prendere dal nervosismo. A parte tutte le volte che sbotto quando mi punzecchiano nei miei punti deboli, mi ritrovo all'improvviso nudo e insicuro e parto nel mio classico atteggiamento passivo-aggressivo.
Mi assumo le mie responsabilità. Sia quando ho ragione sia quando ho torto. So accettare le sconfitte. A parte quando rido sotto i baffi rinfacciando a tutti che avevo previsto quello che sarebbe successo e nessuno mi aveva ascoltato oppure quando mi nascondo ed evito le conversazioni se mi accorgo di aver fatto qualcosa di sbagliato. E comunque io non ho mai torto… gne-gne-gne-gne!
Prendo cura di me stesso, del mio corpo e della mia mente. A parte che mi lascio sempre crescere la barba per pigrizia, spesso mi ritrovo inavvertitamente con le dita annegate nella Nutella e il più delle volte mi ammazzo con pensieri autocritici, a volte fondati a volte no.
Sono un bravo partner. Sono presente, premuroso e attento alle sue esigenze. A parte quando sono troppo stanco per ascoltare i problemi di mia moglie oppure quando sto sveglio fino a tardi per scrivere e nonostante cerchi di essere silenzioso nel mettermi il pigiama, la sveglio nel cuore della notte.
Sono diventato un bravo genitore. Sto ai giochi ma so dare regole severe ma giuste ai miei bambini. Sono amorevole e insegno i buoni valori della vita. A parte quando li piazzo davanti alla televisione per due ore alla sera per riposare il cervello e annebbiare la mente con i video su YouTube oppure quando quasi perdo mio figlio alla metro portandolo a scuola, come è successo la settimana scorsa.
Faccio il mio dovere al lavoro. Do il meglio di me stesso con i miei pazienti e li guido verso un percorso lungo e tortuoso che li porterà a realizzare i propri obiettivi e a vincere le proprie paure. Sono leale col mio datore di lavoro. A parte quando giudico il comportamento dei miei clienti, quando scappo dai pazienti esigenti e logorroici inventandomi impegni lavorativi durante le pause, quando mi mordo l'interno delle guance o trattengo il respiro per restare sveglio durante le sedute con le persone più noiose oppure quando scappo di nascosto dal lavoro a fine giornata anche se avrei dovuto restarci ancora per almeno altri trenta minuti.
Faccio scelte economiche sensate. Penso al presente con risparmi e spese accurate e penso al futuro con investimenti adeguati. A parte che guadagno di meno perché lavoro all'80 % facendo finta che non influenzerà la mia pensione e non seguo i consigli di mia moglie, ormai diventata una broker di Wall Street, e continuo a investire in fondi bancari con spese alte solo perché hanno un nome simpatico.
Va bene, forse non sono ancora così maturo, però una settimana fa ho fatto qualcosa di meraviglioso che mi dà diritto a soprassedere a tutte le inadeguatezze sopraccitate: per la prima volta in vita mia ho mangiato i broccoli di mia spontanea volontà, senza essere forzato dalla mamma.

mercoledì 19 luglio 2023

RACCONTI – Castelli

A quindici anni immaginavo un castello come quello nelle favole. Lo visualizzavo in continuazione senza fatica davanti ai miei occhi, chiusi o aperti che fossero. Lo vedevo perfetto, senza una crepa sulle mura di cinta, col fossato di acqua potabile, con i fuochi d'artificio sullo sfondo, l'alone solare a semicerchio tutto attorno e la musichetta sognante in sottofondo. Non c'era nessun nemico in vista a minacciarlo ed era difeso da draghi alati buoni che rispondevano ai miei comandi come cagnolini ammaestrati. Un sogno insomma.
A vent'anni avevo capito che non sarebbe mai arrivato il castello della Disney, ma speravo ancora che fosse quello dal quale hanno preso ispirazione: il castello di Neuschwanstein in Baviera. Non sapevo come si pronunciava ma mi convincevo che lo avrei imparato, così come sarei riuscito a scalarlo là su sulla sua bella collina. Lo ammiravo integrato nel contesto circostante: bianco e immacolato, coi tetti blu come il cielo e le sue guglie appuntite che stagliano tra il verde della foresta. Bellissimo, anche se non propriamente soleggiato in un freddo inverno teutonico. Lo pensavo inarrivabile, inespugnabile ma avevo ancora tutta la forza e la speranza che la gioventù potesse offrirmi ed ero convinto che prima o poi mi sarei seduto sul trono di quella fortezza. Spesso perdevo più tempo a sognarlo che a lavorare duramente per conquistarlo. Peccati di gioventù, dicevo. Il tempo è dalla mia parte, pensavo. Confidavo che prima o poi avrei trovato tutti i pezzi per comporre quel meraviglioso puzzle della Ravensburger.
A trent'anni avevo smesso di farmi castelli in aria e mi ero concentrato sulla concretezza. Una fortezza medioevale semplice avrebbe fatto al caso mio e sarebbe bastata a ottenere il mio obiettivo. Magari un castello situato in cima a una montagna, con il fossato profondo, coccodrilli affamati nell'acqua gelata, arcieri a difesa con frecce e olio bollente da versare senza pietà su chiunque osasse tentare un'invasione. Lo volevo dotato di un enorme trono d'oro, lunghi tappeti rossi in tutte le stanze, un bacchetto sempre imbandito per sfamare ogni mio sfizio, cortigiane pronte a soddisfare ogni mio vizio, paggi e giullari di corte istruiti a intrattenermi a ogni mio gesto. Immaginavo dunque un palazzo dove potessi essere il re indiscusso, il monarca incontrastato e adorato. A ripensarci non avevo per niente smesso di fare castelli in aria.
A trentacinque anni ormai giocavo con i castelli della Duplo e della Lego, completamente assoggettato a un despota a quattro zampe col ciuccio in bocca che ordinava omogeneizzati al pollo insipido e cambio di pannolino ogni ora. Tra un sonnellino e l'altro sul divano, nei rari momenti di calma, mi accontentavo di una torre di quel castello che tanto avevo idealizzato solo qualche anno prima. Anche le rovine andavano bene, a essere sinceri. Delle rovine ben in vista, curate e che trasmettessero il ricordo di un passato fasto e glorioso. Col passare degli anni, però, la rovina si era ricoperta di edere e di erbacce e persino io facevo fatica a trovarla tra gli arbusti e la terra bruciata.
E alla fine arriviamo al giorno d'oggi. A quarant'anni sono ormai costretto a modellare un castello di sabbia. Le torrette, le mura di cinta ben levigate, il fossato, gli ingressi con ponte levatoio e le bandierine sulle guglie sono presenti come da manuale delle giovani marmotte. La costruzione è bella ma troppo in balia del vento delle critiche e della marea dei miei umori.
In fondo, quindi, resto solo con un mucchio di sabbia in mano. Non mi rimane altro. Questo mi fa paura. Provo a proteggerla dagli schizzi d'acqua del mare e della pioggia per non farla diventare fango. Stringo forte ma più la schiaccio tra i palmi delle mani e più mi sfugge tra le dita.
Alla fine capisco. Credo di sapere quello che devo fare. Lascio che il vento se la porti via e osservo la sua danza nel vento. Ammiro il suo balletto infinito tra la sabbia dorata e il cielo blu nella speranza di poter continuare a sognare ancora per un po'.