venerdì 29 ottobre 2021

RACCONTI – La compravendita (seconda parte)

Ho sei passaggi da affrontare. Sei fasi. Da queste dipenderà la vita… del mio conto in banca.

Fase uno: la scelta. Uno è troppo invadente, uno troppo accondiscendente, una troppo insulsa, una troppo incerta. A prescindere da queste differenze, tutti, ma proprio tutti, hanno il miglior fotografo in circolazione. Che sia la stessa persona? Me lo sono chiesto un paio di volte, ma non credo. Stoccolma non è un paesello. Non è facile scegliere l’agente immobiliare giusto per te. Dicono che devi trovare la persona che ti fa scattare qualcosa dentro. Neanche Paolo Fox o il dottor Stranamore potrebbero aiutarti in questo. Quando sto per perdere le speranze trovo quella giusta: persuasiva, preparata ed equilibrata. Vengo subito a sapere che non solo ha venduto tutte le case nella mia zona e ogni buco di appartamento in giro, ma è riuscita persino a vendere le buche delle lettere e le casette in legno del giardino del mio condominio. Una macchina da guerra insomma. Dopo aver firmato il contratto se ne va via con la sua Tesla lasciandomi con un sorriso.

Fase due: svuotare. Se comprare casa è stato emotivamente logorante, vendere è fisicamente estenuante. Ci sono talmente tante cose da sistemare che, in confronto, il lavoro dell’amministrazione Biden dopo che Trump se n’è andato è stato una passeggiata. Riordinare ogni sgabuzzino e armadio per ricavarne spazio da riempire. Ammassare oggetti in cantina fino all’orlo e chiudere in fretta la porta prima che mi cada tutto addosso. Creare un appunto mentale: “Attenzione la prossima volta che apri la porta della cantina”. Dimenticare quell’appunto mentale un minuto dopo. Buttare via robaccia che tengo in casa da anni. Chiedere ai vicini la cortesia di tenere un letto, una libreria e sedie della tavola da pranzo che non so dove mettere. Non basta. Caricare la macchina e portare le gatte in pensionato. Lo so che c’è qualcosa di sbagliato in questo, ma è solo per un paio di giorni e servirà a togliere l’odore della sabbietta e i peli dal divano. Pulire il tappetino dell’auto dal piscio che le gatte non sono riuscite a trattenere per la paura. Cercare il contratto con l’agente immobiliare che non trovo più perché è in qualche scatolone che ho spostato in cantina. Quale? Neanche l’Onnipotente lo saprebbe.

Fase tre: abbellire. In realtà, non si tratta solo di togliere ma anche di aggiungere sapientemente. Piante e fiori per esempio. Rigorosamente in vasi bianchi. Più sembra una giungla o un cimitero e meglio è. Aggiungere frutta di stagione in cucina, coperte, asciugamani, libri di filosofia tedesca aperti a casaccio e tante candele (e qui si torna al concetto di camposanto). Qualsiasi cosa tu faccia l’importante è seguire il principio: più la casa è invivibile e più sarà attraente per gli acquirenti. Bene. Ora, prima di passare alla fase successiva sei pronto per le foto. Arriva il fotografo. Quello più bravo di Stoccolma, te lo ricordi? Scatta foto da angoli mai visti: fa sembrare una cameretta come una sala da ricevimento alla reggia di Versailles, fa sparire un camion blu elettrico che si intravede dalla finestra come fosse David Copperfield, trova la luce giusta in una stanza anche se fossimo in una caverna. Oh, bravo davvero questo fotografo! Le foto sono così belle che non vorresti più vendere la casa. Ma ormai è troppo tardi.

Fase quattro: pulire. Hai presente quanto ti fai la doccia, magari anche due di fila, fai il bagno nel profumo, ti pulisci tutti gli orifizi che hai, ti metti il vestito migliore che risalta al meglio il tuo corpo e la tua personalità prima di uscire per un appuntamento galante dopo mesi di astinenza? Ecco, questo ma moltiplicato alla decima potenza e applicato all’appartamento da vendere. La casa dovrà essere una sfera di cristallo. Ogni superficie dovrà riflettere (anche sugli errori che hai fatto in gioventù). Ora la casa è perfetta, ma basta il passaggio delle due canaglie di 3 e 5 anni con in mano un cioccolatino per mandare affanculo in tre secondi tutto il lavoro che l’impresa di pulizie ha fatto in tre ore. Forse al pensionato avrei dovuto lasciare i bimbi e non le gatte. Ecco dov’era quel qualcosa di sbagliato. Per il senso di colpa di essere stato io a dar loro il cioccolato, lucido tutto di nuovo. Pulisco talmente tanto che una mano si trasforma in una pezza di stoffa e l’altra in uno spruzzino detergente. Anche Darwin si stupirebbe di questa evoluzione.

Fase cinque: il contatto con gli acquirenti. O meglio, l’assenza di contatto. Mentre l’agente fa vedere la casa, io e tutta la carovana famigliare dobbiamo andarcene. Durante la visita a porte aperte dei possibili acquirenti noi passiamo il tempo corrodendoci di ansia e dubbi: abbiamo pulito abbastanza? La casa piacerà? Faranno offerte? Venderemo al prezzo giusto? Iva Zanicchi ci assiste in questi dilemmi.

Fase sei: l’asta. Questa volta siamo noi a godercela… se parte l’asta. Eh sì, perché se nessuno offre si torna spietatamente alla fase cinque. E son dolori. Questa volta, però, l’asta parte per fortuna. Eccome se parte. I messaggini che mi arrivano sono le puntate dei possibili acquirenti e suonano come i tintinnii della slot machine. Dopo che alcuni acquirenti si sono metaforicamente accoltellati e dissanguati a colpi di puntate al rialzo, abbiamo un vincitore. Io e mia moglie! Evviva! Ora si tratta “solo” di trovare l’accordo per la data del trasloco e di firmare il contratto prima che gli acquirenti se ne pentano e cambino idea. Quest’ultima parte ricorda il momento in cui quelli che fanno il gioco delle tre carte chiudono baracca e burattini e scappano appena ti hanno imbrogliato.

Fase sette (ma non erano solo sei le fasi?): il pagamento. Ah, ecco. Mi sembrava mancasse questo passaggio. Nella gioia della vendita non mi sono accorto che nel contratto con l’agente c’era un settimo passaggio: il pagamento della provvigione. Quota fissa più percentuale in base al prezzo finale dopo una certa soglia. Ed è lì, quando vedo la parcella da elargire all’agente, che capisco perché lei gira in Tesla e a me invece gira la testa.

venerdì 22 ottobre 2021

RACCONTI – La compravendita (prima parte)

Sono davanti a tre porte.
Dietro alla porta numero uno c’è una specie di modella svedese, alta, bionda e bionica: una strafiga stratosferica, stratirata e strapreparata che mi ammalierà e mi farà perdere la concentrazione mentre pendo dalle sue labbra.
Dietro alla porta numero due c’è un bel fusto dalle spalle larghe, dal sorriso smagliante e dall’autostima strabordante, paragonabile solo a quella di Zlatan Ibrahimovic dopo un gol da centrocampo in rovesciata. Mi farà sembrare tutto ciò che vedo un paradiso terrestre.
Dietro alla porta numero tre c’è una persona impettita, rigida e col culo talmente stretto da riuscire a trattenere uno spillo da balia tra le chiappe. Mentre mi chiederò se sia rimasto incastrato in quel vestito per sbaglio o se sia una sua scelta di vita, questa persona sarà riuscita a vendermi anche sua madre.
Quale scegliere?
No, non è un gioco a premi. Quelli dietro alle tre porte sono degli agenti immobiliari. Questa è una normalissima situazione da domenica pomeriggio di “visning” a Stoccolma. Open house in inglese. Porte aperte in italiano. Non porte aperte per i ladri, ma per i possibili acquirenti dell’appartamento. In questo caso io e mia moglie. I ladri sono quelli che ti vendono la casa, visti i prezzi che ci sono in città.
Tutto inizia, però, con una droga. Me la inietto da solo, nel calduccio di casa mia, di sera dopo che i bambini sono andati a nanna. Fa effetto velocemente e appena me ne accorgo e già troppo tardi. È una droga sperimentale svedese. Si chiama hemnet.se, si consuma on-line ed è completamente legale. È un sito internet dal quale non riesco a staccarmi neanche quando trovo la casa perfetta perché rimango sempre nella speranza di trovarne una ancora più perfetta.
Dopo un’overdose di appartamenti comincio a notare delle caratteristiche comuni: la presenza di una chitarra (spesso in più di una stanza) anche se i proprietari non saprebbero distinguere un Fa da un Sol o un Re da un vassallo, l’esposizione al sole 24 ore su 24 anche in inverno sopra il 59° parallelo Nord, frutta e verdura esposte in cucina come nel baracchino sotto casa, tappeti e coperte in plaid sparse in ogni stanza come nella dimora dello scià di Persia e per finire l’immancabile descrizione della casa come “una vera perla”, “imperdibile”, “fantastica” da far invidia ai commenti dei giornalisti schiaffati sulle copertine dei best-seller.
Dopo aver fatto scorpacciata di foto, essermi immaginato spaparanzato sul divano del nuovo salotto e aver sognato di poter bere il caffè mattutino affacciato a quel meraviglioso balcone soleggiato, alla fine scelgo gli unici tre appartamenti che mi posso permettere e che saranno aperti al pubblico domenica pomeriggio.
Eccomi quindi a varcare le tre porte dei tre appartamenti. In un attimo divento un esperto di orienteering, cercando il muschio sulle pareti per identificare i punti cardinali, quando fino a pochi giorni prima non sapevo neanche che Napoli si trovasse più a est di Trieste. Passo il dito in cerca di polvere in ogni superficie della casa come fossi la signorina Rottermeier mentre a casa mia ci sono ancora i covoni di polvere che rotolano al vento. Fingo di essere più esperto di Pino, l’elettricista di famiglia, per quanto riguarda cavi e contatori e nel frattempo nascondo in tasca la mano incerottata dopo che ho infilato il dito nella presa elettrica. Prendo le misure di ogni stanza per farmi l’arredamento immaginario, commento ad alta voce i difetti per spaventare gli altri possibili acquirenti e faccio un paio di domande inutili all’agente immobiliare giusto per dimostrarmi interessato. Dopo quindici minuti esco, riluttante, dubbioso, con la paura di essermi perso qualche dettaglio importante e con una brochure in mano che mi farà sognare di poter essere il prossimo proprietario di quel buco da 80 metri quadri dove dovrò incastrarci me, mia moglie, due bambini vivaci e i loro duecentotrenta giocattoli.
Non faccio in tempo ad arrivare a casa che parte l’asta per l’appartamento. Come per il fantacalcio, ma in questo caso i soldi sono veri. Faccio un’offerta e aspetto. Riceverò un messaggio per ogni eventuale nuova puntata che faranno gli altri. Nei successivi tre o quattro giorni vivo con ansia e panico ogni vibrazione o suono di notifica proveniente dal cellulare. Appena leggo sul display che non è una nuova offerta al rialzo sono pronto a benedire chiunque mi abbia scritto… anche il mio capo che mi chiede di lavorare sabato e domenica.
Dopo un paio di botta e risposta per far lievitare il prezzo alle stelle con uno o più fantomatici acquirenti (passi le notti a chiederti se esistano veramente o se siano personaggi inventati dall’agente immobiliare solo per far alzare il prezzo della casa), alla fine vinco l’asta, vinco l’appartamento e mi porto via anche un set di pentole in acciaio inox da 24 pezzi per essere stato tra le prime tre telefonate.
Congratulazioni! Grande! Ora mi sono fortemente indebitato per i prossimi quarant’anni. Stappo la bottiglia di champagne più costosa che ho in casa. Sì, sì. Festeggio pure, ma con quali soldi pago questo appartamento? Eh già, ora mi tocca vendere casa mia. E mentre riverso con l’imbuto il vino avanzato dentro la bottiglia mi preparo al prossimo capitolo della saga.

lunedì 18 ottobre 2021

RACCONTI – L’ho persa

Mi sono appena svegliato e sto andando in bagno, quando mi giro a controllare e lei non c’è. Ma come è possibile? E dire che ieri sera era lì a fianco a me. Ci siamo addormentati tenendoci per mano. Sono convinto di averci passato tutta la notte assieme. Invece niente. Torno indietro e controllo sotto al letto, dietro alla porta e dietro alle tende. Magari mi voleva fare uno scherzo. Niente. Dev’essere scivolata via durante la notte e poi scappata dal letto quando ho spostato la coperta. Cerco anche nelle altre stanze. Lei non c’è. Mi ha lasciato così. Senza dire niente. Senza avvisare. E io che credevo che volesse stare con me per sempre. Lei era l’unica ragione che mi faceva alzare dal letto. Che mi dava la voglia di andare avanti. Ora però mi ha abbandonato.
Oggi è proprio uno di quei giorni così. La vorresti tanto avere ma lei non c’è. Uccel di bosco. D'altronde è lunedì, che altro c’era da aspettarsi. Se ne va quasi sempre via di lunedì dopo un bel fine settimana passato assieme. Rare volte rimane con me per tutta la settimana, ma oggi no.
Aggiungiamoci anche che da poco è entrato l’autunno e che vivo in Svezia e il baratro del buio perenne è lì ad aspettarmi davanti alla soglia di casa. Sarà dura affrontare la stagione senza di lei.
Dove sarà andata a finire?
Ora mi tocca andare a cercarla fuori. E non ne ho voglia. Potrei aspettarla qui. Spesso ritorna dopo un paio di giorni facendo finta che non sia successo niente. Si fa un po’ desiderare, ma poi torna. Entra dalla porta principale senza nessun senso di colpa, con l’atteggiamento di chi crede che tutto le sia dovuto. Ti rinfaccia che dovresti essere contento che sia tornata solo per te. Che dovresti prenderla lì sul tavolo altrimenti lei se ne va col primo che passa. Tremenda.
Ma se poi non arriva? No, devo farmi forza e uscire. Non posso aspettarla. Oggi no.
Forse ha preso la bici. Sono ancora in tempo a raggiungerla. Di solito l’aria fresca del mattino mi schiaffeggia la faccia e mi rimette in carreggiata. Le pedalate forzate risvegliano il torpore dei muscoli e mi danno vigore. Spesso i sali scendi dei ponti di Stoccolma mostrano il meglio di me sui pedali e mi aiutano a recuperarla strada facendo. Ma oggi no.
Dovrò vedere se mi sta aspettando al lavoro. Ci sarei dovuto arrivare alla grande come il pirata Pantani dei tempi d’oro, invece ci arrivo a pezzi come il pirata zombi LeChuck di Monkey Island. Non importa. Preparo un buon caffè svedese resuscitamorti. So che le piace. Farà sicuramente effetto e la riconquisterò. Funziona sempre… ma oggi no. Il caffè è finito.
Devo andare dai miei pazienti. Il senso di responsabilità, la spinta deontologica e il dovere professionale esalteranno le mie qualità di psicologo e lei capirà che sono degno di lei. Vedrà di che pasta sono fatto e mi abbraccerà con orgoglio. Di solito funziona. Ma oggi no.
Mi trascino tutto il giorno ascoltando i pazienti, sbadigliando sotto la mascherina nella speranza che nessuno se ne accorga e dando tutto quello che ho. Dopo il caffè post prandiale mi sembra di vederla. La inseguo per tutta la clinica ma lei sfugge. Oggi non riesco a riacciuffarla. Oggi proprio no.
Finisco la giornata e torno a casa dalla mia famiglia. Lei sarà lì ad aspettarmi. I baci, le carezze, i sorrisi e l’affetto dei miei figli sanno sempre regalarmi gioia. Vorrei condividerli con lei. Come ogni giorno torno a casa e mi lancio a giocare con i bambini come Zio Paperone si tuffa nelle sue monete. Ma oggi no. Lei non c’è. Allora mi lancio e basta. Sul divano. Disteso e sbracato come Ciccio di Paperopoli fino all’ora di cena. Almeno ridotto così le posso fare pena e magari lei s’infila sotto la copertina di lana e mi dà la spinta a fare qualcosa di produttivo. Ma oggi no.
Oggi lei mi ha proprio snobbato e dribblato in ogni modo.
Distrutto e deluso vado a letto. Magari è sempre stata lì, tra le pieghe delle lenzuola e io non me ne sono accorto. Oppure la ritroverò tra i miei sogni e domattina ripartiremo insieme come se nulla fosse successo. Non può fare autunno per sempre. Se non domani, dopodomani. Se non dopodomani, tra una settimana. Lei tornerà. Ma oggi no.
Basta ora. È ora di dormire. Mi distendo e mi sento pesante. Sono le undici e mezza di sera e stanco come sono dovrei addormentarmi subito. Invece… lei è tornata: occhi sgranati e pensieri a mille. L’energia che avevo perso per tutto il giorno non mi lascia dormire in pace. Oggi proprio no.

venerdì 15 ottobre 2021

KISSENEFREGA – La disfunzione

Ho una disfunzione afasica-cognitiva della circonvoluzione frontale inferiore di Chomskyana memoria.
Eh? Che cosa ho appena detto? Chiedo scusa!
Quello che voglio dire è che non so più parlare italiano. Mi vergogno un po’ ad ammetterlo ma è così. Più passano gli anni vissuti in Svezia a parlare costantemente svedese e più mi ritrovo a iniziare una frase in italiano ma a concluderla in a completely different language*. Credo che ci sia bisogno di una neuropsychological inquiry* che porti a un diagnostic report* per descrivere questo mio abuso di parole svedesi per concetti che uso tutti i giorni a lavoro anche quando parlo in italiano. Quando me ne accorgo mi sforzo di usare parole italiane ma spesso fisso il vuoto per qualche secondo alla ricerca della parola più… hm… hm… adeguata a completare la frase. Per non parlare delle volte che non riesco a fittare* il verbo giusto e uso quello svedese, ma a metà strada mi regretto* e lo coniugo come se fosse un verbo italiano. E quando sono stanco and sovrappensiero inserisco inconsciamente also congiunzioni svedesi, isn’t?* Il meglio di me lo do in vacanza in Italia quando entrando in un negozio saluto con un bel “Hi”* e se urto qualcuno è sempre “Sorry”!*
E niente… per fortuna, però, che tutto questo mi capitare solo quando parlo, perché quando si tratterebbe di scrivere me la cavassi anche piuttosto più meglio che quando mi volendo esprimermi verbalmente… hm, wait a minute! Oh no, my bad!*
* Certo, tutte le parole straniere dovrebbero essere in svedese ma qui le scrivo in inglese annars de flesta av er fattar ingenting.

E voi direte: e chi se ne frega della tua disfunzione? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

venerdì 8 ottobre 2021

RACCONTI – VAB

Sono al lavoro durante una riunione noiosissima e delicatissima nella quale si deciderà chi si deve pigliare i pazienti più tosti e incasinati dei prossimi mesi. Nel pomeriggio devo sostituire una collega in un gruppo di terapia famoso in tutta la clinica per avere solo pazienti particolarmente lamentosi, difficili da trattare e per giunta scettici sulla terapia che proponiamo. Una sorta di “No-CBT” ma vaccinati. Oggi è pure il mio giorno di pulizia della cucina e degli spazi comuni della clinica.
Mentre mi inietto in vena un’altra tazza di amarissimo cafè svedese per mantenermi in vita, sento il cellulare vibrare. È l’asilo di mio figlio. Mi assento un secondo per rispondere. Le maestre mi comunicano che mio figlio ha un’influenza intestinale (la temutissima magsjuka svedese). Penso agli attacchi di vomito e diarrea del mio piccolino. Penso a quanto quel cucciolo stia soffrendo. Penso che a breve contagerà anche me e tutto il resto della famiglia. Dovrei disperarmi e piangere, invece dentro di me comincio a ridere. Non sono un cattivo genitore che gode delle sofferenze dei miei figli, ma sghignazzo lo stesso. Mi trattengo. Cerco di non far vedere il mio senso di sollievo. Mi ricompongo e rientro alla riunione.
Prima ancora che qualcuno possa farmi domande, affibbiarmi incarichi o piantarmi un pippone asfissiante, esclamo con voce mesta:
— Devo andare!
La platea di dottoresse, infermiere e colleghe psicologhe mi guardano con aria tra l’incredulo e l’incazzato. Faccio passare un secondo di silenzio scenico e aggiungo.
— VAB.
Basta così. Non dico nient’altro. Loro capiscono. I loro volti si distendono. Annuiscono con comprensione, un velo di sdegno e un filino d’invidia.
La risata dentro di me esplode fragorosamente. Solo anni di studi e di pratica clinica sul controllo delle emozioni mi permettono di mantenere la faccia da poker (leggasi faccia da culo) e di uscire dalla sala riunioni, dalla clinica, da questa colossale giornata di merda (figurata) al lavoro. Ad attendermi c’è una colossale giornata di merda (letterale) a casa. Ma oggi è meglio così.
Fine della storiella.
 
Come? Cos’è il VAB?
Ah, non lo sapete? Ma allora vi devo spiegare tutto! Va beh... vediamo.
Il VAB è sacro. È il Graal dei genitori. È il Tana-libera-tutti del nascondino per adulti con figli. È il dono dell’invulnerabilità. È una legge ad personam o una prescrizione berlusconiana durante un processo andato a puttane. Basta pronunciarlo e ti catapulta nella Chicago degli anni ’30 rendendoti uno della squadra assieme a Kevin Costner, Sean Connery, Andy Garcia e Charles Martin Smith. È il William Wallace dentro di te che urla “Libertààààà!”
 
Non si capisce ancora? Uffa! Si vede proprio che non abitate in Svezia.
Il V.A.B. è un acronimo: “Vård Av Barn”. Traducendo letteralmente dallo svedese all’italiano significa “Cura del bambino”. Si sottintende che il bimbo sia malato. In pratica la previdenza sociale svedese ti paga per stare a casa con i figli quando loro sono malati. I nonni non servono. E a giudicare dalla strategia svedese anti covid sembra proprio che la pensino così. Qui ci pensa lo Zio Sven.
Sembra tutto molto bello, vero? Meraviglioso?
Eh, no! Coi bambini malati c’è anche l’altro lato della medaglia. Il lato oscuro della forza.
Immergiamoci, infatti, in un universo parallelo o semplicemente in un’altra giornata. Sono in metro verso la spa più fica della città. Oggi non si lavora. No, anzi, riformulo. Oggi si “lavora”: conferenza di massimo 2-3 ore passata tra una discussione su come migliorare i nostri manuali clinici e un’abbuffata di dolcetti, poi pranzo a base di sushi con lo Yukata addosso e per finire tutto il pomeriggio tra saune, bagni termali, frutta e chiacchiere spensierate coi colleghi. Tutto pagato dal datore di lavoro.
Arrivato alla spa discuto sorridente con i colleghi sulla giornata che ci aspetta. Lo squillo del cellulare mi distrae. È l’asilo di mio figlio. Le maestre mi annunciano che mio figlio sta male. Influenza intestinale.
Mi cade il cellulare dalle mani. Impreco brutalmente in italiano consapevole che i miei colleghi svedesi siano convinti che stia cantando una canzone d’amore di Eros Ramazzotti.
— Devo andare!
Tutti mi guardano stralunati. Non fanno in tempo a chiedermi chiarimenti perché sono io a spiegare.
— VAB.
Non devo aggiungere altro. Qualcuno mi compatisce con una pacca sulle spalle, altri scuotono la testa in un gesto di solidarietà, ma appena volto loro le spalle se la ridono. Dentro di sé ovviamente. Infatti appena mi giro, rimangono in religioso silenzio. Neanche fossero Fantozzi con la polpetta ancora in bocca. Non mi resta che tornare a prendere mio figlio con la cacca fino al collo.
 
Morale della favola: non importa che tu abbia una giornata paradisiaca o una infermale al lavoro, alla fine il VAB ti lascia sempre a casa con tuo figlio e un malanno purgatorio.

giovedì 30 settembre 2021

RACCONTI – La chiamata

— Ci siete? Mi sentite?
No, non è una seduta spiritica. È una videochiamata su Whatsapp. Da una parte del filo ci sono io, mia moglie e miei due figli in Svezia e dall’altra parte i miei genitori in Italia.
— Ciao mamma! Mi vedi?
Non ho risposta.
Passano un paio di secondi. Nessuna risposta.
In quei due lunghissimi secondi c’è di tutto. Passo con una facilità imbarazzante dalla gioia di rivedere i miei genitori al senso di colpa per tener loro lontani i nipotini. Dalla speranza che i miei figli si avvicinino a fare un saluto alla tristezza perché i miei genitori non sono qui con noi… o meglio perché noi non siamo lì con loro. Il creatore del cartone animato Inside Out sarebbe impazzito se avesse potuto guardare dentro il mio cervello in quel momento.
Non faccio in tempo a riprendermi che succede l’inevitabile con le comunicazioni a distanza. Il video si blocca. Giusto, mancava la rabbia a completare il quadretto e dentro di me vorrei lanciare il cellulare talmente lontano da raggiungere i miei genitori in Friuli.
Si sente abbastanza bene ma non si vede più niente. Mia madre parla a voce più alta per compensare. Lei crede che sia un metodo infallibile per sconfiggere la tecnologia moderna. La assecondo e alzo la voce anch’io. Intanto la scritta sullo schermo mi informa, molto gentilmente e con discrezione devo dire, che il video è andato in pausa.
Ma che vuol dire? In pausa? È stanco? Ha bisogno di riposare prima di continuare la chiamata? Ha chiamato i sindacati e ora è in sciopero perché l’ho usato troppo?
Do qualche colpo al cellulare da bravo (quasi) quarantenne nostalgico che si ricorda ancora come si trattavano i computer negli anni novanta. Il video riprende. Ottimo. Il vecchio classico metodo funziona ancora. Mi sento più saggio.
Mia madre comincia a parlare a macchinetta per dirmi tutto quello che mi aveva già detto prima quando il video non funzionava. Inutile spiegarle che il problema non era l’audio. Dopo questa inutile ripetizione di informazioni sulle vicissitudini di tutto il parentado, mia mamma si congratula e applaude le mie straordinarie capacità di risoluzione dei problemi. Mi fa sentire di nuovo quel ragazzino che ha appena imparato ad allacciarsi le scarpe… a strappo col velcro. Mia madre mi sorride e dai gesti capisco che sta tessendo le mie lodi. È felice. Lo sarei anche io se potessi sentirla. L’audio infatti è sparito. Potrei allenarmi a leggere il labiale se solo mia madre tenesse la telecamera del cellulare puntata sulla sua faccia e non alternativamente sul soffitto o sul pavimento. Sto per dare un altro colpo al telefono ma l’apparecchio si accorge delle mie intenzioni e si ravvede. L’audio riparte, ma ora va a velocità quadruplicata per recuperare tutto quello che mi sono perso. Nel frattempo mia madre continua a parlare muovendo le labbra. Per un istante ho l’impressione che il video stia mostrando le immagini di mia madre che pronuncia parole ancora non dette. Ho una strana sensazione. Una specie di déjà-vu al contrario.
È un cellulare o una macchina del tempo?
Che strazio. E io che volevo solo far vedere i bambini ai miei genitori. Mostrar loro come sono cresciuti e costringere i bambini a parlare un po’ in italiano dato che con me e mia moglie italiana lo parlano con la stessa intensità e frequenza di una medicina amara che esce da un contagocce intasato. Dove abbiamo sbagliato? Piango dentro di me, mentre mi sposto in salotto alla ricerca di quei due birbanti di tre e cinque anni. I bimbi però sono rapiti dagli alieni… hm, dalla televisione. Che poi è un po’ la stessa cosa se ci pensi. Almeno così credevo quando guardavo i Visitors in televisione, cagandomi addosso dalla paura.
In sostanza è impossibile attirare l’attenzione dei bambini verso la videochiamata. Inutili le richieste di mia madre di mandarle un bacio. I bambini sono completamente assorbiti dai cartoni animati. Quando sto per perdere la speranza e chiudere la videochiamata, i bambini si girano verso il cellulare e incredibilmente salutano e parlano con i miei genitori. Con un certo fastidio raccontano pure quello che hanno fatto oggi a scuola.
Che è successo? Un miracolo? Lo schermo ha iniziato a sanguinare dagli occhi?
No, mia moglie ha spento la televisione e minacciato i bambini di togliere loro i cartoni per i prossimi quindici giorni se non parlano al telefono con i nonni. Tutto con la sola forza dello sguardo (forse ho capito chi sia la vera aliena qua dentro).
La conversazione non dura molto. Niente illusioni. Non appena i cartoni ripartono i bambini ricominciano a guardare la televisione e io continuo ad avere problemi di connessione. Sia con i miei figli rapiti dal tubo catodico, sia con i miei genitori persi dall’altro lato della filo.
Provo a raccontare cosa mi è successo al lavoro, ma loro non mi sentono. Lo ripeto almeno cinque o sei volte, usando sinonimi, parafrasi e pure endecasillabi sciolti, ma loro mi sentono a singhiozzo. Impreco.
— Non dire quelle brutte parole!
Ah questo l’hanno sentito bene… ma è l’antenna di Radio Maria che interferisce a intermittenza selettiva la chiamata e mi punisce per non essere un bravo cattolico?
Provo tutte le stanze della casa. Niente. Non c’è campo. Non c’è scampo. Le parole vanno ancora a scatti. Ricomporre le frasi che stanno dicendo i miei genitori è impossibile come terminare un puzzle raffigurante una litografia di M.C. Escher. Nel disperato tentativo di riprendere la linea mi metto in piedi su una gamba sola sullo sgabello dell’ingresso. Sporgo il braccio verso il router e con la mano cerco l’angolo giusto dove so che prende meglio.
Non funziona neanche così. Purtroppo non è la prima volta che mi succede. Dovrò parlarne con la compagnia telefonica.
Dopo aver ripetutamente rischiato di perdere l’equilibrio fisico e mentale, mi arrendo.
— Mamma, papà… ci sentiamo un altro giorno!
Per un attimo c’è silenzio, anche se in sottofondo mi sembra di sentire una risata satanica provenire dai microchip del cellulare. Il telefono ha vinto.
— No, aspetta!
È mio padre che si ravvede.
— Ora usciamo.
Usciamo? Da dove? Dagli inferi?
Poi mi spiegano. E sono io a rimanere in silenzio. Incredulo.
I miei genitori sono a casa di amici. In una cantina. Nel seminterrato. Una specie di bunker antiatomico insomma.
Mi viene una gran voglia di rinchiuderli là dentro.

martedì 28 settembre 2021

PUBBLICAZIONI – Alla scoperta dell’acqua calda



Pubblicato nel 2020, “Alla scoperta dell’acqua calda” è un romanzo basato su un’avventura distopica fantastica che mette in evidenza con un tocco d’ironia quanto sia importante usare senso critico nel leggere la scienza e differenziarla dalle notizie infondate e dannose per la società. L’idea nasce dalle mie esperienze dirette e indirette nel mondo accademico e dall’ispirazione tratta dai sarcastici premi IgNobel che onorano la ricerca improbabile e in qualche modo divertente.
 
Il libro purtroppo non ha avuto presentazioni letterarie dal vivo a causa della pandemia da Covid-19 che ha limitato gli eventi pubblici e mi ha tenuto per quasi due anni lontano dall’Italia. Sono stati però realizzati due video trailer (versione ufficiale e versione ironica in linea con il tono del romanzo). Inoltre, al romanzo “Alla scoperta dell’acqua calda” sono state dedicate recensioni molto positive da alcuni blog letterari (Chicchi di pensieriAncora un altro libro, Lunatica’s book, Il bistrot dei libri, Le mie ossessioni librose) e interviste all’autore (Il lavoratore).
 
Quarta di copertina
Che cosa ci fanno alcuni scienziati imprigionati in una remota isola del Pacifico? Per scoprirlo dobbiamo fare un salto in un ipotetico futuro dove la ricerca che non porta vantaggi per la società è punita con l’incarcerazione. Il protagonista Fleming, con l’aiuto di Einstein, Pascal, Copernico e Kelvin, mette in atto un piano rocambolesco per salvare la comunità scientifica dell’isola e intraprende un viaggio alla ricerca della propria identità per scoprire se la prigione sia quella sull’isola o quella dentro sé stesso.
Grazie alla metafora di un’avventura distopica, questo romanzo vuole far riflettere sull’importanza di saper leggere criticamente la scienza e di stimolare le persone a capire la differenza tra ricerca utile e notizie infondate.


“Alla scoperta dell’acqua calda” si può acquistare nei seguenti formati:
- cartaceo: su Amazon;
- e-book: su AmazonKoboGoogle Books o nello shop on-line dell’autore e regista Alex Cantarelli.