giovedì 28 aprile 2022

RACCONTI – La dieta

Io e mia moglie siamo disperati. Io mi metto le mani nei capelli. Che le mani siano ancora sporche dell’impasto della pizza non rende la situazione migliore.
I nostri figli si rifiutano di mangiare cibo italiano.
Non siamo certo degli chef stellati ma entrambi ce la caviamo bene con molte ricette della cucina italiana. I nostri figli, però, spesso si rifiutano di mangiare quello che abbiamo preparato per loro. Talvolta al limite dell’offensivo.
 
Ora, prima che qualche professore di pedagogia, psicologia, etica e dietetica alzi il sopracciglio sinistro e abbassando l’indice destro digiti un commento da illuminato sull’importanza di lasciare la scelta ai bambini, chiarisco subito che i miei figli possono mangiare (quasi) tutto quello che vogliono.
Però…
Però, mi fa male vedere che perdano le loro radici italiane, soprattutto per quanto riguarda il buon cibo. Così faccio il possibile per cercare di influenzarli.
 
Fatta questa doverosa promessa per evitare di sollevare polveroni che poi s’ingeriscono per sbaglio e provocano sgradevoli mal di pancia, vi spiego quello che succede nella mia mente ogni volta che i miei figli si rifiutano di mangiare italiano.
 
Propongo della pasta fresca con pomodori pachino e un filo d’olio extra vergine d’oliva.
— Voglio la pasta scotta con il ketchup.
 
Sforno una pizza perfetta preparata con farina Caputo, mozzarella di bufala, pomodori San Marzano e cotta a 400 gradi.
— La speedy pizza svedese che ha fatto la mamma del mio amico a scuola era più buona.
 
Servo in tavola della salsiccia umbra cucinata a puntino, arrivata direttamente dall’Italia tramite uno dei tanti servizi di consegna prelibatezze culinarie.
— Quando mangiamo un po’ di korv med bröd (il wurstel di plastica svedese con pane)?
 
Ci metto ore a preparare un filetto di manzo in salsa di pistacchi di Bronte.
— Papà, ma un hamburger con le patatine, no?
 
Presento delle magnifiche polpette della nonna cotte in salsa di pomodoro per dieci o quindici anni e belle bollenti come la lava.
— No, meglio le polpettine IKEA che si cucinano in 3 minuti nel forno microonde.
 
Niente da fare. Loro preferiscono sempre e comunque la spazzatura svedese al cibo italiano. Eppure ci sarebbero anche cose buone svedesi, ma loro no, si concentrano solo sulla merda.
 
Non sapendo più che fare mi gioco la carta dell’esoterismo. Estraggo dal portafogli il santino di San Cannavacciuolo da Napoli e lo prego di dare uno scappellotto (metaforico eh… altrimenti i professori sopraccitati s’incazzano) per far rinsavire i miei figli. Non succede niente.
Allora comincio a parlare male l’italiano e a sbagliare i congiuntivi (potrebbe sembrare Di Maio ma non lo è), facendo l’accento americano, come farebbe Joe Bastianich, per imbrogliare i bambini e convincerli a mangiare italiano. Non serve a niente.
Faccio la faccia truce quando sono contento e sorrido quando sono incazzato, come farebbe Cracco, per confonderli, intimorirli e minacciarli di finire tutto quello che hanno sul piatto. Non ci cascano.
 
Prima di arrendermi definitivamente, faccio l’ultimo tentativo con un piatto che qualche settimana fa aveva incredibilmente funzionato.
— Piadina?
Vedo mio figlio esitare in cerca di un corrispettivo svedese che possa insultare il piatto italiano e così io lo incalzo prima che lui mi anticipi.
— Con crudo di San Daniele?
— Bleah!
Va beh, ho esagerato.
— Con cotto di Parma?
— Hm…
È il momento d’insistere.
— E con stracchino?
— Mah…
— Scherzavo: facciamo con la mozzarella invece?
— Fammi pensare…
Ci siamo quasi. Manca solo il tocco finale.
— Con un filo di cacca di tuo fratello?
Lui mi guarda e sgrana gli occhi. Poi urla.
— Sììììììì! Skitgott!*
 
Bene. E anche oggi i bambini non moriranno di fame.
 
* Skitgott, letteralmente “merdosamente buono”, è un ossimoro svedese che esprime gradimento per quello che si è appena mangiato. Sapevatelo!

giovedì 21 aprile 2022

RACCONTI – La mareggiata

Non sto molto bene. Mi sento giù di morale. Non ho un motivo particolare. Non serve sempre averne uno.
Chiudo gli occhi per rifugiarmi in un luogo sicuro. Per riposare la mente. Solo per un momento. È un’illusione, lo so, ma meglio di niente.
Chiudo gli occhi e sono sulla spiaggia, in un giorno di sole. Sono steso supino sulla battigia secca. Fa caldo. Sento il sapore della salsedine sulle labbra, il vento tra i capelli, il sole che mi brucia la pelle. Ascolto i gabbiani garrire, bambini in lontananza che giocano, il mare agitato a pochi passi da me.
Inspiro profondamente. Le onde sono sempre più forti e ora l’acqua mi tocca i piedi. Sto ancora male, ma sono dove vorrei essere. Ora ho un po’ di conforto. Mi scappa un piccolo sorriso. Non dura molto.
Al lavoro è andato tutto male: i miei pazienti non migliorano. È colpa mia. I miei colleghi pensano che sia un incapace. Hanno ragione. Sono uno psicologo e non dovrei stare male. Sono un fallito.
Un’onda arriva più forte delle altre, mi raggiunge, mi sommerge per un paio di secondi. Sono bagnato da capo a piedi. Ma l’acqua fresca mi scuote. Intanto sento che un’altra onda si sta caricando alle mie spalle.
Manco da troppo tempo dall’Italia. La mia famiglia crede che sia scappato. Come darle torto. I miei vecchi amici mi hanno dimenticato. Non ho scuse per non farmi sentire.
Arriva l’ondata, mi travolge più della precedente e mi sposta di qualche metro. Sono ancora disteso. Ora a faccia in giù.
Sento i granelli di sabbia tra i denti, nel naso e nelle orecchie. Ma mi sento più vivo.
Il mare agitato non ha pietà e continua a montare rabbia.
Sono sempre stanco, a pezzi, affaticato. Sono vecchio. Non riesco più allenarmi come una volta. Sono pigro.
L’onda s’infrange prepotentemente sul mio corpo inerme e mi toglie il fiato sotto il livello dell’acqua. Mi giro e mi metto seduto. Mi scuoto.
Non faccio in tempo a pensare che già vedo l’acqua che si ritira sulla battigia, prende la rincorsa per una nuova scarica.
Non sono presente come marito. Penso solo a me stesso. I miei figli mi detestano e vogliono solo la mamma. Niente di strano visto che non sono un bravo papà.
L’ultima onda è fortissima. Mi fa rotolare più volte, mi scaraventa a destra e sinistra e alla fine mi rimette in piedi.
Sto bene. Sto meglio. Sono di nuovo in carreggiata.
Espiro. Riapro gli occhi. Non sono più sulla spiaggia. Sono in palestra. Nella sala di spinning dopo l’allenamento di oggi. Quarantacinque minuti di sforzi e sudore. La fatica mi ha liberato la mente dai pensieri negativi come una mareggiata di acqua fresca e rigenerante. Ha funzionato ancora.
È ora di andare a casa da mia moglie e bimbi, chiamare in Italia, mandare un messaggio a un amico, mangiare e riposare. Cammino verso l’uscita rinvigorito. Ho però solo un po’ di dolore alla gamba destra. È un granchio che mi ha morso sulla spiaggia? No, è un crampo al polpaccio. Che io sia invecchiato è un dato di fatto.

giovedì 14 aprile 2022

RACCONTI – L’aurora

Sto guardando una foto di un amico su Facebook. Impreco.
Ieri sera l’aurora boreale era visibile in tutto il suo splendore nei cieli limpidi di Stoccolma. Perché impreco? Perché io dormivo. Impreco di nuovo.
Perché impreco di nuovo? Perché qualche anno fa sono andato fino al nord della Svezia a Kiruna e Abisko, mi sono sorbito pizze con la carne di renna, tempeste di neve improvvise mentre guidavamo in auto, un’ora al giorno di sole coperto dalle nuvole, temperature a -30 gradi e neve fino alle ginocchia. Tutto questo per vedere un’aurora boreale pallida e sbiadita, alla modica cifra di una vangata di soldi.
Ieri notte invece mi sarebbe bastato affacciarmi al balcone di casa e contemplare il cielo per ammirare un’aurora boreale meravigliosa. Costo: zero Corone svedesi (corrispondenti a zero delle vecchie Lire, tanto per intenderci).
 
Per fortuna altri amici su Facebook segnalano attività solare anche per oggi e quindi alta probabilità di vedere aurora boreale sopra la capitale.
Io e mia moglie aspettiamo con ansia la sera e appena cala la notte spegniamo tutte le luci in casa e ci prepariamo alle osservazioni astrali. Tutto molto bello. Tutto molto emozionante. Ma c’è un problema: in realtà dal balcone di casa nostra non si vede niente. Le luci di un palazzo di fronte al nostro non creano abbastanza oscurità per godersi la notte. Si dovrebbe andare fuori e cercare un punto della città più buio.
Logico. Facile. Ma c’è un altro problema: siamo bloccati in casa. Arresti domiciliari per non aver fatto la raccolta differenziata correttamente? Lavatrice condominiale prenotata da due settimane proprio per stasera e neanche un paio di mutande pulite nel cassetto? Lavori forzati per non aver compilato come si deve la dichiarazione dei redditi svedese?
No, peggio: due figli piccoli che dormono nella stanza accanto e nessuna babysitter disponibile nei paraggi. Come fare?
Walkie-talkie.
Esatto. Non proprio quelli originali, ma una variante fatta in casa. Mia moglie mi chiama al cellulare. Io rispondo e lascio il mio telefono vicino alla camera dei bambini. Lei silenzia il microfono e così possiamo uscire con il suo cellulare in mano. Questo ci darà qualche minuto di libertà e qualche centinaio di metri di raggio d’azione per andare a cercare un buon punto e osservare il cielo stellato. Se i bambini dovessero svegliarsi, noi riusciremmo a sentirli e rientrare in fretta in casa in meno di un minuto.
Geniale!
Certo, questo trucchetto ci garantisce indiscutibilmente il premio di “Genitori di merda dell’anno 2022”, ma almeno riusciremo a vedere sta cazzo di aurora boreale. Mi convinco che ne varrà sicuramente la pena.
Ci mettiamo le giacche, ricontrolliamo che il walkie talkie artigianale stia funzionando e finalmente usciamo. Facciamo un paio di giri e cerchiamo il nord con scarso successo. Lo dicevo io che avremmo dovuto portarci del muschio, ma mia moglie sosteneva che tenerlo in tasca non sarebbe servito.
Ci spostiamo da una parte all’altra della strada ma nel nostro quartiere c’è troppa luce. Niente aurora. Tendiamo l’orecchio verso il cellulare e per fortuna non c’è segno di risveglio da parte dei bambini abbandonati in casa. Spero solo che i servizi sociali non intercettino la telefonata.
Ci azzardiamo allora verso una collinetta nelle vicinanze. Forse da lì saremo più in alto e riusciremo a vedere meglio. Ci inerpichiamo tra gli arbusti evitando siringhe e cacche di cane e, giunti in cima, rimaniamo senza fiato. Non per il panorama, ma perché la collinetta è più alta di quanto pensassimo e col buio abbiamo fatto più fatica del previsto. Ovviamente niente aurora neanche da qui. Mi sa tanto che purtroppo dovremo chiedere a Eros Ramazzotti.
Torniamo a casa delusi e arrabbiati. Mi metto al computer per ricontrollare la foto su Facebook del mio amico. Quella che ha innescato tutto questo progetto andato in fumo. Quella che mi ha inculcato questa idea malsana. C’è qualcosa che non va. All’inizio non riesco a cogliere, ma poi capisco: era un ricordo di un anno fa, non la foto di ieri sera.
Impreco ancora una volta!

venerdì 8 aprile 2022

RACCONTI – Il dramma

— Papà, non voglio più parlare italiano. voglio parlare solo svedese.
— Non esiste. L’italiano è meglio dello svedese.
 
Mio figlio di 6 anni butta fuori tutte le lacrime che ha in corpo in una specie di dramma preadolescenziale.
Io invece piango dentro al suo rifiuto reiterato dell’italiano.
 
Parla italiano, piccolo mio. Parla la lingua più bella del mondo. L’italiano è amato e insegnato in tutto il mondo. È la lingua dell’amore, della passione e dell’arte.
Assorbi adesso questa lingua aulica perché quando sarai grande potrebbe essere troppo tardi. Impara adesso l’italiano e da adulto avrai una lingua in più gratis. Sarà semplice. Sarà naturale. Sarà per te un vantaggio nella vita e nel mondo del lavoro. Non come è stato per il tuo papà e la tua mamma che hanno dovuto imparare da zero una lingua straniera come lo svedese, sputando sangue e sudando le famigerate sette camicie.
Piccolo mio, pensa al Rinascimento, pensa all’impero romano, pensa a Dante, Petrarca e Boccaccio. Pensa a Berlusc… hm, no. Lascia stare, brutto esempio. Pensa a Manzoni e sii anche tu un promesso sposo di questa lingua meravigliosa dai mille dialetti e dalle altrettante sfumature.
Parla l’italiano a casa con mamma, papà e tuo fratello. Lo svedese lo puoi parlare a scuola e con gli amici. Lo imparerai anche se non vuoi, in automatico. Parla la lingua dei tuoi nonni.
Pensa, piccolo mio, quando noi in Italia predicavamo diritto e democrazia, qui in Svezia saccheggiavano villaggi e bruciavano i libri per scaldarsi.
Quando noi scrivevamo poesia e incoraggiavamo l’arte, qui si facevano le gare di rutti e s’incitava alla blasfemia.
Quando noi eravamo in pieno Rinascimento, qui brindavano con lo scalpo dei nemici.
Quando il nostro Galilei inventava il metodo scientifico, qui facevano affondare i galeoni caricati con troppi cannoni.
Pensa bene a tutto questo, figliolo mio, quando devi scegliere che lingua parlare.
Pensa a…
 
Mi blocco perché c’è qualcosa che non va. Mio figlio cerca di asciugarsi le lacrime, si soffia il naso sulla mia maglietta e con voce spezzata dalle lacrime mi dice:
— I miei compagni di scuola mi prendono in giro perché non parlo bene svedese!
 
Fermi tutti!
Ah, ma allora il problema non è l’italiano. Qui si tratta di mobbing, porco cane!
Nonostante sia uno psicologo non ci ho capito una mazza. Mi sento una cacca: per colpa del mio svedese di bassa qualità mio figlio viene deriso dai suoi amichetti. Io non posso insegnargli un buon svedese e lui subisce le angherie e l’emarginazione di quattro bulletti da scuola.
Inspiro profondamente e trattengo a stento la rabbia che ribolle dentro. Ora non è il momento di insegnare la violenza. Ora è il momento di dare una lezione di vita al mio piccolo guerriero.
 
Non devi abbassarti al loro livello, piccolo mio. Devi ignorarli. Lasciali stare. Non meritano di stare con te. Gioca con altri bambini. Fai vedere a quegli svedesi in miniatura che te ne freghi.
Vedrai che starai meglio senza di loro. Vedrai che troverai sempre qualcuno che ti apprezza per quello che sei. Non hai bisogno di sottometterti ai loro giochetti.
Tu sei superiore a loro.
Niente da fare. Mio figlio sta ancora piangendo.
Ho l’impressione che non ci sia niente che io possa dire per calmarlo. Mi sento inutile. Mi si spezza il cuore vederlo così triste.
Proprio in quel momento, però, quando penso di aver giocato tutte le mie carte, quando penso di aver esposto tutte le ragioni che potevo, capisco quello che devo fare.
Mi avvicino, lo abbraccio, lo bacio sulla fronte e con tutta la dolcezza che posso gli dico:
— Va bene. Domani ti insegno come prendere a calci quei piccoli stronzetti!

lunedì 4 aprile 2022

PROMOZIONE – Mi pubblicano… a puntate (5)

Continua la mia onorata collaborazione con "Il lavoratore", storico giornale della Federazione delle Associazioni Italiane in Svezia (che potete chiamare comodamente anche FAIS quando non avete più il fiato per dire tutto il nome per intero… tranquilli non si offende).
La redazione sceglie con cura o con pietà, non l’ho ancora capito, uno dei racconti dal mio Blog da Strapazzo (https://blogdastrapazzo.blogspot.com/) e lo pubblica sul proprio sito on-line.

Questa volta la scelta è caduta su “Lucertole”: https://illavoratore.org/i-racconti-di-roberto-riva-lucertole/
 
Date anche un’occhiata agli altri interessanti articoli che pubblicano.
 
Sì, lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica “Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!

mercoledì 30 marzo 2022

RACCONTI – La dichiarazione

Le cifre non sono il mio forte.
Coi numeri non sono mai andato molto d’accordo.
Non ricordo mai quanto ho pagato le cose che ho comprato e chiunque potrebbe fregarmi, anche i bambini che vendono i biscotti porta a porta o la limonata per strada come nei film americani.
Di tasse, poi, non ci capisco proprio niente.
 
Avendo studiato all’università e fatto pacchia parassitando sulle spalle dei miei genitori ho fatto la mia prima dichiarazione dei redditi soltanto a 25 anni, quando ho iniziato a guadagnare i miei primi dindini (già il fatto che li chiami così non fa di me una persona normale). Nessun problema se in famiglia hai una mamma e una sorella commercialista, vero? Peccato che io fossi in Svezia e loro in Italia. Sfiga!
Nonostante fossi cresciuto a pane e 740, risotti di 730, torte al 770 e altre cifre varie che ora non ricordo (ve l’ho detto che non ci so fare coi numeri!) ero tremendamente impaurito della dichiarazione dei redditi svedese, che si presenta puntuale in primavera come il nevischio dopo che ti eri illuso che il caldo fosse arrivato. La mia paura era quella di sbagliare qualcosa, vuoi per la lingua straniera, vuoi per le mie incapacità matematiche, e di ritrovarmi a fare la fine di Al Capone, criminale sopraffino incastrato per frode fiscale.
Con mio profondo sollievo scoprì subito che il modulo per la dichiarazione dello Skatteverket (l’INPS svedese) era già precompilato con la somma da pagare allo stato. Quello che dovevo fare per completare l’operazione era controllare che la somma combaciasse con quella che il mio datore di lavoro mi aveva spedito via posta nel cedolino e rispedire all’ente statale il modulo firmato.
Devo ammettere che la prima volta ero alquanto diffidente ma nonostante la mia riluttanza mi feci convincere a mandare il tutto così come stava scritto, non prima di essermi abbondantemente cosparso il pertugio anale con della vaselina per paura di rimanerne brutalmente sodomizzato.
Per fortuna lo stato svedese è buono. Lo stato svedese è onesto. E tutto ha sempre funzionato alla perfezione, soprattutto da quando si è passati al digitale ed è bastato un clic per confermare. Tutto è sempre filato liscio per 15 anni… fino a oggi.
Come ho ampiamente rotto le pall… hm, intendevo dire, ampiamente documentato nei miei precedenti racconti, a dicembre ho traslocato.
Lo stato svedese è molto buono e non solo ti consente di decidere come ma anche quando pagare le tasse sul profitto ricavato dalla vendita del precedente appartamento. Quando poi ho scoperto che si può addirittura ottenere la sospensione del pagamento, chiamato “uppskov” dagli amici svedesi, ho fatto uno più uno (occhio qui a fare dell’ironia nei miei confronti) e ho capito che di fatto non devi più pagare. Da non crederci.
Così sono subito corso nella mia mente a immaginare l’ipotetico dialogo tra me e lo stato svedese:
 
— Caro cittadino Roberto, lei deve pagarci le tasse sulla vendita del suo appartamento!
— Devo proprio?
— Sì. Deve proprio, mi spiace.
— Sua Maestà, chiedo con profonda umiltà: non c’è un modo di evitarlo?
— Hm, non so. Mi faccia pensare...
— Per favore, prometto che farò il bravo e che farò tutti i compiti se non mi farà pagare le tasse.
— Ma è difficile. E cosa dirò agli altri che…
— La prego, la prego, la prego, la prego!
— Ah… ma sì. Va bene. Le abbuono le tasse. Non posso resistere a quegli occhioni da gatto con gli stivali.
 
Ovviamente le tasse le dovrò pagare, prima o poi. Non si scappa. Come recita il proverbio, sono le uniche cose certe assieme alla morte. Lo stato svedese è buono, non stupido. Però posso continuare a posticipare eventualmente fino alla vendita della prossima casa e per il momento usare quei soldi per ammortizzare il mutuo. Fantastico.
Quello che devo fare è “solo” compilare correttamente i moduli della dichiarazione dei redditi, aggiungendo le cifre dai vari scontrini e fatture per detrarre le tasse di tutti i lavori di rinnovo fatti in casa.
Così una sera, con l’aiuto fondamentale dell’allibratrice (mia moglie), inserisco i dati e digito i numeri nelle caselle giuste, controllo, correggo e ricontrollo i documenti come se dovessi cercare di evitare lo scandalo del Watergate e salvare le chiappe a Nixon. Sudo mille camicie ma alla fine faccio tutto come si deve e supero le mie paure per i numeri e vado ben oltre le mie aspettative.
Sono pronto a spedire il modulo on-line. Sto per schiacciare il tasto d’invio, ma la pagina si blocca. Tempo scaduto. La mia sessione sul sito è terminata. Dovrò reinserire tutti i dati da capo. Non avevo schiacciato il tasto “spara” (salva in svedese).
Vorrei spararmi (ma non a salve).

mercoledì 23 marzo 2022

RACCONTI – Che pizza!

Sono appena sceso nel seminterrato della cattedrale di Stoccolma. Sono da solo per gentile concessione del Vescovo della città. Il silenzio è assordante.
Mi avvicino a passi cauti verso l’altare principale, prestando il dovuto rispetto che questo luogo richiede. Faccio il segno della croce, inspiro profondamente e procedo con un passo in avanti deciso.
Ora sono di fronte alla teca. È una pregiatissima custodia poggiata su un piedistallo che ne eleva il contenuto verso il cielo. La teca rotondeggiante è ricoperta d’oro con meravigliosi intarsi settecenteschi. Il vetro che protegge il contenuto è luccicante e perfettamente lucidato. In cima campeggia una croce anch’essa dorata con un rubino rosso incastonato al centro.
Per qualche secondo rimango a bocca aperta nell’osservare cotanta bellezza e armonia. Poi m’infilo dei guanti di seta, apro la teca con cautela e ne estraggo il contenuto trattenendo il fiato per l’emozione. Lì dentro c’è una reliquia. In quella teca incantevole c’è qualcosa di sacro: bordo alto, leggermente abbrustolito ma morbido, base cotta a puntino ma non cadente… e soprattutto, mmm, profumino inebriante. Questa, signore e signori, è la pizza perfetta.
L’ho fatta io!
Mi è costata fatica, pratica e tanta, ma tanta dedizione.
Perché mi sono fissato per raggiungere la perfezione per il mio piatto preferito quando potrei semplicemente andare in una delle tante ottime pizzerie italiane di Stoccolma? Perché devo pagare la bolletta rincarata dell’elettricità, ho appena comprato un volo estivo per l’Italia che mi è costato una fortuna e ho due figli piccoli da sfamare. Quindi, dopo quello quarantennale della casa, non posso permettermi un altro mutuo per pagare il conto delle suddette pizzerie italiane a Stoccolma. Sono costretto a fare da me.
Potrei andare nelle pizzerie svedesi?
No, grazie e vi spiego anche perché (lo so che è abbastanza ovvio ma mi piace puntualizzare).
 
Farina.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Uso rigorosamente farina Caputo, acquistata di contrabbando dal grossista napoletano di fiducia nel quartiere più nascosto della città. Una polvere bianca che pago più della cocaina.
- Come fa uno svedese.
Usa farina qualsiasi: di grano duro, di grano saraceno, integrale… la prima che trova. Non gli importa una segale di quale sia la farina migliore.
 
Acqua.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Mescolo l’impasto con acqua a temperatura di 13,5 gradi. Ci aggiungo un pizzico di sale.
- Coma fa uno svedese.
Mescola il tutto con vatten* (*che vuol dire acqua)… ops, ha dimenticato il sale!
 
Lievito.
­- Come faccio io, italiano all’estero.
Lievito madre messo in coltura e mantenuto come se fosse mio figlio. Anzi, ogni tanto gli do in pasto un dito di mio figlio per farlo crescere (sia il lievito sia il figlio).
- Come fa uno svedese.
Bakpulver, ovvero lievito chimico che usa per qualsiasi altro dolcetto natalizio. Magari gli scappa anche un po’ di zafferano.
 
Impasto.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Impasto a mano per 15-20 minuti, faccio riposare per 30 minuti, formo i panetti calcolati grazie al calcolatore online di quantità della pasta, faccio lievitare per 6-8 ore a temperatura ambiente. Infine stendo con passione e precisione l’impasto fino a ottenere un cerchio perfetto (controllo con il compasso per essere sicuro o in mancanza di esso, chiedo al mio amico Giotto).
- Come fa uno svedese.
Mette tutto insieme e mescola con la frusta elettrica finché l’impasto diventa un blocco di cemento armato pronto per costruire un rifugio antiatomico. Con il martello di Thor schiaccia l’impasto fino a ottenere una forma vagamente rotondeggiante.
 
Salsa.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Coltivo piantine di pomodori San Marzano nel balcone di casa dove, con un complesso sistema di riscaldamento e aereazione, sono riuscito a ricreare il microclima del golfo di Napoli. Sfrutto i miei figli per raccogliere i pomodori. Poi li pelo (i pomodori, non i miei figli) e li schiaccio delicatamente con una forchetta. aggiungo un filo d’olio extra vergine d’oliva e un pizzico di sale.
- Come fa uno svedese.
Prende un barattolo nuovo di ketchup Heinz e lo spreme sull’impasto.
- Come fa un venusiano.
Mescola un Mars, un Milky Way e alcuni Pan di Stelle assieme alle Galatine tritate. Poi prende… hm, no, questo non c’entra niente. L’ho messo qui solo per vedere se stavate ancora seguendo la narrazione.
 
Mozzarella.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Mozzarella di Bufala Campana dop* (*dop ovviamente sta per “dop aver lett quest raccont i napoletani m’accidon”) ordinata a Napoli e spedita in un pacco celere mantenuto a temperatura ambiente.
- Come fa uno svedese.
Un formaggio qualsiasi: dall’halloumi al cheddar bianco, passando per il Gouda e la plastica bruciata.
 
Condimenti.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Vedi i due paragrafi precedenti… cioè niente. Solo pomodori e mozzarella e qualche foglia fresca di basilico. C’è bisogno d’altro per la pizza perfetta?
- Come fa uno svedese.
Aggiunge tutto, ma proprio tutto. Dagli ormai classicissimi “Pollo e curry”, “Hawaii” e “Alla banana” si passa con nonchalance alle avanzate “Pizza carbonara” (con panna e pancetta) e “Pizza al cappuccino” (si spiega da sola) che sono delle specie di meta-castronerie culinarie.
 
Forno.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Forno in pietra incastonato in un angolo della cucina che si alimenta a legna ricavata dalle saune che ho smontato di nascosto nei vari angoli della città scandinava. La temperatura sale a 450 gradi, cuoce la pizza in meno di 4 minuti e fa risparmiare sulla bolletta del riscaldamento.
- Come fa uno svedese.
Scalda la pizza sul grill assieme ai wurstel e agli hamburger.
 
Consumazione.
- Come faccio io, italiano all’estero.
Servo la pizza sul piatto. La osservo in religioso silenzio per qualche minuto e piango dalla gioia prima di gustarmela fino all’ultima fetta.
- Come fa uno svedese.
Piega la pizza in quattro e la mangia take-away aggiungendoci un filo di senape in cima.
 
 
P.S.: Scusatemi italiani, vi ho mentito! Non sono così integralista, soprattutto per ragioni pratiche. Al posto della Caputo spesso sono costretto a usare una miscela di farina di grano tenero e di Manitoba. Vivo in Svezia e i pomodori si congelano in terrazzo, quindi compro la passata (però Mutti!) Al supermercato svedese compro una mozzarella [(di “bufala”*)#]… che spesso metto sulla pizza in cottura (i bambini la vogliono filante altrimenti non la mangiano). Però mi son comprato un fornelletto Ariete per arrivare a 400 gradi.
 
P.P.S.: Scusatemi svedesi, ho abusato di stereotipi e falsità! Anche gli svedesi possono fare una buona pizza se istruiti adeguatamente ma, mi raccomando, non prendete mai iniziative personali!