giovedì 27 ottobre 2022

IL LAVORATORE – Delizie gialle

Sì! Le ho viste!
Ebbene sì. Le ho già viste. Sono al supermercato.
Mi hanno messo subito il buonumore. Io le adoro. Sono le gatte di Lucia. Buonissime. Ogni anno ne mangio a più non posso consapevole di avere un tempo limitato prima che non se ne trovino più in giro. Le mangio a colazione, pranzo, cena, merenda e anche come spuntino di mezzanotte. Sono insaziabile. Le gatte di Lucia mi fanno impazzire. Sono deliziose da sole, magari accompagnate da un caffè o un succo di frutta, ma anche imbevute nel latte se si sono un po’ seccate. Le preferisco semplici senza tante altre aggiunte, ma non mi tiro indietro se le gatte sono farcite di pasta alle mandorle o adornate di uvette.
No, non sono un sadico vicentino che si gusta felini in diverse salse. Quello che vi descrivo sono le Lussekatter, traducibile come le gatte di Lucia appunto, un tradizionale dolce svedese del periodo natalizio.
Vi ho già detto che le amo? Sì, vero… ma mi ripeto. Mi piacciono da morire quei panetti gialli, soffici e dolci al gusto di zafferano. Se fatti (bene) in casa sono un orgasmo per il palato quando la pasta ti si scioglie in bocca al contatto con la lingua. Con la loro tipica forma di numero otto o del segno dell’infinito sono una dipendenza dalla quale non si vede una fine. L’aroma di questo pasticcino caldo appena sfornato s’insinua come un serpentello nelle narici e mi costringe a ingurgitare quantità illimitate di questo dolcetto ben oltre il livello di sazietà. Le Lussekatter sono un peccato di gola, una tentazione diabolica che non mi lascia mai scampo (alcuni infatti ritengono il nome abbia origine da Lucifero).
Di solito le Lussekatter si consumano prevalentemente attorno al giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, e anche se le amo alla follia (non ricordo di averlo scritto quindi lo ripeto per sicurezza) siamo pur sempre a fine ottobre. Mi sembra un po’ troppo presto per abbandonarmi tra le braccia di quell’impasto morbido e invitante e a quella superficie dorata e luccicante… mmm! Devo trattenermi. A fatica, ma devo farlo. Le gatte di Lucia dovranno aspettare. Ora compro solo il latte che mancava per la colazione di domani e poi torno dritto a casa per cena.
 
BLIP
— Signore, vuole una busta per portarsi via il chilo di Lussekatter che ha appena comprato?
— No, non serve. Le mangio subito. Dove devo pagare?
 
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https://italienaren.org/delizie-gialle-roberto-riva/

venerdì 21 ottobre 2022

IL LAVORATORE – L’istituzione per eccellenza

Imprescindibile. Impareggiabile. Inimitabile. Inevitabile.
Non sto parlando del re, del senso civico svedese e neanche del welfare. No, qui si tessono le lodi di un elemento imprescindibile, un’istituzione appunto, non solo della cucina ma anche della società svedese. Polpette IKEA? Scansatevi. Kanelbulle, chi? Pancakes? Ma neanche per idea. Sto parlando di lui, l’idolo delle folle, il re della tavola, il dominatore del gusto… il mitico korv. Non mi riferisco al falukorv (quella specie di salvagente rosso tipico della cucina svedese) ma al comunissimo e universale korv che si trova nel baracchino sotto casa. Sì perché sotto ogni casa in Svezia, o quantomeno a Stoccolma e nelle grandi città, si può facilmente trovare l’immancabile chiosco che vende korv, che più sono luridi e unti e più sono buoni. In questi casi, infatti, vengono amichevolmente soprannominati korvazzi, soprattutto se ingurgitati alle tre di notte mentre si aspetta il bus notturno dopo una serata di bevute con gli amici.
Il korv non è una salsiccia e non è un wurstel o un hot-dog. Cioè sì, può essere entrambe le cose, ma in realtà è molto più di questo. È un punto fermo della società. È un’ancora di stabilità economica e identitaria. È una coperta di Linus per gli abitanti di questo paese.
Il korv lo trovi principalmente in due formati che portano a dubbi amletici davanti al menù del suddetto chioschetto stradale: grillad oppure kokt (attenzione amici anglofoni, non è una parolaccia). Può essere tradizionalmente di carne o vegano per rispettare ogni ideologia. Può avere chiare influenze teuto-italo-ispaniche oppure essere nostrano. Qui non si fa nessuna differenza, non c’è niente di strano in questo.
Il korv è come il prezzemolo. Sta bene dappertutto. A colazione (eh lo so, anche gli svedesi hanno difetti), a pranzo, a cena e come spuntino, sia prima che dopo la mezzanotte. Lo trovi alle feste dei bambini, alle riunioni condominiali, agli eventi sportivi, al festival del korv a Stoccolma e Göteborg (rispettivamente in giugno e novembre), nelle case della classe media e anche nei ristoranti di lusso. Sta bene con le patate, fritte o lesse, col pane, il ketchup e la senape, nella pasta come “salsa” (eh lo so, anche gli svedesi hanno difetti), nello stufato. In pratica non stufa mai.
Il korv non guarda al colore della pelle, all’orientamento sessuale, allo status sociale. Elargisce amore a prescindere. Sfama tutti, incondizionatamente: dal più grande al più piccino; dall’operaio stanco dopo una giornata di lavoro intensiva e fredda, all’imprenditore che ne afferra uno di fretta tra una riunione e l’altra; dal genitore indaffarato col passeggino al giovane hipster (che probabilmente se l’è insaccato in casa da solo); dal prete all’ateo; dal re all’anarchico.
C’è dunque un collegamento viscerale tra il korv e la società svedese. C’è una forte componente ereditaria nella predisposizione degli svedesi alla consumazione di korv in ogni momento e luogo. Ci deve essere una specie di imprinting genetico nelle cellule scandinave che portano all’amore per questo piatto. Non riesco a darmi altra spiegazione. Non avete mai notato, infatti, che i cromosomi hanno la forma di due korv attaccati al centro? Solo un caso? Io non credo.
Infine, non va neanche sottovalutata l’influenza ambientale. L’esempio sono i miei figli, nati in Svezia da genitori italiani. Cosa scelgono al ristorante davanti al menù con pasta al pesce, pizza, pinsa, piadine, fritture miste? Non serve neanche dirlo. Ovviamente il beneamato korv!
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/listituzione-per-eccellenza/

mercoledì 12 ottobre 2022

IL LAVORATORE – Il soprammobile

Apro la porta e la campanellina suona. Il proprietario mi guarda con aria disinteressata e continua a compilare i suoi libri e controllare i cataloghi. Io comincio a guardarmi attorno.
Il negozio di souvenir è molto fornito. Trovo quadretti con paesaggi idilliaci, bicchierini celebrativi, statuine, magneti da frigorifero e strofinacci ricamati. Niente d’interessante.
Sto per uscire ma un oggetto attira la mia attenzione. Ne ho visti tanti di simili, ma questo è un pezzo unico. È nascosto nell’angolo anche se dovrebbe stare in mezzo al negozio per quanto è bello. Lo raccolgo dal tavolino sul quale era appoggiato. Lo osservo attentamente: è proprio meraviglioso. C’è di tutto, dall’arte al cibo, dalla natura alla tecnologia, dalle persone alla lingua. Quello che lo rende speciale è quello che rappresenta. È una palla di vetro souvenir. Quelle con il liquido e la neve finta. Quella che fa la bufera se la capovolgi.
Solo che questa si agita da sola. Non serve neanche toccarla perché vada sottosopra. E la neve è sempre di meno. Prima fa caldo. Tanto caldo. E secco. Per molto tempo. Afa ardente che brucia foreste e città, che fa sparire fiumi e laghi.
Poi piove. A catinelle e all’improvviso. Acquazzoni che devastano campagne e paesi. Se la distruzione non arriva con il torrente ci pensa il vento. Forte, a raffiche che spazzano via tutto.
E il ghiaccio si scioglie. Velocemente, portandosi dietro cose e persone. Si stacca e scende a valle.
Poi trema la terra. Ferocemente. In diversi punti. Si piega ma non si spezza.
Dopo un po’ sembra che la palla di vetro si sia calmata, ma è solo la quiete prima di un nuovo scossone. Sociale. Politico. Più forte di quello di prima. Si spezza ma non si piega. Si rompe qualcosa e poi l’acqua si tinge di nero.
Cerco di distrarmi Buttando l’occhio da un'altra parte: vedo montagne spettacolari e coste meravigliose, colline fiorite e pianure rigogliose, parchi verdi e città interessanti. Funziona. Non penso più a quello che succedeva prima. Guardo ancora e vedo grandi tradizioni e poca voglia di innovazione, osservo menti eccellenti e spiriti truffaldini, sento risate di cuore e pianti disperati. No, guardare dall’altra parte non funziona poi così bene.
Amo questo souvenir. C’è poco da dire. Come si fa a non volergli bene. Più lo guardo, però, e più mi rendo conto che non posso portarlo via con me. Lo devo tenere a distanza perché basta reggerlo in mano per qualche secondo e già si scuote tutto. Non posso farci niente con un oggetto così instabile. È stupendo, incantevole, sorprendente. Come tutti i soprammobili però è sì bello ma inutile. Lo devo lasciare nel negozio. Lo appoggio sul tavolo. Saluto il venditore che neanche mi risponde impegnato ancora a scartabellare tra i suoi documenti. Apro la porta. La campanella suona di nuovo. Io rimango ancora all’estero… hm, volevo dire all’esterno.
 
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martedì 4 ottobre 2022

RACCONTI – I tassi d’interesse

È crisi.
No, non solo quella mia personale che è poco interessante e non fa notizia perché è sempre presente. Si parla ovviamente della crisi mondiale dei mutui. Tassi d’interesse alle stelle. Portafogli alle stalle.
Che si fa? Bisogna pensare al futuro e anche al presente. Si deve quindi correre ai riparti per cercare di salvare l’economia domestica e non ritrovarsi a mangiare riso e patate per il prossimo decennio. C’è solo una soluzione: riunione generale. Che detta così sembra come una mega riunione di tutti gli amministratori delegati in giacca e cravatta di Google, Apple e Amazon, quando in realtà siamo solo io e mia moglie stanchi e in pigiama davanti al computer dopo le nove di sera quando i bambini sono andati a dormire.
Il nostro obiettivo è cosa fare del mutuo. Al momento dell’acquisto dell’appartamento abbiamo spezzettato il mutuo in mille parti, forse nella vana speranza che la banca si scordi di qualcuna di loro. Alcune parti sono a interessi fissi, altre a interessi variabili con alta probabilità di pioggia e tempesta. Nessuna parte è a interessi sereni. Data la situazione sociopolitica attuale io e mia moglie abbiamo deciso di mettere tutto fisso per cercare di coprirci le spalle da imprevisti e rialzi drastici. Abbiamo di fronte a noi diverse opzioni e diverse percentuali. Guardiamo lo schermo per qualche minuto (ora?) senza dire niente. A volte tratteniamo il respiro, a volte deglutiamo rumorosamente nella speranza che sia l’altro a parlare per primo e proporre. Ci guardiamo negli occhi e contemporaneamente, come fanno tutte le coppiette innamorate in perfetta sintonia tra di loro, diciamo due opzioni completamente diverse. Così concordiamo che sia meglio rifletterci sopra e che la notte (insonne) ci porti consiglio.
 
Adoro procrastinare su cose importanti quali la salute e il pagamento delle tasse, ma quando ti accorgi che gli interessi della banca aumentano di giorno in giorno, anche di quasi un punto percentuale, forse è il momento di intervenire. Quindi la sera successiva i bambini sono a nanna e io e mia moglie ci ritroviamo davanti al computer per decidere. Osservo gli interessi sul sito della banca, guardo l’orologio appeso al muro per capire se almeno oggi riusciremo a prendere una decisione, ritorno con gli occhi sullo schermo e… incredibile: in quel mezzo secondo gli interessi sono aumentati di nuovo. Per sicurezza decido di non staccare più gli occhi dal computer. Mi faccio legare mani e piedi alla sedia e mi faccio installare un macchinario che mi tenga le palpebre aperte e fisse sullo schermo come in Arancia Meccanica. Almeno così sono sicuro che riuscirò davvero a fissare il mutuo senza batter ciglio.
Dopo un’accesa discussione basata su argomenti che non conosciamo quali il futuro dell’umanità e la strategia militare di Putin decidiamo che non è proprio il caso di squartare un animale per esaminarne le viscere e che faremo il meglio che possiamo. Votiamo così per fissare i tassi d’interesse a due anni. Mia moglie pone la firma elettronica ma deve farlo anche l’altro coniuge per essere valido. Ora dunque tocca a me. Tutto è nelle mie mani. Mancano 0.8 secondi alla fine del quarto quarto. Praticamente la partita è finita. Stiamo perdendo di un punto, ma io ho due tiri liberi a mia disposizione. Devo solo controfirmare e poi è fatta. Guardo il tabellone: gli interessi sono al 3.76 %, le mie energie psicofisiche al 2.76 %.
No, merda! Ho distolto lo sguardo dallo schermo. Sono aumentati ancora gli interessi? No, ma un gasdotto nel Mar Baltico si è rotto “da solo” (come dice mio figlio di quattro anni con il manico della tazza in mano e i cocci e il latte sparsi sul pavimento). Questo farà sicuramente aumentare gli interessi alla stessa velocità con cui il metano distruggerà l’ecosistema scandinavo.
INTERMEZZO. A volte m’immagino i banchieri seduti attorno a un tavolo aspettare con avidità una nuova catastrofe sociopolitica per aumentare sadicamente gli interessi dei mutui. Guerra in Ucraina? Aumentiamo gli interessi. Crisi energetica? Aumentiamo gli interessi. E giù di risate sataniche e mani che si sfregano. Qualsiasi evento avverso è un pretesto per flagellarci. Scarseggia il grano? Chiediamo più grana. Hai fatto cadere una goccia di caffè sul bancone della cucina senza passare lo straccio? Tassi più alti… ah no, l’ultimo esempio era mia madre. O forse mia moglie? Freud, ti prego, aiutami tu a rispondere. FINE INTERMEZZO.
 
Alla luce delle ultime notizie sul gasdotto Nord Stream, dunque, io e mia moglie cambiamo strategia e fissiamo questa parte del mutuo a quattro anni. Mi appare Gerry Scotti che mi chiede se è la mia risposta definitiva e se la accendiamo. La risposta l’avrò dopo la pubblicità o molto probabilmente fra un paio d’anni se sopravviverò.
Non c’è più tempo per pentirsi. Ormai sia mia moglie sia io abbiamo posto la firma digitale. Leggo le cifre riportate sul sito della banca che indicano quanti soldi dovremo sicuramente pagare per i prossimi quattro anni, a prescindere dall’andamento futuro degli interessi. So che sono numeri ma in quel momento li vedo più come piccoli chiodini neri. Chiodi sulle nostre bare ovviamente.
 
Sono sudatissimo, come Charles Barkley al momento dei tiri liberi, per restare nella metafora cestistica di qualche riga fa. Ho consumato un blister di Gaviscon e uno di Moment. Ora mi sento esausto, fisicamente e mentalmente, ma almeno è fatta… fino a dicembre, quando dovremo decidere per l’altra parte del mutuo che avevamo fissato a un anno al momento dell’acquisto dell’appartamento. Quella parte che volevo far dimenticare alla banca e che invece ho dimenticato io.
Niente paura. Ci penserò tra qualche mese. Posso procrastinare. È una cosa che mi riesce bene. Così tiro un sospiro di sollievo. In quel momento però squilla il telefono. È la compagnia elettrica. Mi dice che è arrivato il momento di rinegoziare i prezzi dell’elettricità: fisso o variabile?
Mi gira la testa e mi faccio un’altra domanda: apro una nuova scatola di Gaviscon o di Moment?

martedì 27 settembre 2022

IL LAVORATORE – La preparazione svedese

“Hej Roberto,
il Natale si avvicina e desideriamo ricordarti che le prenotazioni per l’annuale julbord (il tradizionale pranzo di Natale svedese, N.d.R.) presso il nostro ristorante sono già aperte. Affrettati a riservare un tavolo per te e i tuoi familiari, amici o colleghi di lavoro. Preparati a gustare le prelibatezze del nostro julbord, godendo della meravigliosa vista sull’arcipelago di Stoccolma. Non perdere tempo e prenotata la vera esperienza natalizia con noi. Ti aspettiamo!”
 
Fantastico! Eccezionale! Adoro lo julbord, specialmente in questo ristorante! Mi giro verso mia moglie e le chiedo che cosa stiamo aspettando a prenotare, ma lei mi guarda basita.
Siamo a metà settembre. Ecco che c’è. Mi ero fatto trasportare a dicembre dall’entusiasmo e dall’atmosfera sognante dell’e-mail. Le foglie ancora verdi e le ore di luce ancora accettabili mi riportano al presente: metà settembre appunto.
In Svezia, però, dopo il relax delle ferie estive è già l’inizio della nuova stagione: il “Preparansione” svedese (ATTENZIONE spoiler alert: generalizzazione in corso). Agli svedesi piace essere preparati, pronti e sempre sul pezzo. Agli svedesi non piace essere colti di sorpresa, perdere troppo il controllo o dover improvvisare. Per questo motivo il calendario svedese e, se dobbiamo dirla tutta, la società in generale è permeata di un pochettino di ansietta: da prestazione, d’attesa, da perfezionismo. Niente di grave, sia chiaro, in molti casi ha i suoi notevoli vantaggi ma a volte porta al rischio di essere con la testa già al passaggio successivo e di non vivere appieno il momento, il qui e adesso – här och nu (ATTENZIONE: ricordo che siamo ancora in fase di becera generalizzazione e stereotipia).
Andiamo dunque a presentare alcuni semplici esempi, oltre alla sopracitata prenotazione per il pranzo di Natale a settembre, che chiariscano il “Preparansione” svedese, ovvero l’ansia di essere sempre preparati.
Cominciamo con le festività. Il Natale, come tutti sanno, si festeggia il 25 dicembre. No! Come no? Eh no… il Natale in Svezia si festeggia il 24.
Di conseguenza, Pasqua si festeggia il sabato e non la domenica, midsommar (la meravigliosa festa dedicata al solstizio che cade il terzo sabato del mese di giugno) si festeggia di venerdì. Ovvio. La stessa definizione di midsommar, a mio modesto avviso, è un inno al “Preparansione” svedese in quanto è la festa di mezza estate… quando in realtà l’estate è astronomicamente appena iniziata!
Cominciate a seguirmi? Anche voi state annuendo e vi riconoscete in queste parole? Oppure pensate che stia dicendo un sacco di stupidaggini? In entrambi i casi avete ragione.
Ma non saltiamo alle conclusioni prima del previsto. Sarebbe un po’ ansioso, non trovate? Per chiarire il concetto ci sono altri esempi racchiusi in una semplice parola inglese: last minute (ATTENZIONE: generalizzazione specifica su Stoccolma in corso). Prenotare il giorno prima o il giorno stesso un posto a teatro o al cinema, una notte in hotel, un locale condominiale oppure un tavolo al ristorante diventa una missione impossibile anche per il miglior Tom Cruise. Scordatevi se il tavolo è da riservare per più di dieci persone anche se chiamate un mese prima. Capitolo a parte meriterebbe la settimana sugli sci dello sportlov a febbraio che di regola va prenotata in agosto dell’anno precedente.
Al lavoro le ferie pasquali, estive vanno chieste già a novembre o al massimo a gennaio. Capita spesso di partecipare a riunioni in preparazione alla riunione che deciderà quando fare la riunione nella quale si prenderà una decisione su un determinato problema (ATTENZIONE: esagerazione eseguita).
Il “Preparansione” svedese ha le sue origini sin dai primi anni di vita. Infatti, gli allievi agli ultimi due mesi di alcuni asili entrano in un gruppo (6-årsgruppen) che li prepara alla förskoleklass, che altro non è che un primo anno di ulteriore preparazione alla grundskolan (il corrispettivo della scuola elementare).
Non voglio essere mal interpretato: io adoro la Svezia e tutte le sue mille sfaccettature… anche quelle più ansiose. Se non fosse così me ne sarei già andato e in fin dei conti mi ci ritrovo in questo modo di essere. Infatti, questo pezzo lo chiudo così: metto il punto in anticipo qui. e poi finisco la frase
 
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giovedì 22 settembre 2022

RACCONTI – Cronaca di uno svenimento

Cronaca di uno svenimento
Atto unico

(Una bella palestra ben attrezzata. A sinistra l’ingresso degli spogliatoi e un attrezzo per sollevamento pesi, sul fondo una panchina, una fontana per l’acqua. In mezzo dei pesi, una cyclette, un vogatore e una corda per saltare. A sinistra s’intravedono le scale che portano al piano di sotto con l’ingresso. Da lì entrano Cuore e Cervello.)
 
CUORE – Oh, eccoci qua! Finalmente oggi ci si allena un po’.
CERVELLO – Non si era detto di riposare?
CUORE – Certo, certo… dopo questa lezione di pesi e cardio.
CERVELLO – No. Si riposa ora. Torniamo a casa.
MUSCOLI – (nascosto dietro la panchina) Cervello ha ragione. Oggi non ho voglia di muovermi.
CUORE – Hm, ci devo pensare. (Fa un giro in palestra) Va bene, ci ho pensato: mi alleno, ma non spingo troppo, promesso.
CERVELLO – Ci vai piano?
CUORE – Sì, ti ho detto che non spingo. Fidati.
CERVELLO – Ma hai mangiato, vero?
CUORE – Ovvio, per chi mi hai preso?
STOMACO – (spuntando con la faccia dallo spogliatoio) Non è vero, sta me…
CUORE – (chiude in fretta la porta in faccia a Stomaco) …sto mettendo su troppi chili e quindi devo allenarmi. Tranquillo ho pranzato alle undici e mezza.
CERVELLO – E…
CUORE – E ho mangiato una banana quindici minuti fa.
CERVELLO – Non credo che basti.
CUORE – Va bene così, fidati. So gestire lo sforzo.
CERVELLO – See… come l’altra volta che sei sceso dalla bici di spinning bianco cadavere e ti sei dovuto stendere mezz’ora in corridoio per evitare una sincope.
MUSCOLI – Cosa? È già successo? Andiamo via, vi prego!
CUORE – Stiamo calmi. È successo tanti anni fa. Ora siamo più maturi, ci conosciamo meglio. Sappiamo i nostri punti di forza.
CERVELLO – È la conoscenza dei limiti che ci manca.
CUORE – E poi quella volta là eravamo tornati in palestra troppo presto dopo una forte influenza.
CERVELLO – Ti ricordo che sei stato raffreddato la settimana scorsa…
CUORE – Embè?
PANZA – (entra prepotentemente dallo spogliatoio) Allora, iniziamo? Mi avete convinto a venire in palestra, almeno facciamo qualcosa. Non riuscirete a farmi andare via solo muovendo i muscoli della lingua.
MUSCOLI – Ma che ne sa di muscoli questo? È solo una palla di lardo!
PANZA – (piange e si aggrappa a Cuore) Muscoli è cattivo! Io ci provo, ma lui ce l’ha con me.
CUORE – (coccolando Panza) Tranquillo. Dopo ceniamo con un hamburger e magari ci beviamo anche una birretta, ok?
PANZA – (asciugandosi le lacrime e singhiozzando) Sì, grazie. Tu sì che mi capisci!
CUORE – Bravo… ma ora staccati un po’ da me per favore che dobbiamo iniziare l’allenamento.
MUSCOLI – Va bene, va bene. Tutta questa discussione mi sta scaldando! Iniziamo e facciamola finita.
CUORE – Così ti voglio! (Muscoli esegue gli ordini di Cuore) Piegati là. Corri così. Rema sul vogatore. Pedala più velocemente. Ora riposa. Bene. Io mi sento già meglio.
PANZA – Oddio, sto morendo! Quant’è passata, mezz’ora?
CERVELLO – (guarda l’orologio biologico) Dieci minuti.
PANZA – Voglio morire!
CUORE – Stai tranquillo che vai alla grande.
STOMACO – (entrando dal camerino) Non che c’è qualcosa da sgranocchiare? O un Gatorade da bere?
CERVELLO – In effetti… a me farebbe comodo.
MUSCOLI – Anche a me!
PANZA – Io vorrei una pizza invece.
CUORE – Stomaco, ti ho già dato una banana. Dove l’hai messa?
STOMACO – Boh. Vado a cercarla (esce).
CUORE – Vai muscoli, che il minuto di pausa è finito. Si ricomincia. Come siamo messi?
CERVELLO – Abbiamo già fatto una buona serie di esercizi. Direi che basta per oggi.
CUORE – Avevo chiesto a Muscoli.
MUSCOLI – Insomma… Faccio fatica. Sono sotto sforzo da venti minuti. Io mi fermerei volentieri.
PISELLO – (alzandosi da sotto) Macché! Non la vedi quella gnocca là? Continua. Non possiamo mica passare per dei mollaccioni.
CUORE – Oh, ma chi ti ha dato tutto quel sangue adesso?
PISELLO – (ride) Indovina un po’… tu!
CERVELLO – (a Cuore) Sei un coglione!
CUORE – Però Pisello non ha tutti i torti. Dai Muscoli, facciamo ancora solo un paio di ripetizioni!
CERVELLO – Obietto! Mi sento strano. Non mi sento lucido. Fermiamoci tutti per favore.
CUORE – Andiamo. Ancora dieci minuti e poi la lezione è terminata. Non possiamo mollare ora.
STOMACO – (entrando in scena con un pezzo di banana mangiucchiata in mano) L’ho trovata finalmente! Qualcuno ne vuole un pezzo?
TUTTI – (in coro) No! (Stomaco esce)
CERVELLO – Oddio, mi viene da vomitare. (Traballa) Mi sento male.
STOMACO – (rientrando in scena) Oh, ma chi è quello stronzo che mi ha rubato tutto il glucosio che avevo nella mia sacca della palestra?
CUORE – (fischiettando) Io non ne so niente.
MUSCOLI – Cervello? Che faccio?
CUORE – Vai pure avanti. Fai cinque salti sulla corda e solleva un paio di volte quel peso da dieci chili. Manca poco.
CERVELLO – (Va verso la panchina) Mi gira la testa. Mi devo sedere. Mi sento mancare.
CUORE – Esagerato.
MUSCOLI – Basta ora. Non ce la faccio più. (Segue Cervello sulla panchina).
CUORE – (Guarda Panza disteso per terra) Pure voi vi arrendete?
STOMACO – Qualcuno dovrebbe almeno dare dell’acqua a Cervello… e un po’ anche a me.
CUORE – Prenditela da solo, no?
STOMACO – Di solito è compito di Muscoli, ma guardalo, non riesce neanche ad alzare un braccio.
PISELLO – Che figuraccia! Quella gnocca di prima ci sta guardato con pietà.
CUORE – Eh smettila. Ti sembra il momento di pensare a queste cose adesso?
MUSCOLI – (Cerca di sollevare Cervello ma fanno fatica a stare in piedi) Datemi una mano per favore.
CUORE – Arrivo, arrivo. Ti aiuto io. Devo fare sempre tutto io qua. Dai Cervello, stenditi un po’ prima che mi svieni davanti a tut... (non fa in tempo a dare una mano)
Cervello – (cade a terra disteso) Aiuto, non ci vedo più!

Buio.

venerdì 16 settembre 2022

KISSENEFREGA – Il club

Una limousine nera si ferma davanti a un imponente palazzo barocco situato nella periferia della città, quasi in campagna. Dopo qualche secondo di pausa ne esce un uomo in abito da sera nero e mantello. Porta una maschera in stile veneziano in faccia. Quell’uomo sono io.
 
Mi avvicino al portone del palazzo. Osservo con un po’ di timore ed eccitazione le due statue poste ai lati: un drago alato alla destra e un’aquila reale a sinistra. Col picchiotto a forma di testa di leone busso alla porta e attendo con ansia. In pochi secondi un maggiordomo apre.
«Parola d’ordine, signore?»
«Fidelio!» Rispondo senza esitare.
L’uomo però scuote la testa.
«Apriti sesamo.» Riprovo. Stesso risultato.
«Un fiorino…» Lo dico cercando di imitare l’accento napoletano. L’uomo scuote la testa ancora.
«Mi manda Walt Disney? Savoia o morte? La signora cammina con la borsa e il fosso si salta senza rincorsa?» L’ultima la dico come se fossi Antani, ma non basta.
Esausto esclamo: «Oh, Grande Giove… la parola d’ordine è…»
E l’uomo mi fa entrare.
«Bene, signore. Vedo che sa pensare quadrimensionalmente.» Aggiunge con un sorriso che posso solo immaginare perché è nascosto dalla maschera. Un cameriere mi toglie il mantello dalle spalle. Anche lui porta una maschera. Tutti qui dentro portano una maschera veneziana sul volto. Me ne accorgo quando comincio a camminare sul tappeto rosso del lungo corridoio poco illuminato che porta alle altre stanze del palazzo.
La mia attenzione viene subito attratta dalle grida di piacere e sofferenza che arrivano dalla prima camera. Mi affaccio e vedo due persone che fanno cose oscene. Rabbrividisco ma allo stesso tempo ne sono attratto. Faccio un passo dentro per vedere meglio. Un uomo mezzo nudo sta seduto su una sedia. Una donna sta in piedi dietro di lui. Lei gli massaggia vigorosamente le spalle dolenti. Lui grida per la sofferenza e per il temporaneo sollievo. Non posso restare un minuto più a guardare la scena.
Mi sposto subito verso la stanza successiva. Capisco subito che questa è la stanza più brutta di tutte. Ci sono solo uomini. Sono tutti rasati alla perfezione e hanno i capelli impomatati. Sono in giacca e cravatta che, a quanto pare, mettono anche di sabato e di domenica mattina per andare a bere il caffè al bar. Parlano di investimenti, di carriera, di macchine nuove, di giardinaggio e non ridono mai, neanche davanti a un dibattito politico italiano. Sembrano tremendamente seri e maturi. Li lascio subito stare. Non voglio neanche entrarci qui.
Vado avanti verso una nuova stanza dove trovo molti uomini e donne che parlano tra di loro in maniera composta anche se qualcuno sembra essere più concitato di altri. Non capisco bene di cosa stanno disquisendo, ma l’atmosfera sembra comunque molto distesa. Oh, che bello. I muscoli della fronte e delle mandibole si allentano. Penso che potrei unirmi alle loro discussioni, ma quando mi avvicino a una coppia capisco il contenuto della loro conversazione e mi si gela il sangue. Stanno parlando del tempo che farà domani. Una delle due dice che ci sarà il sole perché il cielo era rosso stasera. L’altra sostiene di aver controllato diversi siti di meteo e afferma sicura che invece pioverà. Io scappo prima che si accorgano della mia presenza e mi lancio in un altro gruppetto di persone. Con mio grande orrore la musico non cambia. «I giovani non sono più quelli di una volta…» Dice uno. «La nostra generazione è fatta di un'altra pasta.» Dice l’altro. «Si stava meglio quando si stava peggio.» Aggiunge il terzo. Robe da farti accapponare la pelle, ma non è finita perché arriva un’altra persona che con grande eccitazione esclama: «Hanno aperto un nuovo cantiere, ci andiamo?»
Mi basta e avanza. Esco dal camerone e torno nel corridoio. Sono deluso. Comincio a passare in rassegna velocemente le altre stanze senza grosse speranze e aspettative.
Nei bagni trovo chi si tinge i capelli e chi si strappa i peli bianchi dalla barba con una pinzetta davanti allo specchio. Nella biblioteca osservo con curiosità gente seduta sulla poltrona con le braccia distese in avanti per reggere un giornale nel tentativo di controbattere una miopia cavalcante. A ogni passaggio in corridoio mi sento male. Nel salone centrale vedo molti uomini e donne di mezza età perdere freni inibitori, lanciarsi in risate sproporzionate e imbarazzanti balli di gruppo dopo aver bevuto solo un paio di birre o un bicchiere di vino. Vedo le stesse persone coricarsi per “riposare” già alle nove di sera nelle camere da notte dopo aver messo a letto i propri figli.
Ho visto abbastanza. Devo scappare da questo luogo di perdizione. Devo andarmene, ma non posso. Le porte sono sorvegliate da un paio di scimmioni con una maschera da King Kong che nasconde una faccia da gorilla, le finestre sono sbarrate. Sto sudando freddo. Non posso restare in questo palazzo. Devo nascondermi da qualche parte prima che il personale del palazzo mi prenda e mi porti di forza in una di quelle tremende stanze che ho appena visitato.
In preda al panico apro la prima porta che trovo ed entro in una stanza silenziosa e semibuia. Al centro, illuminato da un faro di luce bianca, è posizionato un grande armadio a due ante. Un armadio di legno di rovere, massiccio e intarsiato. Chiudo la porta alle mie spalle e mi concentro sul mobile misterioso. Man mano che mi avvicino, delle note di pianoforte, prima singole, deboli e distanziate le une dalle altre, poi sempre più intense e in rapida successione riecheggiano. Il pathos aumenta finché appoggio la mano sulla maniglia dell’armadio e la musica si ferma di colpo. È solo nella mia mente oppure c’è qualcuno che segue le mie mosse. D’improvviso mi sento osservato ma questo non mi impedisce di tirare la maniglia e aprire l’armadio. Dentro non c’è niente. È buio. Molto buio, da non vedere il fondo. Questa può essere la mia salvezza da questo terribile palazzo e da tutte le sue maledette stanze. Qui posso starmene tranquillo. Nessuno mi romperà le scatole. Potrò evitare i contatti sociali, gli obblighi e gli impegni. Qui sarà un luogo sicuro per me, dove scaccolarmi, spaparanzarmi sul divano, guardare serie tv demenziali o vecchi film degli anni ’90 dei quali conosco tutte le battute a memoria senza essere giudicato. In questo armadio posso nascondermi dal mondo.
Mi faccio coraggio, entro con un piede, poi con l’altro. Sono dentro. Richiudo le ante dell’armadio dietro di me e i miei occhi si sono già abituati all’oscurità. Non è poi così buio e mi accorgo di non essere solo. Sono uomini e donne della mia età o più vecchi. Sono amici, conoscenti, parenti. Mi guardano e mi sorridano amaramente. Tengono in mano dei palloncini e reggono dei festoni.
Mi giro per scappare ma le ante sono bloccate. Incisa con le unghie sulla parte interna della porta dell’armadio una scritta recita: “Benvenuto nel club dell’anta!”
 
E voi direte: e chi se ne frega del tuo nuovo club? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!