lunedì 20 settembre 2021

PISSICOLOGIA – Avanti e indietro

«Che faccio? Provo? Hm… oggi c’è troppa gente.
E se poi aspetto troppo e non la trovo più? Vero, devo farmi avanti.
E se poi è quella sbagliata? Ma la tengo d’occhio da tanti giorni ormai: è giusta per me.
E se poi pagherò cara questa scelta? Ne vale la pena, guarda che bella!
E se poi non mi lascia respirare? Non dire sciocchezze, sai che non è una di quelle.
E se poi mi pento di quello che ho fatto? Non c’è problema, posso cercarne un’altra.
E se poi non trovo altre che mi piacciono? Non c’è solo questo posto per cercarne.»
«Ci stai ancora pensando?»
Carlo Gustavo annuisce: «Sai che non so mai decidermi!»
«E comprala sta maglietta!» Sigismondo si spazientisce «Non possiamo mica stare qui tutto il giorno!»
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Il pomeriggio dello stesso giorno.
«Vedi, è come nel GAD.»
«Che?»
«Generalized Anxiety Disorder… in italiano è DAG: disturbo d’ansia generalizzato.» Sigismondo prende fiato «L’ho detto in inglese per fare un po’ il figo.»
«Che cosa vuoi dire?» Carlo Gustavo si sforza.
«Ripensavo a quello che mi hai detto prima al negozio di articoli sportivi sulla tua indecisione.»
«Ah, capito.»
«Quant’era? Trenta, quaranta?»
«Sì, la maglietta mi è costata trenta euro.» Puntualizza Carlo Gustavo. «Dici che è troppo?»
«No, non è questo il discorso!» Ribatte Sigismondo. «Devi lasciare stare i pensieri intrusivi.» Carlo Gustavo fa fatica a rispondere e Sigismondo continua. «Non avere paura di tutti quei pensieri “E se poi…”, lasciali andare.»
«Come? Dovrei lasciarli stare? Ma mi fanno stare male!»
«Vero, ma solo nel breve termine. Se invece li lasci stare dopo un po’ ti abitui. Cosa succede se invece li contrasti con tutte quelle risposte e tutti quei pensieri rassicuranti?»
Carlo Gustavo fa fatica a capire a che gioco sta giocando l’amico. Sigismondo ne approfitta e coglie la palla al balzo: «Te lo dico io. Diventano più forti di prima! Diventano ancora più convincenti e più difficili da controbattere.»
«Non capisco.» Carlo Gustavo ancora una volta non ci arriva.
«Guarda, è come una partita di tennis contro Roger Federer. Puoi provare a sfidarlo. Magari, se lui si distrae, ogni tanto fai qualche punto. Puoi addirittura andare vicino a vincere un game. Ma alla fine sai che lui è molto più forte di te. Sai benissimo che non lo batterai mai!» Sigismondo rifiata. «Tu lanci la palla di là e lui ti risponde con una palla veloce e tagliata. Tu riesci miracolosamente a rispondere, ma lui ti rispedisce la pallina nell’angolo opposto. Ti fa correre come un matto da una parte all’altra. Avanti e indietro. Alla fine, lui vince la partita senza neanche sudare e tu sei a pezzi, stremato e sconfitto.»
«E allora che faccio?» Carlo Gustavo forse ha capito dove vuole andare a finire Sigismondo. «Dovrei smettere di lanciare la palla a Federer? Magari già dall’inizio?» Sigismondo annuisce. «Non posso controllare le risposte di Federer. L’unica cosa che posso controllare e la mia battuta. Se io non gli lancio la palla, lui non mi risponde e non possiamo continuare a giocare…» Carlo Gustavo si ferma di colpo, colto da un’epifania. «Se io non gli lancio il servizio, dopo un po’ Federer si stufa di giocare e la partita finisce senza né vinti né vincitori!»
«Evvai!» Sigismondo esulta. «Game, set and match!»
«Ma così non vale!» Carlo Gustavo lancia la racchetta per terra mentre osserva la palla rimbalzare più volte nel suo campo di gioco.
«Io non sono Federer… ti sei fermato e io ho fatto l’ultimo punto decisivo! Mi devi trenta euro!»

giovedì 12 agosto 2021

RACCONTI – Ciclo perpetuo

Piango. Sì, piango. Ogni ciclo emotivo inizia, o finisce se si vuole, da un pianto. Le lacrime escono in abbondanza dai miei occhi. Scendono lungo le guance e cadono sulla sabbia. Scavano dei solchi sulla battigia e scorrono verso il mare. Si fondono con l’acqua e il sale. Le lacrime e l’acqua del mare sono simili. Si riconoscono e si abbracciano come vecchie amiche che si vogliono ancora bene.
Questo mi succede ogni estate, dopo un anno d’assenza dall’Italia, davanti alla vista del mare. Non mi trattengo davanti al rumore delle onde, il sapore della salsedine e il tepore dell’aria di casa. Fisso l’orizzonte, guardo l’Istria in lontananza dall’altro lato dell’Adriatico e ripenso a tutto quello che mi è mancato stando all’estero. La famiglia: i baci, gli abbracci, l’affetto, le riunioni, l’incontro tra i miei figli e i loro cugini, le nonne babysitter (gratis… alleluia!), le mance degli zii (che ti fanno sentire ancora un ragazzino). Il cibo: i baci (i cioccolatini), gli abbracci (i biscotti), gli affettati, le scorpacciate di pasta allo scoglio, le focacce, i gelati, le colazioni al bar (quelle dolci… non pane e formaggio), i vini, gli aperitivi, il prezzo degli alcolici. I vecchi amici: le chiacchierate infinite, le tavolate, gli scherzi, le prese per il culo, le risate, la conta dei figli, dei capelli bianchi e dei disoccupati. L’ambiente: le piazze gremite, il piacevole brusio delle persone che chiacchierano, le passeggiate in città storiche, l’arte, gli spettacoli teatrali in italiano, la spensieratezza della musica all’aria aperta, i passanti che ti ringraziano con la mano quando ti fermi con la macchina alle strisce pedonali (non come al nord Europa che ti guardano in cagnesco perché oltre a fermarti non hai abbassato il capo in segno di profondo pentimento).
Rimango immobile per qualche minuto piantato lì davanti al mare e penso a tutto questo. E piango. Di felicità. Di gioia per essere di nuovo in terra italica dopo l’ennesimo anno d’esilio.
Poi mi sposto perché la sabbia scotta. Già, perché in Italia fa caldo. Tanto caldo. Afa da morire. Umido e appiccicaticcio. Che sia nord, sud, ovest o est è una calura insopportabile… se non fa tempesta con acquazzoni e grandine grossa come canederli. Non importa. Dopo mesi di freddo si può sopportare. Mi siedo per leggere un buon libro in tranquillità. Ah che pace! No, il carretto del gelataio spara musica a palla dalle casse. I vicini sbraitano da un ombrellone all’altro spettegolando su parenti e amici. Dei bambini mi lanciano la sabbia in faccia correndo a fianco al mio sdraio. Va beh, torno a casa. La macchina è un fornelletto (come quello da quattrocento gradi che mi sono comprato per farmi la pizza… più buona di quella di tante pizzerie del nord Italia). Dopo un po’ di sano traffico arrivo al cancello di casa. Qualcuno ha lasciato la propria auto in sosta vietata davanti al mio passo carrabile. Dovrò parcheggiare da qualche altra parte ma per fortuna ci metto un attimo, giusto il tempo che fa decidere a mia moglie di mandare la mia foto a “Chi l’ha visto?”. Tornando verso casa evito svariate cacche di cane lungo il percorso, sfioro la morte in più occasioni perché nessun autista si ferma sulle strisce, inciampo un paio di volte sui sampietrini del marciapiede dissestato e arrivo a casa con la barba lunga. Ah, mannaggia! Mi sono dimenticato che oggi dovevo rinnovare la carta d’identità prima di ripartire per l’estero. Beh, ci vorrà un attimo, no? No. Il formato della foto che ho portato seguendo le indicazioni del sito del comune è sbagliato. Ce ne vuole un altro (il sito non è aggiornato). La cabina per fototessere automatica all’angolo è guasta. Lo svogliato impiegato comunale è mosso da compassione, ritaglia la foto che avevo e dice che va bene. C’è però un problema: la carta d’identità in formato tessera non è ancora disponibile. Procedendo in ordine alfabetico il Ministero dell’interno era quasi giunto alla lettera M ma poi è caduto il governo e non se n’è più fatto niente. Potrei avere il formato cartaceo (quello vecchio di cinquant’anni che pure in Niger ci deriderebbero) ma il cui rilascio è sotto la responsabilità dell’ambasciata italiana del mio stato di residenza. Ci manca solo che mi chiedano di passare prima dal notaio. In quel momento mi passano a fianco Asterix e Obelix che mi chiedono il lasciapassare A38. È il segnale che è meglio lasciare stare, userò il passaporto. Accartoccio la pratica e la lancio con stizza nel cestino. Ne approfitto per buttare anche il resto della spazzatura che avevo nel portaoggetti dell’auto. Torsolo di mela nell’umido. Bottiglietta d’acqua nella plastica. Fazzoletto nella carta. Tutto semplice. Poi le cose si complicano. Lattina nella plastica (perché?) Involucro di plastica non nella plastica, ma nel residuo secco (davvero, ma perché?). Il tetrapak di un succo di frutta nel… nel… dove? Non so. Chiamo mia madre a casa per chiedere. Mentre aspetto la sua risposta, le zanzare mi divorano e le mosche mi girano attorno in attesa che il mio corpo diventi una carcassa putrida. Non ci tengo. Nel frattempo è caduta la linea. Rinuncio a sapere la risposta e per la rabbia mi mangio il tetrapak come Rockerduck s’ingoia il cappello.
Basta! Non ce la faccio più. Devo andarmene. D’impulso prendo il primo volo di sola andata per il nord Europa e torno a casa. In un paio d’ore atterro. Esco il prima possibile dall’aeroporto spintonando gli altri passeggeri e respiro a pieni polmoni l’aria fresca di Ferragosto. Oddio, forse troppo fresca. Freddina. E pure piove. Ah no, è neve. Poco, ma nevica.
Piango. Davanti all’autobus che mi riporterà in centro piango. Le lacrime escono giusto in tempo per congelarsi sul mio volto. Si scioglieranno solo il prossimo anno. In luglio. Su una spiaggia dell’Adriatico del nord. E il ciclo si ripeterà… all’infinito.

venerdì 6 agosto 2021

KISSENEFREGA – Effetti collaterali

Ieri ho fatto la punturina. Tutto liscio. Nessun fastidio. Nessun dolor… oddio, l’infermiera ha avuto la mano un po’ pesante. Sembrava mi avesse infilato una lancia invece dell’ago, temevo che se avessi tolto il cerotto subito sarei morto dissanguato e ho chiesto di essere portato in barella a casa perché non riuscivo ad alzare il braccio per rimettermi il maglione. Ma non starò certo qui a lagnarmi come un bambino per questi dettagli. Datemi però solo cinque minuti di tempo per asciugarmi le lacrime prima di continuare a scrivere.
La curiosità di vedere quello che sarebbe successo al mio corpo, dopo tante, troppe notizie che si leggono in giro sul nuovo vaccino era tanta. Già durante la prima notte c’era qualcosa che non andava. Mi sono svegliato alle due e trenta con un fastidioso mal di testa, come se qualcuno mi stesse urlando nelle orecchie. Dolore lombare acuto che mi limitava i movimenti. Difficoltà a riprendere sonno. Intorpidimento del braccio. Crampi alla mano. Stanchezza improvvisa. Diminuzione del tono dell’umore. Ah no, niente di strano: era solo la descrizione di una mia tipica notte quando mio figlio di tre anni mi butta giù dal letto e mi costringe a fargli compagnia nel suo mini lettino di centoventi centimetri, a tenergli il braccio sotto il collo e mi minaccia di svegliarsi di nuovo qualora non dovessi soddisfare le sue richieste.
La prima notte va dunque così. Per chi non ha figli potrebbe sembrare una catastrofe, ma per chi ne ha, invece, sa che tutto sommato è andata bene.
Dalla mattina seguente e man mano che la giornata progrediva, ho cominciato a patire diversi sintomi: malessere generale, dolori muscolari, mal di testa, brividi e sudorazioni fredde in assenza di febbre, difficoltà a concentrarmi, ipotonia muscolare, desensibilizzazione cutanea, pruriti, tachicardia, alopecia, ripetute e prolungate erezioni incontrollate (d’altronde c’era da aspettarselo dalla Pfizer), difficoltà di interazione sociale, ipersensibilità sensoriale, difficoltà nella comunicazione non verbale, ripetuti comportamenti ripetitivi da ripetere ripetutamente (quest’ultimi sintomi si riscontrano, guarda caso, anche nell’autismo), invocazione del pentacolo capovolto, sacrifici umani e animali, bestemmie e altri atti satanici, mutazioni genetiche che potrebbero finalmente trasformarmi in un bravo scrittore (nel vaccino ci sono tracce di DNA, quindi è normale che succeda), comportamenti autolesionistici quali pugni in faccia e pizzicotti sui maroni per difendermi da me stesso, allucinazioni visive e auditive con ricezione di rai 1, rai 2 e rai 3 solo alzando il dito medio a mo’ di antenna, ipersensibilità del pollice e indice con possibilità di parlare con parenti lontani tanto da farmi sembrare un telefonino umano, infine una serie di eventi molto insoliti che mi hanno costretto a tenermi alla larga da qualsiasi oggetto di ferro in quanto si sarebbe attaccato violentemente al braccio sinistro.
Una bella giornatina intensa condita da tutti questi simpatici effetti collaterali: alcuni veri e altri inventati. Sì, sì. Proprio così. Alcune sono solo assurde stronzate trovate su internet. Niente di nuovo, non c’è da esserne sorpresi.
E allora perché non esagerare e raccontare anche degli altri effetti collaterali che mi aspettano? Eccone alcuni: rottura dell’isolamento sociale, aumento della visione di cinema, teatri, musei e concerti, ostruzione delle principali vie di comunicazione dovute alla circolazione libera via terra, aria e mare, aumento dell’ebbrezza da bar in compagnia, sudorazione eccessiva in palestre, infine eccessiva contrazione dei dodici muscoli facciali che controllano il sorriso in bambini e genitori di fronte alla riapertura di parchi giochi e sale divertimento.
Vero. Per questi effetti dovrò aspettare almeno altre due settimane e probabilmente un po’ di più quando tutti si vaccineranno, facendo la propria parte e comportandosi in maniera responsabile. Voglio infatti avere fiducia nel prossimo e credere che molti affrontino questa questione così importante in maniera seria e oculata, seguendo il parere e le raccomandazioni degli esperti. D’altronde di che cosa dovrei avere paura? Siamo tutti adulti e vaccinati, no?
Oops, chiedo scusa… come non detto.
 
E voi direte: e chi se ne frega del tuo vaccino? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 10 giugno 2021

RACCONTI – I giovani d’oggi

Sono al parco in una bella giornata di sole a Stoccolma.
Saluto un amico augurandogli buon fine settimana in svedese.
Un paio di secondi dopo un bambino di cinque anni che stava giocando con le biglie si avvicina e con vocina candida ma decisa mi fa in un italiano un po’ stentato.
— Sbaliato!
Io sono sorpreso, gli sorrido e chiedo chiarimenti.
— Cosa ho sbagliato?
E lui mi corregge la mia pronuncia svedese della frase precedente.
— Hai ragione. Ho sbagliato.
Ha ragione. Ho usato i termini giusti ma non ho pronunciato in modo del tutto corretto le parole “fine settimana”. Non è facile e io mi sbaglio sempre. Il bambino torna a giocare con la sabbia lì vicino a me. Io guardo il cielo azzurro di giugno e mi godo il meritato tepore dopo un lungo inverno faticoso, tra neve e freddo a meno dieci gradi per molti mesi. Chiudo gli occhi e mi immagino su una spiaggia deserta con l’acqua del mare che mi lambisce i piedi. Solo il garrito dei gabbiani e il fruscio delle onde che sbattono sulla battigia fanno da sfondo. Qualcosa mi punzecchia sul fianco. Sarà un granchietto sulla spiaggia della mia immaginazione o una conchiglia sulla quale mi sono inavvertitamente seduto?
No. È il bambino di prima che mi risveglia dal sogno idilliaco con un bastoncino. Mi guarda fisso negli occhi e mi dice con un tono beffardo.
— Tu no parli svedesse benne!
Lo dice uno che non parla italiano! Penso io. Ma mi mordo la lingua. Magari tu, bambinetto, non sai che io parlo italiano, svedese (al contrario di quello che pensi tu), inglese… e anche un po’ di spagnolo, francese e tedesco (gli ultimi tre in nessun ordine particolare). Certo non parlo svedese perfettamente come lo parlerai tu da grande o come probabilmente lo parli già ora, ma lo parlo abbastanza da poter lavorare e vivere in questo paese senza grossi problemi. Mi è costato tanto: corsi serali, ore di studio, frustrazione, incomprensioni e molte situazioni dove sono passato per stupido solo perché non sapevo dire una semplice parola. Tu invece, piccolo gnomo sbarbato, ti ritrovi con lo svedese bello e servito fin dal primo giorno di vita e di sicuro non parlerai mai l’italiano bene come lo parlo io. E scusa se l’italiano è parlato come prima lingua da più di sessata milioni di persone in Italia e in Svizzera ed è una delle lingue più amate al mondo per la sua sonorità e sinuosità. Lo svedese chi lo parla invece? Tu e sì e no altri dieci milioni di persone in Svezia e in alcune parti della Finlandia. Basta. Bella roba. Scusa quindi se l’italiano è solo un pochettino, giusto un poco, più importante dello svedese, piccolo nanetto malefico.
Vorrei dirgli tutto questo in una sfuriata colossale che mi metterebbe allo stesso suo livello emotivo e in imbarazzo davanti a tutto il parco, ma mi limito a un sorriso a denti stretti e ad alzare le spalle.
Cerco di tornare alla mia spiaggia immaginaria con il profumo di salsedine e di crema solare. Cerco di ricreare quell’atmosfera mentale di pace e serenità che solo il calore del sole sulla pelle può dare… ma non ce la faccio. Le parole del bambino che sta giocando sulla sabbia mi hanno innervosito. Non riesco più a concentrarmi come prima e penso a come rispondere per le rime a quel puffo puzzone. Riapro gli occhi, inspiro profondamente e poi, con calma, molta calma, mi giro verso il bambino.
— Senti… è vero che io non parlo alla perfezione lo svedese, però c’è da dire che io non sono nato qui e quindi…
— Cacca! Tu cacca!
Il bambino m’interrompe con questa offesa puerile e mi pesta un piede di proposito. Poi se la ride a crepapelle neanche avesse appena visto un video con tutte le migliori battute di Renato Pozzetto una dietro l’altra. La sua risata (seppure contagiosa come tutte quelle dei bambini, devo essere sincero) in quel momento mi sta facendo andare fuori di testa. Oh, come mi fa incazzare! Come mi fa incazzare! Vorrei tirargli uno scappellotto da altri tempi e insegnargli come si educavano una volta i bambini (almeno così mi diceva mia nonna…), ma penso che a) sia moralmente sbagliato, b) non serva a molto e c) in Svezia mi costerebbe la galera con chiave buttata nei Social Media. Quindi desisto e mi tengo sullo stomaco l’acidità. È quel tipo di fastidio frustrato che ti tieni dentro e ti fa star male. Come quando una persona cara, alla quale vuoi veramente bene, elogia Berlusconi oppure addirittura Salvini. Come quando hai appena conosciuto una ragazza attraente, intelligente, simpatica, intrigante, perfetta per te (e per chiunque altro a dire il vero) e che pure ci sta, ma hai scoperto che tifa per la Juventus. Ingoi il rospo con un filo di olio di ricino, giusto per la pace comune e per non sollevare conflitti inutili e deleteri.
— Cacca e scoreggia!
Replica lo scarafaggio. Poi mi tira la sabbia addosso.
Dovrei girarmi dall’altra parte e ignorare quel Hobbit mangia pane elfico a tradimento che sta ancora ridendo della sua super battuta sulla cacca mentre scava un buco nella sabbia. Invece d’istinto mi alzo in preda al nervosismo e al prurito alle mani. Sto per esplodere e dirgliene quattro davanti a tutti. Ora mi sente. Non mi frega niente di cosa diranno gli altri, ma almeno gli darò una lezione importante che si ricorderà per tutta la vita.
Da lontano, però, mia moglie, che sta giocando con mio figlio di tre anni, mi vede irritato e si avvicina a controllare la situazione.
— Ti ha detto che non parli bene svedese, vero?
Io annuisco. Lei sorride.
— Lo dice sempre anche a me.
Poi prende da parte il bambino esagitato di cinque anni e gli bisbiglia qualcosa all’orecchio che io non riesco a sentire. Lo gira verso di me tenendolo per le spalle e con una leggera pacca sulla schiena gli ordina gentilmente (come solo una mamma con la forza del dito indice puntato sa fare).
— Ora chiedi scusa al papà!
Mio figlio annuisce e viene subito ad abbracciarmi.
— Scusa papà!
Rimango spaesato da tanta dolcezza improvvisa. In un attimo la rabbia e l’irritazione svaniscono. Mi abbasso sulle ginocchia all’altezza di mio figlio e gli do un bacio sulla guancia. Non si può resistere a tanto affetto. Alla fine, i bambini ne fanno e ne dicono tante, ma lo fanno con innocenza e buon cuore. Non sono cattivi. Vogliono solo ridere e stare sereni. Che senso ha arrabbiarsi per queste cose. Bisogna lasciar correre. Specialmente quando poi arrivano delle scuse tanto sincere quanto cariche di tenerezza come questa di mio figlio. Così stringo forte a me quel piccolo furetto con gli occhi da cerbiatto e gli dico con tono sereno ma deciso.
— Non ti preoccupare, cucciolo. Ma non dire più così a mamma e papà, va bene?
— Sì… ora mi dai ciocolata? Mamma ha detto che mi davi ciocolata se dicevo scusa.
Ah, ecco dov’era la dolcezza.

martedì 25 maggio 2021

RACCONTI – Fuga macchinosa

Sulla mia BARCHETTA in LAGUNA (TIPO VERSO MURANO o vicino A UDIne? Non ricordo, di sicuro non è il mar IONIQ) non c’è TRAFFIC e si sta bene: non fa caldo come a IBIZA, non fa freddo come al POLO, ma meglio avere il GOLF. Al KIAro di luna guardo in ALTO gli ASTRA e le GALAXY del cielo e mi godo il RITMO di un’OPTIMA SONATA di NOTE JAZZ e SOUL di una MINI FIESTA CAMPAGNOLA (o forse è CARNIVAL). Sognando la CALIFORNIA, osservo un MAGGIOLINO e un’APE sulla COROLLA di un FIORINO. Da bravo ROMEO, penso alla mia GIULIETTA e sento il CUORE PULSAR RAPID. La mia MUSA SUPERB (la mia PARTNER è un MiTo) mi fa sentire un HIGHLANDER (scusate il pessimo ACCENT). In un BALENO, però, una COMBO MULTIPLA di BORA e SCIROCCO causa un’HONDA FORTE che mi LANCIA in acqua e… SPLASH. Che CASCADA SCENIC! SANTA FE! Sarà un IMPREZA uscirne e intanto il tempo PASSAT… calma! In che MODUS posso arrivare alla MERIVA? AmMAZDA, mi ci vorrebbe un TALISMAN… o che mi VENGA un’IDEA SMART. Ci sono: afferro una MICRA LIANA e… UP! Con mossa AGILA sono sul TERRANO. Che CLASSE Eh? Sono stato BRAVO. Mi PIAGGIO così. Basta fare il GALLARDO, però, perché ora sono inseguito da un LUPO o un PUMA o forse un LEON (ma è un SAFARI questo? Dov’è il RANGER?) Con UNO SPRINT evito un CACTUS, faccio una CORSA a perdiFIATo, perdo la STRADA come ULYSSE e arrivo al DELTA di un RIO. la bestia CAPTIVA mi è SUPRA, mi faccio SCUDO con le mani. È la fine per me… ma mi sveglio! Era un inQUBO. Di nuovo… è l’OTTAVIA volta in una settimana. Che DIABLO di SERIE 8izzarra di eventi poco INNOCENTI. Che MAREA di conFUSIONe in MATERIA di AUTOBIANCHI. Il THEMA odierno, però, mi INSIGNIA a mantener sempre il FOCUS. C’è sempre una vasta GAMMA di modelli (più di CINQUECENTO o SEICENTO), ci vuole TALENTO ma siamo tutti d’ACCORD che basta senso CIVIC e si giunge al PUNTO di diventar MASTER se si CALIBRA bene la scelta.

mercoledì 19 maggio 2021

PISSICOLOGIA – Non farlo!

Sigismondo sta leggendo tranquillamente il giornale seduto alla poltrona, quando all’improvviso squilla il telefono. Lui sobbalza e risponde.
«Voglio farla finita!»
«Carlo Gustavo, sei tu? Che stai dicendo?»
«Basta, non ce la faccio più!» È in lacrime mentre parla.
«Ehi, aspetta un momento. Che intendi dire?» Sigismondo è confuso.
«Oggi ero in cucina, ho visto il coltello e…» Si soffia il naso. «e mi sono detto: devo darci un taglio.»
«No fermo. Che dici? Non fare niente. Aspetta.» Sigismondo è preoccupato.
«No, no. Non posso più aspettare.»
«Sì, invece, aspetta. Non fare stupidaggini.»
«Lo so che è sbagliato, ma ormai mi sono entrati certi pensieri strani che non riesco a togliere dalla testa. Le voci mi dicono di farlo. Devo farlo! Lo so che tu non lo faresti mai e che quindi non puoi capire…»
«Carlo Gustavo, ti prego, fermati!» Sigismondo è molto agitato, poi cerca di calmarsi. «Ascolta. Capitano a tutti momenti difficili. È normale. Capita a tutti di sentirsi disperati. Di pensare a quello quando le cose vanno male. So che non ti hanno pubblicato il libro. Andrà bene la prossima volta.»
«Ma no… non è quello.»
«Tranquillo. Ti aiuterò io a uscirne. È capitato anche a me una volta di perdermi d’animo. Di non voler continuare. Di non farcela più… ma poi passa. Può capitare a tutti.» Sigismondo parla lentamente ma senza soste per non dare tempo all’amico di interromperlo con brutti pensieri. «Basta tenere duro e affidarsi agli amici. Io ci sono, Carlo Gustavo. Io ti posso aiutare. Fidati di me.»
«Lo so che tu ci sei, Sigismondo, ma io non…»
«Hai fatto bene a chiamarmi e a parlarne con qualcuno. È la scelta giusta. Non si può sempre affrontare tutto da soli. Ne usciremo assieme. Te lo garantisco.»
«Hm, io… Sigismondo, non so come dirtelo…»
«No, no. Non mi devi ringraziare.» Sigismondo si commuove e quasi scoppia a piangere anche lui. «Lo avresti fatto anche tu per me… quelli che hai sono pensieri che ti colgono alla sprovvista, ti prendono impreparato, ma poi si affrontano e passano. Tranquillo ci sono io qua con te. Ora metti giù il coltello… anzi, buttalo via, va’!»
«Ho capito, ma non esagerare.»
«Fai come ti dico, ti prego. Io ora prendo la macchina, vengo lì e ci facciamo un bel giro al parco. Una camminata e un po’ d’aria fresca ti faranno bene. Non fare niente intanto. Aspettami.»
«Ma no, Sigismondo, non serv…»
Sigismondo riattacca.
«In realtà io volevo dire che voglio farla finita con la cipolla nella ricetta della carbonara come fanno all’estero. Non si può vedere. Oggi ci ho provato, ma dopo averla tritata non ce l’ho proprio fatta ad andare avanti!»

mercoledì 5 maggio 2021

RACCONTI – Furto

Un ladro di periferia si sveglia con un mezzo sorriso al pensiero che finalmente è domenica, il suo giorno di riposo, nel quale può permettersi di rilassarsi e l’unica cosa che può ripulire, se proprio vuole, è la mensola della cucina. Il sorriso, però, si trasforma in breve tempo in una smorfia di stizza: si era dimenticato che proprio oggi aveva organizzato un furto con scasso. Niente riposo dunque: nella vita frenetica di tutti i giorni, tra tempi stretti e obbligo di prestazione ad alto livello, anche un ladro al suo bel da fare. Rapina a mano armata il lunedì, raggiri il martedì, scippi il mercoledì, estorsioni il giovedì, furti d’auto il venerdì, truffe il sabato e domenica dunque niente riposo. Non ci si può fermare un momento altrimenti i ladri concorrenti gli rubano la piazza (ironia della sorte).
Quel piacere abortito di una tranquilla giornata di relax e quella sensazione di fastidio gli avevano già guastato l’umore e il sapore della colazione. Meglio limitarsi a bere un caffè amaro e partire subito in direzione della villa del riccone di turno da svaligiare.
La casa è vuota, come da programma: la famiglia che ci abita è in vacanza e il ladro può agire indisturbato. Il ladro si arrampica sul muretto di recinzione nel punto non perlustrato dalla telecamera di sorveglianza e guarda oltre. La casa è disabitata, ma non il giardino perché il cane è rimasto a fare da guardia. Il ladro lo sapeva ed è per questo che ha portato una bistecca. Ora basterà cercarla nella borsa e poi lanciarla verso il cane affamato. Sì, ma dov’è la bistecca? Fruga nella sua sacca più volte, mette il contenuto a soqquadro ma non c’è traccia della carne. L’ha dimenticata a casa. La giornata continua a non promettere bene. Prima di disperarsi, però, ha un’idea: decide di lanciare un sasso il più lontano possibile e poi fare uno scatto per intrufolarsi in casa dei ricconi. Trova subito un sampietrino del marciapiede che fa al caso suo, si arrampica di nuovo sul muretto, prende la mira e scaglia la pietra che finisce ben oltre la cuccia del cane, nella parte più lontana del giardino. Perfetto! Ora dovrà affrettarsi a oltrepassare il muretto e arrivare in casa. Saltando giù, però, non ha calcolato il dislivello del terreno sconnesso del giardino, quindi si procura una bella storta alla caviglia. Il dolore è lancinante, ma deve trattenere le imprecazioni e le lacrime per non attirare l’attenzione del cane che è ancora distratto dall’altra parte del giardino. Il ladro dunque si alza caparbiamente e si trascina sotto il balcone del primo piano zoppicando vistosamente. La caviglia fa molto male ma stringe i denti e si arrampica come può sulla grondaia esterna e raggiunge il terrazzo. Il cane non si è accorto di niente.
Ora è il momento di forzare la finestra. Il ladro fruga nella borsa di nuovo e neanche questa volta ha molta fortuna. Il piede di porco di cui necessita è stato portato, ma è uscito dalla borsa mentre cercava la bistecca per distrarre il cane e quindi si trova dall’altra parte del muretto. Impensabile tornare indietro per riprenderlo. Ma chi me l’ha fatto fare, pensa il ladro, stavo tanto bene a casa. Vorrebbe tanto lasciar stare, ma giunto a quel punto non c’è ritorno. Così prende il cutter con punta di diamante e si accinge a tagliare il vetro della finestra. Ci mette più tempo di quello che avrebbe impiegato usando il piede di porco, ma alla fine il risultato è comunque soddisfacente e riesce a intrufolarsi nell’abitazione. Ora è pronto per un perfetto furto con scasso.
Che meraviglia: quadri dal valore inestimabile appesi alle pareti, orologi d’oro e gioielli scintillanti nei cassetti, un mucchietto di banconote lasciato sbadatamente sul comodino, nuovissimi modelli di computer e cellulari a ogni angolo della casa, elettrodomestici di ultima generazione in cucina e in salone. Un paradiso per un ladro di vecchio stampo come lui, nostalgico dei contati e dei beni materiali. Il ladro gira per le stanze della casa e finalmente apprezza di essersi dato una mossa per mettere a segno questo colpo. Il ladro rimane particolarmente colpito dal televisore QLED da ottantacinque pollici con impianto home theater nel salotto: la tv che ha sempre sognato. L’abbondanza della casa non finisce lì perché le mensole della cucina sono stipate di pop-corn, patatine, dolcetti e altri snack e il frigorifero e pieno zeppo di birre fresche come se i padroni di casa stessero preparando una festa imminente. Il ladro si risveglia dal sogno a occhi aperti e preso da una fame improvvisa afferra la prima cosa che gli capita davanti nella mensola. Un po’ di patatine e una birretta, anche se sono in “servizio”, non mi faranno male, pensa. Poi ritorna in salotto e decide che il divano sembra troppo comodo per non provarlo almeno una volta prima di andarsene con tutta la refurtiva. Si siede e appoggia i piedi sul pouf, anche per dare un attimo di sosta alla caviglia ancora dolorante. Vicino al bracciolo del divano trova il telecomando. Lo guarda, poi guarda la televisione e infine torna con gli occhi sul telecomando. La tentazione è troppo forte per resistere. Così schiaccia il tasto d’accensione e il televisore si collega immediatamente a internet. No, incredibile, come prima scelta c’è “La casa di carta”, la serie preferita per un ladro come lui. Proprio oggi hanno lanciato le nuove puntate. Che bella vita: birra fresca a fiumi, snack a volontà, cinema in casa e divano avvolgente. Per un attimo il ladro dimentica chi sia e cosa stia facendo in quella casa e si gode il lusso sfrenato. Ho tempo, pensa, posso vedere come inizia l’imperdibile nuova stagione della mia serie preferita. Continuerà a vederla a casa più tardi. La serie è troppo avvincente e il ladro si fa prendere. Senza che se ne accorga la puntata è finita. Il tempo è volato e per la tensione non è neanche riuscito a finire di bere la birra. Così se la scola tutta d’un fiato. Gli è venuta anche molta più fame di prima e le patatine non bastano. Ci vorrebbe qualcos’altro. Va allora in cucina e in frigo trova della pizza avanzata da ieri. Perfetto: basterà scaldarla un po’ nel forno a microonde. Nel frattempo prende un’altra birra per mandare giù meglio. Quando ha fatto, torna a sedersi sul divano ma c’è qualcosa che lo infastidisce. Non è il cane che ogni tanto abbaia. Non sono i rumori di automobili che sente passare da fuori. È la sua pistola. Sì, la sua pistola in tasca che gli dà fastidio quando si siede sul divano. Decide quindi di posarla sul tavolino per stare più comodo. Dà un morso alla fetta di pizza, beve un altro sorso di birra e avvia un’altra puntata della serie tv. Anche questa fila via liscia, lasciandolo col fiato sospeso nel finale. Non posso abbandonare così, ne guardo solo un’altra, pensa il ladro. Schiaccia play e mangia un’altra fetta di pizza. Finito il terzo episodio con una buona dose di suspense, il ladro non resiste. Dai, solo una ancora e poi vado, dice a sé stesso. Stappa un’altra bottiglia e guarda ancora la televisione. Trova una torta in cucina e se la mangia quasi tutta. Intanto è finita la quinta puntata. Giuro, questa è l’ultima che guardo, il ladro cerca di convincersi. Beve un’altra birra e si distende ancora di più sul soffice divano. Ormai le puntate si susseguono in automatico e le bottiglie di birra vuote si accumulano. Il ladro non riesce più a fermarsi. Si sbottona la cintola e si mette sempre più comodo: il dolore alla caviglia sta passando, grazie anche all’effetto anestetico dell’alcol. Le palpebre si appesantiscono. Finalmente posso godermi una domenica in santa pace, riflette il ladro un secondo prima di perdere i sensi. Qualcuno l’ha colpito in testa? No, si è solo addormentato profondamente. È proprio vero che il ladro avrebbe dovuto seguire il suo istinto e lasciar stare questo colpo oggi, ma il sorriso che gli si è stampato in faccia dopo essersi addormentato sul divano la dice lunga: per la pace dei sensi, molto meglio aver trasformato questo furto con scasso in un furto con scazzo.