mercoledì 7 febbraio 2018

HORROR ALL’ITALIANA – Contatto

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
Quattro persone sono sedute a un tavolo rotondo e si osservano in silenzio, illuminate solo da quattro lumini. Sono persone tra di loro molto diverse: una donna di cinquantacinque anni, paffuta e dai vestiti sciatti; un uomo di trentadue anni, baffuto e occhiali da nerd; una donna di venticinque anni, attraente e in abito da sera attillato; un uomo di sessantanove anni, orgoglioso e in vestito elegante. Quattro persone diverse ma con qualcosa in comune: sono italiani. Che cosa ci fanno in quella casa, seduti a quel tavolo, in mezzo alla tempesta, quando manca un minuto alla mezzanotte? Se lo stanno chiedendo anche loro e intanto si osservano in silenzio. La lancetta dei minuti arriva sul dodici e una vecchia pendola a muro rintocca la mezzanotte. È giunta l’ora. Dal fondo sala si spalanca una porta e ne esce una donna bassa dagli abiti larghi e sgargianti, tutta adornata da anelli e collane. Porta con sé un lumino e una tavoletta di legno. La signora paffuta sussulta al suo ingresso, mentre gli altri fingono indifferenza. La donna appena arrivata appoggia la tavoletta al centro del tavolo e il lumino in corrispondenza del suo posto, poi si siede. Non dice niente e, a gesti, invita i quattro personaggi a posare delicatamente le dita sulla planchette e si concentra con un mugugno a labbra strette da far rizzare i peli delle braccia a tutti i presenti. La planchette si sposta sulla scritta “hello”: lo spirito ha salutato i presenti. Il ragazzo baffuto trattiene il fiato. Benvenuto, esclama la medium. Tutti gli altri fanno un cenno col capo per essere accondiscendenti con lo spirito. Dicci chi sei, continua la medium. La planchette si sposta di nuovo: chef. È lo spirito di un cuoco. A questo punto la medium rivolge lo sguardo ai quattro italiani per invitarli a porre domande, ma lo spirito non aspetta e passa subito alle risposte. La medium è sorpresa e gli ospiti incuriositi. Lentamente le dita spostano la planchette sulla tavola Ouija e compongono delle frasi. La cucina francese è meglio di quella italiana, è la prima sentenza dello spirito chef e l’incantevole bocca della giovane ragazza si contorce in una smorfia di terrore. I vini californiani sono i migliori del mondo, e il signore in giacca e cravatta inorridisce. Una alla volta, le lettere compongono le parole e le parole compongono le frasi che fanno calare il gelo nella stanza. Tutti si guardano impauriti. Il jamón serrano è più saporito del San Daniele, lo spirito chef incalza e la donna paffuta scuote la testa per il raccapriccio. Infine, la peggiore di tutte: l’ananas è perfetta per la pizza, il ragazzo nerd sta per svenire. Qualcuno lo sostiene e, mentre tutti credono di sentire una risata satanica in sottofondo, la medium fa spostare le dita dei presenti sul “goodbye”: arrivederci. È il segnale per terminare la seduta spiritica. Lo spirito chef però non ne vuole sapere. Ha infatti ancora molte portate da servire ai suoi ospiti. La planchette riprende a muoversi, questa volta da sola. Sta per comporre una nuova frase. I quattro italiani cercano la fuga, ma le porte sono misteriosamente chiuse. La pasta… questa la prima parte della terribile frase. Gli ospiti provano a sfondare le finestre ma sono serrate e impossibili da aprire. La pasta… fa ingrassare! Noooo! Tutti hanno letto l’orrida frase sulla tavoletta Ouija. Si sente di nuovo la risata satanica di prima e le porte si sbloccano. Tutti scappano a casa. Non dimenticheranno facilmente. Nessuno di loro sarà più quello di prima dopo questa serata.

martedì 30 gennaio 2018

LATTEPAPPA – Episodio 1, 2 e 3

Lattepappa è una mini web-serie di 15 episodi dedicata a tutti i papà come me e contiene sketch, battute, situazioni surreali… e anche una buona dose di verità. È una raccolta di spaccati di vita quotidiana che racconta ironicamente i miei sette mesi di paternità in Svezia. È soprattutto, però, il riassunto del mio incontro ravvicinato del terzo tipo con una persona straordinaria: mio figlio!
Nella realizzazione di questo progetto non posso fare a meno di ringraziare proprio lui, mio figlio, per la grande collaborazione, ma anche mia moglie Paola, per la pazienza, il supporto emotivo e l’aiuto artistico.

Ecco i primi tre episodi della serie.
1) Definizione.
Giusto per capire di cosa stiamo parlando.


2) Differenze.
La descrizione delle mie aspettative infrante contro il muro della realtà.


3) Supporto tecnico.
Qualcosa che avrei sempre voluto avere durante la paternità ma che purtroppo non esiste.



Buona visione e a presto per le prossime puntate!

mercoledì 17 gennaio 2018

SOUP OPERA – Un minestrone di emozioni: episodio 16

NELLE PRECEDENTI PUNTATE. Thilde Krauten propone ad Andrea Maccheroni di passare alla Sanide (la ditta dei Krauten) e lui accetta. Durante la festa aziendale della Sanide, Thilde è euforica e lancia palle da golf (una pallina rompe la finestra di Giuseppe Maccheroni), Andrea è timoroso e chiede aiuto per il trasferimento in Italia, Maria Maccheroni arriva stralunata e firma per sbaglio un progetto a contratto per la Sanide. Giuseppe Maccheroni è invece furioso e arriva anche lui alla Sanide con una mazza da baseball, sfascia tutto e sta per colpire Thilde Krauten quando la vista di suo padre, che credeva morto, lo interrompe. In lacrime la famiglia ritrovata si abbraccia ma arriva la polizia e arresta il vecchio Maccheroni. Lo sta per portare via mentre arriva sua moglie, madre di Giuseppe e Maria Maccheroni, Rosa Rosi… [Ha vinto la scelta A]

Rosa Rosi alla fine si decide e va verso l’ascensore perché è troppo stanca per fare le scale. Schiaccia il tasto e aspetta con molta impazienza. «Forse avrei dovuto fare le scale» pensa «ma no, l’ascensore è sicuramente più veloce.» Subito dopo si aprono le porte ed entra in fretta. Le porte si richiudono e l’ascensore parte cigolando e traballando un po’. L’ascensore sale di qualche centimetro, ma poi fa uno strano suono e si blocca di colpo. Rosa schiaccia di nuovo il tasto per il primo piano ma non succede niente. Lo schiaccia ancora… e ancora… e ancora… niente! Allora schiaccia tutti i tasti nervosamente in preda al panico e alla voglia di salire per vedere il marito Mario senior che pensava morto da tempo.
In quel momento la polizia sta trascinando Mario Maccheroni senior fuori dalla sede delle Sanide. Il commissario tarchiato guida la squadra: vorrebbe prendere l’ascensore ma è occupato. Impreca ed è costretto, suo malgrado, a scendere le scale. Due dei suoi agenti più robusti tengono per le spalle Mario senior che non sembra lamentarsi più di tanto. Rosa Rosi vede che sta succedendo qualcosa e, anche se non è certa di riconoscere suo marito, sente che sia lui. Sbatte allora i pugni contro il vetro delle porte dell’ascensore per richiamare l’attenzione, quantomeno per farsi aprire e non rimanere bloccata. Nessuno la sente. La polizia è già scesa al piano terra e sta uscendo dall’ingresso principale sulla via Kungsgatan. Lì fuori ci sono le pattuglie della polizia a sirene spiegate e ci si potrebbe aspettare il solito capannello di persone interessate, invece non c’è nessuno perché in Svezia ognuno si fa i fatti propri. Quindi la polizia se ne va, quasi senza essere vista con Mario Maccheroni senior ammanettato e seduto nel sedile posteriore. L’attimo successivo arrivano anche gli altri Maccheroni che seguono la polizia per capire che fine farà Mario. Giuseppe informa al telefono la moglie Teresa e il fratello Mario junior mentre Maria, prima vomita sul marciapiede forse per il nervosismo, poi corre a prendere la macchina per portare Giuseppe e Edoardo verso la centrale di polizia. Anche i Krauten seguono interessati.
«Accitenti! Ormai la festa è finita!» Commenta Klaus.
«Ke kosa stai ticento? La festa inizia atesso…» Risponde cinicamente sua sorella Thilde.
Rosa guarda la scena impotente e urla per attirare l’attenzione ma in quel momento c’è troppa confusione e tutti pensano che siano grida che vengono dalla strada o da qualcuno preoccupato all’interno del palazzo. Alla fine prova anche a schiacciare il tasto dell’allarme. Prova un paio di volte, ma non funziona e alla terza volta le rimane in mano. Irrimediabilmente rotto. Rosa ha un momento di sconforto quando si accorge che ormai l’atrio è in silenzio perché tutti se ne sono andati. Tutti? No, non tutti.
Quando si accorge che la situazione si è calmata, Andrea Maccheroni esce dal suo nascondiglio dietro la tenda. Nella stanza non c’è più nessuno. Sono già passati più di venti minuti da quando la polizia se n’è andata. Non è stato affatto facile per lui starsene lì dietro in silenzio tutto il tempo. I segni delle lacrime sono ancora freschi sulle sue guance. Che fare ora? È tempo di andare avanti, di voltare pagina come si era prestabilito di fare: cambiare nome, dedicarsi alla pittura e fingere di andare a studiare in Italia? O stare vicino alla sua famiglia: conoscere il nonno che non ha mai avuto e sostenere suo padre? Andrea se ne sta imbambolato in mezzo alla stanza, immerso nei suoi dubbi e incertezze.
«Maletizione! Zei ankora qvi?» No, non tutti se ne sono andati: infatti Thilde Krauten è ancora nella sede della Sanide. Ha bevuto come una spugna per dimenticare i caotici eventi della giornata e ora è sbronza «Perkè non te ne fai fia, come tutti i tuoi parenti zerpenti?»
Andrea Maccheroni è preso alla sprovvista. Troppo concentrato nelle sue riflessioni, non si accorge dello stato di Thilde e chiede innocentemente. «Thilde, tu mi ha sempre consigliato bene. Ora ho bisogno ancora del tuo aiuto. Non so che fare. Stare vicino alla mia famiglia in questo momento delicato e posticipare la mia finta partenza o approfittare delle distrazioni di mio padre e attuare il nostro piano?»
Thilde non ce la fa più ad ascoltare i patemi d’animo del ragazzo e grazie alla disinibizione dell’alcol si sfoga. «Eppasta, per piacere! Tecititi da zolo per una puona folta, per Tio! Ke fuoi ke ne zappia io? Ti ho tato una possipilità? Zì? Se t’interessa prentitela, altrimenti laschia stare!» Poi sbuffa sollevata «E ora per fafore laschiami stare un po’ ta zola e in pace!»
Andrea è indispettito da quell’atteggiamento, ma soprassiede poiché ha capito che Thilde è ubriaca. Quindi se ne va dalla sede della Sanide con più dubbi di quanti ne avesse prima. Nella rampa delle scale, andandoci quasi a sbattere, incrocia Martha Fischer (la mamma di Thilde) che era rimasta fuori in strada a seguire la situazione. No, non tutti se ne erano andati.
«Qvesti ciofani… sono zempre ti fretta!» Poi rientra in sede e recupera il marito in carrozzella Ralf che aveva momentaneamente parcheggiato in un angolo dell’atrio. Poi chiama a voce alta la figlia Thilde che non risponde. «Pozzipile ke non ci zia nessuno?»
Qualcuno c’è in realtà e urla per farsi sentire: è Rosa ancora nell’ascensore.
«Qvualkuno sta kietento aiuto» Il vecchio Ralf incredibilmente sente le richieste.
«Certo, certo, karo mio, c’è zempre qvualcuno da aiutare nel monto!» La moglie non sente nulla invece e non gli crede, conoscendo la sua proverbiale sordità.
«No, no, non ho mai tetto che il fecchio Makkeroni toccò il fonto… io ho tetto ke c’è qvualcuno ke kiete aiuto dall’ascens…»
Martha lo interrompe assecondandolo. «Va pene, karo. Topo aiuteremo tutti qvanti! Topo però. Ora mettiamoci il ciuppotto e antiamo a casa.» Martha apre la porta della stanza guardaroba e cerca la sua giacca e quella del marito. In un angolo, nella penombra, c’è una sorpresa: due persone che si baciano appassionatamente. Sono due giovani. Sono due persone che dovrebbero odiarsi, invece si amano. Sono innamorati da poco ed è quasi bastato un colpo di fulmine. Quei due ragazzi che si baciano senza prendere fiato sono Giorgia Maccheroni e Stefan Krauten, rispettivamente figli di Giuseppe e di Thilde. No, non tutti se n’erano andati.

A. Martha sta per scoprirli, ma Ralf attira la sua attenzione perché sta cadendo dalle scale con la carrozzella nel tentativo di liberare Rosa Rosi dall’ascensore.  

B. Giorgia e Stefan si accorgono di Martha e si staccano in tempo fingendo di cercare l’Amplifon del vecchio Ralf.

C. Martha li vede (scandalo!) e medita di far trasferire Stefan nel castello di famiglia in Westfalen.


Avete una settimana di tempo per votare una delle tre alternative con un commento alla fine di questo episodio sul blog, su Facebook, oppure scrivendomi su Twitter (@robriva82). Vi basterà scrivere “A”, “B” o “C” per votare.

martedì 9 gennaio 2018

KISSENEFREGA – La vacanza ideale

Le vacanze sono sacre. In questo pezzo vi racconterò, a modo mio, i posti dove vorrei andare in vacanza e i (pochi) posti dove sono già stato. Da dove iniziare? Il mondo è così bello e vario che è davvero difficile scegliere. La Terra, però, è tonda e quindi non conta poi tanto da dove si parte, l’importante è partire. Comincio da dove tutta la storia dell’umanità ebbe inizio: dall’Africa. Inizio per la precisione dall’Angola. E dove si trova l’Angola? Nell’angolo in basso a sinistra, lo dice il nome stesso. Poi mi sposto in un posto estremo come il Mali, dove anche i rimedi sono estremi. Nel frattempo, mi prendo un biscotto in Togo per saziarmi. Alla fine di questo viaggio in Africa arrivo in Sudan, dove i suoi abitanti sudano molto, chi non lo farebbe con tutto quel caldo? Allora mi sposto più al fresco nel vecchio continente: avrei voluto andare in Francia, ma mi devo accontentare di bere un Franciacorta per soddisfare la mia sete. Potrei andare in Finlandia per una sauna, ma per sbaglio, al posto del biglietto aereo, mi è arrivato a casa un disco Fivelandia quattro. Non vi dico cosa mi hanno portato in tavola quando ho provato invece a prenotare un volo per Philadelphia… sta di fatto che vado nel nuovo mondo: costa est. Miami, ma quanto la ami se ci sei stato? Mi sposto a ovest come i minatori e faccio una pausa in bagno a Chicago. Come mi pulisco le mani? Nella neve del Colorado, che è appunto spesso tutto in bianco e quindi poi tanto colorato non lo è. Come mi asciugo? Nello stato dello Utah, guarda caso, trovo una pezza di iuta che si adatta alla funzione richiesta. Poi mi dirigo di nuovo a sud: Puerto Rico? Mi ci fico… dopo tutta quella neve del Nevada (o era sabbia del deserto?) Dopo le isole caraibiche, farei volentieri zapping sul canale di Panama e infine guai a non passare dal Paraguay e dall’Uruguay. Per tornare in Europa, ho scelto la strada più lunga passando per la Cina e in men che non si dica mi ritrovo a Terracina. Poco male, c’è un bel mare anche qui. Dimenticavo, sono passato anche per la Georgia (ma non ero già stato negli Stati Uniti? O era lo stato transcaucasico?), e per la solitudine di alcune zone della Russia, dove non passa una mosca, a parte quando passi per Mosca, dove c’è un sacco di gente. Dopo tutto il viaggio faccio un salto in Germania, dove per rinfrescarmi definitivamente mi passo le ascelle nell’acqua di Colonia. Eccomi, ora sono alla frutta: la Macedonia, per la precisione. Per finire un bel bicchiere di Montenegro con ghiaccio come digestivo.

E voi direte: e chi se ne frega delle tue vacanze? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 19 dicembre 2017

EPICA MODERNA - Le nuove creature mitologiche: il falso fatalista

Di fronte a molte scelte, specialmente a quelle più difficili, il falso fatalista si affida al caso. Il processo aleatorio nelle scelte importanti della vita di questo personaggio non sempre, però, lo lascia del tutto convinto. Vediamo dunque come questo personaggio stocastico agisce in una difficilissima scelta come quella, per esempio, di abbandonare il suo lavoro sicuro per dedicarsi al cento per cento all’arte della scrittura. Arrovellato nei pensieri, decide di affidarsi al lancio di una monetina. Un lancio solo, secco: se esce testa, si licenzia, croce resta. Lancia la moneta e… testa. Oh… quindi lascerà il lavoro! No, dai, non affrettiamo le conclusioni. Decide per andare al meglio di tre… lancia di nuovo e… testa! Ah, testa di nuovo? Hm… facciamo al meglio di cinque, va'.  Quindi lancia ancora e… croce! Sì! Croce: è uscito croce! Il fato ha voluto che uscisse croce, quindi non si licenzierà e non lascerà il lavoro! Dovrebbe lanciare di nuovo, ma a che cosa servirebbe? Meglio cambiare sistema. Apre allora una pagina a caso del libro che sta leggendo: se esce un numero dispari lascerà il lavoro, se esce un numero pari no. Apre il libro ed esce la pagina 37: è deciso, basta col solito lavoro! Aspetta un momento… ma 3 + 7 è uguale a 10 che è un numero pari, quindi non lo lascerà! Però, 1 + 0 è uguale a 1 che è dispari, quindi lo lascerà. Così è deciso! Mah, davvero? Si licenzierà? È uscito il 37 solo perché ha guardato la pagina destra… e se avesse guardato la pagina sinistra? Sarebbe uscito il 36! Hm, forse è meglio provare sfogliando i petali di un fiore. Sì, decisamente. Il falso fatalista cammina su un prato fiorito (precedentemente chiamato campo minato, probabilmente a causa delle insidie che una tale decisione comporta), raccoglie un fiore e comincia a togliergli un petalo alla volta: si licenzia, non si licenzia, si licenzia, non si licenzia, si licenzia, non si licenzia e… si licenzia! Alla fine andrà così? Non credo: un paio di petali erano attaccati e casualmente il nostro personaggio ha strappato più di un petalo alla volta. Inoltre il fiore scelto era una primula bianca e non una margherita come da tradizione. Quindi la conta non vale. Ormai il prato è lontano e non ha senso tornare indietro per raccogliere un nuovo fiore. Forse è meglio lanciare una monetina. Un lancio solo, secco…

Aisa: personificazione di sorte e destino.

mercoledì 13 dicembre 2017

EPICA MODERNA - Le nuove creature mitologiche: lo stitico

Hmmm… hmmm… niente! Mi sforzo, ma non riesco. Ci riprovo…
Hmmm… no, proprio no! Potrei stare qui delle ore ma non mi esce!
Hey, ma cosa avete capito? Parlavo di questo pezzo, nello specifico di questo primo paragrafo che non mi esce dalla testa, che non riesco a scrivere. Sempre maliziosi voi lettori! E va bene, se proprio ci tenete, parlerò della cacca… o meglio dell’assenza della cacca. Sull’argomento ci hanno scritto numerosi saggi, riferimenti in testi letterari (Milan Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”), canzoni (“Sogno-B” di Daniele Silvestri), cartoni (il personaggio “Mr. Hankey” in South Park) e opere d’arte (“Merda d’artista” di Piero Manzoni). Inoltre la cultura poop-olare ne ha dedicato parolacce, aforismi, modi di dire, proverbi, metodologie d’invettiva, insulti, esclamazioni di rabbia, stupore e disappunto. Insomma, in poche parole, che si voglia o no, la cacca è sempre sulla bocca di tutti (scusate per l’immagine poco edificante), ma non è, purtroppo, sempre nel water di tutti (o quantomeno non sempre a intervalli regolari). Mi sto ovviamente riferendo allo stitico (N.d.A., questo personaggio non riguarda tutti, ma solo alcuni, per cui sentitevi liberi di saltare questo pezzo o di non cagarlo proprio). Ogni mattina, con un bagaglio carico di prugne, fibre, caffè e mannitolo, il costipato parte per il suo viaggio della speranza. Il suo obiettivo è raggiungere il tanto agognato gabinetto per riuscire a sconfiggere la stipsi. I nemici sul suo percorso sono la rottura delle routine, la sedentarietà, il troppo relax e la lontananza dal proprio bagno di casa. Per batterli e vincere la battaglia finale, lo stitico è sempre pronto a cogliere l’attimo in qualsiasi momento della giornata. Vive in un perenne stato d’allerta e non mancano certo le corse immediate al bagno che si rivelano invece dei deludenti falsi allarmi. La sua dedizione e impegno, però, prima o poi sono premiati e lo stitico alla fine, dopo molti tentativi, dopo giorni d’attesa, ottiene la sua liberazione corporale per raggiungere uno stato celestiale. La vittoria è festeggiata con l’inno alla gioia che parte dalla tavoletta del water e si diffonde in tutto il palazzo, passando sotto le porte e tutti gli interstizi della casa, perfettamente udibile in tutto il vicinato.

p.s.: se questo pezzo non vi è piaciuto o addirittura vi ha fatto cagare, sono contento lo stesso perché almeno avrà avuto il suo scopo!

Moros: spirito del destino inevitabile.

venerdì 8 dicembre 2017

KISSENEFREGA – Il metodo

Non è possibile… non è possibile, eppure è successo di nuovo. Eccomi a casa con la febbre alta per non aver ascoltato i segnali del mio corpo e giocato un’altra volta d’azzardo. Torno a casa dal lavoro in un giorno qualsiasi d’ottobre con mal di testa, dolori muscolari, stanchezza e un leggero capogiro: primi segni di un’influenza stagionale che non è ancora del tutto esplosa. Come si fa per prevenirli e combatterli? Si sta a casa e ci si riposa, vero? Sciocchi sempliciotti che non siete altro! In questo caso si applica il metodo: dentro o fuori… all in… aut aut… o la va o la spacca… chiamatelo come volete, ma il metodo è semplice e funziona. Hm, forse è meglio dire che il metodo funzionava: quando avevo quindici o vent’anni; a venticinque anni dava segni di cedimento e ora a trentacinque anni è già bello che andato. In sostanza il metodo prevede che se sei mezzo malato, sulla via della malattia, ma non ancora febbricitante fai dell’esercizio fisico di media intensità il prima possibile e le conseguenze sono garantite: o guarisci o ne esci steso. Oggi avevo sintomi influenzali e avere in programma la palestra capitava proprio a fagiolo per sperimentare ancora una volta il metodo. Ecco, ancora una volta ne sono uscito steso. Non sono più in grado di reggere certi ritmi… ma sono in grado di prendermi una febbre a trentanove gradi. Quando ripenso al momento in cui stavo facendo esercizio ieri sera, m’immagino i personaggi di “Esplorando il corpo umano” dentro il mio cervello che rimbalza da una parte all’altra della scatola cranica. M’immagino il vecchio maestro barbuto nel centro del controllo che si sveglia di soprassalto dal suo solito riposino e con voce roca si arrabbia: “Ma com’è possibile? Come avete permesso che succedesse tutto questo? Dobbiamo subito intervenire per ripristinare l’equilibrio e riposarci!” Così arrivano gli ordini e i neurotrasmettitori schizzano impazziti e impauriti da tutte le parti, urlando con voce stridula: “Ma che diavolo sta succedendo là sopra?” Nonostante tutto questo io continuo ad allenarmi e arrivo a casa cotto. Oggi dunque sono a casa con la febbre e gli stessi sintomi influenzali di ieri sera, moltiplicati alla decima: i miei muscoli chiedono pietà, la mia gola è in fiamme e il mio cervello è in sciopero. Ecco come si spiega questo pezzo che ho appena finito di scrivere.

E voi direte: e chi se ne frega del tuo metodo? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!