martedì 21 giugno 2022

RACCONTI – Il disguido

Stoccolma, giugno 2022.
 
Referendum popolare sulla giustizia. Si vota. Anche dall’estero. Era tanto che non lo si faceva. Ho dovuto cercare sul vocabolario il significato della parola e fare delle prove a casa con matita spuntata e foglietti colorati presi in prestito dai miei figli. Ora però sono preparato. Pronto a esprimere il mio sacrosanto diritto di cittadino italiano residente all’estero.
 
La procedura è semplice. Ti arrivano a casa via posta regolare le schede elettorali. Esprimi il tuo bel voto sulle schede elettorali in modo chiaro e senza lasciare segni distintivi. Inserisci le schede nella busta bianca piccola. Sigilli la busta bianca piccola col sudore della tua fronte per paura di aver sbagliato qualcosa. Infili la busta piccola in quella grande preaffrancata assieme al tagliando elettorale ritagliato dal certificato elettorale (forbici non incluse) e un pezzo di dito (possibilmente il medio) per il riconoscimento dell’impronta digitale da parte del consolato. Sigilli la busta preaffrancata con ceralacca del XIX secolo e spedisci il tutto all’Ufficio Consolare entro la data indicata. Per finire conservi il certificato elettorale per ricordo come un souvenir nel caso assurdo che non ci concedano più di votare in futuro.
Esagero e divago. Come sempre.
 
Il processo in realtà ha sempre funzionato molto bene e sono convinto che neanche questa volta farà eccezio… hm, un momento.
Mi dicono da casa che il referendum si svolge il 12 giugno 2022. Benissimo. Che problema c’è?
Controllo la data sul calendario. Oh cazzo! Oggi è il 17 giugno. Mannaggia! Avrei dovuto far arrivare la busta preaffrancata entro le ore 16.00 del 9 giugno. Sono un pessimo cittadino. È vero che non ci avevo capito una mazza sul referendum sulla giustizia, però mi ero preparato tanto. Avevo studiato tanto per come votare. Era un mio diritto e un mio dovere votare e io me lo sono lasciato scappare così facilmente. Mi sono emozionato troppo e… hm, aspetta di nuovo un momento.
Quando sono arrivate le schede elettorali? Stamattina… ah! Quindi per una volta non è colpa della mia inettitudine politica. Quindi questa volta il processo facile, facile di votazione dall’estero ha fatto qualche piccola, piccolissima falla.
 
Ben presto vengo a sapere che anche tanti, tantissimi, troppi italiani residenti a Stoccolma non hanno ricevuto in tempo la scheda elettorale. Purtroppo questo ritardo multiplo con sola annessa da parte del consolato non mi consola affatto. Girano voci che Roma sostiene di aver mandato in tempo le schede elettorali a Stoccolma. Il consolato svedese sembra che abbia accusato le poste svedesi (PostNord) per i soliti ritardi della consegna delle lettere. PostNord immagino che dia la colpa a Roma di non aver calcolato la concomitanza del 2 giugno (Festa della Repubblica nell’Ambasciata d’Italia a Stoccolma) e del 6 giugno (Festa nazionale svedese), entrambe giornate di festa e quindi tutto fermo e chiuso. Sfiga? Incompetenza? Propendo per entrambe.
 
Per un attimo sorrido ripensando a quel meme che ogni tanto gira su internet. Quello dei tre Spiderman esattamente identici che si accusano gli uni con gli altri di essere i falsi Spiderman.
Mentre stringo forte al petto il certificato elettorale delle ultime elezioni alle quali ho potuto votare, rido. Rido ma dovrei piangere perché alla fine quel bel dito teso è sempre e comunque puntato dritto dritto nel sedere di noi cittadini.
L’unica arma di difesa da questo ditone verso il nostro pertugio anale è dunque solo l’augurio di un buon voto a tutti… voto di castità, ovviamente.

giovedì 16 giugno 2022

RACCONTI – La bacheca

Lo appoggio sulla mensola vicino agli altri.
Che bello! È l’ultimo di una lunga serie. Questo trofeo ci sta proprio bene assieme al resto della bacheca. Faccio un passo indietro per osservarla e compiacermi. Ne è valsa la pena aver passato anni ad accumulare premi. Ripenso a tutti i momenti e a tutti i ricordi legati a queste medaglie e coppe. Sorrido.
Certo, a volte è stato un sorriso amaro… molto amaro.
Come per quella coppa là in alto, sull’ultima mensola: coppa Peggior Regalo di Natale 2015. È stato facile vincerla. Mi è bastato regalare una candela a chi mi aveva più volte detto di non apprezzarle.
O come il quadretto appeso al muro che incornicia l’attestato di partecipazione a Facebook che ho vinto tutte le volte che ho postato un mio racconto e ho ricevuto solo un paio di Like.
Per non parlare delle medaglie d’oro per la miriade di rifiuti ricevuti secchi quando da giovane ci ho provato con le ragazze che mi piacevano tanto.
Giustamente, vicino a quelle medaglie ho messo la targhetta onoraria per le volte che ho fatto cilecca a letto. E anche quella per tutte le volte che l’ho preso nel fondoschiena. Metaforicamente, s’intende, riferito a quando un datore di lavoro è passato oltre a una mia candidatura o un giornale scientifico ha rifiutato un mio articolo quando ero ancora un dottorando.
Sospiro. Oh, quanti attimi di dispiacere passati assieme a questa bacheca. Quanti cuori spezzati (il mio). Quante autostime schiacciate. Bei tempi.
Sposto lo sguardo più in basso e continuo la mia personale carrellata di ricordi.
Oh, guarda lì quel meraviglioso scudetto del torneo “Papà di merda” che ho vinto proprio l’altro giorno quando ero arrabbiato e ho urlato in faccia ai miei figli, facendoli piangere. Ormai sono pluridecorato in quel torneo.
Ecco qui invece tutti i gagliardetti per ogni paziente che non sono riuscito ad aiutare, ogni amico che ho lasciato alle spalle e ogni parola al posto sbagliato nel momento sbagliato. Incredibile! Non mi ricordavo fossero così tanti. E quanti colori anche… tutte gradazioni del marrone ovviamente.
Niente in confronto, però, al mitico Dog Actor Award che ho meritatamente conquistato nel 2015 quando ho sbagliato una battuta sul palco durante uno spettacolo. E chi se lo dimentica quello.
Meglio lucidarlo di tanto in tanto, prima che sparisca sotto la polvere e mi dimentichi di averlo già vinto in passato.
Infine, eccolo là, il migliore di tutti. Il trofeo più scintillante di tutti. Quello che si vede meglio, anche da lontano. La grande coppa dei romanzi rifiutati dalle case editrici: “A Roberto, ricordati che ciò che scrivi non vale un cazzo!”, recita l’incisione alla base.
Mi scappa un sorriso.
Dovrei essere triste, magari anche piangerne (qualche volta l’ho fatto). In fondo sono tutti fallimenti, a volte piccoli, a volte grandi, ma mi hanno insegnato qualcosa. In un certo senso non posso che essere grato di averli conquistati perché mi ricordano che ne sono uscito vincitore. Questi fallimenti mi hanno arricchito.
Sorrido di nuovo. Ho ancora altre tre pareti da riempire… e questa è solo la prima stanza.

martedì 7 giugno 2022

IL LAVORATORE – Presentazione

Da maggio c’è un nuovo sceriffo in città!
Ora sostituite “sceriffo” con “direttore” e “città” con “Il lavoratore” (giornale della Federazione delle Associazioni Italiane in Svezia, FAIS) e avrete la frase corretta.
Ebbene sì: alla riunione annuale della FAIS sono stato eletto come nuovo megadirettore gran farabutt ladr matricolat paracul del giornale online.
 
Riporto sotto e qui come mi sono presentato.
Ho paura che si siano già pentiti della loro scelta…


Cari concittadini… (— No, così è troppo istituzionale)
Cari italiani! (— Eh, che è? Il ventennio! Abbassa i toni)
Cari amici… (— Oh, ma chi ti conosce!)
Cari lettori… (— Ma se ormai gli italiani non leggono più… comunque va bene. Cari lettori sia!)
È il nuovo direttore che vi scrive. Se vi sembro un po’ indeciso è solo perché sono un giovane (— Ah, ah, ah! Questa è bella) a cui piace mettersi sempre in dubbio, in discussione e in gioco. Sono una persona a cui piace anche porsi domande. A volte trovo la risposta, spesso purtroppo no.
Sono infatti tutte le domande che mi hanno portato, un po’ alla volta, dalla provincia di Udine in Italia a Stoccolma in Svezia. (— Quali sono i misteri della mente umana?) Per cercare di rispondere ho studiato Psicologia a Trieste. (— Come funziona il cervello sotto stress?) Così ho preso un dottorato in Psicologia alla Stockholms Universitet. (— Come posso aiutare le persone che stanno male?) E allora ho iniziato il mio attuale lavoro di psicologo clinico a Stoccolma.
(— Come posso dare ancora più fastidio alla gente?) Per questo mi sono buttato sulla cultura. Sono un appassionato di cultura in tutte le sue forme. Amo il teatro (— L’ho detto che sono presidente e attore nei “Varför inte”, il primo gruppo teatrale italiano a Stoccolma?), la letteratura (— Mi piace leggere, ma ancor di più scrivere… sono proprio un italiano!), la musica (— Meglio però che non mi sentiate cantare), l’arte (— i miei figli sanno disegnare meglio di me), il cinema (— So a memoria tutte le battute dei film cult degli anni ’80 e ’90) e tutta quell’altra robaccia bella che l’umanità è stata in grado di creare.
Spero di trasmettervi questo mio amore per la cultura coinvolgendo sempre più lettori e, grazie all’aiuto della redazione, presentarvi contenuti interessanti che facciano sorridere, riflettere e magari ogni tanto anche un po’ prendere fiato e rilassarsi perché anche quello è importante nella vita e perché, tra mille impegni e stimoli della vita quotidiana, ormai ci siamo dimenticati come si fa.
 
Roberto Riva

venerdì 3 giugno 2022

RACCONTI – La baby-sitter

Noi siamo pronti.
Eravamo già pronti due anni fa.
Prima della pandemia, quando i bambini erano grandi abbastanza.
Ora siamo prontissimi.
 
Lei arriva puntuale, come ci aspettavamo. Ha molta esperienza con i bambini perché ha 2 fratelli e 4 sorelle. È giovane, ma non troppo. Ha un look cool ma non troppo. Ed è seria al punto giusto.
L’abbiamo selezionata tra mille candidate e nel round finale ha battuto di pochissimo Mary Poppins e Mrs. Doubtfire, solo perché lei è una persona reale e non un personaggio di fantasia.
Io e mia moglie l’aspettiamo vestiti di tutto punto, pronti per andare al ristorante (il ristorante… non so più cosa significhi questa parola, ma non divaghiamo).
Noi l’accogliamo in casa. Lei ci saluta cordialmente.
Noi le presentiamo i bambini. Lei familiarizza subito con loro.
Noi ci mettiamo le scarpe. Lei se le toglie.
 
Poi le passiamo il kit di sopravvivenza completo di tablet, password per WiFi, lista di cartoni preferiti dai bambini, polpette di carne IKEA solo da scaldare in microonde e prima che possa ripensarci chiudiamo la porta alle nostre spalle e partiamo.
Ora noi siamo finalmente LIBERI!
 
— Sesso, droga e rock’n’roll?
Ammicco sfrontato a mia moglie, mentre scendiamo le scale.
— Ho le mie cose.
— Droga e rock’n’roll?
Cerco di non smorzare l’entusiasmo.
— Ma se ti sei a malapena fatto una canna in vita tua e io non reggo più neanche l’alcol.
— Hm… allora solo rock’n’roll?
— Il rock è morto!
— Ma vaffanculo! Almeno ascoltiamo un po’ di vecchi dischi, di quelli buoni.
Lei annuisce e usciamo dal portone del palazzo in fretta e furia.
 
Ce ne andiamo via, come ladri dopo aver derubato una banca.
Scappiamo come Thelma e Louise. Ma senza macchina. E io non sono Thelma e lei non è Louise. E siamo un uomo e una donna, non due donne. E siamo in Svezia e non negli Stati Uniti. E fa freddino.
Uguale insomma.
La benzina della nostra “macchina”, però, finisce in fretta. Dopo il primo mezzo bicchiere di vino nella prima mezz’ora al ristorante, nella quale pianifichiamo quale volo last-minute per le Canarie prendere e tornare come minimo dopo un mese, già cediamo e cominciamo a parlare dei bambini. Ci chiediamo come stanno. Se si divertono. Se abbiamo fatto bene a fidarci di una sconosciuta. Di come sarebbe bello avere i nonni qui con noi da sfruttare come Cenerentola e Cenerentolo. Di come sia bello farli crescere e fare così tante cose assieme.
In parole povere, ci mancano già.
 
Passiamo il resto della cena a renderci conto che effettivamente non riusciremo a fare sesso in un ristorante affollato, che ci basta mezza bottiglia di prosecco per restarci secchi e che la musica che suonano nel locale non è per niente rock. Almeno abbiamo mangiato bene con vista sull’arcipelago di Stoccolma e ci siamo goduti il bellissimo museo della fotografia fingendo di essere intellettuali altezzosi e alticci.
Dopo quattro ore rientriamo a casa stanchi e barcollanti. Ci soffermiamo un momento davanti alla porta. Facciamo un respiro profondo e ci ripromettiamo di trattenere le lacrime di gioia nel rivedere i bambini. Soprattutto di rivederli vivi. Apriamo e loro sono lì, sorridenti e illesi che ci aspettano. Dalla loro faccia immagino che siamo mancati tantissimo a quei due teneri orsacchiotti.
Paghiamo la dovuta e meritata parcella alla baby-sitter Hanna e la salutiamo. Non prima di aver sbagliato un paio di volte la pronuncia del suo nome domandandoci come cacchio vada pronunciata quella maledetta acca all’inizio.
La casa non è sfasciata. I bambini non hanno segni di contusioni e non sembrano denutriti. La cucina è in ordine. Tutto sembra a posto. La baby-sitter Hanna ha superato la prova a pieni voti.
Do un bel bacio ai miei figli e loro mi abbracciano. Mi chiedono di chinarmi per dirmi qualcosa all’orecchio. Di sicuro mi diranno che vogliono bene a mamma e papà e che sperano che non li abbandoneremo mai più. Io mi piego sulle ginocchia e tendo l’orecchio. Con la loro candida vocina mi sussurrano:
— Quando torna Hanna a trovarci?

giovedì 26 maggio 2022

RACCONTI – L’equilibrio

Mi metto il camice bianco ed entro in laboratorio. Mi infilo i guanti in lattice. Appoggio l’elastico dietro le orecchie e appoggio la mascherina sul naso e la bocca. Ora sono pronto.
Il mio laboratorio non è asettico, ordinato e disinfettato, ma caotico, scombussolato e sporco. La stanza di un adolescente arrapato sarebbe messa meglio. Questo però è quello che mi ritrovo tra le mani, quindi inspiro profondamente e mi metto al lavoro con l’attività che ogni giorno mi dà da vivere.
Con passo cauto zampetto da un punto libero all’altro del pavimento evitando le pile di libri e i vecchi camici buttati alla rinfusa per terra.
Arrivato al bancone sposto le scartoffie, le penne sparpagliate e le cartacce delle merendine mangiate in preda al nervosismo dei giorni scorsi.
Gli esperimenti non stanno andando bene. I risultati non si vedono. Non riesco a trovare la soluzione al mio problema.
Mi abbatto al solo pensiero di come sia andata ultimamente, ma ritrovo la concentrazione. Non mi arrendo e ci riprovo ora.
Inspiro ed espiro profondamente. Mi guardo attorno e vedo le provette nella teca. Sposto alambicchi e strumenti vari che ne ostruiscono l’apertura e con molta fatica riesco ad aprirla e a prendere il supporto con tutte le provette in fila.
Da un’altra bacheca afferro saldamente alcuni flaconi contrassegnati da etichette con nomi di sostanze. Appoggio tutto sul bancone.
Osservo tutto il materiale che ho davanti agli occhi. Da dove cominciare?
Allora, la volta scorsa ho fatto tutto quello che pensavo fosse giusto ma alla fine non ero contento. Come posso fare per essere felice? Hm…
Va bene, provo così: in un becher verso della dopamina. Se riempio fino a questo segno dovrebbe andare. Ah, merda! Ne ho messa troppa. Mi gira la testa. Non posso credere a quello che è successo. Non posso essere stato io a farlo. No. Dev’essere stato qualcun altro a versare più sostanza di quella che serviva. Qualcuno nascosto in questa stanza mi ha spostato il braccio nel momento in cui versavo la dopamina.
Calma, Roberto. Calma. Non c’è nessuno qui con me. dev’essere la stanchezza di questi giorni e questa luce al neon che lampeggia a intervalli irregolari ad avermi ingannato.
Cerca di restare lucido. Ti serve serotonina. Devo metterci più serotonina. Ecco là.
Mi giro di scatto. Per sbaglio urto col dorso della mano un flacone che cade a terra e si rompe in mille pezzi. Il liquido che conteneva si sparge sul pavimento. È irrecuperabile. Ovviamente era la serotonina. Nel frattempo la dopamina nel becher è evaporata. Sono un incapace. Non so fare niente e quel poco che faccio lo faccio male. Sono un buono a nulla. Non potrò mai essere felice così, senza la serotonina.
Vorrei mettere via tutto. Anzi, vorrei buttare via tutto e nascondermi a letto sotto le coperte. All’improvviso sono stanco e svogliato. Non otterrò mai i risultati che voglio. Me lo merito.
Abbasso lo sguardo affranto, ma proprio in quel momento mi ricordo che posso ancora fare qualcosa. Posso provare a compensare l’assenza di serotonina con le endorfine.
Dove sono? Maledizione, dove le ho messe? Dove?
Cerco freneticamente tra gli scaffali e le teche, ma non le trovo. Giusto: sono in quell’angolo. Devo muovermi da qua. Le provette con le endorfine sono alla fine di quel tapis roulant. Ecco a cosa serviva. Prima cammino, ma non ci arrivo. Cammino più in fretta fino a correre, ma i preziosi neurotrasmettitori sembrano irraggiungibili. Sto correndo da almeno trenta minuti e non ho ottenuto niente. Sono esausto. Mi fermo. Con mia grande sorpresa ora le provette con le endorfine sono a portata di mano. Bene. Questa notizia mi fa stare meglio.
Ritornando al bancone mi ricordo però che in questi giorni devo portare l’auto a riparare, devo sistemare la mensola in bagno, completare quei maledetti documenti per la banca e partecipare a una riunione lavorativa ma farei volentieri a cambio con una camminata sui carboni ardenti. Distratto da questi pensieri non verso le endorfine ma un’altra provetta. L’etichetta recita: cortisolo. No, che stress!
Provo a buttare freneticamente nel becher le endorfine, ma è troppo tardi, hanno finito il loro effetto. Trovo altri due flaconi che avevo preso prima. Apro in fretta il tappo e rovescio tutto il contenuto nel miscuglio di prima. Tanto, che male possono fare alcune sostanze in più. Leggo meglio l’etichetta: adrenalina e noradrenalina. Panico!
Il cuore batte a mille colpi al minuto. Sto sudando freddo. Sto iperventilando. Aiuto non so cosa fare. Ho paura di aver sbagliato tutto. Guardo le provette e i contenitori che mi restano ma non so quale prendere. La vista è appannata e sto per svenire. Ho bisogno di sedermi.
Inspiro, conto fino a tre, espiro, conto fino a tre, inspiro, conto fino a tre, espiro, conto fino a tre…
Continuo così per qualche minuto finché non mi riprendo. Molto meglio così.
L’adrenalina e la noradrenalina nel frattempo sono evaporate e i miei valori corporei sono tornati alla normalità. Oh, bene. Guardo verso il bancone. Ora non vedo le provette e gli alambicchi, ma una cornice appesa al muro, oltre il bancone. È una fotografia. Mi basta guardarla per sentirmi già meglio. Mi alzo. Mi avvicino. La prendo in mano: è una foto della mia famiglia. C’è mia moglie e i miei due bambini. Penso ai loro abbracci, alle loro carezze, ai loro baci. Il ricordo è così vivido che mi sembra di averli qui al mio fianco.
Sovrappensiero ho versato nella miscela di sostanze anche un flacone contenente ossitocina. Che bello. Tutto sembra bilanciato ora. Lo so che durerà poco e che a breve dovrò aggiungere altre sostanze per mantenere l’equilibrio, ma per ora va bene così.
Credo sia ora di andare a casa. Ho fatto quello che potevo per oggi. Domani ci saranno altri esperimenti da provare. Questo è quello che faccio per vivere. Per sentirmi vivo.
Il letto è in un altro lato del laboratorio. Io vivo, mangio e dormo sempre qui.
Sono stanco. Cerco di chiudere gli occhi. Dovrei dormire, ma non ci riesco. Sono troppo eccitato per il lavoro di oggi. L’equilibrio mentale resta costantemente instabile. Mi consolo al pensiero che probabilmente l’obiettivo non è raggiungere l’equilibrio, ma quello che si fa per cercare di raggiungerlo.
E solo in quel momento capisco perché non riesco ad addormentarmi. Maledizione, ho dimenticato di aggiungere la melatonina!

lunedì 23 maggio 2022

PROMOZIONE – Mi pubblicano… a puntate (6)

"Il lavoratore", storico giornale della Federazione delle Associazioni Italiane in Svezia (per gli amici detta anche FAIS) continua imperterrita a pubblicare alcuni miei racconti presi dal mio Blog da Strapazzo (https://blogdastrapazzo.blogspot.com/).
Oggi è il turno de “L’aurora”: https://illavoratore.org/i-racconti-di-roberto-riva-laurora/
 
Date anche un’occhiata agli altri interessanti articoli che pubblicano.
 
Sì, lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica “Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!

martedì 17 maggio 2022

RACCONTI – La dipendenza

Dov’è? Dov’è?
Ah, eccola: l’icona blu sul cellulare. Schiaccio.
Oh, che goduria. Mi mancava. Erano passati ben cinque minuti dall’ultima connessione…
 
Scorro giù.
Scorro giù.
Cazzata scritta da Caio Sempronio: “Sapete perché i sostenitori del movimento No Vax non bevono mai latte di mucca? Perché è vaccino!”.
Metto faccina “LOL”.
Scorro giù.
Scorro giù.
Tette grosse.
Scorro giù.
Scorr…
Aspetta un attimo.
Torna indietro.
Scorro su.
Ah, è la foto di una con due meloni grossi così! Pazzesco. Devono essere quei meloni bianchi e dolci che si mangiano in Sardegna. Buonissimi.
Non erano tette grosse. Peccato.
Scorro giù.
Niente d’interessante.
Scorro giù.
Scorro giù.
Pinco Pallino mette in vendita su Market Place uno spazzolone da cesso, un cravatta color kaki che fa cacare e un libro di Alessandro Orsini. Non posso fare a meno di notare l’ironia dell’accostamento dei 3 oggetti. Ma poi che cazzo me ne frega di che cosa sta vendendo Pinco Pallino? Tra l’altro, Pinco Pallino dovrebbe essere un mio amico ma non ricordo di averlo mai conosciuto. Mah.
Scorro giù.
Video di gattini.
Scorro giù.
Hm…
Scorro giù.
Beh, dai solo un attimo.
Scorro su.
Scorro su.
Video di gattini.
Oh che carini! Guarda quello che buffo. Ah, ah, ah.
Vado oltre. Ho altro da fare.
Ancora un video, dai. Solo uno…
…due, va’!
Metto “Mi piace” e andiamo avanti.
Scorro giù.
Articolo sul riscaldamento globale e sulla crisi energetica.
Metto “Mi piace” per far vedere che sono una persona impegnata e vado oltre.
Ovviamente non leggo l’articolo.
Però metto la bottiglia nel bidone della plastica, l’umido nel contenitore apposito e la coscienza a posto.
Scorro giù.
Uno scrive che è triste perché ha perso il cellulare.
Metto faccina “Sigh”.
Scorro giù.
Ah, ah, ah. C’è una vignetta troppo forte sull’essere genitore.
Metto faccina “LOL”.
Scorro giù.
Qualcuno commenta sulla situazione catastrofale del lavoro in Italia.
Metto faccia arrabbiata “Grrr!”
Ma vivo all’estero e la cosa al momento non mi tocca.
Ah, ah, ah!
No, non metto la faccina “LOL”. Scrivo invece un commento: “Che scandalo!!!1!”.
Scorro giù.
Niente di interessante.
Pubblicità.
Niente di niente di niente.
Scorro giù.
Notizia sul calcio. Gli altri sport non esistono e si parla solo di 3 squadre. Le altre si fottano.
Scorro giù.
Scorro giù.
Scorro giù?
Ma perché continuo?
Devo aver dimenticato il cervello qualche pagina sopra.
Alzo gli occhi dal cellulare.
Dovrei davvero usare il mio tempo in modo più produttivo. Sono una merdaccia!
Appoggio il cellulare sul tavolo.
Meglio mettersi a scrivere.
Accendo il computer. Apro Word. Eccomi…


Beh, dai. Guardo solo un secondo.
Solo cinque minuti per trovare ispirazione.
Per distrarmi un attimo.
Apro il browser.
Clic col mouse sul segnalibro con la “F” bianca e lo sfondo blu.
Scorro giù.
Scorro giù.