La famiglia Maccheroni è in macchina. Mentre
Giuseppe, padre di famiglia e capo dell’azienda di sanitari Sanit, è alla
guida, riceve una brutta notizia al telefono. Immerso nei suoi pensieri, non
vede che una renna si è fermata in mezzo alla strada. Per evitare l’animale,
sterza e l’auto esce di strada. Il primogenito Andrea è in coma farmacologico e
il terzogenito Edoardo ha un braccio rotto, gli altri (la moglie Teresa, la
secondogenita Giorgia e Giuseppe stesso) sono miracolosamente illesi. Giuseppe
era stato distratto dalla notizia che la famiglia tedesca Krauten (e la loro
ditta di sanitari Sanide) è appena giunta in città: c’è un segreto tra di loro
che nessuno osa raccontare. Qualche giorno dopo l’incidente d’auto il
primogenito Andrea Maccheroni è ancora in coma in ospedale e Giuseppe attende
la visita di sua sorella Maria. Dopo aver sbagliato ospedale, Maria va a far
visita ad Andrea in ritardo proprio mentre lui si risveglia dal coma. Il giorno
stesso Maria torna al lavoro nella Sanit, la ditta di sanitari di famiglia, e
ci rimane fino a tarda sera. Dopo il lavoro, stanca morta, Maria finisce per
sbaglio a casa della famiglia rivale Krauten, appena trasferitisi a Stoccolma
nel palazzo di fronte a quello dei Maccheroni. Al buio non si accorge di non
essere a casa sua e finisce addirittura a letto con Franz Schneider, marito di
Thilde Krauten. Presa dal panico e per non far spargere la voce, Maria è
costretta ad accettare il ricatto di Franz: disegnare un progetto di water che
Franz presenterà agli altri membri della famiglia Krauten spacciandolo per
proprio. I Krauten della ditta Sanide però rifiutano il progetto e lo lanciano
fuori dalla finestra in forma di aeroplano di carta. L’aeroplanino finisce
nello studio dei Maccheroni che si trova dall’altra parte della strada. Un
furioso Giuseppe straccia il progetto e lo getta nella spazzatura. Mario,
fratello di Giuseppe e Maria Maccheroni, lo recupera e, riconoscendo lo stile
familiare del disegno, chiede a sua moglie Monica che cosa si potrebbe fare. In
quel momento sopraggiunge Maria che mal interpretando le parole dei due crede
che il suo involontario tradimento con Franz sia stato scoperto e confessa.
Mario allora corre furioso da Franz e a sorpresa lo bacia per vendetta. Thilde
Krauten, moglie di Franz, vede il bacio e decide di attuare un’altra vendetta
presentandosi all’ospedale dove sta per essere dimesso Andrea, primogenito
della famiglia Maccheroni. Thilde propone ad Andrea di passare alla ditta
rivale, la Sanide. Riaccompagnato a casa da Thilde, Andrea non trova suo padre
ad attenderlo perché Giuseppe, deluso dalla brutta giornata lavorativa, è andato a
bere al bar, dove gli sembra di vedere di sfuggita suo padre, morto molti anni
fa. La sera stessa Andrea litiga con suo padre appena tornato ubriaco dal bar e
decide di accettare l’offerta di Thilde, cambiando identità. Andrea comunica la
sua decisione anche a sua madre Teresa, che promette di andarlo a trovare ogni
fine settimana. Mentre Thilde lancia palle da golf dalla finestra del suo ufficio
durante la festa aziendale della Sanide (una pallina rompe la finestra di
Giuseppe), Andrea arriva per chiedere aiuto. In quel momento arriva stralunata anche
Maria Maccheroni che firma per sbaglio un progetto a contratto per la Sanide.
Subito dopo, un furioso Giuseppe giunge alla Sanide con una mazza da baseball.
Una volta scoperto ciò che ha fatto sua sorella perde la testa, sfascia tutto e
sta per colpire Thilde quando la vista di suo padre, che invece non era morto,
lo interrompe. In lacrime la famiglia ritrovata Maccheroni si abbraccia ma
arriva la polizia e arresta Mario Maccheroni senior. Mario sta per essere portato
via mentre arriva sua moglie, madre di Giuseppe e Maria Maccheroni, Rosa Rosi.
Rosa però non riesce a incontrarlo perché rimane bloccata in ascensore. Nel
frattempo scoppia l’amore proibito e segreto tra i due giovani delle famiglie
rivali, Giorgia Maccheroni e Stefan Krauten (scoperto in seguito solo da Beate,
la madre di Stefan). Due giorni dopo Mario senior è in carcere e racconta ai
Maccheroni il suo passato burrascoso e la sua morta inscenata. Anche il figlio
Giuseppe ha dei problemi: l’economia familiare non è delle migliori e ha appena
ricevuto una multa salata. Se non la paga dovrà andare in carcere. Subito dopo
arriva Maria che vomita perché è incinta. Corre a casa e lo comunica al marito,
Carlo, il quale è incredulo e non capisce di essere stato tradito. Carlo passa
alcuni giorni a rimuginare su questa notizia e si ritrova casualmente
nell’ufficio di Giuseppe. Anche Giuseppe ha molti pensieri ma alla fine si
decide: propone ai Krauten la vendita delle quote della sua azienda, la Sanit,
per far cadere le accuse a suo carico (e quindi anche il rischio carcere).
Thilde non accetta, ma suo padre Ralf Krauten accetta a sorpresa perché ha già
delle quote Sanit (ricevute da Mario senior) e perché ha aiutato Mario senior a
fingere la morte. Lì vicino, nel bagno della Sanide, ci sono altre persone:
Giorgia Maccheroni e Stefan Krauten che si baciano e Maria Maccheroni che ha in
mano un misterioso volantino.
domenica 8 luglio 2018
mercoledì 4 luglio 2018
HORROR ALL’ITALIANA – Il mondiale
È
notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la
città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze
della gente. A parte il temporale tutto tace.
Un
uomo baffuto, in canottiera bianca sporca di sugo e sigaretta in bocca è seduto
comodamente davanti alla televisione. Distende comodamente le gambe sul pouf,
appoggia abilmente la birra tra i rotoli della pancia e sbocconcella una bella
fetta di pizza. Telecomando e posacenere sono a portata di mano. La moglie è
fuori con le amiche. Tutto è perfetto per la sua serata. Oggi c’è la partita
dell’Italia in tivù. Ci sono gli ottavi di finale contro il Brasile… sì, sempre
loro, quelli che ci battono sempre o quasi sempre. Questa volta però non
perderemo. L’uomo ne è convinto… e invece perdiamo: 3-0, senza storia! «Nooo!» L’uomo
paffuto si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per fortuna era solo un
sogno. In realtà il giorno precedente abbiamo battuto il Suriname ai rigori (ce
ne sono voluti dodici… Baggio ha sbagliato il primo ma ha segnato il secondo
decisivo) e stasera siamo ai quarti contro la Francia. Quanti ricordi… ricordi
di vittorie esaltanti ma soprattutto di cocenti sconfitte. Oggi però è un altro
giorno e questa una nuova partita. L’uomo in canottiera bianca sporca di sugo
lo sa bene questo. Vinciamo infatti uno a zero con un gioco da calcio
champagne. Siamo ormai nell’ultimo dei tre minuti di recupero ma i francesi ci
fanno due gol nel quarto minuto di recupero che era stato aggiunto perché
Materazzi ha perso troppo tempo fingendo un infortunio al petto. Abbiamo perso.
«Nooo!» L’uomo grassottello si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per
fortuna era solo un sogno. In realtà il giorno precedente abbiamo vinto contro l’Andorra
con un gol in fuorigioco viziato da un fallo enorme non visto dall’arbitro.
Siamo dunque in semifinale. Stasera ci tocca l’Argentina. Ci brucia ancora
quella sconfitta in casa nel mondiale del ’90. È tempo di vendetta! L’uomo appoggia
il pezzo di pizza e si gratta le palle per scaramanzia. No, la vendetta è
posticipata: l’Argentina ci batte con due gol di scarto… entrambi di mano. «Nooo!»
L’uomo baffuto si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per fortuna era
solo un sogno. In realtà il giorno precedente abbiamo sconfitto le Cayman a
tavolino e siamo in finale della coppa del Mondo contro l’odiatissima Germania.
La battiamo sempre… quasi sempre (e qui parte un’altra toccatina). Ai tedeschi
rode sempre… quasi sempre? No, no, a loro rode proprio sempre. L’uomo se la
ride compiaciuto. Ora però basta chiacchiere e passiamo alla telecronaca della
partita. I tedeschi hanno fatto catenaccio per tutta la gara, mentre l’Italia
ha attaccato tutto il tempo. Abbiamo fallito un rigore, colpito due pali, una
traversa e ci sono stati tre salvataggi miracolosi sulla linea della porta
avversaria. Siamo ancora zero a zero anche dopo i tempi supplementari. Manca un
minuto alla fine. La prospettiva di un finale ai calci di rigore è sempre più
vicina. L’uomo ha già chiamato l’ambulanza e ha preparato il defibrillatore
accanto alle sigarette e alla birra in maniera precauzionale. Ora c’è un lancio
lungo della retroguardia crucca, i nostri difensori lisciano la palla che viene
agguantata da un attaccante avversario che s’invola in aria. A tu per tu col
portiere si butta a pesce e invoca un rigore assolutamente inesistente. Si sente
il fischio dell’arbitro. Deve essere sicuramente ammonizione per simulazione,
pensa l’uomo ormai alticcio e satollo. L’arbitro invece concede incredibilmente
la punizione estrema dagli undici metri. Il portiere è espulso. L’Italia ha
terminato i cambi e in porta ci va l’allenatore anzianotto. L’attaccante della
Germania va sul dischetto. Prende una lunga rincorsa con passetti piccoli a mo’
di papera e parte col suo tiro… a cucchiaio che beffa l’improvvisato portiere
italiano. La partita finisce lì: la Germania è campione del mondo… campione del
mondo… campione del mondo! Impietrito, seduto sul divano l’uomo urla disperato:
«Nooo!» L’uomo affannato si risveglia sul divano in un bagno di sudore. Per
fortuna era solo un sogno. In realtà non è il giorno della finale. Va tutto
bene: l’Italia è come sempre in preda allo sbando politico e culturale, alla
corruzione in ogni settore professionale, alla squallida polarizzazione dell’opinione
pubblica, ai beceri populismi e perbenismi da quattro soldi e ovviamente alla tanto
cara prostituzione televisiva legalizzata. L’uomo arrapato tira un sospiro di
sollievo: per fortuna è tutto come si aspettava e sperava. È tutto tranquillo e
sotto controllo. Oggi è un giorno bellissimo: iniziano i mondiali e subito dopo
l’uomo si godrà le meritate vacanze al mare. Oggi è il 14 giugno… 2018. Hm, aspetta
un momento… anno 2018? Oddio, quindi l’Italia non si è qualificata per questo mondiale!
«Nooo!»
mercoledì 27 giugno 2018
EPICA MODERNA - Le nuove creature mitologiche: il malato
Per il malato le giornate sono lunghe, lunghissime.
Si sveglia la mattina presto dopo una notte insonne e il cervello gli rimbalza
nella scatola cranica come se fosse una palla da basket. I muscoli gli fanno
male come durante una sessione di pesi. Sente le fitte allo stomaco come se
fossero dei giavellotti. No, oggi è meglio non fare sport. Il malato, allora,
sta a casa e si ributta a letto. Dorme fino alle dieci, poi prova ad alzarsi,
ma la gravità è una brutta bestia e lo lascia inerme tra le lenzuola calde. E
allora che si fa? Decide che è finalmente arrivato il momento di riprendere il
libro che ha da troppo tempo sul comodino: legge duecento pagine, quando di
solito ne riusciva a leggere massimo trenta, e incredibilmente finisce il
libro. Intanto è già ora di pranzo. Si fa un riso in bianco, pasteggiandolo con
acqua di ottima annata, frizzante all’occorrenza, se ci si scioglie dentro
un’aspirina. Mentre mangia, gli parte un attacco di tosse ed è costretto ad
andare in bagno per sputare il catarro nel lavandino. Si guarda allo specchio:
ha una brutta cera e ha la gola in fiamme. Si sente più una candela che una
persona. Si misura la febbre: è salita alla vertiginosa soglia dei trentasette
e cinque. “Riuscirò a tornare quello di prima?” Pensa disperato. “Sopravvivrò a
questa influenza stagionale?” Per evitare il pensiero torna a dormire, non
prima di aver letto altre duecento pagine… dello stesso libro di prima perché
sdraiandosi a letto, si è dimenticato di prendere un nuovo libro dallo scaffale
e ora non ha più la forza di rialzarsi. Legge dunque, poi si stufa, fa le
parole crociate, sonnecchia, guarda la televisione, poi legge ancora, ma non ce
la fa più ad andare avanti con lo stesso libro di prima e decide di alzarsi. Con
un gran mal di testa si avvicina allo scaffale e legge i titoli: tutti quei Libri
danno inquietudine, scegliere è un Processo difficile, si sente un Miserabile
con molti dolori alle giovani Vertebre a causa dell’ultima Notte in bianco, però,
con Orgoglio e giudizio, sceglie di Malavoglia un testo. Lo legge fino a ora di
cena. Una minestrina riscaldata gli tiene un’allegra compagnia. Dopo cena si
guarda una puntata della sua serie preferita. Ne guarda un’altra, poi un’alta e
un’altra ancora. Al dodicesimo episodio stramazza al suolo esausto e si addormenta.
Il giorno dopo si sente un po’ meglio, pensa che la malattia sia passata, e
allora esce, va al lavoro, ma a metà giornata sta peggio di prima: è la
ricaduta, domani sarà un’altra giornata lunga, lunghissima.
Acheso: dea della guarigione delle ferite e della
cura delle malattie.
giovedì 21 giugno 2018
PROMOZIONE – Estratto da “I casi del commissario Grammatikus” – parte 3 di 3
Oggi vi propongo un estratto dal mio libro “I casi del commissario Grammatikus”, un giallo comico diviso in sei racconti. Vi presento il terzo e ultimo estratto dal primo caso: “Nominativo”.
Nominativo – parte 3
Mezz’ora dopo sono tutti in piazza.
Tutti si guardano perplessi: prete, casalinga e parrucchiera sono seduti,
mentre il barista è in piedi. Grammatikus è stizzito.
— Avevo detto che tutti avevano dovuto sedersi sulla panchina.
— Ma commissario, — il barista si
giustifica — non c’era spazio per tutti. La panchina è troppo corta.
— Mi sembra di sentire le lamentele di
un allenatore di calcio… va bene, non importa. Andremo avanti lo stesso. — fa
una pausa scenica per aumentare la tensione — Siete tutti qui perché siete
sospettati di aver spedito in stato catatonico Marcello de Vultris con una
serie di insinuazioni e insulti basati unicamente sul nome di famiglia che
porta e non sulla sua persona. — il pubblico protesta mugugnando — All’inizio
io e la mia assistente Veronika Sapientini pensavamo che era colpa di tutto il paese… e non avevamo tutti i torti, perché
siete tutti colpevoli per le dicerie a carico del de Vultris, ma poi alcuni
indizi e alcune testimonianze ci hanno fatto pensare che ci sarebbe stato qualcuno in particolare
dietro una reazione così violenta da indurre il de Vultris in uno stato
catatonico… e dunque eccovi qua. — Veronika passa il blocco degli appunti al
commissario — Ai piedi della vittima, abbiamo trovato un rosario con le
iniziali “D.N.” che ci ha fatto subito pensare al qui presente don Nando. Nella
nebbia di ingiurie dove abbiamo trovato la vittima c’era un forte odore di
caffè: come non pensare al bar del paese, vero signor Donato?
— Ma tutti bevono caffè!
— Giusta osservazione, signor Donato.
Infatti la terremo in considerazione. Inoltre la vittima aveva una macchia
rossa sulla camicia, che poteva essere di vino o di sugo, ma le analisi hanno
confermato essere salsa di pomodoro… come quella che lei signora Donatella
stava facendo bollire in pentola. — il commissario alza subito la voce come per
sovrapporsi a quella della donna — Tutti sanno cucinare una pasta al pomodoro…
era questo che stava per dire, vero signora? — la casalinga non dice nulla —
Poi scopriamo che don Nando ha perso il suo rosario, il che lo pone in cima
alla lista dei sospettati, ma non fuma, il che lo scagiona parzialmente,
considerato che ci sono dei mozziconi di sigaretta sul corpo di de Vultris.
Mozziconi che potrebbe aver messo lui stesso per sviare le indagini. Infine le
tasche della vittime erano piene di briciole di pane e penso di nuovo al
barista; de Vultris aveva i capelli tagliati da poco e penso alla parrucchiera;
c’era una ciocca di capelli lunghi castani e ricci, che mi fa pensare
nuovamente alla casalinga e alla parrucchiera, escludendo il barista… non,
però, se consideriamo che i due hanno una tresca amorosa!
— Devota! — la voce di don Nando
interrompe le grida di stupore — Mi meraviglio di una devota come te!
— Lo so, mi spiace, don, ma la carne è
debole! — la parrucchiera è in lacrime, mentre il barista sorride compiaciuto
di se stesso — Quanti atti di dolore fanno?
— Non è ancora tempo di confessioni… —
il commissario riprende il discorso — Quindi, siete di nuovo tutti in corsa.
Poco fa, però, ho ricevuto un’informazione molto interessante dalla domestica
di don Nando. — tutti tendono le orecchie — Ricordate il rosario smarrito dal
prete? Bene, non è stato perso. È stato prestato: dalla perpetua Perpetua a
chi? Donato a Donato, a Donatella, oppure alla devota Devota?
La tensione è allo spasimo e
Grammatikus dà il colpo di grazia.
CONTINUA… se comprate il libro “I casi
del commissario Grammatikus” su Amazon, sia in formato e-book sia in
formato cartaceo.
Sì,
lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica
“Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!
giovedì 14 giugno 2018
PROMOZIONE – Estratto da “I casi del commissario Grammatikus” – parte 2 di 3
Oggi vi propongo un estratto dal mio libro “I casi del commissario Grammatikus”, un giallo comico diviso in sei racconti. Vi presento il secondo estratto dal primo caso: “Nominativo”.
Su Amazon potete trovare il link per l’acquisto del mio libro “I casi del
commissario Grammatikus”, sia in formato e-book sia in formato cartaceo.
Sì,
lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica
“Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!
Nominativo – parte 2
La coppia si dirige subito in canonica.
Accolti dalla perpetua Perpetua riescono subito ad interrogare il prete.
— Siete qui per confessarvi, cari
fedeli?
— No, don Nando. Siamo qui per farla
confessare!
— Non capisco… di che cosa state
parlando?
— Ci potrebbe mostrare il suo rosario,
per cortesia?
— Certo, — il prete si alza e apre un
cofanetto che tiene vicino alla scrivania — lo tengo sempr…
— Che cosa c’è, don Nando? Forse non
trova più il suo rosario con le iniziali “D.N.”? — il prete annuisce — Forse
perché l’ha perso da qualche parte? Magari ieri sera?
— …non capisco, io… io…
— Sto parlando del caso del signor
Marcello de Vultris, che da ieri sera è in stato catatonico dopo tutte le
chiacchiere di paese piovutegli addosso a causa del suo nome di famiglia.
— Oh, poveretto! Era una pecorella
smarrita che andava riportata nell’ovile, ma non certo in questo modo brutale,
io non capisco che cosa io poss…
— Non faccia il santarellino. Sappiamo
che lei è sempre stato molto attivo contro gli atei. — Don Nando si ammutolisce
— Dia la descrizione del suo rosario alla mia assistente, lo confronteremo con
quello ritrovato sul luogo del delitto.
Il commissario Grammatikus si liscia i
baffi: se le descrizioni dovessero combaciare il caso sarebbe chiuso. Il
commissario non indovina un congiuntivo, ma azzecca tutti i casi.
Il cellulare del commissario, però,
squilla: è uno della squadra speciale. Grammatikus annuisce, si posa il sigaro
sulle labbra e poi riattacca.
— Veronika, lei fuma? — la ragazza
scuote la testa — Neanche io… la vittima? — Veronika consulta gli appunti e fa
cenno di no — E lei don Nando?
— Mai fumato in vita mia!
Grammatikus annusa la stanza e constata
che in effetti non c’è traccia di odore di fumo.
— Questo lo controlleremo… — poi si
avvicina all’orecchio di Veronika — credo che c’è un problema: spostando il de Vultris per portarlo alla perizia
psichiatrica gli hanno trovato addosso dei mozziconi di sigaretta. Forse non è
il prete l’uomo che stavamo cercando.
Il commissario e la sua assistente
ritornano in piazza. Veronika Sapientini parla con i colleghi mentre
Grammatikus passeggia per riflettere.
— Commissario, la squadra speciale ha raccolto
un sacco di notizie utili: Marcello de Vultris aveva in tasca delle briciole di
pane, un incarto di caramella, un foglietto con scritto “Astoria”, un bottone
attaccato con un filo diverso da quello della sua camicia, una ciocca di
capelli lunghi castani e ricci...
— Lui è moro, vero?
Veronika annuisce e conclude la lista.
— Inoltre aveva i capelli tagliati di
fresco… probabilmente dal tardo pomeriggio di ieri. Infine, alcuni testimoni
dicono di aver visto aggirarsi per la piazza verso le 22.03 di ieri sera le
seguenti persone: la casalinga Donatella Narolli, orario insolito per la donna…
il barista Donato Nato, lasciando il suo bar incustodito… e la parrucchiera
Devota Nunziata, in giro di notte con marito e bimbi a casa.
— Hm, interessante. Andiamo a sentirli.
Girano l’angolo e sono già dentro il
bar.
— Buongiorno commissario Grammatikus! —
la voce del barista li accoglie.
— Come fa a sapere il mio nome?
— Le chiacchiere girano veloci in un
bar di paese… — intanto si toglie il grembiule pieno di briciole e di macchie
rosse di vino — e immagino anche che siate qua per de Vultris? Ecco, ieri notte
ho lasciato il bar solo per qualche minuto per ritirare una consegna.
— A quell’ora?
— Ormai le consegne le fanno sempre in
ritardo… sa, le fanno in treno!
— Ah… ci potrebbe dire di quali merci e
di quale treno sta parlando?
— Devo ricontrollare tra i miei
registri… comunque non capisco perché dovrei essere sospettato.
— Non abbiamo detto che lei è
sospettato.
— E allora perché siete qua?
— Facciamo solo qualche domanda.
— Beh io non ho niente da nascondere e
sono disposto a collaborare.
I poliziotti salutano il barista mentre
escono dal locale. Con la coda dell’occhio Veronika nota che il barista manda
un bacio al volo a una donna riccia seduta al tavolo vicino alla porta.
Grammatikus riflette ad alta voce.
— Fin troppo preparato alle domande,
vero Veronika? — L’assistente concorda — Certo, la ciocca di capelli nel suo
caso — il commissario indica la pelata del barista — non c’entra molto.
Dopo il bar è il turno della casalinga,
che abita non lontano dalla piazza. La signora Narolli sta cucendo in cucina,
sul tavolo ci sono delle carte da briscola, una rosario di perle bianche, della
pasta fatta in casa adagiata con ordine, un fiasco di vino nostrano, una tazzina
di caffè appena bevuta e sul fuoco una pentola col sugo bollente. La casalinga
riccioluta invita gli ospiti a sedere e si accende una sigaretta.
— Vorremmo farle qualche domanda:
immagino lei ha sentito quello che è
successo in paese ieri sera?
— Sì, è una cosa terribile!
— Già. Lei cosa ci faceva in giro alle
22.03?
— Ieri sera? — La domanda non sembra
coglierla di sorpresa — Aspettavo mia figlia diciottenne che stava tornando in
ritardo dal suo primo appuntamento con il suo, diciamo, ragazzo.
— Sembra risentita. Chi è il, diciamo,
ragazzo?
— Non lo so, non l’ho ancora
conosciuto, ma dalla descrizione di mia figlia non ne ho una bella impressione.
— Capisco. Dov’è sua figlia ora?
— È a scuola, perché?
— Vorremmo fargli delle domande.
— Farle
delle domande, commissario, — Veronika bisbiglia all’orecchio di Grammatikus —
è una ragazza!
— La signora non è così giovane da
essere chiamata ragazza!
Dopo aver risposto bisbigliando alla
collega, Grammatikus continua a voce alta.
— Dovremo fare ulteriori domande anche
a lei. Non lasci il paese oggi. Almeno fino a quando le indagini non saranno
concluse.
— E dove vuole che vada? Io vivo qua.
Sapete dove trovarmi.
Mentre escono e si dirigono verso il
bar del paese, a Veronika scappa un commento.
— Sin troppo tranquilla, vero
commissario?
Il commissario riflette e non dice
niente. Il negozio della parrucchiera, l’ultima sospettata da tenere
sott’occhio, non dista molto da lì. La quarantenne che gestisce l’attività sta
spegnendo una sigaretta, ha visto la polizia ma finge di non averla notata,
s’infila velocemente nel negozio e gira il cartello con la scritta chiuso,
sperando che la polizia non voglia andare proprio da lei. Grammatikus e
Veronika si guardano sorpresi, sentendosi un po’ presi in giro. Ora che Veronika
ha visto la parrucchiera si è accorta che è la stessa donna riccioluta che
riceveva le moine dal barista una mezz’oretta fa. Il commissario fa un passo
deciso verso la porta e bussa sul vetro.
— Signora Nunziata, apra. L’abbiamo
vista entrare e chiudersi dentro! Apra.
Dopo un minuto la parrucchiera apre
timidamente la porta e si scusa.
— Non pensavo foste diretti qui e io
devo rifare l’inventario. Sa è una cosa che faccio ogni mese… l’inventario, non
il chiudere la porta in faccia alla polizia. Questa era la prima volta che lo
facevo… cioè, non che volessi sbattervi la porta in faccia e che ero in pausa…
no, dovevo fare l’inventario, come ho detto poco fa e quindi, per fare
l’inventario bisogna poter ess…
— Sappiamo che cosa vorrebbe dire fare l’inventario. Conosciamo
bene l’italiano. Noi, però, siamo qui proprio per lei. Iniziamo dalla vittima,
il signor de Vultris, lo conosceva o lo avev…
— No!
— Non ho ancora finito la domanda. Non
sia frettolosa. Allora, dicevo, lei dunque non conosceva la vittima?
— No!
— Quindi non gli ha tagliato i capelli
ieri?
— No… cioè sì… cioè no, non lo
conoscevo… ma sì gli ho tagliato io i capelli ieri… però questo non vuol dire
che lo conoscessi. Perché per quanto farsi tagliare i capelli possa essere
considerato un gesto intimo, non lo è così tanto da poter dire di conoscere una
persona… o no?
— Va bene… passiamo alla prossima
domanda: un vecchietto del bar sostiene di averla vista ieri sera aggirarsi per
la piaz…
— Quel vecchietto si sbaglia. Quel
vecchietto beve sempre troppo. Quel vecchietto dovrebbe passare più tempo
all’ospizio che a giocare a carte al bar con gli altri vecchietti!
— Come fa a sapere di che vecchietto
stiamo parlando?
La domanda la coglie impreparata.
— Beh… volete un caffè? Vuole da
accendere, commissario?
— No, niente caffè e no, io non fumo,
grazie. Risponda alla mia semplice domanda invece.
— Hm… perché… perché… eh… perché è
sempre lo stesso vecchietto che s’inventa sempre le solite buffonate.
— Quindi lei non era in giro in paese
alle 22.03 di ieri sera? Magari se chiediamo in giro, troviamo qualcun altro
che potesse confermare la versione
del vecchietto del bar…
— Hm… — la parrucchiera sembra cedere —
e va bene! Ieri sera ero in giro per “locali” per cercare ispirazioni e idee
per nuove capigliature tra i giovani del paese... considerato che l’unico, per
così dire, locale del paese è il bar, ero dunque là, ieri sera.
La parrucchiera è già alla terza
sigaretta dall’inizio della conversazione. Il commissario decide di lasciarla
così per il momento, anche se non è del tutto convinto. Poi lui e la Sapientini
tornano verso la piazza.
— Fin troppo nervosa, vero Commissario?
Il commissario non può far altro che
annuire.
— Il caso si fa più complicato di
quanto pensai!
— …magari pensassi!
— Vuole insinuare che non penso? Lei mi
offende, Veronika… e mi da pure del tu?
— No, commissario, mi ha frainteso —
l’assistente si scusa subito balbettando — intendevo dire “più complicato di
quanto pensassi” non “pensai”!
— Ah, certo, certo! Fatto sta che non
sappiamo ancora chi di loro quattro è
stato, perché non ho ancora escluso don Nando.
Appena il commissario finisce la frase,
si vede arrivare in lontananza Perpetua, la perpetua del prete paesano.
Veronika commenta ironicamente.
— Parli del diavolo e spuntano le
corna…
— Buongiorno commissario! Buongiorno
agente Sapientini! — i poliziotti contraccambiano il saluto — Ieri ho visto che
stavate cercando il rosario in perle bianche del don.
— L’ha trovato?
— No, ma credo di sapere dove sia: al
rosario di stamattina c’erano ben sette fedeli presenti, un successo vista la
crisi spirituale degli ultimi anni. Il don era talmente felice per tutta quella
gente da non accorgersi che io mi ero presa la libertà di prestare il suo
rosario a qualcuno in chiesa che lo aveva dimenticato.
— A chi?
— Purtroppo non lo ricordo, c’era
troppa confusione e poca luce. Mi spiace non poter aiutare di più.
Il commissario prima sembra deluso poi
capisce e il suo sguardo s’illumina.
— Cara Perpetua, lei è stata di
grandissimo aiuto invece: sono sicuro che ora non servono più ulteriori indizi! — poi Grammatikus si rivolge a
Veronika — Faccia convocare in piazza i quattro sospettati e li faccia sedere
sulla panchina incriminata.
CONTINUA NEL PROSSIMO POST…
martedì 12 giugno 2018
PROMOZIONE – Estratto da “I casi del commissario Grammatikus” – parte 1 di 3
Oggi
vi propongo un estratto dal mio libro “I casi del commissario Grammatikus”, un
giallo comico diviso in sei racconti. Vi presento il primo estratto dal primo
caso: “Nominativo”.
Su Amazon potete trovare il link per l’acquisto del mio libro “I casi del
commissario Grammatikus”, sia in formato e-book sia in formato cartaceo.
Sì,
lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica
“Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!
Nominativo – parte 1
Davanti allo specchio, con il mento e
le guance spalmate di schiuma da barba, il commissario Grammatikus ha in mano
un rasoio. Si mette leggermente di lato e tende il viso mentre avvicina la lama
alla pelle. Con quattro colpi precisi per lato della faccia, il commissario si
rade tutto il volto ad eccezione dei suoi folti baffi neri. Si ricontrolla
osservandosi allo specchio e nota che una piccola parte della barba non è stata
rimossa. Riprende in mano il rasoio e prepara la mossa calcolata. La lama è ora
a contatto con la pelle. Grammatikus imprime forza sul manico del rasoio e sta
per completare il movimento. In quel preciso istante, all’improvviso, si sente
lo squillo del suo cellulare. Il commissario perde la concentrazione, il manico
del rasoio gli sfugge di mano e la lama gli procura un taglio a livello della
mandibola. Quella che Mario Bernotti, l’inquilino del sesto piano, sente molto
limpidamente è l’imprecazione del commissario. Grammatikus si ricompone subito
e risponde al telefono.
— Chi mi osa disturbarmi mentre
mi faccio la barba?
— Mi scusi commissario, sono io,
Veronika!
— Ah, è lei Veronika. — la voce del
commissario si addolcisce — Beh, insomma, che cosa vuole? — si addolcisce un
po’, ma mai troppo.
— Hm… c’è stato un… come dire… qualcosa
che non è un omicidio ma che se ne avvicina molto!
— Eh? Di che si tratta?
— Non saprei spiegarglielo… quando l’ho
visto sono rimasta senza parole.
— Dove? Arrivo subito al commissariato.
— No, commissario. Non vada in ufficio.
Venga a San Genoveffo al Carmo.
Tempo di medicarsi la guancia e
Grammatikus è già in auto col suo sigaro in bocca sotto i folti baffi neri, in
direzione del piccolo paese di provincia. La campagna è stupenda, immersa nei
mille colori autunnali di quella soleggiata giornata d’ottobre. Il commissario
sembra, però, non accorgersene, immerso nei suoi pensieri. Dopo una mezz’oretta
di viaggio, il cartello di benvenuto a San Genoveffo accoglie il commissario.
Il luogo del delitto è in centro. Il commissario esce dalla macchina e si
dirige verso i suoi colleghi. Veronika Sapientini lo avvicina in fretta.
— Salve commissario! Deve venire subito
in piazza a vedere… — poi s’interrompe osservando Grammatikus — ...cos’è quel
cerotto?
Grammatikus si toglie il sigaro di
bocca e squadra Veronika compiaciuto.
— Lei è un’ottima osservatrice,
Veronika! Sotto il cerotto c’è una ferita che mi sono procurato tagliandomi con
il rasoio. Pultroppo non è facile
radersi quando qualcuno ti disturba con una telefona all’improvviso…
Un po’ in imbarazzo Veronika suggerisce
a bassa voce al commissario.
— Si dice “purtroppo”, non “pultroppo”…
— Oh, che differenza vuole che fa?
— Hm… faccia, non… va beh, lasciamo
stare… venga con me, commissario. Deve vedere cosa è successo alla vittima.
I due poliziotti si avvicinano al centro
della piazza dove ci sono due metri cubi di fittissima nebbia.
— Nebbia? Con questo sole?
— No, commissario, questa non è
semplice nebbia. Deve vedere con i suoi occhi.
Il commissario è perplesso, ma si fa
guidare all’interno della nebbia dalla sua assistente. All’interno si trova la
vittima di questo singolare incidente: un ragazzo sulla trentina seduto su una
panchina. L’uomo è in stato catatonico: non parla, non si muove e fissa il
vuoto davanti a sé.
— I paesani l’hanno trovato così
stamattina. — chiarisce Veronika — Probabilmente è qui da almeno ieri sera.
— Cosa l’ha indotto in questo stato?
— Le sente queste voci di sottofondo?
Grammatikus aguzza le orecchie e solo
in quel momento si rende conto che quel paio di metri cubi non è formato da vapor
acqueo, ma da frasi bisbigliate, sparse e diffuse nell’aria in una mescolanza
indecifrabile ad orecchio nudo.
— Hm, ne uccide più la lingua che la
spada. Avete fatto analizzare il contenuto?
— Abbiamo mandato una registrazione
alla centrale e il risultato dovrebbe arrivare a momenti.
— Chi è la vittima? — chiede il
commissario mentre i due escono dalla nebbia di parole.
— Si chiama Marcello de Vultris, 32
anni di San Genoveffo al Carmo.
— Cosa sappiamo sul suo conto?
— Che è al verde.
— No, intendevo dire, cosa sappiamo su
di lui in generale.
— Che è al verde! La sua famiglia era
molto ricca, ma suo padre ha sperperato tutto il patrimonio con il gioco
d’azzardo negli ultimi anni. Suo nonno, un partigiano durante la seconda guerra
mondiale, ha lasciato la moglie e figli per scappare con una tedesca nazista:
doppio tradimento dunque. Sua madre è una fervente atea e ha cresciuto il de
Vultris con questi principi.
— Ottimo riassunto!
Mentre Veronika arrossisce e il
commissario si riporta il sigaro alla bocca, arriva il collega Lars Svensson,
di chiare origini svedesi.
— Buonggiorno Komisario! Buonggiorno
Veronica! Ke bela Italia! Kose bele da vedere sempre… gvarda che campania con
tuti qvesti…
Il commissario lo interrompe irritato.
— Vai al punto Lars!
L’agente Svensson vede il sigaro del
commissario e chiede timidamente.
— Vuole acendere?
— No, grazie, io non fumo! — e si
toglie il sigaro spento dalla bocca —Ti ho detto di andare al punto!
— Hm, ja. — rimane un po’ basito ma
prosegue — Sono arivate le analysis dalla centrale: sembra ke le frasi konfusse
e sparpaliate non siano altro ke cativerie, pettegolezzi, chiaccere,
insinuazioni… dicerie di paese insoma.
— Ma chi ci hanno mandato? Uno che non
sa neanche l’italiano? Pensano che io sono
l’ultimo arrivato?
Grammatikus cerca di dirlo sottovoce
alla sua assistente, ma viene sentito chiaramente anche da Lars Svensson che si
incupisce. Poi il commissario prosegue a voce alta.
— E qual è il contenuto di queste
dicerie?
L’agente Svensson non ha più il
coraggio di parlare e schiaccia semplicemente il tasto di un registratore
portatile dal quale esce una voce metallica che non dà la possibilità di
rintracciare il proprietario: “…è un de
Vultris, che cosa ti aspetti da lui? …è un fannullone come suo padre… è un
traditore come suo nonno… non andrà da nessuna parte… come ci si può fidare di
uno che non crede in Dio… io non lo invito… non fissarlo, girati dall’altra
parte… guardalo come beve, sembra un disperato… e con quali soldi si è comprato
quella giacca? …ho sentito dire che si droga anche… no, no e poi no: mia figlia
non può uscire con uno come lui… con che coraggio si fa ancora vedere in giro?
…meglio non frequentare certa gente…”
Veronika scrive tutto sul suo blocco
degli appunti ed interviene presa dall’entusiasmo.
— Quindi, se mi permette commissario,
ripensando al cognome e alla storia di famiglia che si porta dietro, le dicerie
sono state come delle piccole dosi di veleno che hanno, per così dire, ucciso
il de Vultris.
— Capisco. Quindi assumo che è colpa di tutto il paese… e non si può
accusare tutto il paese, vero? Il caso è dunque chiuso, Veronika! Ottimo
lavoro, torniamo alla centrale.
Veronika rimane un attimo in silenzio,
ma non molla. Il commissario sta già camminando verso la macchina, ma lei lo
ferma.
— Commissario, lei assume bene che la
colpa sia di tutto il paese, ma io
credo che qualcuno sia più colpevole di altri. — Grammatikus solleva un
sopraciglio incuriosito e lei chiarisce — la nostra squadra speciale ha trovato
qualche indizio, tra cui…
— …un forte odore di caffè, vero? —
l’assistente annuisce — L’ho sentito subito.
— Non solo, commissario, non solo. Per
questo il caso non è chiuso. Venga a vedere.
Il commissario e la sua assistente
rientrano nella nebbia di parole. La vittima ha una macchia rossa all’altezza
del cuore.
— Sangue?
— No, sugo. — sostiene Veronika —
Secondo una mia prima analisi.
— Se sarebbe sugo fa pensare a
qualcosa di fatto in casa, ma potrebbe anche essere vino rosso… quel tipico
vino rosso da osteria, una delle tante che si trovano da queste parti.
Veronika non ci aveva pensato e prende
frettolosamente appunti.
— C’è di più… infatti se il de Vultris sarebbe ateo non avesse un rosario di perle turchese con incise le iniziali “D. N.”
ai suoi piedi, vero? Ma noi sappiamo con certezza che la vittima è un fervente
ateo… quindi il rosario appartiene a qualcun altro. Un prete, ad esempio!
“D.N.”… hm, come si chiama il prete del paese?
— Don Nando! — esclama Veronika
consultando i suoi appunti.
CONTINUA NEL PROSSIMO POST…
mercoledì 30 maggio 2018
SOUP OPERA – Un minestrone di emozioni: episodio 19
NELLE
PRECEDENTI PUNTATE. Giuseppe Maccheroni ha sfasciato parte della ditta Sanide
in preda all’ira. Quando sta per colpire Thilde si blocca perché vede suo padre
Mario senior, che credeva morto da anni, ma la polizia arresta il vecchio
Maccheroni. L’amore proibito e segreto tra Giorgia Maccheroni e Stefan Krauten
nasce e continua, anche se vengono scoperti da Beate, la mamma di Stefan. Mario
senior è in carcere e racconta alla famiglia il suo passato burrascoso. Maria
arriva, vomita perché è incinta e lo comunica al marito… [Ha vinto la scelta A]
«Sei
incinta?» Carlo è incredulo. «Ma com’è possibile?»
Maria
ricomincia a piangere e le scappa di nuovo da vomitare. Per cercare di
trattenersi si rifugia in bagno.
«Dove vai? Come fai a essere incinta? Non facciamo l’amore da… da… non so da quanto, ma da tanto.» Carlo ci pensa su e fa un paio di calcoli a mente, mentre raccoglie il mestolo che gli era caduto prima. «Saranno almeno sei o sette mesi… aspetta, dobbiamo parlarne. Com’è possibile?»
«Dove vai? Come fai a essere incinta? Non facciamo l’amore da… da… non so da quanto, ma da tanto.» Carlo ci pensa su e fa un paio di calcoli a mente, mentre raccoglie il mestolo che gli era caduto prima. «Saranno almeno sei o sette mesi… aspetta, dobbiamo parlarne. Com’è possibile?»
Loro
figlia, Camilla, ha sentito tutto e ha capito tutto. Si è affacciata in
corridoio per qualche istante e ora scuote la testa rassegnata dal fatto che
suo padre non ha ancora capito il tradimento della madre. Non dice niente e poi
rientra in camera. Carlo invece sta ancora pensando, fermo in cucina col
mestolo in mano. «Hm… che sia successo un mese fa quando eravamo entrambi
ubriachi? Mah… non eravamo così ubriachi. O forse sì? Non mi ricordo.» Carlo è
pieno di dubbi e non riesce a ragionare bene.
Un
paio di giorni dopo, nella sede della Sanit, c’è un uomo che sta riflettendo.
Rimugina sulla vita, sulle scelte che ha fatto e su quello che lo aspetta in
futuro. Quell’uomo pensa e ripensa a quello che è successo e a quello che dovrà
fare. «È successo veramente il mese scorso? O erano tre mesi fa?» Quell’uomo è
ancora Carlo Bianchi, il marito di Maria. «No, non può essere successo tanto
tempo fa… io e Maria ci siamo ubriacati solo una volta quest’anno. Sì,
dev’essere quella volta che abbiamo fatto l’amore. Eppure non ne sono sicuro.
Qualcosa non mi torna… forse è success…»
«Che
ci fa qui Carlo?»
A
interrompere il flusso di coscienza dell’uomo è Giuseppe Maccheroni. Carlo
sembra spaesato e sembra rendersi conto solo ora di dove si trova. Non
risponde, così Giuseppe interviene. «Carlo? Ci sei? Come mai sei qui, nella
sede della Sanit?»
Carlo
si risveglia dal torpore dei suoi dubbi e abbozza una risposta. «Non… non lo
so! Dove hai detto che siamo?»
«Nella
sede della Sanit.» Giuseppe è perplesso. Carlo lo è più di lui e non risponde.
Dopo qualche attimo di silenzio, Giuseppe cambia discorso. «Senti Carlo, dov’è
mia sorella Maria?»
Al
risentire il nome della moglie, Carlo sprofonda nuovamente nei suoi pensieri.
«Carlo?
Carlo?» Giuseppe chiede e non ottiene risposta.
«Scusami,
devo andare!» Carlo esce e sparisce in fretta tra la folla.
Anche
Giuseppe è pieno di dubbi ed è di fronte a un importante bivio: pagare la
penale (sì ma con quali soldi?) o scontare la pena in carcere! Che fare?
Trovare i soldi o andare in prigione? Giuseppe si arrovella in questo dilemma
da monopoli. Anche lui pensa e ripensa. «Ci deve essere un’altra soluzione...
ci deve essere!» Giuseppe passeggia nervosamente avanti e indietro nella sua
stanza della Sanit. Vorrebbe chiedere consiglio a sua sorella, ma lei non c’è.
«Maria mi potrebbe aiutare. Lei sa sempre fare la scelta giusta» I dubbi di
Giuseppe non lo fanno ragionare lucidamente. Poi all’improvviso si blocca e ha
un’idea. Un’idea forte, ma che potrebbe risolvere tutti i suoi problemi. Esce
allora di fretta dalla ditta, passa da casa per prendere dei documenti e
ritorna in strada. Arrivato alla sua meta, inspira profondamente ed entra. È
molto nervoso, ma sente che quella può essere la scelta giusta per la sua
famiglia, anche se è una scelta dolorosa. Arrivato finalmente alla scrivania
della persona che cercava, Giuseppe va subito al punto.
«Ho
una proposta da fare: uno scambio.» L’altra persona annuisce incuriosita,
mentre gli altri presenti sembrano quasi irritati mentre Giuseppe continua a
parlare «Sì, uno scambio, per salvare me e la mia famiglia. Lo so, questo mi
costerà molto… e sono qui per pagare. La mia libertà, il ritiro della denuncia,
per un pezzo di me stesso, ovvero un pezzo della Sanit, la mia azienda!»
«Tu
fuoi skampiare, tua zia Enza? Con kosa la fuoi skampiare?» La voce
inconfondibile del vecchio e sordo Ralf Krauten spezza il silenzio. Thilde
Krauten lo mette a tacere. «Papà, per fafore. Stai puono!» Poi si rivolge a
Giuseppe «Spiecati meghlio…»
«Se
voi farete cadere le accuse su di me e di conseguenza la penale da pagare, io
vi cederò una parte della Sanit… o meglio delle mie azioni!»
«Fuoi
skampiare tua zia Enza con tuo zio Toni? Io feramente non ti capisko
ciofanotto!»
«Ankora
tu, papà. Taci! Lascia diskutere a me ti cose zerie!» Ralf si fa quieto. Thilde
riprende il discorso con Giuseppe. «Dof’è la frecatura? Perkè dofresti tarci le
tue qvuote?»
«Non
c’è la fregatura. Te l’ho detto: ti do parte delle mie quote per non dover
pagare la penale o andare in carcere. È semplice.»
«Hm…
non ci zi può mai fitare ti foi italiani… schpezialmente ti foi Makkeroni. Qui
c’è il trucco.» Thilde ci pensa ancora qualche secondo e poi conclude. «No. Non
accetto. Defi pacare per la tua arrocanza e la tua fiolenza. Preferisko feterti
marcire in car…»
«Io
infece accetto!» Un altro membro dei Krauten a sorpresa gradisce l’offerta. Tutti
lo guardano increduli. «Accetto perché ho cià alcune qvuote!» Lo sguardo dei
presenti è ora interrogativo. Ralf Krauten avanza con la sua carrozzella e si
spiega. «Me li ha date tuo patre, karo Ciuseppe!»
«Mio
padre? Perché avrebbe mai dovuto darti le quote della Sanit?»
Ralf
ridacchia sempre più sguaiatamente, fino a che sua moglie Martha non lo ferma.
«Karo, smettila ora, altrimenti ti ferrà un colpo!»
Ralf
si ricompone. «Come zai, tuo patre Mario afefa molti tepiti… e fentento qvuelle
qvuote a me ne ha saltati qualkuno. Inoltre, chi creti che l’appia aiutato
nella sua finta morte?» Ralf sorride beffardo. Giuseppe è sconvolto e si chiede
come prenderanno la notizia gli altri Maccheroni… beh, uno di loro è lì, in una
stanza vicina: sua figlia, Giorgia Maccheroni, senza accorgersi di nulla, sta
baciando Stefan Krauten nel bagno. I giovani vivono del loro amore e se ne
fregano del resto del mondo. Anche il resto del mondo sembra però non
accorgersi di loro. Nello stesso bagno, infatti, davanti allo specchio c’è un
altro membro dei Maccheroni: Maria, che tiene in mano un depliant.
A.
Maria ha sentito tutto e interviene cercando di impedire la vendita di quote
Sanit, mostrando il depliant per un prestito bancario che tiene in mano.
B.
Maria non ha sentito niente perché è troppo presa dai suoi pensieri e dal suo depliant
sull’aborto.
C.
Maria non ha sentito niente, ma uscendo casualmente dal bagno, interviene
spiegando quanto sia interessante il depliant sulla nuova mostra d’arte in
città.
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