mercoledì 16 marzo 2022

RACCONTI – Lucertole

Passeggio con la mia famiglia lungo Strandvägen e poi a Djurgården in questa splendida giornata di marzo a Stoccolma. La primavera è quasi arrivata e insieme alla natura si risvegliano anche queste meravigliose creature a sangue freddo. Mentre cammino ne esamino l’aspetto e ne osservo il loro comportamento bizzarro.
Alle prime temperature che superano lo zero, fanno immediatamente capolino dalle loro tane e in men che non si dica te li ritrovi a zampettare lungo tutti i marciapiedi della città. Questi animali bipedi con i loro corpi snelli e longilinei si muovono con rapidità e destrezza sull’asfalto cittadino, evitando di essere investiti dalle automobili, solo per giungere e sdraiarsi il prima possibile sulle panchine e sulle banchine in riva al mare. Qualora le laboriose attività quotidiane impedissero loro di andare a riflettersi su tanti specchi d’acqua cittadini, le lucertole svedesi si soffermano in ogni angolo a contemplare il sole. Le osservo appiattite sui muri dei palazzi più illuminati del quartiere.
Le lucertole svedesi sono una specie tradizionalmente contraddistinta da un manto chiaro e da un capo dorato, ma che negli ultimi venti o trent’anni ha subito un’evoluzione che l’ha portata a raggiungere anche altre pigmentazioni. Non appena si avvicina la stagione estiva le gambe perdono il loro strato di squame verdi fino all’altezza delle ginocchia come fossero dei pantaloncini o delle gonne che lasciano scoperte il resto delle zampe nonostante il vento gelido e le temperature polari nelle zone d’ombra della città.
Se nella loro ossessiva ricerca di un posto al sole non trovano una pietra calda dove stendersi, si accontentano anche di un bar che abbia il servizio all’aperto. Questi animali si nutrono di qualsiasi cosa trovino: dai resti di una pizza di dubbia qualità ad abbondanti porzioni di ketchup con un po’ di wurstel. Alcuni esemplari sono infatti carnivori, altri erbivori e altri ancora vegani. Nessuno di loro, però, disdegna una bella birra fresca o un bicchiere di vino rosé da far decantare tra le mani mentre discutono sognanti dei loro programmi per la prossima estate.
Una volta terminate le loro attività sociali tornano pian piano nelle loro tane in attesa della prossima giornata di sole, chi barcollando sulle proprie zampette, chi salendo in autobus e chi con gli odiatissimi monopattini elettrici che infestano la città.
In fin dei conti le lucertole svedesi non sono poi degli animali così strani. Certo, di primo acchito possono sembrare bizzarri, ma dopo quindici lunghi inverni e altrettante primavere passate a Stoccolma mi rendo conto di essere diventato anch’io come loro. Ogni volta che vedo più di tre raggi di sole in contemporanea mi getto all’aria aperta senza pensarci due volte spesso dimenticando di vestirmi adeguatamente, mangio in terrazzo ad ogni occasione buona anche se devo imbacuccarmi con le coperte fino agli occhi tanto da sembrare una mummia e quando aspetto la metro o l’autobus mi sposto nel fascio di luce più vicino come fosse un distributore automatico di vitamina D. C’è poco da fare, grattando bene sotto la pelle, infatti, anch’io ho uno strato verde di squame. Ormai sono uno di loro: sono uno dei Visitors!

giovedì 10 marzo 2022

KISSENEFREGA – La torta del bambino

Oggi, cari bambini, sul vostro canale preferito di cucina “Giallo Lillipuziano”, vi propongo una torta molto sfiziosa da gustare da soli o in compagnia. Appena arrivate al parco giochi con i vostri genitori, prendete il primo contenitore abbandonato per terra vicino alla sabbia (per esempio un secchiello crepato, una pentola rotta e senza manico, una scatoletta di plastica sporca che neanche un tossico toccherebbe) e metteteci dentro 400 grammi di sabbia. Poi aggiungete con una paletta che avete rubato a vostro fratello o sorella 200 millilitri di acqua piovana (preferibilmente putrida e piena di moscerini), quanto basta di aghi di pino (o foglie di qualsiasi pianta di stagione che vi capiti tra le mani) e 50 grammi di sassetti irregolari. Mescolate con un bastoncino che custodite gelosamente da almeno un’ora (neanche fosse fatto d’oro) fino a ottenere un impasto omogeneo che possa sporcare il più possibile voi e tutta la vostra famiglia. Osservate impotenti la rottura del bastoncino sopraccitato mentre date l’ultima superflua mescolata. Arrabbiatevi irragionevolmente con la bambina che gioca vicino a voi, anche se lei è completamente innocente. Cambiate di nuovo umore all’improvviso. Trovate una scatola di cartone (probabilmente pisciata da un gatto) all’angolo del parchetto e fingete che sia un forno di nuovissima generazione. Offendete e colpite con un rastrelletto chiunque osi contraddirvi (soprattutto il papà). Riponete il contenitore con l’impasto all’interno della scatola e lasciatelo nel ripiano (inclinato) a 60 gradi per 20 secondi. Togliete il forno dal contenitore (sì, sì, avete capito bene… se vi sembra impossibile, fatevi un ripasso di fisica infantile e poi ne riparliamo). Lasciate a temperatura ambiente per un paio di secondi. Prendete un setaccio e spolverate sopra giusto un po’ di sabbia secca (tipo fino a coprire il contenitore perché vi siete ovviamente fatti prendere la mano). Fate riposare all’ombra per 10 secondi e poi servite immediatamente in faccia al papà. Obbligate il papà a dire che è buona e che si sentiva chiaramente il gusto del cioccolato (cioccolato? Aspettate un attimo, siete proprio sicuri che fosse cioccolata quella cosa marrone nell’impasto? Eppure avevo visto passare un cane da quella parte poco fa). Mangiate il resto della torta con soddisfazione prima che il papà riesca a fermarvi (tanto è occupato a togliersi la sabbia dagli occhi e dai vestiti). Ripetete la procedura, venti o trenta volte (o almeno fino allo sfinimento psico-emotivo del papà). Infine cambiate improvvisamente interesse e andate a saltare a piedi pari con le scarpe di tela nuove di zecca sulle pozzanghere di fango.
 
E voi direte: e chi se ne frega di questa ricetta? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

giovedì 3 marzo 2022

RACCONTI – Strade

Spesso immagino la mia vita e quella delle altre persone come se fosse una strada. È una metafora molto usata ma sempre maledettamente calzante.
Strade strette dei giardini botanici che si dividono in tanti bivi e poi si ricongiungono e si separano di nuovo, ma che non vanno oltre le recinzioni del parco, come quelle di un bambino.
Strade delle Highway a Los Angeles: complesse, trafficate, sporche, che s’intersecano e s’incrociano in continuazione, una va su e l’altra che va giù, una che entra e una che esce e alla fine non si capisce più niente, come per un adolescente.
Strade della pazza e affascinante rotonda “The Magic Roundabout” in Inghilterra con mille giravolte, segnali da capire, decisioni da prendere e tante possibilità di ripensamenti, passi indietro, ansie da prestazione… e guida dal lato sbagliato come quando ci si affaccia alla vita adulta dopo la scuola.
Strade con un punto di partenza e uno di arrivo preciso e definito come quando prendi e parti per seguire il tuo percorso di vita sicuro della tua scelta.
Strade dell’Arizona che si perdono all’orizzonte e spariscono sotto la sabbia del deserto come quando c’è qualcosa che non va e nessuno ti può aiutare.
Strade di una qualsiasi città svedese, prevedibili e decise a tavolino: potrebbero bendarti, piazzarti all’incrocio di Kungsgatan e Drottninggatan, liberarti gli occhi e non sapresti dire se si tratta di Stoccolma, Göteborg oppure Malmö. Un po’ come quando stai bene ma ti sembra di esserti conformato un po’ troppo alle regole.
Strade medievali strette, contorte, disordinate di molti centri storici italiani. Come quando tutto cambia troppo in fretta, hai pestato una merda e per una volta tanto vorresti un percorso facile e dritto davanti a te.
Strade del ponte di Brooklyn: forti, eleganti e imponenti che ti servono per passare da un punto all’altro nel tuo percorso.
Strade in salita di Trieste con la Bora che ti soffia in faccia a 140 km/h e letteralmente non ti fa passare come quando tutto ti è contro.
Strade in discesa di Trieste con la Bora che ti soffia alle spalle e ti aiuta a scendere. Giusto per ricordarti che se si sale poi si scende (tanto per rimanere in metafore abusate).
Strade… o meglio, calli di Venezia, dove il bello non è arrivare ma perdersi come quando ti metti in gioco, magari togliendosi dalla faccia la maschera da Carnevale e rischiando di cadere in acqua.
Strade di un nastro trasportatore che continuano all’infinito, senza sosta, come quando vorresti riposare, startene un po’ fermo a pensare, ma sei costretto ad andare comunque avanti… e senza sapere dove andrai a finire.
Strade del parcheggio sotto casa, con le ruote sgonfie o con le catene, come quei giorni in cui vorresti tanto ripartire, farti un giro a vuoto ma sei senza benzina in testa e in corpo.
Strade che… strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade! Come quando seguiamo il consiglio di Doc Brown e spicchiamo finalmente il volo verso i nostri obiettivi, con o senza una DeLorean volante.

giovedì 17 febbraio 2022

RACCONTI – Inverno infernale

Ogni inverno in Svezia, un italiano residente all’estero (io) si sveglia e muore.
No, non è l’improbabile inizio dell’ennesima storpiatura di un famoso proverbio africano. È semplicemente la verità: in Svezia d’inverno sei morto.
Voglio dire, da dicembre a marzo inoltrato sei morto… se non ti butti sugli sport invernali. Muori dentro, di noia, d’isolamento sociale, di ansia in attesa dell’estate che passerà veloce al binario 2 come un Frecciarossa alla stazione del mio paesello d’origine.
E allora è meglio abbracciare il freddo e la neve. La scelta fortunatamente è varia: sci alpino, sci di fondo, slittino, pattini sul ghiaccio, curling e tutte le loro varianti. Oddio, a ripensarci la scelta è diversificata come le ricette coi gamberi di “Bubba” in Forrest Gump. Non importa. Sono grato per quello che la natura mi offre.
Escludo subito lo sci di fondo perché non ci so andare. Vorrei imparare ma posticipo di anno in anno perché vorrei prima studiare meglio i dettagli tecnici dello sport. Come quando chiedevo il rinvio del servizio di leva ai tempi dell’università in Italia (fino a quando poi è stato tolto l’obbligo… eh, eh, eh!)
Sci alpino? No. Le prime piste decenti distano almeno un paio d’ore di macchina da Stoccolma e mi prende la depressione a vedere che hanno la stessa pendenza della Bassa Friulana e mi scoppia la nostalgia per le Alpi Carniche. Perderei più tempo a singhiozzare che a sciare.
Potrei fare lo slittino. Ma per chi mi avete preso? Sono ormai un adulto grande e maturo e non mi cimento certo in queste attività sciocche e puerili.



Perché mi guardate in quel modo? Che c’è?

…e va bene, va bene. Uso lo slittino e lo Snowracer ogni volta che scendono due centimetri di neve. Non perdo mai l’occasione di andarci con i miei figli… e anche da solo. Lo ammetto! A volte rubo lo slittino ai bambini e dopo aver fatto la guerra a palle di neve, salto la coda per scendere per primo. Ecco l’ultimo stralcio della mia dignità. Contenti? Adoro lo slittino, ma non si può fare solo quello e quindi meglio cercare altro da fare tra la lista degli sport invernali.
Non mi resta quindi che i pattini sul ghiaccio.
Ah, no. Avevo scritto anche il curling. Curling? Ma davvero ho scritto le bocce sul ghiaccio? Va beh, dev’essere stato uno slancio di entusiasmo dopo la recente vittoria alle olimpiadi invernali. Andiamo oltre.
Pattini sul ghiaccio, dunque.
Le piste a Stoccolma sono tante e ben attrezzate, ma anche molto affollate e cercare posto per sedersi e cambiarsi sulle panchine a bordo pista è come trovare parcheggio in centro a Milano. Alla fine, però, ce la facciamo e come un mulo tibetano scarico dal groppone i seguenti articoli: 4 paia di pattini (due da adulto e due da bambino), 2 caschi, un paio di calzettoni alti e spessi fatti a maglia da mia nonna nel 1945 e un thermos per il tè caldo. Il tutto ben ammassato in due bei bustoni IKEA blu. In aggiunta al suddetto carico ci portiamo uno skate trainer: un aggeggio dalla forma indefinita composto da due mezzelune tenute assieme da una specie di manubrio, che a guardarlo da lontano mi ricorda sempre un pesce che è appena stato preso all’amo. Questo strumento infernale (… o era invernale?) serve a dare più stabilità ai bimbi sul ghiaccio. Essenziale per neofiti del pattinaggio come noi, ma con il piccolissimo difetto di non potersi chiudere in modo pratico e di dar fastidio in qualsiasi posizione tu lo metta. Un po’ come un bambino che si addormenta nel lettone matrimoniale.
È il momento della preparazione. Infilo i calzettoni della nonna per fare spessore, stringo e allaccio i pattini seguendo un manuale di nodi da marinaio e per poco non dimentico il dito incastrato tra i lacci. I pattini sono stretti e calzanti come le leggendarie scarpe di cemento dei mafiosi americani degli anni ’20. Sì, ora sono davvero pronto. Devo solo aspettare l’arrivo della gru che mi sollevi di peso dalla panchina e mi trasporti sulla pista.
Non ho ancora iniziato e sono già stanco. Brutto segno. Mi consolo pensando che, una volta tolti i pattini, qualsiasi scarpa sembrerà una pantofola di soffice cotone. Dopo pochi minuti in equilibrio precario mi sento come un circense bendato in bilico su un filo invisibile a dieci metri dal suolo, ma completamente ubriaco. Mentre cerco di capirci qualcosa e ritrovare il corretto riposizionamento dei cristalli dell’orecchio, una serie di bambinetti svedesi di tre anni mi sfreccia a destra e sinistra umiliandomi con la loro innata capacità di funamboli sbizzarriti. Se avessi lo skate trainer a portata di mano potrei almeno cercare di colpirli per sfogare la mia frustrazione, ma quel maledetto strumento sta facendo impazzire mia moglie e non si lascia montare.
Mi faccio coraggio e comincio a scivolare dolcemente come le onde del mare che s’infrangono sulla sabbia. Tutto sommato me la sto cavando bene. Sento della musica classica e non capisco se esca delle casse attorno alla pista o se sia tutto nella mia mente in questo momento di armonia con il mio corpo. La risposta mi arriva dopo meno di un minuto. La musica arriva dall’esterno perché l’atmosfera di pace con il mio fisico si è già rotta. Sento dolori in muscoli che non pensavo di avere e che non so pronunciare. L’interno dei pattini è diventato carta vetrata per le mie caviglie. Il freddo mi sta congelando le mani e non basta neanche immergerle nel thermos bollente per recuperare la sensibilità.
Dopo dieci minuti i miei figli si sono già arresi, ma io non voglio mollare. So che devo passare la prima soglia del dolore e poi andrà tutto bene. Infatti passano altri cinque minuti e ci prendo gusto. Non mi guardo più attorno. Sono concentrato sulla mia pattinata sempre più sciolta e leggera. Sto migliorando a vista d’occhio.
Schivo gli altri con una facilità estrema. Sorpasso senza batter ciglio anche quelli che pochi minuti fa mi sembravano “esperti”. La mia autostima mi fiancheggia alla stessa velocità e convinzione. Sono così sicuro di me che azzardo un salto… e mi riesce! Sorrido incredulo.
Da fuori pista mia moglie mi dice che è ora di andare, ma io non voglio fermarmi. Faccio altri giri a tutta velocità in massimo controllo, prendo una bella rincorsa finale, faccio un paio di salti e piroette e poi finalmente spengo la televisione sintonizzata sulle gare di pattinaggio artistico delle olimpiadi invernali.
Afferro la penna e finisco di scrivere questo pezzo di fantasia disteso sul divano con la schiena insaccata, il ghiaccio sul ginocchio e le caviglie sbucciate.
Ogni inverno in Svezia, non importa che l’italiano residente all’estero (io) sia preparato o meno agli sport invernali, l’importante è che sappia morire con onore.

giovedì 10 febbraio 2022

RACCONTI – a.C./d.C.

— Nonno, cos’è quello?
— Quella è una riproduzione in scala della scultura “Piacere di conoscerla” di Giò Insalata: una stretta di mano tra due persone.
— Cos’è una stretta di mano?
— Eh, è una cosa che si faceva taaanto tempo fa. Tu porgevi la mano destra aperta a una persona e lei la stringeva, a volte molle e viscida come un’anguilla, a volte stretta come un pitone. L’ho letto sui libri quando ero piccolo.
— Che cosa strana…
— Molto. Infatti è stata abolita nel 10 d.C.
— Già nel 10 dopo Cristo?
— No, no. Nel 10 dopo Coronavirus. Gli abbracci erano stati banditi molto prima. Il “darsi il cinque”, i “fist bump” e i “gomitini” invece sono sopravvissuti qualche anno in più ma poi è toccata la stessa sorte anche a loro.
— E cosa sono i “gomitini”?
— Erano il metodo migliore per diffondere il virus: starnutivi sul gomito e poi lo mettevi in contatto con quello degli altri. Geniale! Ora, però, piccolino, continuiamo a visitare il museo, dai. C’è tanto da vedere. Guarda là per esempio. Non è meraviglioso?
— Quello nella teca?
— Sì. È IL Castiglioni-Mariotti…
— Ehi, la nonna ha detto che non si dicono le parolacce!
— Ma non è una parolaccia, Robertino. IL Castiglioni-Mariotti era un vocabolario di italiano-latino. Il latino era una lingua che si parlava in Italia tanto tanto tanto tempo fa e che poi è stata studiata nei licei per tanto tanto tanto tempo. Con l’arrivo del Coronavirus si è pensato che fosse meglio studiare solo il greco per comprendere meglio il nome delle varianti. Soprattutto da quando sono diventate così tante che hanno dovuto chiamarle come le targhe delle macchine. Ora per esempio siamo arrivati alla variante epsi…
— …lo so io, lo so io! La variante Epsilon-Sigma-3-5-8-Omega-Mi!
— Bravissimo! Quando usciamo dal museo ti compro una bustina di figurine.
— Sììì! Grazie, nonno! Così potrò completare il mio album di figurine Panini delle varianti – Anno 2135-36.
— Bene, ma non perdiamo il passo.
— Quel cartello, cos’è?
— Quello era un cartello pubblicitario per viaggi “Last minute”. Una volta se ne facevano tanti, anche troppi, soprattutto in aereo, ma poi ci fu bisogno di mille scartoffie e test molecolari per escludere la presenza del virus. Tutto ciò richiedeva moltissimo tempo e pianificazioni con largo anticipo.
— Quante cose che sai, nonno!
— L’ho letto su questa brochure ricavata dalla carta di mascherine riciclate. Consigliano anche di visitare la stanza audiovisiva. Eccola là…
— Wow, nonno! Questo ologramma in movimento è fantastico!
— Bellissimo, vero? M’incanta ogni volta che lo vengo a vedere. Rappresenta i bacini sulla guancia.
— Bleah, che schifo!
— In effetti era una cosa assai stramba. Si appoggiava la propria guancia contro quella di un'altra persona. Prima la guancia sinistra e poi quella destra. In alcuni paesi si iniziava da quella destra, in altri si davano tre bacini e a volte non ci si toccava neanche.
— Ah, ah, ah!
— Mi sono sempre chiesto come facessero a capirci qualcosa.
— Che brutto, però, nonno. Dopo il Coronavirus hanno tolto un sacco di cose simpatiche…
— Vero. Sono stati anni duri, ma hanno fatto anche qualcosa di buono: per esempio vennero multati tutti quelli che ti tenevano per il gomito mentre ti davano consigli non richiesti, quelli che ti parlavano a un centimetro dal naso dopo aver fatto un bagno nell’aglio e quelli che ti starnutivano in faccia dicendo “tranquillo, è solo un raffreddore!”
— Che buffo il ventunesimo secolo!
— Davvero buffo, ma mi raccomando, non dire alla mamma che ti ho raccontato queste cose, altrimenti non mi permette più di portarti in giro. Ora andiamo, però, il museo sta per chiudere. Tu devi andare a fare didattica a distanza e io devo andare a fare il mio centotrentottesimo richiamo vaccinale… o era il numero centotrentanove? Ho perso il conto ormai...

giovedì 3 febbraio 2022

RACCONTI – Passaporti

Drin!
Driiin!
Driiiiiiin!
Non rispondono. Maledizione! Eppure le informazioni erano chiare: chiamare dalle 10.00 alle 10.05 per prendere appuntamento. È proprio quello che ho fatto, ma nessuna risposta.
Non mi arrendo così facilmente e allora mando un’e-mail al consolato. Ricevo subito un messaggio in automatico “Solo le prime tre persone della giornata che scrivono riceveranno risposta”. Neanche fosse una televendita di Mastrota.
Insisto e aspetto il giorno successivo. Compongo il numero giusto, mi sincronizzo con l’orologio atomico svizzero e appena scattano le ore dieci, zero-zero e zero centesimi schiaccio il tasto verde per chiamare di nuovo l’ambasciata. Dopo solo un paio d’ore di fila, durante le quali il mio orecchio è diventato una piastra elettrica dove ci puoi cucinare un uovo, qualcuno mi risponde: “Si ritenga fortunato che le rispondiamo”, mi ricordano quando abbozzo una lamentela per l’attesa. Spiego che mi serve il passaporto e l’impiegato mi dice stancamente che ho sbagliato il numero dell’interno. Dice che devo parlare con un suo collega e mi mette nuovamente in attesa. Aspetto solo trenta minuti e mi rispondono. È lo stesso impiegato di prima: “Ringrazi il cielo di essere italiano e di poter godere di questo servizio”, mi redarguisce. No, non finge di camuffare la voce per sembrare un altro (anche se me lo sarei aspettato), ma commenta semplicemente che il collega è impegnato. Consulta l’agenda cartacea e scarabocchia il mio nome. Bene, ho finalmente un appuntamento! D’ora in poi sarà una strada in discesa… senza freni.
 
L’ambasciata italiana a Stoccolma è un palazzo elegante con vista mare a Djurgården, un’isola meravigliosa immersa nella natura pur essendo relativamente in centro. Un posto tanto bello quanto lontano da raggiungere con i mezzi pubblici per dove vivo io e dove paghi anche l’aria che respiri se volessi andarci in macchina e parcheggiare. Tutto fantastico. Tutto stupendo. Peccato che l’appuntamento che ho ottenuto sia durante un giorno lavorativo alle 11 di mattina (dovrò chiedere un giorno di ferie) e sia tra 3 mesi. Giusto in tempo per prenotare il prossimo viaggio in Italia per il 2035.
Nel fatidico giorno arrivo alla cancelleria consolare armato di fototessere rigorosamente stampate da me seguendo il rigido protocollo del Ministero, documenti compilati e firmati secondo la prassi e il mio portafogli pieno di soldi. Pago la marca da bollo in contanti che faccio scivolare sotto il plexiglas come fosse una mazzetta. L’impiegato (lo stesso con cui ho parlato al telefono) prima commenta con una smorfia che non assomiglio a quello nella foto (e per forza, sono passati 3 mesi e tutta questa procedura mi sta togliendo anni di vita) e poi non mi rilascia né ricevuta né fattura. Lo spacciatore sotto casa mia ha la dichiarazione dei redditi più pulita dell’ambasciata.
Torno comunque a casa soddisfatto e comincio ad aspettare.
 
Aspetto.
Aspetto ancora.
Aspetto ancora un po’.
Solo un pochettino… ino, ino, ino.
Poi arriva la tanto agognata lettera per posta. Me l’ha appena consegnata il diligentissimo piccione che si è posato sul mio davanzale. Il dispaccio recita: “Dottor Riva, il suo passaporto è pronto”. Grida di giubilo che giungono fino a San Pietro.
 
Prendo un altro giorno di ferie e vado a ritirare il tanto atteso documento. Arrivo in ambasciata all’orario indicato sul sito internet ma l’ufficio è chiuso. Grida di bestemmie che giungono fino a San Pietro. Mi rendo conto che il papa deva essere alquanto confuso, ma in fin dei conti dovrebbe essere abituato.
La cancelleria consolare è chiusa senza preavviso. Sulla porta c’è un cartello: “Sia grato che ci sia un’ambasciata italiana in questo paese dimenticato da Dio”. No, scherzo. C’è scritto: “Chiuso per l’anniversario della morte di Dante”. Non il sommo poeta, ma il vecchio e fedele custode che purtroppo è deceduto qualche anno fa. Ovviamente non si scusano per il disagio. Quello spetta solo a Trenitalia.
 
Devo prendere un altro giorno di ferie. Anche se ottenessi il passaporto non potrò usarlo perché ormai mi sono giocato tutte le vacanze e non potrò viaggiare in Italia. Non importa. Ormai è una questione di principio.
Ritorno dunque in ambasciata. Questa volta è aperta. Oltrepasso il portone. Ad attendermi c’è un drago alato che sputa fuoco. Schivo le fiamme grazie al mio scudo e poi affondo nel cuore del dragone la mia spada forgiata nella roccia delle montagne della Lapponia direttamente da Babbo Natale.
Ora mi ritrovo davanti a un fiume di lava importata dall’Etna per puro senso patriottico. Un ponte tibetano è l’unico passaggio per giungere sull’altro lato. Ho paura. Mi faccio coraggio pensando che il passaporto mi sta aspettando. Mi reggo alle funi, cerco di non guardare sotto e, un passo dopo l’altro, supero il fiume di lava. Qualche secondo dopo le funi che reggevano il ponte si bruciano e mi rendo conto che non potrò più tornare indietro a rivedere i miei cari. Non importa. C’è un obiettivo più elevato da raggiungere.
Faccio un altro passo in avanti e per poco cado nel burrone che mi separa dallo sportello della cancelleria consolare. In fondo al precipizio una dozzina di simpatici coccodrilli del Nilo mi stanno aspettando per cena. Declino l’invito e mi preparo a superare anche questo ostacolo. L’altra riva è a solo un paio di metri di distanza. Ce la posso fare! Indietreggio di qualche passo, prendo la rincorsa, mi avvicino al ciglio del burrone e proprio mentre sto per saltare, l’impiegato (sì, sempre lui) mi fa lo sgambetto e io finisco giù. Cado come un salame. Finisco in acqua e poco prima di essere preda dei famelici coccodrilli perdo conoscenza.
 
Mi risveglio tutto bagnato. Incredibile: sono vivo! Tuttavia non sono fradicio d’acqua, ma di sudore. Sono confuso e agitato. Ci metto un po’ a riprendermi e a capire che sono nel mio letto. A casa mia. A Stoccolma. Era solo un brutto sogno.
 
Mi alzo e accendo il computer. Vado sul sito della polizia svedese. Prenoto un appuntamento per il lunedì successivo ed eseguo il pagamento on-line. Puntuale e senza fare coda giungo allo sportello. L’impiegato mi scatta una foto elettronica e firmo su uno schermo digitale. Dopo una settimana m’informano via e-mail che il passaporto è pronto. Ritorno alla stazione di polizia per il servizio drop-in e ritiro il documento nel giro di dieci minuti.
 
Phew! Per fortuna che sono anche cittadino svedese.

giovedì 27 gennaio 2022

RACCONTI – Sensei

Il mio nuovo appartamento è completamente vuoto. Tra qualche settimana io e la mia famiglia ci trasferiremo. Prima di farlo mi aspettano delle prove importanti che saranno una sfida per la mia tenuta mentale e fisica. Nella semioscurità del salotto, alla sola luce di una fievole lampadina inspiro profondamente e seguo i consigli del mio grande maestro Miyagi.
 — Dai stucco, togli tassello, dai stucco, togli tassello, dai stucco…
— Per quanto tempo dovrò andare avanti in questo modo, maestro?
— Togli tassello, dai stucco, togli tassello…
— Quanto tempo, maestro?
Mi fermo. Ricevo subito uno scappellotto nella zona parietale e Mr Miyagi se ne va lasciandomi solo.
Ho capito. Devo continuare.
Mi metto d’impegno e finisco in poco tempo tutto il soggiorno.
Il grande maestro sghignazza sotto i baffi e mentre si allontana mi deride.
— Questa solo prima stanza, ragazzo.
Ora mi aspettano altre quattro camere. Maledetto il giorno che abbiamo deciso di comprare una casa più grande. Mi rimbocco le maniche e mi butto a capofitto sui tasselli e chiodi lasciati dai vecchi proprietari che vanno rimossi. Spremo fino all’ultima goccia lo stucco dal tubetto come se fosse il dentifricio. Dopo qualche ora sono stanco ma ho finito. Ho visto cose orribili: tasselli sotterrati da anni con stucco rinsecchito come fossero cadaveri impossibili da riesumare, ho riempito più buchi di quanto abbia fatto Rocco Siffredi in tutta la sua carriera e ho avuto più chiodi per le mani io che un paninaro negli anni ‘80. Però ho portato a termine il mio compito.
Con orgoglio mi presento dal grande sensei che ha appena preso una mosca con un paio di bacchette. No, aspetta un attimo. C’è qualcosa che non va.
— Sono pennelli quelli che ha in mano, maestro? Perché?
— Capirai.
Rimango perplesso e lo guardo inebetito.
— Hm… che faccio ora?
— Forse capirai…
— Allora?
Alza la mano per darmi un altro ceffone. Questo lo capisco. Devo andarmene. Vado a sistemare i cavi elettrici e dell’antenna diramati per tutta la casa. Qual è la distanza tra la Terra e la Luna? Circa 384 mila chilometri. Ho la netta sensazione che sia la stessa distanza che otterrei se mettessi tutti questi fili uno dietro l’altro o se calcolassi la lunghezza delle bestemmie che sto pronunciando.
Dopo aver raccolto e arrotolato tutti i cavi come un bravo marinaio del Titanic, torno dal maestro che si sta preparando il tè.
— Anche pietra fredda, se siedi sopra tre anni, diventa tiepida.
— Mi scusi maestro, chiedo con grande umiltà, ma che vuol dire?
— Torna quando sarai più pronto, ragazzo con poca saggezza.
Non dice più niente e sorseggia la sua bevanda, scottandosi le labbra.
Credo sia il momento di andare a imbiancare le pareti di casa. Mi armo di vestiti bianchi, rulli e pennelli. Ci prendo subito gusto ma dopo aver dato una mano al muro mi sono stancato così tanto che ora è il muro a dover dare una mano a me. Mi dipingo più volte la faccia, lascio impronte bianche su tutto il parquet appena levigato, mi sento più volte un pittore del movimento spazialista con tela bianca su sfondo bianco e ho paura di non farcela. Dopo un paio di giorni, però, con parsimonia e pazienza, concludo anche questa prova.
— Ho imbiancato, maestro!
— Torna quando sarai più pronto.
Lo dice sputacchiando cibo mentre mangia una polpetta di riso. Chiedo spiegazioni ma a gesti mi dice che non si parla con la bocca piena. Allora vado a dipingere anche le piastrelle della cucina. Erano di un colore orribile e sono rovinate in molti punti. Dopo un lavoro di fino, più impegnativo del previsto, ho reinventato la cucina: ora le piastrelle sono di un colore grigio topo e sono rovinate negli stessi punti di prima.
Non ce la faccio più. Sono a pezzi. Le braccia mi fanno male. Il sensei Miyagi sta meditando nella posizione della gru. Vorrei la sua guida nel mio percorso spirituale, ma lui mi guarda di sbieco per un nano secondo e io lo anticipo.
— Torno quando sarò più pronto.
Inscatolo e impacchetto le mie cose nel vecchio appartamento. Mi soffermo ad affrontare i ricordi legati a ogni biglietto d’auguri, appunto di viaggio e soprammobile che ho conservato in casa. Sorrido nel constatare la differenza tra i libri di narrativa in svedese, tutti della stessa dimensione e altezza, che si incastrano alla perfezione negli scatoloni, e quelli in italiano che invece hanno quasi tutti altezze e forme diverse a comporre un quadro cubista nella scatola del trasloco. Le differenze culturali e la conformità societaria svedese si riflette anche in questi piccoli dettagli.
Anche questo test richiede lunghe giornate per essere portato a termine: ho conservato molti oggetti (troppi) e molti libri (sempre troppo pochi). Gli scatoloni sono però pronti e tutti belli impilati in ogni angolo sfruttabile del vecchio appartamento. Il grande maestro mi vede nostalgico e scuote la testa mentre accende un incenso.
— Torna quando sarai più pronto.
Ma cosa devo fare ancora? Non finirà mai questa agonia!
Non mi resta che sistemare i due armadi della camera matrimoniale. Due torri gemelle di tolkiana memoria. Due giganti dal cuore di pietra che non si spostano neanche seguendo le regole della tettonica a placche. Con mille colpetti da un lato e altrettanti dall’altro e l’aiuto di una coperta alla fine riesco a spostare l’armadio nella posizione desiderata evitando sapientemente graffi sul parquet ed eventuali insulti garantiti da parte di mia moglie.
Ora non c’è davvero più nessuna prova da affrontare. Nessuna sfida da vincere. Sono soddisfatto. Mi sento bene. Sono in pace con me stesso. Mi avvicino al cospetto del grande maestro con orgoglio, temprato fisicamente e fortificato mentalmente. Mai stato meglio in vita mia. Ripeto tra me e me con convinzione.
Il saggio sensei osserva le mie mani callose, il mio viso sfigurato e le mie ascelle pezzate. Annuisce e si mette il dito nel naso.
— Quello che cerchi sempre stato dentro te. Ora tu essere pronto per atto finale.
— Davvero. Dice sul serio?
Non posso credere alle sue parole e scoppio in un pianto di gioia e commozione.
— E qual è questa grande prova finale, oh sensei Miyagi?
— Trasloco di casa!
— Oh grazie, grande maestro!
M’inginocchio per la gratitudine e per la sofferenza.
— Grazie sensei. Per me è un onore essere degno di questo ultimo nobile incarico. Aspettavo queste sue parole da moltissimo tempo. Sono fiero di essere finalmente pronto. Le prometto che porterò a termine questo compito con tutte le mie…
— Oh amore! Ma con chi stai parlando?
È mia moglie che interrompe il momento mistico.
— È da quattro settimane che ti sento borbottare da solo… guarda che sono sempre stata qui vicino a te. Ti ho visto, sai. Questo trasloco ti sta dando la testa. Non è che c’era qualcosa di strano nello stucco?
Un attimo prima che lei chiami il reparto di psichiatria per un trattamento sanitario obbligatorio e m’infili in bocca un potente calmante riesco a urlare con voce strozzata.
— Sensei, perdonala per la sua ignoranza!