domenica 26 aprile 2026

ITALIENAREN – PierGianMario

Lui è PierGianMario.
PierGianMario è un opinionista, giornalista, psicologo dello sport, azionista di maggioranza, allenatore, scout di talenti e solo nel tempo libero fa l’operaio, l’impiegato d’ufficio o il libero professionista. PierGianMario si avvolge la sciarpa azzurra attorno al collo e si siede pesantemente sulla poltrona del divano davanti alla televisione con una birra ghiacciata in mano. Segue tutta la partita della nazionale di calcio con ansia. Gioisce, impreca, spera, sbraita, insulta l’arbitro, – tsè, francese, figurarsi – i giocatori, i tifosi e i raccattapalle minorenni dello stadio. Alla fine piange. Un pianto ininterrotto da dodici anni – and counting. Dopo essersi asciugato il viso, si alza dalla poltrona sulla quale aveva lasciato l’impronta indelebile e si sposta nello studio, davanti al monitor di un computer. Lì scrive. Muove le dita sulla tastiera. Allena i movimenti fini. Libera l’atleta dalle falangi d’oro che c’è in lui e commenta, sentenzia, certifica, accusa quello che ha visto e quello che invece avrebbe dovuto essere se solo avessero fatto come aveva detto lui cinque anni fa – o erano cinque minuti fa? Non ricorda. Reagisce, batte i pugni sul tavolo e manda a quel paese altri Nome_utente82 o pseudonimi improbabili come lui – ma peggio di lui, ovviamente – e tutti i giornalisti prezzolati a suo avviso incompetenti.
Dopo una rinvigorita ipertonia arteriosa si calma e torna a sedersi sulla poltrona di prima. Abbandona la sciarpa e indossa un cappellino bianco con visiera. Cambia canale e questa volta non impreca, ma, nonostante non abbia mai tenuto in mano o visto una racchetta, si esalta e si abbandona a grida e lacrime di gioia. Il tennista più pubblicizzato d’Italia si è redento dai suoi peccati quando era ancora altoatesino e ora è tornato a essere italiano, oltre che numero uno al mondo. Non si sa ancora per quanto tempo perché il complesso calcolo matematico dei punti e dei tornei che mancano a fine anno lo tengono sveglio la notte – PierGianMario s’intende, non il tennista. Così si getta a capofitto a cercare forum e siti specializzati di tennis per informarsi e avallare ipotesi suggestive sul proseguimento del cammino del campione. PierGianMario infila le mani in tasca, dove oltre che il cellulare trova la verità, e sforna il piano strategico perfetto per mantenere la testa della classifica il più a lungo possibile: lui sa che Sinner non andrà a Barcellona perché è un torneo minore, sa che forse farà Madrid, ma sarà sicuramente presente a Roma e all’immancabile Roland Garros, dove dovrà consumarsi la Vendetta, con la V maiuscola. Dalla sicurezza che traspare dalle sue parole sembrerebbe che PierGianMario abbia fatto il punto della situazione faccia a faccia con Sinner nei camerini subito dopo l’ultima vittoria a Montecarlo.
Con aria sognante e un sorrisetto beffardo sulle labbra si toglie il cappellino in modo tale da scoprire una fascetta che gli gira attorno alla fronte, le tempie e gli passa sulle orecchie. Ora è pronto a tirare un sospiro di sollievo per non avere preso un altro cucchiaio di legno al prestigioso torneo Sei Nazioni. “Eroici” digita sui social, definendo i quindici ragazzotti muscolosi del rugby dopo averli visti trionfare e compiere l’impresa epica di battere dopo trentacinque anni e per la prima volta assoluta la blasonatissima Inghilterra. I tre leoni sembravano dei gattini spaesati dopo le bastonate prese dai gladiatori latini. Ormai le cose sono cambiate. Non siamo più delle comparse.
PierGianMario solleva la fascetta sopra le orecchie e si mette seduto sulle ginocchia, non prima di essersi infilato delle ginocchiere. Ora è il momento di guardare una squadra di supereroine, che non sbagliano mai, che sono un esempio di professionalità e di competenza. PierGianMario se ne compiace e, nonostante abbia ormai sprecato ogni possibile commento, non si astiene da elogiare la nazionale femminile di pallavolo. Sono inafferrabili, indomabili, inarrivabili. Hanno vinto tutto: europei, mondiali, olimpiadi, universiadi, Nations League, giochi del Mediterraneo, giochi del Caspio, torneo di briscola rionale, tombola parrocchiale, Monopoly tra amici. Tutto ciò che c’era da vincere loro ci hanno messo l’oro sopra.
A fine giornata PierGianMario si toglie tutto l’abbigliamento sportivo non sudato e s’infila sotto le coperte. Ha però una smorfia tra le labbra. Ripensa al mancato approdo al mondiale della nazionale di calcio e prima di chiudere gli occhi aggiorna il suo status sui social: Ci vuole una soluzione per lo sport italiano. Si addormenta. Nonostante le vittorie nel tennis, nel rugby e nella pallavolo, lui si concentra su altro. PierGianMario è fatto così. È proprio come (quasi) tutti noi e allora buonanotte e sogni d’oro.

giovedì 19 marzo 2026

RACCONTI – Toponimi svedesi

Un pallone di cuoio lacero e scucito che rimbalza un paio di volte sul cemento della piazza viene inseguito da un bambino in maniche corte, sudato e felice. Una decina di metri più in là un gruppo di coetanei lo aspetta, sbraitanti e impazienti di ricominciare la partita. Il campo da gioco è delimitato dai muri dei palazzi da un lato e dalla via centrale del quartiere dall’altra. Le porte sono segnate dagli alberi e dalle panchine. La fontana con le cascatelle e l’acqua corrente che innonda il fondale ricolmo di monetine determina la linea di centrocampo. I bambini sono dispari, ma non si lamentano perché la statua in pietra dedicata ai caduti della seconda guerra mondiale funge da ultimo giocatore e prende il ruolo del portiere. Il bambino ha ormai raccolto il pallone e lo calcia con forza verso gli amici.
I due vecchietti in pantaloni di velluto, camicia bianca, bretelle e cappello ben schiacciato in testa protestano a suon di bestemmie per il baccano. Sono seduti sulla panchina più grande e più in vista che domina la piazza. Appena il bambino ritorna nella sua zona di competenza, la smorfia di fastidio di uno degli anziani si scioglie e un sorriso gli scappa dal bordo della bocca, ricordandogli la propria giovinezza volata via come la brezza fresca della sera. Non fa in tempo a godersi il momento che è già tempo di brontolare per la mano di carte da briscola che la sorte poco benevola gli ha concesso. L’avversario festeggia sputacchiando per terra e tenendo in bilico uno stuzzicadenti tra le labbra. 
I diciasettenni dai capelli impomatati e le maniche delle magliette tirate fin sopra le spalle per mostrare i muscoli si voltano per un attimo alle grida dei due anziani. Un attimo dopo però sono di nuovo seduti sui motorini parcheggiati ai piedi dei gradoni della chiesa. Osservano con aria sognante le macchine che passano e ammirano con ancora più attenzione le ragazze che passeggiano facendo svolazzare le gonne lunghe come ventagli. Le loro risate divertite sono come profumo inebriante per i giovanotti ingalluzziti. I due gruppetti si lanciano in un gioco di sguardi infinito e stuzzicante che manda su di giri gli uni e moltiplica il chiacchiericcio delle altre.
 
Questo è quello che magari ci si potrebbe immaginare di trovare in Svezia la prima volta che, con aria sognante, ci si rechi ad una fermata dell’autobus che abbia Centrum nel proprio nome. Nel momento in cui si riaprono gli occhi, però, la realtà può essere ben diversa. Lucette e faretti che sparano fasci di luci colorate verso i passanti. Vetrine e vetrate risplendenti e trasparenti che fanno sfavillare gli occhi. Ampie hall su diversi piani che si espandono in lunghi corridoi spianati da piastrelle bianche smerigliate. Musica lounge in sottofondo che accompagna i clienti nelle sfrenate corse all’ultimo acquisto. Fast-food americani, food court internazionali, brunch alla moda e altre parole inglesi a casaccio per invogliare i golosi a cedere alle tentazioni del palato senza badare a quell’antipaticone di Colesterolo. Un cinema standardizzato e prefabbricato, dove i popcorn costano più del biglietto per vedere il film, situato ai piani più alti. Eccolo il Centrum svedese. Non è il centro storico del paese o del quartiere. È solo un classico centro commerciale svedese: una delusione socialista venduta al becero capitalismo. Anche se tutto ciò non era proprio quello che si avrebbe voluto associare alla parola centro, partendo da un contesto italiano ormai sicuramente datato e stereotipato, si può comunque apprezzare la praticità e pragmaticità di avere tutto sottomano senza dover uscire a prendere freddo durante l’inverno svedese.
Nonostante la pancia piena, il portafoglio vuoto e l’aver digerito questo nuovo concetto, non si sarà però mai pronti ad affrontare un’altra delusione legata ai toponimi svedesi: l’assenza di una spiaggia dorata nei pressi delle fermate Strand.

martedì 3 marzo 2026

ITALIENAREN - Festival di SanMello

«Papà, che cos’è Sanremo?»
«È il corrispettivo italiano del Melodifestivalen.»
Mento senza pudore. Che orrore. Mi vergogno di aver detto qualcosa di così sbagliato. Sanremo e il Mello (come viene chiamato dagli amici il Melodifestvalen) sono due cose diverse. Lo so io e lo saprà mio figlio a breve. Non appena avrà il coraggio e la follia di restare sveglio fino alle ore piccole per capirlo.
Proprio questa è una prima sostanziale differenza. Un programma creato per intrattenere adulti e anziani contro uno pensato per i bambini, se si considera che due (e mezzo) categorie di voto su otto sono dedicate ai minorenni. Gli orari di programmazione rafforzano il concetto. Da una parte inizio quasi alle nove di sera e conclusione alle due di notte passate (!) per più di cinque ore di lunghissima trasmissione prolissa ed estenuante quasi come questa logorroica e ampollosa frase senza fine che sto prolungando deliberatamente per infastidire. Dall’altra due orette pragmatiche, dalle otto alle dieci di sera. Punto. Anche la lunghezza totale di tutte le serate cambia di molto. In Italia un All you can sing in meno di una settimana, in Svezia, tra qualificazioni, semifinali e finali, tutto spalmato in comode rate di sei settimane come le beneamate rate del televisore. La sede è anche un fattore importante. Sempre nello stesso luogo al teatro Ariston come la muffa che si riforma dopo che l’hai tolta, contro uno spettacolo itinerante in diverse città come le pulci del circo. 
Non solo la quantità, ma anche la qualità cambia. Nenie melodiche senza rischi da strapparsi i timpani con alcune pericolose deviazioni trap da strapparsi quel che resta delle orecchie contro una variazione di canzoni dal (K-)pop al rock, dalla disco allo schlager, passando inevitabilmente per le ballate popolari in un audace pot-pourri musicale che sta bene come la macedonia fatta con i cachi. I cantanti stessi hanno un approccio diverso nella composizione musicale per raggiungere la meta finale. Se da una parte ai cantautori italiani non frega quasi niente dell’Eurovision Song Contest, dall’altra gli artisti svedesi respirano e scrivono solo ed esclusivamente per raggiungere in maniera ossessiva il Gotha dell’ESC.
Non va dimenticata la forma sia delle canzoni sia dello spettacolo generale nella disanima delle differenze. I costumi ad esempio vedono un classico ed elegante incartapecorito che porta sempre avanti lo stile e la classe tricolore contro paillettes riflettenti e sciarpe di piume dai colori sgargianti in una sfida epica tra il kitsch e il trash. Le canzoni sono cantate da una parte solo in lingua ufficiale nazionale in quanto si tratta di un festival della canzone italiana e dall’altra così spesso in inglese che sentirne qualcuna in svedese dà la sensazione di aver cambiato per sbaglio canale. Sanremo offre varietà con ospiti canori nazionali e internazionali, comici, registi e attori che hanno in comune il solo fatto di essere strapagati. Il Mello offre una canzone dietro l’altra, tutte d’un fiato come su un nastro trasportatore industriale.
Queste sono solo alcune contrapposizioni, legate ad una visione prettamente personale, tra i due maggiori programmi di riferimento canoro in Italia e in Svezia. Sanremo e Melodifestivalen: due specchi di due società dal sottofondo culturale e politico opposto o due facce della stessa medaglia? Acclamati spettacoli di intrattenimento o banali siparietti di bassa fascia? Elogi o critiche? Difficile rispondere, ma comunque la si veda, c’è sempre un buon motivo per guardarli. Perché? Parappappapapparà… perché SanMello è SanMello!

giovedì 26 febbraio 2026

ITALIENAREN – Sport invernali

Per gli amanti dello sport, Stoccolma è meravigliosa. La città offre moltissimo in diverse discipline e in tutte le stagioni dell’anno. Dà però il meglio di sé soprattutto d’inverno un po’ per tradizione e un po’ per condizioni ambientali. Quindi diciamo le cose come stanno, se vivi in Svezia o ti piacciono gli sport invernali o cominci a farteli piacere. Meglio sfruttare tutto quello che la neve e il ghiaccio hanno da offrire altrimenti la lunga stagione buia da novembre a marzo passa troppo lentamente.
Gli sport invernali però non sono un cliente facile. Non sono semplici come andare a nuotare al mare o al lago oppure come alcuni sport di squadra nei quali basta avere qualche amico con cui giocare. Gli sport invernali richiedono vestiti adeguati alle temperature basse e molte attrezzature specifiche. Non è infatti consigliabile andare a sciare indossando solo il costume da bagno e un pallone tra i piedi. Bisogna invece munirsi di tuta con diversi strati isolanti ma allo stesso tempo dinamica per permettere movimenti comodi e non sembrare l’omino Michelin. Inoltre servono pattini – diversi per il pattinaggio artistico da quelli lunghi per i laghi ghiacciati, detti långfärdsskridskor (non è una parolaccia, lo giuro!) –, sci e scarponi – morbidi e (quasi) comodi come una scarpa per lo sci di fondo e duri e comodi come un blocco di cemento incastrato nei piedi da uno stereotipo mafioso per lo sci alpino – oppure lo slittino bob ma solo se siete giamaicani. Non vanno dimenticati gli accessori aggiuntivi quali caschi (non quelli di banane), bacchette (preferibilmente non comprate dai cinesi) e goggles (se non li conoscete gogglateli). Va da sé che tutta questa roba costa un botto e potrebbe lasciarvi sul lastrico, oltre che sulle lastre di ghiaccio. Se l’attrezzattura è destinata ai bambini che passano dal numero di scarpa 32 al Bigfoot nel giro di un paio di mesi, si consiglia di acquistare tutto di secondo piede…hm, intendevo dire di seconda mano in molti negozi ben forniti sparsi in giro per la città. In questo modo si potrà evitare di dover aprire un mutuo ogni anno così da non trasformare l’inverno in inferno.
Gli sport invernali sono anche sofferenza. Praticandoli solo alcuni mesi all’anno per poi mettere tutto in cantina, capita spesso di (ri)scoprire l’esistenza di certi muscoli solo perché provocano dolore in diverse parti del corpo come l’inguine, attorno allo stinco, dietro le ginocchia e addirittura tra le dita dei piedi. Il patimento arriva anche dal congelamento di arti, guance, nasi e anche sopracciglia.
Gli sport invernali portano anche soddisfazioni. Tutte, a parte la brezza fresca in faccia della velocità, arrivano però alla fine, quando si torna a casa al calduccio. A partire dal tanto agognato, faticato e meritato sradicamento dello scarpone da sci alpino che, per le lacrime di gioia che procura, pare più l’estrazione del numero vincente al SuperEnalotto, passando per la degustazione di una tazza di cioccolato bollente lava e finendo con l’abbrustolimento delle chiappe al fuoco di un camino. Certo, per i più sadici della fatica motoria, si può anche aggiungere la piacevole (?) sensazione dei muscoli che tremano stremati dopo lo sforzo che sono lo scontrino come prova inconfutabile dell’avvenuto esercizio fisico. C’è da chiedersi quale tipo di Guardia di Finanza controlli poi che la procedura sia stata eseguita correttamente.
Alla fine dei conti gli sport invernali si fanno apprezzare sia per le soddisfazioni che procurano sia per le difficoltà che ci spingono a superare i nostri limiti. Queste attività possono essere infatti definite un vero e proprio buco nell’acqua… ma solo se il foro circolare è stato praticato nel lago ghiacciato e ci si tuffa dentro rigorosamente dopo una bella sauna.

martedì 17 febbraio 2026

ITALIENAREN - Martedì sovrappeso

Viviamo in un periodo storico nel quale bisogna fare molta attenzione alle parole che si usano, quindi per non offendere ed evitare body shaming ai danni del martedì, per essere più politically correct e più cool nei social senza perdere nessun concept in inglese, é meglio non associare più la parola “grasso” al giorno di chiusura del Carnevale (Överviktigtisdag, in svedese).
Su una cosa però ci si può concentrare senza problemi (grammaticali ma sicuramente di salute): i dolci. In preparazione all’ultima abbuffata prima della quaresima, nella mia testa parte la solita sfida epica tra le prelibatezze italiane e quelle svedesi. Da una parte abbiamo la cucina nostrana con frittelle e castagnole, ma anche l’incredibile diversità culinaria dei crostoli, le chiacchiere, le bugie (anche se devo essere onesto a queste ultime io preferisco le frappe), le cioffe, gli stracci e i galani. Dall’altro lato, quello giallo-blu, c’è il solo, inimitabile e gigantesco semla (alcuni dicono la semla per questioni di bilanciamento di genere ancora nel contesto del politically correct di cui sopra, ma la sostanza non cambia). Il semla è un dolce tipico svedese che segue, con alcune varianti, più o meno questa ricetta, fatta con ingredienti poveri[1]: un panino zuccherato e speziato al cardamomo viene diviso in due e farcito con crema alle mandorle e panna montata, si aggiungono un paio di strati d’oro ventiquattro carati, viene guarnito con piccoli diamanti e infine si conclude con una spruzzata abbondante di zucchero a velo e rubini in cima all’ultimo strato di panino. Il tutto servito in una confezione di cristallo. Lo so che può sembrare assurdo, ma la ricetta deve essere per forza così, altrimenti non si giustifica il prezzo che le pasticcerie di Stoccolma sparano per ogni singolo pezzo in vendita. Sembra che prima di colpirle con i grassi saturi, il semla voglia allenare le arterie cardiache dei consumatori con un infarto preliminare provocato dall’alleggerimento del portafoglio.
Pur non essendo uno sfegatato sostenitore del semla, con gli anni ho imparato ad apprezzarlo e a gustarlo nelle diverse varianti con la vaniglia, il cioccolato, il pistaccio (non ho dimenticato l’H ma qui lo scrivono proprio così), lo zafferano per i nostalgici del Natale, i lamponi, il caramello oppure addirittura la liquirizia. Tra tutte le opzioni me ne mancano ancora alcune, ma ormai non mi faccio mai mancare almeno un paio di dolci svedesi a febbraio, sfidando apertamente l’oscura leggenda metropolitana, secondo la quale chi mangia più di tre semla all’anno rischia seri problemi di salute se non adirittura la morte[2].
Nonostante chiunque svedese osanni il semla e nonostante ne apprezzi la bontà, alla fine, per quanto mi riguarda, la sfida tra le due cucine viene vinta ancora una volta dal tricolore e dalla nostalgia. I crostoli e le frittelle rimarranno sempre nel mio cuore (anche loro all’altezza delle coronarie). Non è facile trovare i dolci italiani in vendita in città e non sarebbe difficile prepararli a casa propria, a patto che poi si sia disposti a buttare via la cucina e sostituirla con una nuova che non sia appestata dal puzzo di fritto. Per questo motivo non ne mangio da molti anni e quindi vivo più di bei ricordi d’infanzia che di vere sensazioni gustative. Sognando a occhi aperti, mi rendo conto che mi mancano anche altre cose del febbraio italiano, come i carri, gli addobbi, gli Arlecchini, i Pulcinella, i Pantalone e compagnia bella del Carnevale. Purtroppo in giro si vedono solo certi pagliacci che stanno al potere nel mondo, mentre io vorrei invece vedere più mascherine allegre e colorate[3]. Sono fatto così, sogno sempre troppo.


[1] www.cosecheinventoio.se
[2] www.altrecosecheinventoio.se
[3] www.diventacomelaLittizzettoeFabioFazioanchetu.it

venerdì 6 febbraio 2026

RACCONTI – Quello nuovo

Sono seduto alla scrivania del lavoro. Sto battendo sulla tastiera la cartella clinica del paziente che ho appena incontrato. Ridacchio tra me e me della situazione tragicomica in cui si trova la persona che ho appena incontrato ma della quale non posso farne parola altrimenti perderei subito l’abilitazione. Ho sete e in automatico allungo la mano alla ricerca della borraccia dell’acqua mentre tengo ancora lo sguardo fisso sul monitor alla ricerca dell’errore ortografico in svedese che ho sicuramente fatto. La mano afferra la pinzatrice e la porto alla bocca. Per poco non mi pianto una graffetta e divento un documento rilegato umano. Mi risveglio dall’autopilota e mi guardo attorno sorpreso. Ah, giusto, sono nel nuovo ufficio, non più in quello vecchio. La borraccia non ci stava bene a destra e ho dovuto spostarla dall’altra parte del tavolo. Bevo un sorso d’acqua e ributto lo sguardo sullo schermo. Ho perso il filo dei miei ragionamenti. Dovrò rileggere tutto e riconcentrarmi per trovare la formulazione migliore della frase. Una tacca di energia scende, ma non si tratta del cellulare.
Ho concluso il paragrafo con fatica e mi sento spaesato. Ho bisogno di un caffè. Ho giusto cinque minuti prima della prossima visita e mi fiondo in cucina. In corridoio vengo intercettato da una nuova collega che ho già visto a qualche riunione un mese fa. L’ho incontrata veramente? Non ne sono più tanto sicuro. Nel dubbio allungo la mano. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Lei risponde raccontandomi della sua professione e altre informazioni varie. Ne dimentico metà, incluso il suo nome. Mi avvicino con speranza alla macchina del caffè ma vengo fermato dallo sguardo curioso di un altro collega che sono abbastanza sicuro di non aver mai incontrato prima. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Finita la conversazione, guardo l’orologio e mi accorgo di essere in ritardo per la prossima visita. Niente caffè. Perdo una tacca di energia dalla mia riserva naturale.
Esco dalla cucina e giro a destra per dirigermi in sala d’attesa a chiamare il paziente ma finisco invece nella sala conferenze. Dovevo girare a sinistra. Nella fretta mi sono sbagliato. Strizzo gli occhi e mi do uno schiaffetto sulle guance e riesco a trattenere a stento un po’ di risorse energetiche.
A fine sessione devo consegnare un formulario al mio cliente. Nessun problema. Ne ho molti stampati e impilati nelle cartelle che tengo dietr… dietro alla scrivania nel mio vecchio ufficio. In questo invece non c’è niente. Devo stamparne di nuovi. Alzo gli occhi al cielo. Cerco le impostazioni del computer nuovo con molta fatica perché è un Mac e io sono abituato a Windows. Dopo molteplici prove ed errori e sudori freddi che colano sul PC rischiando di mandarlo in corto circuito, sbatto la testa contro il monitor e trovo quello che mi serve. Mando il documento in stampa, corro verso la stampante, ma mi accorgo di non avere ancora il codice per eseguire l’operazione. Niente da fare. Torno in stanza, mi scuso col paziente e ci congediamo. Mi lascio cadere sulla poltrona e con me cade a picco anche il livello della mia forza mentale.
La giornata prosegue e devo ancora risolvere il problema della stampante. Mi dicono che devo parlare con la responsabile, Anna, – qual è la stanza di Anna? Ma soprattutto chi è Anna? –  oppure posso mandare un’e-mail al personale di supporto tecnico. La seconda opzione mi sembra la più semplice. Chiedo a tre colleghi diversi e tutti e tre mi danno tre indirizzi diversi. Potrei spedire un messaggio a tutti gli indirizzi in compia nascosta e fare a gara a chi mi risponde per primo mettendo in premio delle borse in pelle che mi sono uscite sotto agli occhi. Alla fine decido di cercare Anna. Giro i corridoi come un fantasma maledetto in cerca perpetua della sua Perpetua. Alla fine la trovo. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Anna mi risponde con gentilezza ed educazione, ma con un giro di parole talmente largo che mi perdo. In sostanza, però, lei non conosce la risposta alla mia domanda. Il livello di resistenza psicofisica scende sotto il quaranta per cento.
È ora di pranzo. In cucina apro tutte le ante e i cassetti in cerca di piatti, posate e bicchieri. Tutti mi guardano come se fossi un ladro. Ho la tentazione di girarmi di scatto e sparare la mia frase standard per giustificarmi – «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come…» – ma per fortuna mi rimane un po’ di amor proprio e mi trattengo, anche perché sarei sembrato uno psicopatico con un coltello in mano e inoltre ho trovato tutto il necessario. Aziono il microonde, riesco a scaldare il cibo ma non la sala da pranzo che rimane gelida. Mi siedo sull’unica sedia libera e mi dicono che è il punto più freddo della stanza. Che culo. Io racconto del mito del colpo d’aria tipicamente italiano e guadagno punti simpatia provocando qualche risata. Il resto delle conversazioni verte sul tempo, sulle routine lavorative da cambiare e il turno di pulizia della cucina. Un classico. Parlo un po’ con tutti per fare conoscenza e a forza di stimoli sociali e suoni ovattati e rimbombati la testa mi scoppia.
La prima parte del pomeriggio passa agevolmente, ma quando sono seduto sulla poltrona e parlo con i pazienti sento che c’è qualcosa che non va. Non riesco a definirlo bene, ma è qualcosa che ho percepito subito a livello fisico, a livello muscolare. Ci sono! Come ho fatto a non capirlo prima? Nell’ultimo anno lavorativo, nella precedente stanza, la disposizione dei mobili e della poltrona era speculare a quella di adesso e quindi giravo gli occhi e il collo verso sinistra. Ora lo faccio verso destra. Questo aggiustamento mi ha fatto perdere un’intera tacca d’energia senza che me ne accorgessi, ma almeno ne guadagno in allenamento delle cervicali.
Ho bisogno di sgranchirmi le gambe e di bere un caffè. Torno in cucina. Non trovo le tazze. Apro di nuovo tutte le ante perché nella fretta di prima non mi ricordo dove ho visto le cose, ma alla fine riesco a versarmi il caffè: in parte sulla mano, in parte sul maglione e solo un sorso dentro la tazza. L’addetto alle pulizie mi guarda male nonostante io abbia pulito tutto con lo straccio e asciugato con la manica prima ancora che batta ciglio. La mia mente va subito all’inserviente del telefilm Scrubs e vaga libera verso lidi catastrofali: “Ora sono segnato a vita e quest’uomo mi perseguiterà per tutto il resto della carriera”. Meglio sfoderare un sorriso e cambiare aria. Non prima di… «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» La frase mi è costata l’approdo alla zona critica di esaurimento delle forze ma non ho potuto resistere, è stato più forte di me. Per fortuna mancano solo un paio d’ore a fine giornata.
Alle cinque infatti posso finalmente andarmene a casa. Tiro un sospiro di sollievo. Sono sopravvissuto anche a questa nuova settimana. Nonostante tutto non è andata così male. Chiudo la porta dell’ufficio con le chiavi di casa, mi metto le scarpe sulle mani, la sciarpa attorno ai piedi e infilo lo zaino sottosopra. Alla fermata della metro prendo il primo treno che passa e vado verso la direzione sbagliata. A lunedì prossimo!

martedì 20 gennaio 2026

ITALIENAREN – Slask

Un paio di mesi fa mi lamentavo della mancanza di strutture per la balneazione nella capitale svedese ed ecco che Stoccolma nel giro di pochi giorni provvede: slask! Purtroppo non ho nessun potere politico e le autorità svedesi non sono così efficienti da risolvere la questione prima ancora di aver partecipato ad almeno un paio di pause fika. Quindi più che il comune è stato il clima a contribuire a uno straordinario processo di trasformazione che ci ha riportati tutti nella collezione buio-depressiva autunno-inverno 2025/26. Dopo le copiose nevicate delle feste natalizie le temperature sono salite di qualche grado, quel tanto che basta da far sciogliere la neve ma non abbastanza da liberare del tutto le strade e i marciapiedi. La neve fa i dispetti insomma e smantella lo show bianco e luminoso che aveva messo in piedi a inizio gennaio. Quel che resta è una brodaglia di acqua, fango, condensato di smog, sassetti e rifiuti tritati. Un cocktail micidiale che neanche da bambino avrei mai osato ricreare nel secchio di plastica che rubavo dal garage a mio padre per fingermi stregone. Tutto questo bendidio in svedese si chiama appunto slask.
Nel periodo che va dallo scioglimento dei ghiacci alla primavera si può assistere agli stoccolmesi che si cimentano in una corsa a ostacoli buffa ed epica nella quale il primo premio per tutti consiste in una bella giornata di sole coperta da nuvoloni grigi. Ora infatti la città si è trasformata in una serie di laghetti artificiali poco invitanti delimitati da cacche di cane sepolte da padroni sconsiderati sotto pupazzi di neve e ora emerse come fossili indesiderati. Così i cittadini spostano temporaneamente lo sguardo dal cellulare al marciapiede per saltellare da un'isoletta asciutta all'altra cercando di salvare le scarpe. Nonostante gli sforzi però i pantaloni finiscono sempre per sporcarsi di fango. La gente della capitale è però intraprendente è risolve il problema con metodi creativi ma poco ortodossi per la stagione: c’è chi infatti porta scarpe o stivali talmente alti da sembrare palafitte, chi se ne va in giro arrotolando i pantaloni per riscoprire la moda anni ’30, chi si mette direttamente i pantaloni corti fingendo di essere a Midsommar – in effetti a volte la temperatura non è tanto diversa – e chi addirittura indossa ai piedi infradito hawaiane credendo di essere alla Maldive e procurandosi un mal di testa geografico. Tutti questi bizzarri stratagemmi serviranno ancora per poco comunque, perché lo slask non durerà per sempre e tra qualche giorno le temperature inevitabilmente scenderanno di nuovo sotto lo zero – siamo pur sempre in Svezia a gennaio e febbraio – portando lo Stige superficiale a diventare ben presto un'enorme pista da pattinaggio illuminata da luci colorate accompagnate da echeggianti suoni melodici. Detta così sembra un parco giochi straordinario, ma il divertimento è garantito solo per chi ha avuto l’accortezza di munirsi di ramponi da ghiaccio. Ah, i suoni che si sentono in sottofondo sono quelli delle ambulanze che soccorrono i feriti con arti fratturati e dischi vertebrali schiacciati.
Sospirando amaramente rifletto: menomale che non mi sono mai lamentato della mancanza di palazzetti del ghiaccio altrimenti la situazione sarebbe stata ben peggiore. Ora però me ne vado. Accendo il motore del motoscafo che porta il mio cognome sulla fiancata e corro a comprare un paio di pattini per sopravvivere alla prossima era glaciale.

venerdì 28 novembre 2025

ITALIENAREN – Buchi nell’acqua

Quattordici isole ufficiali, circa 24 000 stimate, un numero incalcolabile di laghi, un-numero-inventato-ma-grande-grandissimo-di metri cubi d’acqua, spiagge di sabbia e di sassetti di ogni tipo, scogliere per i tuffi… eppure a Stoccolma non si può nuotare. Sembra un paradosso ma non lo è.
Non è che sia fisicamente impossibile, ma diventa difficile farlo in pratica, in maniera più controllata e sicura. In questo periodo molte piscine comunali di Stoccolma e dei comuni limitrofi vengono chiuse temporaneamente per andare sotto i ferri per essere rinnovate oppure chiuse definitivamente per decisioni politiche. Eriksdalasbadet – la piscina principale della città, l’arteria pulsante del nuoto stoccolmese – ha subito vari interventi di ristrutturazione (sacrosanti e necessari, prima che venisse soprannominata Eriksdals-bidet) e diverse parti sono state chiuse al pubblico[1]. Sorte simile ma con pena più aspra in quanto tutto lo stabile è rimasto o sarà chiuso, è toccata alle piscine a nord (Sollentuna sim- och sporthall)[2], sud (Vårby simhall)[3], ovest (Vällingby simhall)[4] e mancherebbe solo est per completare la canzone amarcord degli 883. Da maggio 2026 si aggiungerà anche la dolorosa perdita della piscina di Kungsholmen. La polizia, proprietaria dello stabile, non rinnoverà la licenza al comune e se prima mandava tutti al fresco – Kronobergsbadet è nota per avere acqua molto fredda – a breve staranno tutti all’asciutto[5].
Grazie a queste scelte che appaiono un po’ all’acqua di rose, da domani si starà stretti se si vuole praticare questa disciplina sportiva. Non che ora si stia larghi. Chiunque sia andato a nuotare prima o dopo l’orario lavoro canonico ha sicuramente provato la brutta sensazione di sentirsi in una tonnara, dove toccare i piedi degli utenti davanti e farsi solleticare da quelli dietro è come bere un bicchier d’acqua. Se ora si bestemmia per la diseguaglianza nella divisione delle corsie, dove solo mezza è dedicata a chi vuole nuotare con un certo ritmo e tutte le altre dodici al pensionistico motionsim, in futuro si dovrà sgomitare anche per avere un posto a sedere a bordo vasca in attesa del proprio turno in acqua. La mancanza di piscine disponibili non sarà solo un problema per gli appassionati dello sport e per la salute psicofisica della popolazione, ma influenzerà anche le scuole nuoto che saranno costrette a migrare in acque internazionali e rendendo magari più difficile l’emergere di nuove Sarah Sjöström. L’unico aspetto positivo è che gli unici funghi che si diffonderanno saranno quelli dei boschi e dei piatti di cucina e un po’ meno quelli nei piedi rigorosamente privi di ciabatte degli svedesi.
L’amara verità però è che a chi vorrà mantenere viva l’attività fisica non resterà altro che cambiare sport e darsi all’ippica.

[1] https://motionera.stockholm/trana-gymma-simma/eriksdalsbadet/#:~:text=Det%20p%C3%A5g%C3%A5r%20underh%C3%A5llsarbeten%20p%C3%A5%20Eriksdalsbadet,%C3%84ventyrsbadet%3A%20juni%202025%E2%80%93januari%202026
[2] https://www.skab.se/fastigheter-och-projekt/byggprojekt/sollentuna-simhall
[3] https://www.huddinge.se/fritid-natur-och-kultur/motion-och-idrott/simhallar-huddinge/varby-simhall-renoveras/
[4] https://vaxer.stockholm/projekt/vallingby/renovering-av-vallingby-sim--och-idrottshall/
[5]
https://motionera.stockholm/trana-gymma-simma/kronobergsbadet/stangning/

mercoledì 5 novembre 2025

ITALIENAREN – Giochino autunnale

Se fai meno di 100 punti sei vivo.
Semplice.
Arrivi, le porte si aprono, entri, le porte si chiudono, ti siedi e aspetti il tuo turno. Basta guardarsi attorno, fare meno punti possibile, stare sotto il 100 e rimanere vivo. Sembra facile, ma non lo è.
Se ti volti a destra e a sinistra e incroci lo sguardo di un altro concorrente disarmato come te è un buon segno. Rimani a zero.
Trovi una persona che sta leggendo un libro? Vai a complimentarti ma poi però segna 1 punto.
Se trovi un individuo che dorme o che riposa con gli occhi chiusi, prendi 2 punti.
Se qualcuno attorno a te sta parlando con un altro essere umano – i neonati e i cani non contano – non male, ma attenzione, guadagni 3 punti. Se lo fa al telefono, le regole sono più ferree e si aggiungono 4 punti.
Un passeggero ascolta musica o un podcast con gli auricolari? I punti da sommare sono 5. Bisogna dare il beneficio del dubbio e supporre che la musica o gli argomenti trattati siano interessanti, ma se per qualche motivo scopri che ascolta musica trap, hai perso. Insindacabile.
Ora il gioco si fa sempre più duro quando arriva l’inevitabile schermo che tutto vede e tutto controlla. Appena scovi un essere umano che guarda il cellulare per un periodo di tempo limitato, magari solo per controllare l’ora o per verificare se il suono che ha sentito era quello dei suoi messaggi, ma poi rimette via l’aggeggio infernale in tasca o nella borsetta, ti salvi con solo 6 punti. Se lo vedi pigiare con foga sui tasti in un comportamento di apparente comunicazione interpersonale a distanza i punti salgono a 7.
Quando noti qualcuno attorno a te rapito dalla luce fioca del cellulare ma almeno ride, sembra preoccupato, assorto o quantomeno mostra una ben che minima parvenza di emozione residua nella sua espressione facciale, metti 8 punti in saccoccia. Ne prendi invece 9 se la persona in questione non batte ciglio o sembra fissare il vuoto nonostante il ditino continui a muoversi su e giù senza meta e senza scopo in maniera automatica.
Il treno continua a sfrecciare implacabile tra una zona e l’altra della città. Vecchia gente scende, nuova gente sale. Il gioco continua inesorabile. Pensavi di esserti salvato, ma arrivano i bonus combinazione: musica nelle orecchie più sonnellino fa 5 + 2; deprivazione sensoriale visiva e uditiva in contemporanea fa 5 + 6. Il gioco è spietato.
Infine il colpo finale: se scopri che uno dei tuoi vicini di posto sta giocando a Candy Crush Saga o addirittura a qualcosa di più stupido, i punti sono 15. Pesante!
La tua meta si sta avvicinando. Con lo sguardo hai incrociato circa una ventina di persone sedute e una decina in piedi. È il momento di eseguire il calcolo finale. Fai la conta che ti separa dall’essere o non essere vivo. Segna bene tutti i punti accumulati.
Ne hai fatti 99? Bene, non sei finito in uno scompartimento di zombi tecnologici. Sei vivo. Vai subito a scriverlo su tutti i social... oh no, hai il cellulare in mano. Avevi ancora un piede nel vagone della metropolitana e hai appena aggiunto 6 punti al pallottoliere del giochino. Hai sballato.
Sei un non-vivo!

lunedì 27 ottobre 2025

ITALIENAREN – Contratto diabolico

È una notte fredda e umida di fine ottobre. I passi evitano le pozze d’acqua delle piogge incessanti dell’ultima settimana. Lo sguardo è basso a rincorrere i pensieri che si perdono tra una mattonella e l’altra. All’improvviso una luce in fondo a un vicolo dietro l’angolo esplode nella notte. È una luce rossa intensa, dai contorni arancioni e dagli sprazzi giallo intenso. L’attenzione si sposta verso la fonte di calore e lo stupore assale gli occhi. Un verso animale, quasi ultraterreno, colpisce e scuote i passanti. Dall’angolo si alza un’ombra che s’ingrossa sempre di più, fino a diventare una figura enorme dai contorni indefiniti che si intravede tra una coltre di fumo grigio. Il terrore sostituisce lo stupore. La curiosità però è troppo forte e prende il sopravvento. La bestia chiama a sé chiunque la guardi e si avvicini. È un’attrazione letale che spinge verso la luce, verso il calore, verso l’ignoto.
«Facciamo uno scambio?» La voce roca e profonda della belva cattura le orecchie degli astanti.
Dopo qualche passo incerto ancora in avvicinamento, il respiro si fa più affannoso e intenso. «Di che cosa si tratta?»
La figura scura e imponente sorride mefistofelica. Sa già di aver l’umanità in pugno. «È molto semplice.» Il ghigno si allarga in tutto il volto. «Io posso darvi la luce.»
Le orecchie si tendono ai sussurri convincenti del Maligno. «Adoriamo la luce.»
«Lo so. Per questo ve la porto in dono.» Con le braccia taurine ormai cinge tutti e la luce vermiglia si diffonde sul volto. Le teste annuiscono impazienti, impossibilitate a voltarsi dall’altra parte e a tornare indietro. «Chiedo solo qualcosa in cambio. Un piccolissimo favore.» Ancora teste che ciondolano su e giù abbindolate, assoggettate e incatenate.
«Qualunque cosa… qualunque cosa per un po’ di luce in autunno.»
La Belva si lecca le labbra e strabuzza gli occhi. «Bene. Ecco la proposta irrinunciabile: per solamente pochi minuti di sole opaco e violaceo della sera, io vi darò una lunghissima ora di luce mattutina, intensa e abbagliante.» Un lato della bocca s’inarca in un ghigno e gli occhi rosso fuoco scintillano. Nessuno lo nota. «Non vi accorgerete neanche del buio serale perché sarete al lavoro. Vedrete, sarà un’inezia. Potrete invece godervi un rigenerante risveglio solare al mattino presto. La mia offerta è illuminante. D’altronde non mi chiamano Lucifero per caso.» Il Diavolo sorride affabile. «Allora, che ve ne pare?»
Le sopracciglia si aggrottano, le teste si ritraggono, ma le labbra pronunciano in automatico le parole: «Sì, facciamolo!»
La Bestia schiocca le dita e da una nuvola di fumo appare una pergamena e una penna d’oca dal piumaggio nero intrisa d’inchiostro. «Basta un nome scritto qui e la luce sarà vostra.»
La mano si tende ad afferrare la penna, le dita si muovono e appongono la firma. Le lettere del contratto datato ultima domenica di ottobre s’illuminano come lava, il foglio fluttua in aria e ormai è distante, irraggiungibile e immodificabile. La risata di Satana, non più sommessa, ora è fragorosa. La lingua viperina sibila.
Le postilla sul fondo della pergamena firmata e vidimata s’infiamma e le parole si scalfiscono sulla carta come se fossero sulla pietra:
  • Il buio serale vi attanaglierà senza tregua fino a marzo inoltrato.
  • L’ora di luce della mattina scompariranno tra meno di un paio di settimane.
  • Le routine alterate di bambini e animali domestici vi tortureranno per giorni.
  • A causa dei ritmi circadiani sballati vi trascinerete la stanchezza fino a Natale.
  • Tra una settimana le lancette dell’orologio in cucina saranno ancora sbagliate.
Lo sguardo degli umani è perso nel buio della notte. Nel petto la gioia della luce promessa è sostituita dal vuoto oscuro e tenebroso. La risata della Bestia echeggia ancora nel vicolo e prima che la sua figura possa sparire in una coltre di nebbia tra le fessure delle piastrelle del pavimento, la sua voce roca e sibillina riporta tutti alla triste realtà. «E anche per quest’anno l’ora illegale è tornata in mio possesso!»

martedì 7 ottobre 2025

ITALIENAREN – Concerti

Sentirsi stanchi dagli alluci alle sopracciglia a causa delle molte ore passate in piedi, ma comunque soddisfatti per aver condiviso qualcosa di unico con migliaia di appassionati. Essere fradici di sudore – proprio e degli altri – dalla testa ai piedi, ma felici di respirare aria di eccitazione. Sentire il panino nello stomaco che sobbalza inebetito, ma avere ancora fame di emozioni e di cinquecento grammi di pasta al sugo. Provare dolore alle costole forse incrinate per le centinaia di colpi ricevuti, ma essere consapevoli che erano botte a fin di bene e soprattutto ricambiate. Ascoltare le melodie delle proprie canzoni preferite in testa per le prossime ore, ma non vedere l’ora di svuotare finalmente la vescica dalla pipì, stendersi sul proprio letto e dormire – non importa più in quale ordine.
Quasi tutti hanno provato le emozioni di un concerto live di musica. Quasi tutti hanno provato certe sensazioni, alcune indescrivibili, altre irripetibili.
In Svezia, però, in confronto all’Italia è diverso. Non peggio, non meglio. Diverso.
Si può cominciare dall’orario. Se la si prende con calma, arrivando al concerto con la convinzione che la band inizi a suonare con la consueta ora, oretta e mezza di ritardo, si rimarrà delusi, nonché con una buona fetta di concerto già consumata. È infatti comune osservare gli svedesi lamentarsi del ritardo del gruppo musicale anche se si tratta di qualche minuto e qualche ora dopo non battere ciglio per il ritardo del treno. Sarebbe interessante sentire cos’hanno da dire i Guns N' Roses, band notoriamente in ritardo ai concerti, a proposito dell’argomento.
Le code per entrare sono un altro interessante aspetto. Non sono un ammasso di persone schiacciate e sudate che premono in continuazione nonostante le porte siano chiuse. Sono invece code ordinate di quarantaquattro katter in fila per sei col resto di due. Nessuna sbavatura e nessun paio di furbacchioni che sgattaiolano – i due felini che erano rimasti dal conto di prima – tra gli spazi ampi lasciati dai partecipanti per entrare il prima possibile. In alcuni casi forniscono addirittura un bigliettino che segnala il proprio posto in fila. Così ognuno può andare a cenare, a fare i bisogni o godersi la giornata e tornare al momento giusto senza perdere il posto. Più che un concerto sembra una salumeria.
La posizione nel pubblico rispetto al palco non ha più molta importanza. Nonostante avere una rispettosa altezza media italica di centottanta centimetri, la sensazione di sentirsi dei nani in mezzo ai vichinghi è piuttosto comune. Inutile cercare di farsi largo pian piano tra la folla per recuperare posizioni come Schumacher dei bei tempi della Formula 1 perché ci saranno sempre un paio di Vercingetorige davanti a voi, pronti a occludere la vista e magari a brindare con della birra locale bevuta direttamente dallo scalpo dei nemici: skål! È invece consigliato allenarsi a stare sulla punta dei piedi durante tutto l’anno per guadagnare al momento giusto qualche centimetro e forse il rispetto dei vicini.
I tappi – non in senso di altezza, ma quelli per le orecchie – sono un’altra stranezza che offre la terra scandinava durante queste manifestazioni. All’ingresso di ogni evento è prassi trovare bagarini che invece di vendere biglietti in eccesso a prezzi esorbitanti, offrono l’opportunità di acquistare tappi di gomma per proteggere i timpani, riducendo le onde sonore più dannose. Grazie, ma no grazie. Chi andrebbe al cinema con gli occhiali da sole o a teatro con le bende sugli occhi? Solo se lo spettacolo fosse altamente soporifero probabilmente.
Infine, la partecipazione e la foga non pareggiano – per usare un eufemismo – la passione italica. Può infatti capitare di vedere svedesi impalati come stoccafissi, immobilizzati come statue di cera al museo Madame Tussauds, inchiodati al terreno durante un concerto energizzante al massimo come quello degli AC/DC. L’unico movimento che si percepisce è il braccio che porta la birra dalla mano alla bocca, come un’insegna luminosa a neon.
Le opportunità di passare qualche ora con la propria band preferita sono molte a Stoccolma. Parecchi artisti scelgono di fare una tappa del tour nella capitale. Il parco a giochi Gröna Lund oer esempio offre da anni centinaia di concerti estivi con band storiche e suggestive, a prezzi ragionevolissimi. Però il dubbio se andare ad un altro concerto tra i soldatini svevi è spesso forte. L’idea romantica di concerto all’italiana può restare impressa nella mente e inibire, ma alla fine – Che diamine! – è bene ricordarsi che si vive una volta sola. Meglio cliccare il tasto “Acquista” sul sito biglietts.se e volare sulle note musicali della propria band preferita.

martedì 23 settembre 2025

ITALIENAREN – Gabbie

Ti senti solo? Vorresti la soffice compagnia di un cincillà o di un porcellino d’India? Oppure preferisci essere allietato dal dolce canto di una cocorita? Nessun problema. Ti basterà un semplice appartamento di 50 metri quadrati e dedicarci più della metà della superficie alla gabbia dei tuoi simpatici amici.

Così avrebbe potuto recitare un annuncio pubblicitario a partire dal 2026 se una proposta di legge sulle condizioni degli animali domestici fosse passata[1]. La notizia arriva dal Jorbruksverket, non un parente della mitica band elettronica Kraftwerket ma uno dei trecentocinquanta -verket che regolamentano tutto – dalle tasse all’uso del gabinetto – ma proprio tutto in Svezia.
La proposta mira a migliorare in generale le condizioni ambientali degli animali di casa meno popolari. Non cita dunque cani, gatti e bambini, ma si rivolge ad altri piccoli mammiferi come roditori e leporidi, agli uccelli volanti o meno e ai rettili. Il testo enuncia alcuni esempi interessanti. Si consigliano gabbie di almeno 10 metri quadrati per i conigli, di 3 per i ratti – come se a loro non bastasse possedere le cantine e i giardini di tutta Stoccolma – di 15 per i serpenti più lunghi, volendo assieme ai roditori per risparmiare spazio, di 4 metri quadrati per i canarini e di 30 per i pappagalli. Va ripetuto: 30 per i pappagalli. Inoltre sono state proibite le ruote per i criceti. Questo costringerà l’umanità all’uso di nuove metafore per descrivere la nostra triste vita nella gabbia della società moderna. Infine, animali come scoiattoli volanti e coccodrilli non saranno più considerati animali domestici. Non accenna niente a riguardo degli alligatori, quindi chiunque sia interessato non verserà troppe lacrime.
La proposta di legge del 19 marzo 2025 ha destato molte discussioni: chi ne era favorevole, difendendo a spada tratta i diritti degli animali e chi ne era contrario, sostenendo la difficoltà a mantenere gli animali a tali condizioni economiche. Le proteste e le critiche non sono mancate da entrambe le fazioni e risulta difficile proclamare chi avesse torto o ragione. Nel dubbio, il 24 marzo 2025, quindi pochi giorni più tardi, lo Jordbruksverket ha deciso di tagliare la testa al toro – in senso figurato, s’intende – decidendo di ritirare la proposta, promettendo però di elaborare una formulazione che possa raggiungere un buon compromesso.

Ricordo ancora con un pizzico di nostalgia e di orrore che al mio trasferimento in Svezia, molti anni fa in uno studentato, vivevo in una stanza di 7 metri quadrati, arredata da letto singolo, comodino, scrivania, sedia e armadio a muro. Per l’igiene personale era presente solo un lavello semplice e uno specchio. Il bagno, le docce, la lavatrice e la cucina erano condivisi con gli altri trenta studenti del corridoio che avevano norme igieniche e alimentari assai diverse dalle mie. Fu un’esperienza culturalmente stimolante ma a volte raccapricciante.
Avrei dovuto andare a protestare allo Jordbruksverket.

giovedì 22 maggio 2025

ITALIENAREN – ESC

Le strade della città sono deserte. I vagoni della metropolitana vuoti. I clienti dei bar e ristoranti pagano in fretta e furia il conto prima delle nove di sera e scappano a casa. Qualche ritardatario rincasa sudato preso da una contagiosa frenesia. Tutti sono incollati al televisore. A casa propria o a casa di amici, il più delle volte in compagnia, ma se necessario anche da soli. Chi invece ha avuto la sfortuna di essere di turno a lavoro segue dallo schermo del cellulare con mezzo cervello focalizzato sulle canzoni e mezzo su altre attività. Situazione non molto diversa da quella degli altri che guardano da casa in effetti.
Non è un’apocalisse di zombie tecnologici. Non è neanche una partita di calcio della nazionale. Si tratta però pur sempre di una finale, quella dell’ESC: Eurovision Sociopolitical Contest che ogni anno a maggio s’infila – o molto più spesso si sfila – l’abito da sera con paillettes e spacchi vertiginosi e si traveste da competizione canora internazionale.
In Svezia la febbre da Eurovision è altissima. Tutti aspettano con ansia l’evento prima che inizi, esplodono in un tifo da stadio durante e commentano da esperti musicali dopo il finale. Chi non ne parla viene emarginato socialmente dalle conversazioni al lavoro della settimana successiva.
Le aspettative svedesi sono anche alle stelle: per lo spettacolo, per l’intrattenimento e soprattutto per il risultato finale. La Svezia infatti è stata campione per sette volte, prima a parimerito con l’Irlanda, ma diventa dominatrice assoluta se si considerano solo gli ultimi quindici anni, con ben tre vittorie schiaccianti.
Prima di trasferirmi in Scandinavia io non ero neanche a conoscenza di questa competizione canora mentre qui è una vera e propria fissazione come quella del divieto del cappuccino dopo pranzo per noi italiani. Assurda ma che desta curiosità. Quando ho cominciato a guardare lo show non ne comprendevo molto la sua importanza e l’interesse così morboso dei miei nuovi amici svedesi. Dopo qualche anno, quando ho afferrato il metro di giudizio e i criteri di selezione dei vincitori, ho finalmente capito e anche io mi sono convertito.
I parametri per votare sono molteplici e non hanno né limiti né ritegno. Passano dalla simpatia ingiustificata per una certa nazione (mi piace il Belgio per le sue birre) all’antipatia altrettanto aleatoria per un'altra (i francesi mi stanno sulle scatole). Vanno da nazionalismi sfegatati – non si può votare per il proprio paese se ci risiedi ma puoi farlo se vivi all’estero – a voto di scambio tra nazioni confinanti (vedi paesi nordici o il patto bilaterale Italia-San Marino). A volte si sconfina anche nel becero voto di sottopancia, quando cioè si finisce a giudicare l’aspetto fisico e non la voce del/la cantante in gara (viva le bellocce siliconate e i bellocci fisicati). Si può scegliere per buonismo o perché al contrario il brano o l’autore fa scandalo (Finlandia in primis). Spesso però a farla da padrone sono i motivi sociopolitici come il sì all’Ucraina, il no al Regno Unito a seguito della Brexit e la giusta esclusione dalla competizione per una nazione che si è macchiata di atroci atti bellici come nel caso di Isra… hm, intendevo come nel caso della Russia. Infine, stavo quasi per dimenticarlo per la sua marginalità nel processo decisionale, si può votare anche la qualità del brano proposto. A rovinare tutto il carrozzone, infatti, ci pensa la giuria tecnica che ribalta il voto populista, che tanto va di moda ultimamente.
Da molti anni mi sono allineato dunque anche io al pensiero collettivo svedese perché l’Eurovision è folklore, è cultura, è ironia, è il trionfo del trash made in Europe. Qualcosa che il resto del mondo non ci potrà mai togliere e tantomeno eguagliare. L’Eurovision non passa inosservato perché suscita bellezza o ribrezzo, simpatia o antipatia, odio o amore. A volte i due estremi anche nello stesso momento. L’Eurovision è questo e tanto altro, racchiuso in quattro ore di programmazione… e magari alla fine vince il paese che è giunto alla competizione per un errore di battitura: l’Australia.

venerdì 28 marzo 2025

ITALIENAREN – Montagna

Sciare è meraviglioso. Non è però uno sport per tutti. Non mi riferisco soltanto all’aspetto economico con costi elevati per accaparrarsi l’equipaggiamento adeguato, i vestiti giusti, il viaggio nella località sciistica e l’acquisto dello skipass. Mi riferisco anche alla sofferenza collegata agli sci. È una pena che chi si dedica a questo sport deve decidere se tollerare o meno. Trasportare tutto il necessario e la fase preparatoria prima di lanciarsi finalmente sulla pista innevata sono operazioni non da poco, che richiedono pazienza e una certa dose di dolore fisico.
Ho da poco sperimentato tutto ciò sulla mia pelle dopo un fine settimana lungo passato in montagna con la mia famiglia. A dire il vero, in Svezia, la parola montagna dovrebbe essere scritta tra virgolette. Al mio arrivo alla base dell’impianto di risalita, infatti, alzo gli occhi per seguire con lo sguardo il percorso della pista e invece di trovarmi un muro di montagna trovo la cima perfettamente visibile a occhio nudo. Le Fjällar svedesi non sono molto alte, spesso si aggirano attorno ai 300 o 500 metri sopra il livello del mare. Solo molto a nord, dopo molte ore di viaggio si raggiungono i 1000-1400 metri. Le Fjällar sono dunque delle collinette che di primo acchito mi provocano sempre una lacrima di nostalgia perché mi fanno ripensare ai colli dietro casa mia in Italia dove si coltiva l’uva e perché mi sbattono in faccia il duro confronto con le Dolomiti.
Mi asciugo la lacrimuccia e inforco gli sci. Basta con le solite lamentele da italiano medio. È ora di darsi da fare. Salgo in cima e faccio la prima discesa. La neve è fresca. La pista è ben curata. La discesa è stimolante. Sorrido soddisfatto ma mi passa subito, appena mi rendo conto di essere già a valle, dopo solo un paio di minuti. Mestamente scivolo verso la seggiovia e mi metto in fila. La coda è lunga e lenta perché molti sciano in questo periodo dell’anno e perché i visitatori sono nordici e vogliono stare larghi lasciando malvolentieri il posto ai vicini. Hanno però il pregio di farmi sentire a casa perché è un po’ quello che succede in autobus o in metropolitana a Stoccolma. Ci metto dunque tra i dieci e i quindici minuti per risalire. I muscoli hanno fatto in tempo a raffreddarsi, ma mi consolo ammirando il panorama rilassante della campagna svedese e lodando le tante pale eoliche disseminate nel territorio. Dopo aver fatto una pista rossa per rompere il ghiaccio – metaforicamente, s’intende – ora mi sento pronto per le piste più impegnative. La difficoltà è di poco maggiore. Ogni volta che qualcuno definisce queste piste “nere”, un altoatesino muore, penso divertito – non per la morte dell’altoatesino, s’intende, anche quella era una metafora.
Nulla però mi toglie la voglia di continuare a sciare e godermi la bella giornata di sole. Col passare delle ore le code agli impianti diminuiscono e posso salire e scendere a ripetizione in modo soddisfacente. La giornata passa in fretta. Mi diverto e ammiro l’abilità svedese nel valorizzare qualsiasi piano inclinato per trasformarlo in una pista da sci apprezzabile. Mi ricorda molto quelle poche rovine romane fuori dai confini italiani trattate giustamente come un patrimonio storico e culturale da preservare con cura.
Nonostante sia felice e grato di poter sciare, – ho sognato a occhi aperti di poterlo fare prima di arrivare qui e so che stanotte lo sognerò a occhi chiusi – rimango dell’idea che sciare sia una sofferenza, ma anche tanto altro. È uno sfogo fisico, è contemplazione della natura, è un attimo di meditazione soli con sé stessi, è libertà al vento che ti sferza la faccia, è velocità che ti fa sfrecciare sulla neve fresca. Infine, sciare è anche sollievo, soprattutto quando al termine della giornata arrivi a casa e ti sfili gli scarponi dai piedi indolenziti. 

venerdì 10 gennaio 2025

ITALIENAREN – Ghiaccio

La squadra di pattinaggio artistico nazionale volteggia sul ghiaccio con precisione e coordinazione invidiabili. Ammiro estasiato i loro movimenti eleganti che seguono l’esercizio provato e riprovato mille volte in allenamento. La loro professionalità e precisione è incredibile. Gli artisti eseguono davanti ai miei occhi piroette perfette, tripli axel fenomenali, avvitamenti da capogiro. Tutto meraviglioso. A bocca aperta assisto a uno spettacolo strepitoso. Non posso far altro che sorridere inebetito e applaudire con entusiasmo.
L’infermiera però mi ferma e mi ricorda di non agitarmi troppo. Mi rassicura che l’ortopedico mi visiterà a breve. Devo riposare nella mia condizione malconcia. Mi sa che la morfina che mi hanno dato contro il dolore sta facendo brutti scherzi al cervello perché quello che vedevo andare avanti e indietro non era uno spettacolo di pattinaggio artistico ma il personale dell’ospedale, indaffarato a curare ogni paziente che è caduto e si è rotto qualche osso nell’ultima settimana. La maggioranza dei degenti sono anziani, ma anche qualche giovane e il reparto è pieno. Le statistiche d’altronde parlano chiaro: ci sono state 2,2 cadute dovute a ghiaccio e neve per 1000 abitanti dall’inizio dell’inverno e i costi per la sanità sono già saliti a 116 milioni di corone solo per la regione di Stoccolma[1].
Considerando che la stagione è solo iniziata e se fuori dalla finestra guardo il palaghiaccio che si è esteso a tutta la città, è meglio cercare di tutelarsi. I ramponcini da attaccare al tacco delle scarpe, acquistabili in farmacia, sembrano essere la migliore opzione, se non si ha paura di passare per dei matusa o dei maniaci del controllo. In alternativa si può sempre adottare l’andatura a pinguino impaurito che tiene l’uovo sotto ai piedi quando si cammina. Si può fare slalom tra le lastre di ghiaccio grandi come campi da calcio e le pozze d’acqua così torbide e gelida da permettere al mostro di Loch Ness di nascondersi. È bene studiarsi bene il percorso da seguire preferendo il ben più spazzato asfalto della strada alle scivolose mattonelle dei marciapiedi. Essere investiti da un’auto appare come un rischio meno grave di quello di cadere rovinosamente col sedere a terra. Conviene sempre prendere la strada più lunga ma più sicura anche se comporta la circumnavigazione del quartiere per evitare le scalinate trasformate in scivolo e il parco in pista da pattinaggio. Non c’è da aver paura se ci si perde perché basta seguire i sassetti sparsi con parsimonia qua e là e fare finta di essere Pollicino. È importante però fare attenzione alla neve fresca infingarda che spesso nasconde lastroni di ghiaccio lucidi come la pelata di Mastro Lindo ma che non lasciano il suo sorriso in faccia. In ogni caso non bisogna mai avere fretta.
Per fortuna la mia caduta sulle scale della scuola di qualche giorno fa non mi è costata una visita all’ospedale e l’allucinazione da morfina è solo un’invenzione, ma la prendo come un monito a fare più attenzione in futuro, nella speranza di non aver scritto la promessa sul ghiaccio.


[1] https://www.mynewsdesk.com/se/liberalerna-region-stockholm/pressreleases/baettre-snoeroejning-och-avgiftsfria-broddar-foer-att-minska-antalet-halkolyckor-dags-att-prioritera-tryggheten-paa-stockholms-gator-3363135?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=Alert&utm_content=pressrelease#:~:text=Enligt%20statistik%20fr%C3%A5n%20regionens%20h%C3%A4lso,is%20under%20vinterm%C3%A5naderna%20f%C3%B6rra%20%C3%A5ret.

mercoledì 11 dicembre 2024

ITALIENAREN – Sunbusters

L’allarme suona squarciandomi le orecchie. Mi sveglio di colpo nel buio della notte mattutina. Sull’orologio leggo “zerootto.zerozero”. È ora di andare. Sveglio tutti gli altri e senza colazione scivoliamo in fretta al piano terra grazie alla pertica e al buco nel pavimento. Ci infiliamo le overall grigie, indossiamo il nostro equipaggiamento e usciamo in città.
 
SIGLA
If there’s something strange
In the neighborhood
Who you gonna call?
Sunbusters!
 
If there’s something weird
And it looks damn good
Who you gonna call?
Sunbusters!
 
Un sole bianco con viso sorpreso e braccia allargate, sbarrato da un segnale di divieto rosso compare in sovraimpressione per un paio di secondi.
MUSICA IN DISSOLVENZA
 
Sì, baby, per i prossimi tre mesi noi diventiamo i Sunbusters, gli Acchiappasole – non nel significato romanesco di fregature, eh – al servizio della salute mentale di tutti, soprattutto della nostra.
Armati di rivelatore P.K.E. Meter ci aggiriamo per le strade cittadine alla ricerca di attività paranormali che possano risvegliare i nostri ritmi circadiani. Girovaghiamo disperati da ormai sei giorni, due ore e quindici minuti con la schiena gobba e le occhiaie scavate. Scaliamo una collinetta e l’ago del rivelatore impazzisce. Ci siamo. Ci siamo. Un ammasso di nuvoloni grigi si sposta a nord sospinto dal vento gelido di dicembre. Le prime radiazioni elettromagnetiche dell’ultima settimana ci appaiono in tutto il loro splendore.
«Lasciate fare ai professionisti!» Urliamo mentre ci facciamo largo tra i civili accorsi in gran numero per assistere all’evento. Una rapida indagine psichiatrica condotta dal medico di campo ha già escluso che si tratti di un’allucinazione collettiva. Possiamo procedere. Abbagliati dalla celestiale visione e mossi sempre più in alto dall’energia psicocinetica, chiudiamo un attimo gli occhi, inspiriamo in profondità e allarghiamo il sorriso tra le labbra.
Non per molto però. Il vento è già cambiato e le nubi si riaddensano. È tempo di agire. Dall’acceleratore protonico non autorizzato che portiamo sulle spalle estraiamo il fucile con una mossa in sincrono. Premiamo il tasto d’accensione, indirizziamo il flusso verso l’alto, poco più in alto dell’orizzonte – mai allo zenit, purtroppo – e irradiamo l’obbiettivo.
«Ora, Alex!» Ordino al mio collega. Lui lancia la trappola per terra e quando la potenza dei nostri fucili protonici sta per esaurire schiaccia il tasto d’apertura con il piede. I raggi solari vengono assorbiti e la trappola si richiude tra leggere scosse elettriche, lucette verdi lampeggianti e fumi di calore. Ce l’abbiamo fatta. Il vapore a erranza di quinta classe è stato catturato. Ora non ci resta che depositarlo, assieme agli altri pochi raggi raccolti durante l’ultimo mese, nel dispositivo di stoccaggio psicocerebrale che lo trasformerà in vitamina D. Se andiamo avanti così ci dovremmo salvare, ma c’è tanto da lavorare.
«Abitanti di Stoccolma e di qualsiasi territorio sopra il 55° parallelo nord della Terra, ascoltatemi bene.» Con aria risoluta guardo dritto verso la telecamera che mi sta inquadrando. «Non rilassatevi e non smettete di muovervi. Continuate a cercare quella tiepida pallina gialla tra i palazzi durante la pausa pranzo, nei prati dei parchi cittadini nel fine settimana e affacciati dai balconi o dalle finestre durante le pause caffè. Se vedete qualcosa di strano nel vicinato, se qualcosa vi colpisce e vi fa star bene, alzate allora gli occhi al cielo, sorridete, porgete entrambi i palmi aperti delle mani verso la fonte di energia e non esitate a chiamarci.» Punto l’indice verso lo schermo. «I Sunbusters saranno lì con voi per acciuffare il sole!»
 
MUSICA IN CRESCENDO E TITOLI DI CODA
 
---
Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/sunbusters/

mercoledì 27 novembre 2024

ITALIENAREN – Macchinari malefici

Sto guardando un video su YouTube di un tipo in pantaloncini corti e maglietta sportiva che in palestra sembra stia facendo sesso con un vogatore. È affannato, impreca e quasi s’ingarbuglia con il cavo. Dopo un minuto un ragazzo muscoloso gli passa vicino e, mosso da compassione ma con un mezzo sorriso trattenuto tra le labbra, gli mostra l'uso corretto del macchinario. Il tipo si guarda attorno e ringrazia in notevole imbarazzo. Io rido. Mi sento uno stronzo ma rido lo stesso. Potrei essere io quel tipo del video, ma continuo a ridere lo stesso. La Schadenfreude – la gioia maligna – alle volte è davvero spassosa.
Eppure mi diverte guardare il video perché è un modo per esorcizzare la paura. Mi ci è voluto tempo e coraggio per superare le mie ansie e per essere dove sono adesso: su un tapis roulant in una palestra affollata, durante l’ora di punta.
Mi metto a petto in fuori e tengo le spalle larghe. Non solo perché sono orgoglioso di me stesso e dei miei progressi ma anche perché ho appena notato una bella ragazza che corre al mio fianco. Sorrido sgargiante. Lei ovviamente non mi calcola, immersa in sé stessa e nella musica che sta ascoltando con le cuffiette. Non perdo però l’entusiasmo e ricordo il mio percorso in palestra che definirei terapeutico.
La palestra mi ha salvato dalla depressione. In un periodo difficile al lavoro, avevo abbandonato la pallacanestro giocata e mi ero ritrovato a essere fisicamente inattivo per più di un semestre. Rifiutavo di andare in palestra perché ritenevo fosse solo per fighetti e io invece ero un duro. Mi ero allora buttato sulla corsa all’aria aperta ma avevo fallito in fretta. La temperatura svedese che non sale sopra i 5 gradi da ottobre a marzo e la mia inappetenza verso la noiosa corsa in solitaria avevano aiutato come il due di bastoni con briscola in denari. Spinto dalla quantità di palestre presenti in ogni angolo a Stoccolma e dai prezzi abbordabili, decisi finalmente di cambiare idea e di acquistare una tessera annuale. La promessa di mia moglie di accompagnarmi agli allenamenti con il guinzaglio e il biscotto come ricompensa resero il primo passo più facile.
Nonostante temessi di essere osservato e giudicato quando mi sarei ritrovato asincrono con il resto dei partecipanti, gli esercizi di gruppo mi sembrarono il modo migliore di cominciare. Classi di sollevamento peso finite il giorno dopo a casa con difficoltà ad alzare anche un bicchiere d’acido lattico. Classi di spinning finite ad annaspare aria come se mi avessero tolto le narici e la bocca. Classi di aerobica finite a spostarmi a sinistra della stanza mentre il resto del gruppo salta a destra.
Col tempo la condizione migliorava e assieme a essa anche la fiducia in me stesso. Stavo meglio. Tornavo a essere il vecchio me stesso sportivo. In effetti la palestra non era solo per i fighetti, ma anche per i duri, come loro, quelli che i muscoli ben distribuiti in tutto il corpo ce li hanno davvero.
Restava un tabù da sfatare. Andare in palestra senza prenotare una classe di gruppo. «E se ridono di me perché uso il leg curl per allenare i bicipiti?» «E se non so da dove cominciare e alla fine me ne vado in imbarazzo?» «E se sbaglio l’esercizio e mi procuro un danno muscolare?» «E se per lo sforzo mi scappa una scoreggina?» Non era facile convivere con questi pensieri. Neanche con la puzza a dire il vero. Parlando però con dei Personal Trainer – PT, per gli amici –, studiando programmi di allenamento su internet come fossero un copione teatrale da ripetere senza errori e facendo affidamento alle App della palestra per seguire religiosamente quello che mi dicevano di fare, col tempo mi avventurai nei meandri della palestra. Prima durante gli orari meno frequentati a costo di allenarsi di notte. Poi in un angolo della sala separata facendo una pausa forzata ogni volta che qualcuno passava vicino. Infine in centro alla sala principale, con i faretti puntati, con una canottiera attillata addosso e la fascetta bianca sulla fronte, muovendomi scatenato e cantando a squarciagola Maniac di Michael Sembello – colonna sonora di Flashdance… ok, ok, ok. Con l’ultima ho un tantino esagerato, ma ora ho davvero la libertà di scegliere se prenotare una classe di gruppo, se seguire un programma personalizzato con o senza la App. Questo per me ha fatto la differenza tra ritornare fisicamente e mentalmente in carreggiata e lo smettere di fare attività fisica per paura di finire su un video di sfottò. Cerco di ricordarmelo sempre quando non ho voglia di uscire di casa per andare in palestra.
In un attimo il mio percorso terapeutico mi scorre davanti agli occhi, mentre spengo il video del tipo che faceva l’amore con il vogatore. Sto ancora ridacchiando. Non posso farne a meno. Perdo però l'equilibrio, inciampo sul bordo del tapis roulant come fosse una buccia di banana e cado di faccia sul nastro trasportatore. Solo ora la ragazza carina che mi sta di fianco mi nota – eccome se mi nota – e potrei giurare che un tipo dietro di me ha appena ripreso tutta la scenetta con la fotocamera del cellulare. Le immagini della mia rovinosa caduta viaggiano ora veloci sulla fibra ottica verso un server di YouTube. Chi la fa, l’aspetti.
 
---
Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/macchinari-malefici/

mercoledì 20 novembre 2024

ITALIENAREN – Movember

Sul palmo della mano sinistra riposa una montagnola bianca e soffice. Nella presa salda della mano destra tengo uno strumento affilato. Mi guardo allo specchio e mi spalmo con foga la schiuma sulla superficie della faccia dalle basette e dalle narici in giù. È un’operazione che non eseguo molto spesso e mi sento un po’ impacciato. Tagliare la barba non è il mio forte. Mi concedo questo momento solo per situazioni eccezionali come un matrimonio (solo per il mio) e per entrare in un personaggio teatrale durante gli spettacoli. Passati gli eventi, abbandono subito la pratica per pigrizia e ritorno allo stato brado. Ho da poco però scoperto un’altra iniziativa molto importante che ha richiamato la mia attenzione: Movember[1], un neologismo sincratico – anche detto parola macedonia – che unisce le parole Moustache e November. È un evento annuale a scopo benefico che si svolge nel mese di novembre nel quale gli uomini che vi aderiscono (chiamati Mo bro) si fanno crescere i baffi per sensibilizzare l’opinione pubblica sul carcinoma della prostata.
Un’occasione lodevole da cogliere al volo ora che, con la schiuma spalmata, sembro Babbo Natale o un pagliaccio preso a torta di panna in faccia. Partendo da una barba alla Leonardo di Caprio in The Revenant la scelta è ampia e mi permette diversi tipi di baffi. Comincio a togliere le basette e i peli ispidi dalle guance fino a lasciare un pizzetto alla Edward Norton. Accosto la lama del rasoio al lato delle labbra ma poi mi fermo. Tentenno. Ci sono molti stili di baffo. Difficile scegliere. Cerco su internet per trovare ispirazione e vado.
Taglio la barba sotto e sopra il mento e lascio due linguette, una sotto il lato destro e una sotto il lato sinistro della bocca. Ecco un baffo a ferro di cavallo alla Hulk Hogan, James Hetfield dei Metallica o di un biker con l’Harley Davidson. Fletto i muscoli e sfodero indice, mignolo e pollice a forma di corna. Mi sento molto cool, ma questo vestito peloso non mi si addice. Sad But True.
Rado ancora e mi trasformo in un tricheco con un bel paio di baffi folti che escono da entrambi i lati della faccia e coprono tutta la bocca. Mi do un’aria da letterato alla Mark Twain o da filosofo alla Nietzsche. No, cercare di essere un Superuomo e un Nichilista è un peso troppo grande.
Accorcio un po’ ed eccomi scaraventato alla fine del IXX, inizio XX secolo, nell’Impero austro-ungarico. Davanti a me non vedo più la mia faccia, ma quella di Francesco Ferdinando. Hm, meglio evitare di finire come lui e scaturire l’inizio della Terza Guerra Mondiale.
Aggiusto un po’, arriccio all’infuori e all’insù con un’abilità che stupisce anche me stesso. Ormai ci ho preso mano e ho appeno rifinito dei baffi a manubrio. Vittorio Emanuele II, Buffalo Bill e lo stereotipo dell’uomo messicano sarebbero orgogliosi di me. Mi rendo conto però che non raggiungerò mai Salvador Dalì quindi meglio andare oltre.
Aggiungo un po’ di schiuma e passo con la lama di qua e di là: stupendi, mitici, eccezionali. Mi viene voglia di cantare e trasformo il rasoio in un microfono. Con questi mustacchi a V rovesciata che coprono di poco il labbro superiore mi sono proprio liberato e ora sono un campione. Sono Freddie Mercury. Nah, meglio abbassare i toni. Questi baffi chevron non mi fanno assomigliare tanto né a lui né tantomeno a Tom Selleck in Magnum P.I. Peccato. Sbuffo e proseguo la mia ricerca: Lo spettacolo deve continuare.
Riduco ancora di più verso le narici e, voilà, ecco un baffo a spazzolino come Charlie Chaplin e Ollio. Sorrido, ma poi mi passa. Nessuno penserà a loro due ma a un altro personaggio di moda in Germania negli anni ’40 del secolo scorso e purtroppo di nuovo in voga ora, negli anni ‘20 di questo secolo.
Non mi resta che lasciare un filetto di peli attaccato al labbro, ben curato e molto elegante dallo stampo classico. Non riuscirò a essere a Zorro, Gomez Addams o Clarke Gable, non solo perché mi manca lo smoking giusto o il mantello, ma soprattutto perché ormai ho tolto la parte di baffo verso l’estremità delle labbra per completare lo stile a fiammifero. Che tristezza.
Tutte queste associazioni di nomi, personaggi affascinanti e mostri sacri della storia mi hanno dato alla testa. Così, mi scappa la mano e tolgo ancora un altro pezzo di baffo. Nel processo mi procuro un taglietto che tampono subito con pezzi di carta igienica. La frittata è fatta. Ora devo togliere tutto e rimanere sbarbato. Ci riproverò il prossimo anno ad aderire a Movember. Nel frattempo faccio una donazione dal sito: offerta baffuta, sempre piaciuta.
 
---
Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/movember/
[1] https://se.movember.com/

mercoledì 13 novembre 2024

RACCONTI – Il tempismo delle idee

Sono disteso supino. Inspiro ed espiro sempre più lentamente. Il calore del mio corpo viene trattenuto dalle coperte e mi lascia in un dolce tempore. Le gambe e le braccia sono pesanti, allungate sopra il materasso. Il battito cardiaco decelera e la mente comincia a percorre la porta di transito tra la veglia e il sonno. Ho girato la maniglia e ho fatto il primo passo sulla soglia. Ci sono quasi. Tra pochi secondi sarà domani mattina.
I muscoli si rilassano e faccio un altro passo avanti, ma inciampo su qualcosa. Il cuore ricomincia a corre e la frequenza del respiro aumenta. Guardo bene cosa mia abbia fatto perdere l’equilibrio. È un cubo a forma sferica, con spuntoni che urlano parole incomprensibili, in due dimensioni. Lo guardo meglio: ora è un triangolo isoscele, con cinque angoli e due diametri, in tre dimensioni che si muove nel tempo. I muscoli del corpo s’irrigidiscono. Tutta la mia attenzione si dirige verso l’oggetto. Ora è un fiume di lettere in piena che striscia all’indietro, cadendo da una cascata di canzoni ad altissimo basso volume.
Ho capito di cosa si tratta: ho appena avuto un’idea. Lascio la porta verso il regno dei sogni alle mie spalle e torno indietro. Gli occhi si spalancano nel buio della camera. Sento il respiro di mia moglie al mio fianco. Riprendo coscienza della mia posizione nello spazio.
Non posso riprendere sonno prima di aver annotato da qualche parte quello che mi è venuto in mente, altrimenti rischio di perderlo tra le lenzuola, tra le nuvole di zucchero filato o nell’archivio impolverato del cervello. Non ho scelta, devo uscire dal letto.
Colto da un’agitazione febbricitante, do acqua al semino dell’idea e la vedo crescere in fretta in un progetto abbozzato. È un germoglio piccolo e insicuro, ma ho già molte aspettative e speranze. Metto un piede fuori e il gelo della stanza mi aggredisce. Esco con le gambe, spostando la coperta di quel poco che basta per non far svegliare mia moglie e mi infilo al volo le ciabatte. Cerco a tentoni gli occhiali e dopo un primo tentativo nel quale la stanghetta mi finisce nell’occhio, li inforco. Devo sbrigarmi altrimenti l’idea perderà d’intensità. Vedo il contorno della porta ora che le pupille si sono dilatate. Seguo il bordo del letto con una mano e con l’altra cerco l’armadio per orientarmi. Smanioso di buttare giù un appunto che plachi la mia irrequietezza, sbatto l’alluce contro la base del letto. Bestemmio in silenzio mentre mia moglie si rigira mugugnando qualcosa di incomprensibile. Faccio un paio di passi e giungo alla porta. Con cautela apro, entro in salotto e richiudo dietro di me. Posso tirare un sospiro di sollievo. Mi affretto in cucina dove mi aspettano un blocco di fogli e una penna a sfera. Scrivo senza pensare, come se fosse un’eruzione vulcanica. Annoto cubi, piramidi, fiumi in piena, lettere e parole, musica, pioggia di cristalli e colline di margherite – tutto.
Mi fanno male le dita della mano per quanto ho stretto la penna. Una goccia di sudore cola dalla fronte. Quando ho finito sono esausto ma soddisfatto. Mi chiedo se si sentano così i tossicodipendenti con una dosa dopo una crisi d’astinenza. Coccolo la nuova idea come un neonato dal sorriso dolcissimo. Nei prossimi giorni ci sarà tempo per cambiargli il pannolino. Ora si può sognare a occhi aperti, prima di godersi di nuovo un meritato sogno a occhi chiusi.
Il giorno dopo sono sotto la doccia. L’acqua è tiepida e il flusso mi massaggia la pelle. Starei qua dentro per delle ore. Mi rilasso e lascio andare il treno dei pensieri. Schivo un paio di preoccupazioni e di scadenze da rispettare e divento tutt’uno con l’acqua che scorre. Si sta così bene: è caldo e sono pulito. Nonostante io non abbia mosso la mano, all’improvviso il getto d’acqua cambia direzione e mi finisce in faccia, assieme a pezzi di puzzle, bulloni e ingranaggi vari. Era quello che mi mancava nel nuovo progetto. Raddrizzo la schiena e sgrano gli occhi. Mi giro da una parte e poi dall’altra nello spazio ristretto della cabina nel goffo tentativo di appoggiare il doccino. Devo trovare una penna. Devo scrivermelo. Non posso dimenticarmelo. Devo registrare l’appunto. Mi sembra di essere in una scena del film “Memento”. Devo afferrare una penna il prima possibile e buttare giù su foglio l’idea prima che finisca risucchiata nello scarico. In fretta e furia, chiudo l’acqua, mi asciugo alla meno peggio ed esco dal bagno gocciolante. Mi getto a pesce sul blocco degli appunti e scrivo a caldo. Ci sarà tempo per asciugare le scie che ho lasciato e per subire un cazziatone da mia moglie. Avevo bisogno della mia dose.
Nel pomeriggio, sono le quattro e tre quarti, devo uscire di casa per correre a prendere i bambini. Sono già in ritardo. Mi metto le scarpe e il giubbotto. Afferro le chiavi e sono pronto a uscire. Uno strano formicolio parte dal collo e si estende al petto. Passa alla schiena, scende sulle gambe e infine ai piedi. Devo slacciare le scarpe e toglierle. Il formicolio risale il corpo fino alle braccia. Devo togliermi anche il giubbotto. Le mani mi tremano e mollo le chiavi sul mobiletto d’ingresso. Sbatto la testa contro il muro un paio di volte finché da una fessura ne esce una lunga stringa di parole alla rinfusa che cominciano a volare via. Le inseguo per l’appartamento. Mi sfuggono due volte di fila ma alla terza raccolgo tutto e lo spingo a forza dentro il retro di una penna bic. Prima che scappino fuori di nuovo, prendo un quaderno e butto giù il più velocemente possibile tutto quello che l’inchiostro ha da offrire. Mi sembra sia passato un minuto, in realtà ne sono trascorsi venti. Trasalisco alzando gli occhi verso l’orologio. Avrei dovuto essere a scuola dai bambini cinque minuti fa. Rimpiango di non essere Spock e impreco contro l’umanità per la mancanza dell’invenzione del teletrasporto.
Il giorno dopo, al lavoro, tutto il personale è raccolto per la settimanale generalissima riunione aziendale – da leggersi con la voce di Fantozzi – la quale ha il potere magico di trasformare i marroni dei presenti i noci di cocco giganti. Lottando contro la forza di gravità delle palpebre mi guardo attorno e noto un collega perdere lo sguardo oltre la finestra verso il nulla del cielo grigio, un altro annuisce a ritmo sintonizzato su una canzone che gli passa per la testa e non sul discorso del capo e infine un’altra ancora che sbircia sul cellulare usando il foglio con l’ordine del giorno come scudo protettivo contro i raggi X del datore di lavoro. Bene, sono in buona compagnia. Sto per tornare a lottare contro Morfeo ma abbozzo un sorriso quando mi accorgo che i colleghi si stanno trasformando in animali parlanti, la stanza in una stalla e il pavimento in letame. Mi devo dare un pizzicotto sul braccio per assicurarmi di non essermi davvero addormentato e per ricordarmi che purtroppo non sono sotto l’effetto di sostanze allucinogene. Prendo la penna dal taschino e annoto tutto sul retro dell’ordine del giorno. Ho l’accortezza di fingere di ascoltare quello che dicono gli altri e di non scrivere durante le pause della discussione. Scrivo di getto tutto e il brusio della riunione sparisce nel sottofondo, sovrastato dal baccano della mia idea.
Il resto del giorno si adegua e invece di rispettare la scadenza di un compito importante ma noioso, il progetto alternativo nato durante la riunione prende il sopravvento, facendomi perdere tempo e il lavoro, se dovessero beccarmi.
A fine giornata torno a casa in bici. È già buio e la pioggerellina rende l’aria umida e nebulosa. La visibilità farebbe invidia alla Pianura Padana in novembre. Meglio attivare tutti i sensi. Non sono Spiderman ma per girare sulle strade della città senza pista ciclabile e senza rischiare la morte dovrei diventarlo. Frenando di colpo evito un ciclista che mi taglia la strada. Un’automobile corre troppo vicina al marciapiede e mi schizza l’acqua addosso passando sopra una pozzanghera marrone. Sovrappensiero sto per sbagliare strada e all’ultimo secondo svolto a sinistra. Un fascio di luce mi inonda e mi acceca. Spalanco gli occhi invece di socchiuderli. Non è un autobus o un tir che mi sta investendomi mandandomi al creatore, ma un'altra illuminazione creativa. Mancano ancora un paio di chilometri a casa e la devo trattenere fino a quando mi potrò fermare a scrivere. Potrei farlo qui e ora ma la pioggia cade più fitta e maciullerebbe la carta. Il cellulare è scarico e voglio andare a casa. Tiro la coperta corta della mia attenzione una volta verso l’idea per tenerla in vita e una volta verso la strada per tenermi in vita. Con questa alternanza spingo anche sul pedale destro e sul sinistro. Vado avanti così finché giungo a casa sano e salvo. Mi guardo alle spalle per controllare di non aver perso guanti, berretto o dettagli del concetto che ho sviluppato in testa e mi precipito a casa. Prima ancora di salutare moglie e bambini, sto già appuntando tutto prendendomi il tempo necessario e arrivando tardi per cena. Sono così concentrato che non sento gli schiamazzi dei bimbi e gli insulti della mia compagna.
Dopo il pasto sopraggiunge un nuovo stimolo. Questa volta è fisico e devo scappare in bagno. Mi siedo sulla tazza. Per una volta tanto ho lasciato il cellulare in salotto di proposito e così rifletto sulla giornata e sulla vita. I pensieri svolazzano liberi tra le mattonelle bianche davanti a me. Alcune si organizzano, altre si oscurano in blocchi neri e tutte insieme formano un cruciverba gigantesco e difficile come quello di Bartezzaghi sulla settimana enigmistica. Le associazioni si allineano e si compongono come i calcoli matematici dei geniacci nei film americani. Mettendo assieme parole e concetti, spingendo da una parte e dall’altra, viene fuori qualcosa di grosso. I maligni credono di sapere da dove sia uscito ma si sbagliano. È qualcosa che aspettavo da tutto il giorno ma che non aveva ancora trovato lo sfogo. Sono soddisfatto del risultato ma non ho penna con me e l’unica carta a disposizione è quella igienica. È poca ma mi accontento e la uso tutta. Ancora una volta sono riuscito a mantenere viva un’idea prima che scappasse via. A come pulirmi le natiche dalla cacca ci penserò più tardi.