martedì 23 ottobre 2018

HORROR ALL’ITALIANA – 4891

È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
La mattina seguente, come previsto, la sveglia suona. Sono le otto. Schiaccio il tasto e la pospongo di dieci minuti. La sveglia suona di nuovo. La spengo e torno a dormire: in fondo è il mio quarantacinquesimo compleanno, me lo merito. Sto per riprendere sonno quando un monitor ai piedi del letto si accede di colpo e una nota voce femminile mi ordina di alzarmi. Era inevitabile. Speravo di poter dormire, ma il monitor di sorveglianza non lascia mai scampo. Non dà mai tregua. Allora mi alzo e a piedi nudi vado verso il bagno. A metà strada il monitor parla di nuovo: «con le pantofole!» Torno indietro ed eseguo. «Prima fai il letto.» Non ho scampo. Il monitor vede tutto. Sbuffo infastidito e sussurro «che palle» a denti stretti. «Ti ho sentito, sai!» Il monitor vede e ascolta tutto. Finito di rassettare il letto, posso finalmente andare a fare pipì e sciacquarmi il viso. Scendo le scale e arrivo in cucina dove mi aspetta la colazione. Inizio a mangiare ma a metà lascio perché non ho appetito. «Finisci tutto!» Il monitor dei fornelli non aspetta un secondo di più. «Non ho fame…» «Hai bevuto ieri, vero?» «No.» «Bugiardo. Barcollavi ieri notte… e sei anche rientrato più tardi del previsto» «C’era traffico.» «Alle quattro del mattino?» Non rispondo e mi alzo per uscire. Il monitor dell’ingresso parte con la solita lista di domande «Vai fuori? Hai preso il pranzo che ti ho preparato? Ti sei messo la maglia di lana sotto la camicia che ti ho stirato? Guarda che fuori piove, hai preso l’ombrello? Fuori fa freddo, ti sei coperto bene?» Rispondo di sì a tutte le domande. Ad alcune ho mentito. Prendo la giaccia e finalmente esco. Il monitor dell’uscio mi urla: «hai dimenticato la sciarpa e il berretto… ti ho detto che fa freddo!» Rientro in fretta, predo gli indumenti e saluto. «Fai il bravo, mi raccomando.» Cammino in fretta. Ormai la casa dei miei genitori è lontana. No, non l’ho ereditata. È ancora casa loro. Sì, vivo ancora con loro. Ora però sono fuori. No, non vado al lavoro. Non ho un lavoro. Vado al bar dell’università. Lì trovo tutti gli altri miei coetanei studenti fuori corso che chiacchierano beatamente tra di loro, bevono tre caffè all’ora, leggono almeno due volte tutti i giornali sportivi a disposizione. Questo è il nostro lavoro. Così ogni santo giorno, tranne il sabato e la domenica, quando si fa il tour dei parenti. A tutti va bene così. No, non a tutti: a me no. Non posso però dirlo a nessuno. Il monitor ha occhi e orecchie dappertutto. Il monitor ha alleati e spie ovunque. Devo stare attento. Così recito la mia parte: scambio pacche sulle spalle ai miei compari, ordino un macchiato, fingo di leggere le notizie sportive mentre penso alla mia prossima mossa. Poi la vedo. Oh, finalmente è arrivata: è la mia ragazza. Le lancio uno sguardo complice. Lei risponde. Nessuno ci vede. Allora lei si alza ed esce nei corridoi dell’università. Dopo una decina di minuti mi alzo anch’io. Ordino e bevo un altro caffè. Dico agli amici che devo andare in bagno. Prendo il corridoio, mi guardo attorno velocemente e invece di entrare nella toilette, giro a sinistra e m’infilo nel buio sottoscala. Ad attendermi c’è la mia ragazza. Ci baciamo in silenzio. Lei cerca di dirmi qualcosa, ma io sento qualcuno scendere le scale, così la zittisco con un altro bacio. «Per quanto dovremo stare nella clandestinità?» la mia ragazza bisbiglia preoccupata. «Te l’ho detto, manca ancora poco. È quasi tutto pronto.» «Me lo dici ogni volta…» Alzo gli occhi al cielo sapendo che lei non mi vede perché siamo al buio. «Fidati di me. Sto sistemando gli ultimi dettagli. Sta andando un po’ a rilento perché il monitor non mi lascia respirare.» «Ma perché non puoi semplicemente presentarmi a casa?» «Ancora con questa storia?» Alzo un po’ troppo la voce e mi zittisco da solo «Il monitor non approverebbe: ha un giudizio molto severo.» «Stiamo assieme da quindici anni… che cosa dobbiamo ancora aspettare?» «Lo so. Abbi pazienza. Fidati, bisogna fare come dico io: nel pomeriggio incontrerò una persona che ci aiuterà… ora però devo andare. Sono stato via troppo tempo, potrebbero sospettare. Ci vediamo domani.» Ci baciamo di nuovo e poi usciamo dal sottoscala in tempi diversi. Nessuno nota niente. Di sera torno a casa. Il monitor del salotto mi saluta e attacca con la solita solfa: «come è andata a scuola? Hai passato gli ultimi esami? Ti vedo sciupato, hai mangiato a pranzo? Mangi le lasagne per cena? Non penserai mica di uscire anche stasera, vero?» La voce non sembra voler sentire una risposta, quindi ne farfuglio una quasi incomprensibile e vado di sopra a cambiarmi. Quando scendo di nuovo alle sette, con mia grande sorpresa, la tavola non è preparata. Il monitor della cucina mi fissa. «Che succede?» Chiedo preoccupato. «Tranquillo, non ti faccio niente.» Questa risposta m’inquieta ancora di più. «Dove sei stato oggi pomeriggio?» «In biblioteca a studiare.» Rispondo il più tranquillamente possibile. «Balle! Sì, eri in biblioteca, ma non tutto il tempo.» «Non capisco...» Il monitor non mi dà il tempo di spiegare. «E quanto sei stato in bagno stamattina al bar?» «Oh andiamo, ora cronometri anche i minuti per fare pipì?» «No, non lo faccio, perché non hai fatto la pipì stamattina al bar!» Il monitor fa una pausa poi riprende. «Come lo so? Me l’ha detto la mia amica, la cameriera.» Maledetta Concetta, avrei dovuto fare più attenzione. «E come so che non eri tutto il tempo in biblioteca? Perché so che eri in banca!» Deglutisco nervosamente e resto in silenzio. Il monitor si avvicina e punta il dito contro di me. «E cosa facevi in banca? Cercavi di ritirare contante per pagare l’affitto di un appartamento in periferia.» Come diavolo fa a saperlo? Quello stronzo allo sportello deve aver fatto la spia in cambio di una crostata alle albicocche. Non dovevo fidarmi di lui. «E a cosa ti serviva l’appartamento? Per andarci a vivere con la tua fidanzatina! Con quella poco di buono…» Sono spalle al muro ma provo l’ultima difesa: «Sono grande ormai, posso decidere da solo…» «Zitto! Non provare a giustificarti… mi hai deluso! Ho già provveduto a bloccarti il conto in banca. Questo però non basta, ovviamente. Per punizione vai subito in camera tua, a letto senza cena… e guai a te se scopro ancora che parli con quella ragazzaccia. Non la vedrai più. Ho parlato anche con i suoi genitori e sono d’accordo. Fila di sopra!» A testa bassa salgo le scale. Il monitor della camera mi ordina di entrare e poi chiude la porta alle mie spalle. Da solo e al buio, piango silenziosamente rannicchiato sul letto. La Grande Mamma sente e vede tutto. La Grande Mamma non perdona.

Nessun commento:

Posta un commento