giovedì 30 settembre 2021

RACCONTI – La chiamata

— Ci siete? Mi sentite?
No, non è una seduta spiritica. È una videochiamata su Whatsapp. Da una parte del filo ci sono io, mia moglie e miei due figli in Svezia e dall’altra parte i miei genitori in Italia.
— Ciao mamma! Mi vedi?
Non ho risposta.
Passano un paio di secondi. Nessuna risposta.
In quei due lunghissimi secondi c’è di tutto. Passo con una facilità imbarazzante dalla gioia di rivedere i miei genitori al senso di colpa per tener loro lontani i nipotini. Dalla speranza che i miei figli si avvicinino a fare un saluto alla tristezza perché i miei genitori non sono qui con noi… o meglio perché noi non siamo lì con loro. Il creatore del cartone animato Inside Out sarebbe impazzito se avesse potuto guardare dentro il mio cervello in quel momento.
Non faccio in tempo a riprendermi che succede l’inevitabile con le comunicazioni a distanza. Il video si blocca. Giusto, mancava la rabbia a completare il quadretto e dentro di me vorrei lanciare il cellulare talmente lontano da raggiungere i miei genitori in Friuli.
Si sente abbastanza bene ma non si vede più niente. Mia madre parla a voce più alta per compensare. Lei crede che sia un metodo infallibile per sconfiggere la tecnologia moderna. La assecondo e alzo la voce anch’io. Intanto la scritta sullo schermo mi informa, molto gentilmente e con discrezione devo dire, che il video è andato in pausa.
Ma che vuol dire? In pausa? È stanco? Ha bisogno di riposare prima di continuare la chiamata? Ha chiamato i sindacati e ora è in sciopero perché l’ho usato troppo?
Do qualche colpo al cellulare da bravo (quasi) quarantenne nostalgico che si ricorda ancora come si trattavano i computer negli anni novanta. Il video riprende. Ottimo. Il vecchio classico metodo funziona ancora. Mi sento più saggio.
Mia madre comincia a parlare a macchinetta per dirmi tutto quello che mi aveva già detto prima quando il video non funzionava. Inutile spiegarle che il problema non era l’audio. Dopo questa inutile ripetizione di informazioni sulle vicissitudini di tutto il parentado, mia mamma si congratula e applaude le mie straordinarie capacità di risoluzione dei problemi. Mi fa sentire di nuovo quel ragazzino che ha appena imparato ad allacciarsi le scarpe… a strappo col velcro. Mia madre mi sorride e dai gesti capisco che sta tessendo le mie lodi. È felice. Lo sarei anche io se potessi sentirla. L’audio infatti è sparito. Potrei allenarmi a leggere il labiale se solo mia madre tenesse la telecamera del cellulare puntata sulla sua faccia e non alternativamente sul soffitto o sul pavimento. Sto per dare un altro colpo al telefono ma l’apparecchio si accorge delle mie intenzioni e si ravvede. L’audio riparte, ma ora va a velocità quadruplicata per recuperare tutto quello che mi sono perso. Nel frattempo mia madre continua a parlare muovendo le labbra. Per un istante ho l’impressione che il video stia mostrando le immagini di mia madre che pronuncia parole ancora non dette. Ho una strana sensazione. Una specie di déjà-vu al contrario.
È un cellulare o una macchina del tempo?
Che strazio. E io che volevo solo far vedere i bambini ai miei genitori. Mostrar loro come sono cresciuti e costringere i bambini a parlare un po’ in italiano dato che con me e mia moglie italiana lo parlano con la stessa intensità e frequenza di una medicina amara che esce da un contagocce intasato. Dove abbiamo sbagliato? Piango dentro di me, mentre mi sposto in salotto alla ricerca di quei due birbanti di tre e cinque anni. I bimbi però sono rapiti dagli alieni… hm, dalla televisione. Che poi è un po’ la stessa cosa se ci pensi. Almeno così credevo quando guardavo i Visitors in televisione, cagandomi addosso dalla paura.
In sostanza è impossibile attirare l’attenzione dei bambini verso la videochiamata. Inutili le richieste di mia madre di mandarle un bacio. I bambini sono completamente assorbiti dai cartoni animati. Quando sto per perdere la speranza e chiudere la videochiamata, i bambini si girano verso il cellulare e incredibilmente salutano e parlano con i miei genitori. Con un certo fastidio raccontano pure quello che hanno fatto oggi a scuola.
Che è successo? Un miracolo? Lo schermo ha iniziato a sanguinare dagli occhi?
No, mia moglie ha spento la televisione e minacciato i bambini di togliere loro i cartoni per i prossimi quindici giorni se non parlano al telefono con i nonni. Tutto con la sola forza dello sguardo (forse ho capito chi sia la vera aliena qua dentro).
La conversazione non dura molto. Niente illusioni. Non appena i cartoni ripartono i bambini ricominciano a guardare la televisione e io continuo ad avere problemi di connessione. Sia con i miei figli rapiti dal tubo catodico, sia con i miei genitori persi dall’altro lato della filo.
Provo a raccontare cosa mi è successo al lavoro, ma loro non mi sentono. Lo ripeto almeno cinque o sei volte, usando sinonimi, parafrasi e pure endecasillabi sciolti, ma loro mi sentono a singhiozzo. Impreco.
— Non dire quelle brutte parole!
Ah questo l’hanno sentito bene… ma è l’antenna di Radio Maria che interferisce a intermittenza selettiva la chiamata e mi punisce per non essere un bravo cattolico?
Provo tutte le stanze della casa. Niente. Non c’è campo. Non c’è scampo. Le parole vanno ancora a scatti. Ricomporre le frasi che stanno dicendo i miei genitori è impossibile come terminare un puzzle raffigurante una litografia di M.C. Escher. Nel disperato tentativo di riprendere la linea mi metto in piedi su una gamba sola sullo sgabello dell’ingresso. Sporgo il braccio verso il router e con la mano cerco l’angolo giusto dove so che prende meglio.
Non funziona neanche così. Purtroppo non è la prima volta che mi succede. Dovrò parlarne con la compagnia telefonica.
Dopo aver ripetutamente rischiato di perdere l’equilibrio fisico e mentale, mi arrendo.
— Mamma, papà… ci sentiamo un altro giorno!
Per un attimo c’è silenzio, anche se in sottofondo mi sembra di sentire una risata satanica provenire dai microchip del cellulare. Il telefono ha vinto.
— No, aspetta!
È mio padre che si ravvede.
— Ora usciamo.
Usciamo? Da dove? Dagli inferi?
Poi mi spiegano. E sono io a rimanere in silenzio. Incredulo.
I miei genitori sono a casa di amici. In una cantina. Nel seminterrato. Una specie di bunker antiatomico insomma.
Mi viene una gran voglia di rinchiuderli là dentro.

martedì 28 settembre 2021

PUBBLICAZIONI – Alla scoperta dell’acqua calda



Pubblicato nel 2020, “Alla scoperta dell’acqua calda” è un romanzo basato su un’avventura distopica fantastica che mette in evidenza con un tocco d’ironia quanto sia importante usare senso critico nel leggere la scienza e differenziarla dalle notizie infondate e dannose per la società. L’idea nasce dalle mie esperienze dirette e indirette nel mondo accademico e dall’ispirazione tratta dai sarcastici premi IgNobel che onorano la ricerca improbabile e in qualche modo divertente.
 
Il libro purtroppo non ha avuto presentazioni letterarie dal vivo a causa della pandemia da Covid-19 che ha limitato gli eventi pubblici e mi ha tenuto per quasi due anni lontano dall’Italia. Sono stati però realizzati due video trailer (versione ufficiale e versione ironica in linea con il tono del romanzo). Inoltre, al romanzo “Alla scoperta dell’acqua calda” sono state dedicate recensioni molto positive da alcuni blog letterari (Chicchi di pensieriAncora un altro libro, Lunatica’s book, Il bistrot dei libri, Le mie ossessioni librose) e interviste all’autore (Il lavoratore).
 
Quarta di copertina
Che cosa ci fanno alcuni scienziati imprigionati in una remota isola del Pacifico? Per scoprirlo dobbiamo fare un salto in un ipotetico futuro dove la ricerca che non porta vantaggi per la società è punita con l’incarcerazione. Il protagonista Fleming, con l’aiuto di Einstein, Pascal, Copernico e Kelvin, mette in atto un piano rocambolesco per salvare la comunità scientifica dell’isola e intraprende un viaggio alla ricerca della propria identità per scoprire se la prigione sia quella sull’isola o quella dentro sé stesso.
Grazie alla metafora di un’avventura distopica, questo romanzo vuole far riflettere sull’importanza di saper leggere criticamente la scienza e di stimolare le persone a capire la differenza tra ricerca utile e notizie infondate.


“Alla scoperta dell’acqua calda” si può acquistare nei seguenti formati:
- cartaceo: su Amazon;
- e-book: su AmazonKoboGoogle Books o nello shop on-line dell’autore e regista Alex Cantarelli.

venerdì 24 settembre 2021

RACCONTI – L’impresa

Sono partito dall’Italia più di 14 anni fa con pochi oggetti personali, una valigia, neanche tanto grande, e tanti sogni, alcuni realizzati e altri no. Oggi mi ritrovo davanti alla cantina di casa mia a Stoccolma con un matrimonio, due bambini e duemilatrecentoventicinque oggetti vari sul groppone (tranquilli, moglie e figli non sono rinchiusi in cantina, sono sani e salvi a casa). Sì, proprio così: 2325 oggetti. Li ho contati, uno a uno. Ma come cazzo è successo?
Cerchiamo di riordinare le idee. Premetto che io non ho nessun squilibrio mentale. Che sia chiaro: non sono matto. Non ho nessun disturbo psichiatrico. Neanche quello dove accumuli compulsivamente e patologicamente oggetti e beni materiali, anche se inutili o dannosi, senza riuscire mai a liberartene. Hoarding si chiama in inglese. Almeno così mi ha spiegato quel signore in camice bianco che mi prescrive Xanax ogni mese.
Dopo le idee passiamo a riordinare la mia cantina. Già, perché devo vincere una sfida epica. Una delle sfide più dure che l’umanità debba affrontare: il trasloco! Terrore e stridore di denti. Chiedo gentilmente alla regia di enfatizzare il momento con la giusta colonna sonora. Musiche tratte dai film di Alfred Hitchcock o di Dario Argento dovrebbero andare bene, grazie.
Prima del trasloco bisogna svuotare la cantina. Così ora sono di fronte a questa invalicabile muraglia cinese, questo mastodontico Pirellone, questo blocco di Tetris dove anche se allinei alla perfezione le scatole sul pavimento non spariscono come nel gioco. Osservo il mio nemico con le mie belle bustone IKEA, cinque blu e una gialla (quella che non dovresti portare via dal negozio ma che sono riuscito a intascarmi qualche anno fa). Lo so, sono una brutta persona. In Svezia il furto della busta gialla è un’azione moralmente molto deplorevole… più spregevole di non fare la raccolta differenziata e seconda solo al preferire una BMW a una Volvo.
Basta con le ciance. È ora di passare all’azione. Mi metto l’elmetto (quello della bici… si fa con quello che passa il convento) e mi getto a capofitto sugli scatoloni. Comincio a tirare fuori cose da tutte le parti: vecchi vestiti dei bambini, vestiti di mia moglie, vestiti miei, vecchi vestiti dei bambini (l’ho già scritto, lo so, ma sono talmente tanti che mi sembrava giusto ripeterlo almeno due volte per rendere loro giustizia). Per un secondo mi fermo, riflettendo sul fatto che potremmo aprire un negozio di H&M senza problemi. Poi ricomincio a scavare. Trovo scatole vuote di elettrodomestici che abbiamo in casa da anni (potrebbero essere utili se un giorno dovessimo venderli), giocattoli da bebè, libri orrendi che non leggerò mai (ops, è lo scatolone con le copie avanzate del mio ultimo romanzo), vasi, cuscini (potrebbero servirmi dato che probabilmente passerò la notte qui), kit per allenare il gatto a fare i bisogni nel water di casa, una tavoletta del cesso vecchia (ok… credo che sia arrivato il momento di mettere in dubbio il fatto che io non abbia disturbi mentali), una rete da pallavolo con trivella per fare i buchi per i pali (sì, avete letto bene!), pattini da ghiaccio di tutte le misure, quadri, triangoli, cerchi, rettangoli, ruote della macchina per l’inverno e per finire un coniglio bianco e una colomba che escono dal cilindro del mago. Voilà!
Il gioco di prestigio, però, non è ancora terminato. Un po’ alla volta tolgo tutte le scatole, borse e altra robaccia. Comincio a vedere la luce in fondo al tunnel. Come quando gratti il fondo sporco di una pentola ma ti accorgi che stai raschiando anche il teflon. Ho già fatto dieci giri dalla cantina a casa con le mie bustone IKEA cariche fino all’orlo. Finalmente riempio l’ultimo scatolone con un paio di scarpe che non uso da almeno dieci anni e sono pronto a lasciare la cantina… vuota! La guardo con soddisfazione e con l’orgoglio tipico di chi ha appena raspato via l’ultima cucchiaiata di Nutella dal vasetto.
Torno a casa da eroe. Da vichingo con lo scalpo dei miei nemici. Mia moglie mi aspetta festante sulla soglia di casa. Mi accoglie con tono di voce gioioso.
— Ho appena parlato con gli amministratori condominiali. Siccome ci trasferiamo nello stesso condominio come i nuovi padroni di casa del nostro appartamento, ci lasciano tenere le rispettive cantine. Non dobbiamo svuotare la nostra!
La scatola che stavo reggendo mi cade davanti ai piedi. Le mie braccia ci rimangono attaccate.

lunedì 20 settembre 2021

PISSICOLOGIA – Avanti e indietro

«Che faccio? Provo? Hm… oggi c’è troppa gente.
E se poi aspetto troppo e non la trovo più? Vero, devo farmi avanti.
E se poi è quella sbagliata? Ma la tengo d’occhio da tanti giorni ormai: è giusta per me.
E se poi pagherò cara questa scelta? Ne vale la pena, guarda che bella!
E se poi non mi lascia respirare? Non dire sciocchezze, sai che non è una di quelle.
E se poi mi pento di quello che ho fatto? Non c’è problema, posso cercarne un’altra.
E se poi non trovo altre che mi piacciono? Non c’è solo questo posto per cercarne.»
«Ci stai ancora pensando?»
Carlo Gustavo annuisce: «Sai che non so mai decidermi!»
«E comprala sta maglietta!» Sigismondo si spazientisce «Non possiamo mica stare qui tutto il giorno!»
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Il pomeriggio dello stesso giorno.
«Vedi, è come nel GAD.»
«Che?»
«Generalized Anxiety Disorder… in italiano è DAG: disturbo d’ansia generalizzato.» Sigismondo prende fiato «L’ho detto in inglese per fare un po’ il figo.»
«Che cosa vuoi dire?» Carlo Gustavo si sforza.
«Ripensavo a quello che mi hai detto prima al negozio di articoli sportivi sulla tua indecisione.»
«Ah, capito.»
«Quant’era? Trenta, quaranta?»
«Sì, la maglietta mi è costata trenta euro.» Puntualizza Carlo Gustavo. «Dici che è troppo?»
«No, non è questo il discorso!» Ribatte Sigismondo. «Devi lasciare stare i pensieri intrusivi.» Carlo Gustavo fa fatica a rispondere e Sigismondo continua. «Non avere paura di tutti quei pensieri “E se poi…”, lasciali andare.»
«Come? Dovrei lasciarli stare? Ma mi fanno stare male!»
«Vero, ma solo nel breve termine. Se invece li lasci stare dopo un po’ ti abitui. Cosa succede se invece li contrasti con tutte quelle risposte e tutti quei pensieri rassicuranti?»
Carlo Gustavo fa fatica a capire a che gioco sta giocando l’amico. Sigismondo ne approfitta e coglie la palla al balzo: «Te lo dico io. Diventano più forti di prima! Diventano ancora più convincenti e più difficili da controbattere.»
«Non capisco.» Carlo Gustavo ancora una volta non ci arriva.
«Guarda, è come una partita di tennis contro Roger Federer. Puoi provare a sfidarlo. Magari, se lui si distrae, ogni tanto fai qualche punto. Puoi addirittura andare vicino a vincere un game. Ma alla fine sai che lui è molto più forte di te. Sai benissimo che non lo batterai mai!» Sigismondo rifiata. «Tu lanci la palla di là e lui ti risponde con una palla veloce e tagliata. Tu riesci miracolosamente a rispondere, ma lui ti rispedisce la pallina nell’angolo opposto. Ti fa correre come un matto da una parte all’altra. Avanti e indietro. Alla fine, lui vince la partita senza neanche sudare e tu sei a pezzi, stremato e sconfitto.»
«E allora che faccio?» Carlo Gustavo forse ha capito dove vuole andare a finire Sigismondo. «Dovrei smettere di lanciare la palla a Federer? Magari già dall’inizio?» Sigismondo annuisce. «Non posso controllare le risposte di Federer. L’unica cosa che posso controllare e la mia battuta. Se io non gli lancio la palla, lui non mi risponde e non possiamo continuare a giocare…» Carlo Gustavo si ferma di colpo, colto da un’epifania. «Se io non gli lancio il servizio, dopo un po’ Federer si stufa di giocare e la partita finisce senza né vinti né vincitori!»
«Evvai!» Sigismondo esulta. «Game, set and match!»
«Ma così non vale!» Carlo Gustavo lancia la racchetta per terra mentre osserva la palla rimbalzare più volte nel suo campo di gioco.
«Io non sono Federer… ti sei fermato e io ho fatto l’ultimo punto decisivo! Mi devi trenta euro!»

giovedì 12 agosto 2021

RACCONTI – Ciclo perpetuo

Piango. Sì, piango. Ogni ciclo emotivo inizia, o finisce se si vuole, da un pianto. Le lacrime escono in abbondanza dai miei occhi. Scendono lungo le guance e cadono sulla sabbia. Scavano dei solchi sulla battigia e scorrono verso il mare. Si fondono con l’acqua e il sale. Le lacrime e l’acqua del mare sono simili. Si riconoscono e si abbracciano come vecchie amiche che si vogliono ancora bene.
Questo mi succede ogni estate, dopo un anno d’assenza dall’Italia, davanti alla vista del mare. Non mi trattengo davanti al rumore delle onde, il sapore della salsedine e il tepore dell’aria di casa. Fisso l’orizzonte, guardo l’Istria in lontananza dall’altro lato dell’Adriatico e ripenso a tutto quello che mi è mancato stando all’estero. La famiglia: i baci, gli abbracci, l’affetto, le riunioni, l’incontro tra i miei figli e i loro cugini, le nonne babysitter (gratis… alleluia!), le mance degli zii (che ti fanno sentire ancora un ragazzino). Il cibo: i baci (i cioccolatini), gli abbracci (i biscotti), gli affettati, le scorpacciate di pasta allo scoglio, le focacce, i gelati, le colazioni al bar (quelle dolci… non pane e formaggio), i vini, gli aperitivi, il prezzo degli alcolici. I vecchi amici: le chiacchierate infinite, le tavolate, gli scherzi, le prese per il culo, le risate, la conta dei figli, dei capelli bianchi e dei disoccupati. L’ambiente: le piazze gremite, il piacevole brusio delle persone che chiacchierano, le passeggiate in città storiche, l’arte, gli spettacoli teatrali in italiano, la spensieratezza della musica all’aria aperta, i passanti che ti ringraziano con la mano quando ti fermi con la macchina alle strisce pedonali (non come al nord Europa che ti guardano in cagnesco perché oltre a fermarti non hai abbassato il capo in segno di profondo pentimento).
Rimango immobile per qualche minuto piantato lì davanti al mare e penso a tutto questo. E piango. Di felicità. Di gioia per essere di nuovo in terra italica dopo l’ennesimo anno d’esilio.
Poi mi sposto perché la sabbia scotta. Già, perché in Italia fa caldo. Tanto caldo. Afa da morire. Umido e appiccicaticcio. Che sia nord, sud, ovest o est è una calura insopportabile… se non fa tempesta con acquazzoni e grandine grossa come canederli. Non importa. Dopo mesi di freddo si può sopportare. Mi siedo per leggere un buon libro in tranquillità. Ah che pace! No, il carretto del gelataio spara musica a palla dalle casse. I vicini sbraitano da un ombrellone all’altro spettegolando su parenti e amici. Dei bambini mi lanciano la sabbia in faccia correndo a fianco al mio sdraio. Va beh, torno a casa. La macchina è un fornelletto (come quello da quattrocento gradi che mi sono comprato per farmi la pizza… più buona di quella di tante pizzerie del nord Italia). Dopo un po’ di sano traffico arrivo al cancello di casa. Qualcuno ha lasciato la propria auto in sosta vietata davanti al mio passo carrabile. Dovrò parcheggiare da qualche altra parte ma per fortuna ci metto un attimo, giusto il tempo che fa decidere a mia moglie di mandare la mia foto a “Chi l’ha visto?”. Tornando verso casa evito svariate cacche di cane lungo il percorso, sfioro la morte in più occasioni perché nessun autista si ferma sulle strisce, inciampo un paio di volte sui sampietrini del marciapiede dissestato e arrivo a casa con la barba lunga. Ah, mannaggia! Mi sono dimenticato che oggi dovevo rinnovare la carta d’identità prima di ripartire per l’estero. Beh, ci vorrà un attimo, no? No. Il formato della foto che ho portato seguendo le indicazioni del sito del comune è sbagliato. Ce ne vuole un altro (il sito non è aggiornato). La cabina per fototessere automatica all’angolo è guasta. Lo svogliato impiegato comunale è mosso da compassione, ritaglia la foto che avevo e dice che va bene. C’è però un problema: la carta d’identità in formato tessera non è ancora disponibile. Procedendo in ordine alfabetico il Ministero dell’interno era quasi giunto alla lettera M ma poi è caduto il governo e non se n’è più fatto niente. Potrei avere il formato cartaceo (quello vecchio di cinquant’anni che pure in Niger ci deriderebbero) ma il cui rilascio è sotto la responsabilità dell’ambasciata italiana del mio stato di residenza. Ci manca solo che mi chiedano di passare prima dal notaio. In quel momento mi passano a fianco Asterix e Obelix che mi chiedono il lasciapassare A38. È il segnale che è meglio lasciare stare, userò il passaporto. Accartoccio la pratica e la lancio con stizza nel cestino. Ne approfitto per buttare anche il resto della spazzatura che avevo nel portaoggetti dell’auto. Torsolo di mela nell’umido. Bottiglietta d’acqua nella plastica. Fazzoletto nella carta. Tutto semplice. Poi le cose si complicano. Lattina nella plastica (perché?) Involucro di plastica non nella plastica, ma nel residuo secco (davvero, ma perché?). Il tetrapak di un succo di frutta nel… nel… dove? Non so. Chiamo mia madre a casa per chiedere. Mentre aspetto la sua risposta, le zanzare mi divorano e le mosche mi girano attorno in attesa che il mio corpo diventi una carcassa putrida. Non ci tengo. Nel frattempo è caduta la linea. Rinuncio a sapere la risposta e per la rabbia mi mangio il tetrapak come Rockerduck s’ingoia il cappello.
Basta! Non ce la faccio più. Devo andarmene. D’impulso prendo il primo volo di sola andata per il nord Europa e torno a casa. In un paio d’ore atterro. Esco il prima possibile dall’aeroporto spintonando gli altri passeggeri e respiro a pieni polmoni l’aria fresca di Ferragosto. Oddio, forse troppo fresca. Freddina. E pure piove. Ah no, è neve. Poco, ma nevica.
Piango. Davanti all’autobus che mi riporterà in centro piango. Le lacrime escono giusto in tempo per congelarsi sul mio volto. Si scioglieranno solo il prossimo anno. In luglio. Su una spiaggia dell’Adriatico del nord. E il ciclo si ripeterà… all’infinito.

venerdì 6 agosto 2021

KISSENEFREGA – Effetti collaterali

Ieri ho fatto la punturina. Tutto liscio. Nessun fastidio. Nessun dolor… oddio, l’infermiera ha avuto la mano un po’ pesante. Sembrava mi avesse infilato una lancia invece dell’ago, temevo che se avessi tolto il cerotto subito sarei morto dissanguato e ho chiesto di essere portato in barella a casa perché non riuscivo ad alzare il braccio per rimettermi il maglione. Ma non starò certo qui a lagnarmi come un bambino per questi dettagli. Datemi però solo cinque minuti di tempo per asciugarmi le lacrime prima di continuare a scrivere.
La curiosità di vedere quello che sarebbe successo al mio corpo, dopo tante, troppe notizie che si leggono in giro sul nuovo vaccino era tanta. Già durante la prima notte c’era qualcosa che non andava. Mi sono svegliato alle due e trenta con un fastidioso mal di testa, come se qualcuno mi stesse urlando nelle orecchie. Dolore lombare acuto che mi limitava i movimenti. Difficoltà a riprendere sonno. Intorpidimento del braccio. Crampi alla mano. Stanchezza improvvisa. Diminuzione del tono dell’umore. Ah no, niente di strano: era solo la descrizione di una mia tipica notte quando mio figlio di tre anni mi butta giù dal letto e mi costringe a fargli compagnia nel suo mini lettino di centoventi centimetri, a tenergli il braccio sotto il collo e mi minaccia di svegliarsi di nuovo qualora non dovessi soddisfare le sue richieste.
La prima notte va dunque così. Per chi non ha figli potrebbe sembrare una catastrofe, ma per chi ne ha, invece, sa che tutto sommato è andata bene.
Dalla mattina seguente e man mano che la giornata progrediva, ho cominciato a patire diversi sintomi: malessere generale, dolori muscolari, mal di testa, brividi e sudorazioni fredde in assenza di febbre, difficoltà a concentrarmi, ipotonia muscolare, desensibilizzazione cutanea, pruriti, tachicardia, alopecia, ripetute e prolungate erezioni incontrollate (d’altronde c’era da aspettarselo dalla Pfizer), difficoltà di interazione sociale, ipersensibilità sensoriale, difficoltà nella comunicazione non verbale, ripetuti comportamenti ripetitivi da ripetere ripetutamente (quest’ultimi sintomi si riscontrano, guarda caso, anche nell’autismo), invocazione del pentacolo capovolto, sacrifici umani e animali, bestemmie e altri atti satanici, mutazioni genetiche che potrebbero finalmente trasformarmi in un bravo scrittore (nel vaccino ci sono tracce di DNA, quindi è normale che succeda), comportamenti autolesionistici quali pugni in faccia e pizzicotti sui maroni per difendermi da me stesso, allucinazioni visive e auditive con ricezione di rai 1, rai 2 e rai 3 solo alzando il dito medio a mo’ di antenna, ipersensibilità del pollice e indice con possibilità di parlare con parenti lontani tanto da farmi sembrare un telefonino umano, infine una serie di eventi molto insoliti che mi hanno costretto a tenermi alla larga da qualsiasi oggetto di ferro in quanto si sarebbe attaccato violentemente al braccio sinistro.
Una bella giornatina intensa condita da tutti questi simpatici effetti collaterali: alcuni veri e altri inventati. Sì, sì. Proprio così. Alcune sono solo assurde stronzate trovate su internet. Niente di nuovo, non c’è da esserne sorpresi.
E allora perché non esagerare e raccontare anche degli altri effetti collaterali che mi aspettano? Eccone alcuni: rottura dell’isolamento sociale, aumento della visione di cinema, teatri, musei e concerti, ostruzione delle principali vie di comunicazione dovute alla circolazione libera via terra, aria e mare, aumento dell’ebbrezza da bar in compagnia, sudorazione eccessiva in palestre, infine eccessiva contrazione dei dodici muscoli facciali che controllano il sorriso in bambini e genitori di fronte alla riapertura di parchi giochi e sale divertimento.
Vero. Per questi effetti dovrò aspettare almeno altre due settimane e probabilmente un po’ di più quando tutti si vaccineranno, facendo la propria parte e comportandosi in maniera responsabile. Voglio infatti avere fiducia nel prossimo e credere che molti affrontino questa questione così importante in maniera seria e oculata, seguendo il parere e le raccomandazioni degli esperti. D’altronde di che cosa dovrei avere paura? Siamo tutti adulti e vaccinati, no?
Oops, chiedo scusa… come non detto.
 
E voi direte: e chi se ne frega del tuo vaccino? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 10 giugno 2021

RACCONTI – I giovani d’oggi

Sono al parco in una bella giornata di sole a Stoccolma.
Saluto un amico augurandogli buon fine settimana in svedese.
Un paio di secondi dopo un bambino di cinque anni che stava giocando con le biglie si avvicina e con vocina candida ma decisa mi fa in un italiano un po’ stentato.
— Sbaliato!
Io sono sorpreso, gli sorrido e chiedo chiarimenti.
— Cosa ho sbagliato?
E lui mi corregge la mia pronuncia svedese della frase precedente.
— Hai ragione. Ho sbagliato.
Ha ragione. Ho usato i termini giusti ma non ho pronunciato in modo del tutto corretto le parole “fine settimana”. Non è facile e io mi sbaglio sempre. Il bambino torna a giocare con la sabbia lì vicino a me. Io guardo il cielo azzurro di giugno e mi godo il meritato tepore dopo un lungo inverno faticoso, tra neve e freddo a meno dieci gradi per molti mesi. Chiudo gli occhi e mi immagino su una spiaggia deserta con l’acqua del mare che mi lambisce i piedi. Solo il garrito dei gabbiani e il fruscio delle onde che sbattono sulla battigia fanno da sfondo. Qualcosa mi punzecchia sul fianco. Sarà un granchietto sulla spiaggia della mia immaginazione o una conchiglia sulla quale mi sono inavvertitamente seduto?
No. È il bambino di prima che mi risveglia dal sogno idilliaco con un bastoncino. Mi guarda fisso negli occhi e mi dice con un tono beffardo.
— Tu no parli svedesse benne!
Lo dice uno che non parla italiano! Penso io. Ma mi mordo la lingua. Magari tu, bambinetto, non sai che io parlo italiano, svedese (al contrario di quello che pensi tu), inglese… e anche un po’ di spagnolo, francese e tedesco (gli ultimi tre in nessun ordine particolare). Certo non parlo svedese perfettamente come lo parlerai tu da grande o come probabilmente lo parli già ora, ma lo parlo abbastanza da poter lavorare e vivere in questo paese senza grossi problemi. Mi è costato tanto: corsi serali, ore di studio, frustrazione, incomprensioni e molte situazioni dove sono passato per stupido solo perché non sapevo dire una semplice parola. Tu invece, piccolo gnomo sbarbato, ti ritrovi con lo svedese bello e servito fin dal primo giorno di vita e di sicuro non parlerai mai l’italiano bene come lo parlo io. E scusa se l’italiano è parlato come prima lingua da più di sessata milioni di persone in Italia e in Svizzera ed è una delle lingue più amate al mondo per la sua sonorità e sinuosità. Lo svedese chi lo parla invece? Tu e sì e no altri dieci milioni di persone in Svezia e in alcune parti della Finlandia. Basta. Bella roba. Scusa quindi se l’italiano è solo un pochettino, giusto un poco, più importante dello svedese, piccolo nanetto malefico.
Vorrei dirgli tutto questo in una sfuriata colossale che mi metterebbe allo stesso suo livello emotivo e in imbarazzo davanti a tutto il parco, ma mi limito a un sorriso a denti stretti e ad alzare le spalle.
Cerco di tornare alla mia spiaggia immaginaria con il profumo di salsedine e di crema solare. Cerco di ricreare quell’atmosfera mentale di pace e serenità che solo il calore del sole sulla pelle può dare… ma non ce la faccio. Le parole del bambino che sta giocando sulla sabbia mi hanno innervosito. Non riesco più a concentrarmi come prima e penso a come rispondere per le rime a quel puffo puzzone. Riapro gli occhi, inspiro profondamente e poi, con calma, molta calma, mi giro verso il bambino.
— Senti… è vero che io non parlo alla perfezione lo svedese, però c’è da dire che io non sono nato qui e quindi…
— Cacca! Tu cacca!
Il bambino m’interrompe con questa offesa puerile e mi pesta un piede di proposito. Poi se la ride a crepapelle neanche avesse appena visto un video con tutte le migliori battute di Renato Pozzetto una dietro l’altra. La sua risata (seppure contagiosa come tutte quelle dei bambini, devo essere sincero) in quel momento mi sta facendo andare fuori di testa. Oh, come mi fa incazzare! Come mi fa incazzare! Vorrei tirargli uno scappellotto da altri tempi e insegnargli come si educavano una volta i bambini (almeno così mi diceva mia nonna…), ma penso che a) sia moralmente sbagliato, b) non serva a molto e c) in Svezia mi costerebbe la galera con chiave buttata nei Social Media. Quindi desisto e mi tengo sullo stomaco l’acidità. È quel tipo di fastidio frustrato che ti tieni dentro e ti fa star male. Come quando una persona cara, alla quale vuoi veramente bene, elogia Berlusconi oppure addirittura Salvini. Come quando hai appena conosciuto una ragazza attraente, intelligente, simpatica, intrigante, perfetta per te (e per chiunque altro a dire il vero) e che pure ci sta, ma hai scoperto che tifa per la Juventus. Ingoi il rospo con un filo di olio di ricino, giusto per la pace comune e per non sollevare conflitti inutili e deleteri.
— Cacca e scoreggia!
Replica lo scarafaggio. Poi mi tira la sabbia addosso.
Dovrei girarmi dall’altra parte e ignorare quel Hobbit mangia pane elfico a tradimento che sta ancora ridendo della sua super battuta sulla cacca mentre scava un buco nella sabbia. Invece d’istinto mi alzo in preda al nervosismo e al prurito alle mani. Sto per esplodere e dirgliene quattro davanti a tutti. Ora mi sente. Non mi frega niente di cosa diranno gli altri, ma almeno gli darò una lezione importante che si ricorderà per tutta la vita.
Da lontano, però, mia moglie, che sta giocando con mio figlio di tre anni, mi vede irritato e si avvicina a controllare la situazione.
— Ti ha detto che non parli bene svedese, vero?
Io annuisco. Lei sorride.
— Lo dice sempre anche a me.
Poi prende da parte il bambino esagitato di cinque anni e gli bisbiglia qualcosa all’orecchio che io non riesco a sentire. Lo gira verso di me tenendolo per le spalle e con una leggera pacca sulla schiena gli ordina gentilmente (come solo una mamma con la forza del dito indice puntato sa fare).
— Ora chiedi scusa al papà!
Mio figlio annuisce e viene subito ad abbracciarmi.
— Scusa papà!
Rimango spaesato da tanta dolcezza improvvisa. In un attimo la rabbia e l’irritazione svaniscono. Mi abbasso sulle ginocchia all’altezza di mio figlio e gli do un bacio sulla guancia. Non si può resistere a tanto affetto. Alla fine, i bambini ne fanno e ne dicono tante, ma lo fanno con innocenza e buon cuore. Non sono cattivi. Vogliono solo ridere e stare sereni. Che senso ha arrabbiarsi per queste cose. Bisogna lasciar correre. Specialmente quando poi arrivano delle scuse tanto sincere quanto cariche di tenerezza come questa di mio figlio. Così stringo forte a me quel piccolo furetto con gli occhi da cerbiatto e gli dico con tono sereno ma deciso.
— Non ti preoccupare, cucciolo. Ma non dire più così a mamma e papà, va bene?
— Sì… ora mi dai ciocolata? Mamma ha detto che mi davi ciocolata se dicevo scusa.
Ah, ecco dov’era la dolcezza.