venerdì 21 gennaio 2022

PROMOZIONE – Mi pubblicano… a puntate (4)

"Il lavoratore", giornale della Federazione delle Associazioni Italiane in Svezia (FAIS) e degli italiani in Svezia, ha da poco compiuto 50 anni (portati bene, eh). Per l’occasione si è rinnovato e ha fatto lo storico passaggio dal formato cartaceo a quello on-line.
La nostra collaborazione però continua con la pubblicazione di alcuni racconti presi dal mio Blog da Strapazzo (https://blogdastrapazzo.blogspot.com/). Non posso che esserne grato e onorato.

Ecco il mio racconto “La guerra”: https://illavoratore.org/i-racconti-di-roberto-riva-la-guerra/
 
Sì, lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica “Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!

venerdì 14 gennaio 2022

RACCONTO – Il gran ritorno

Sono accerchiato da nemici. Mi guardano minacciosi. Mi sento braccato. Mi sento al centro del mirino delle loro armi. Non fucili o pistole, ma virus e batteri. Mi sento come John Rambo nella giungla. Infatti le mie espressioni facciali esasperate dopo pochi minuti di sforzo fisico sono uguali a quelle di Sylvester Stallone. I muscoli purtroppo no. Non sono neanche nella giungla. Sono in palestra. Dopo più di un anno e mezzo di esilio forzato. Ci sto riprovando per tentare di tornare alla normalità. Il risultato è stato disarmante… per il mio stato di forma fisica.
Eppure in tutti questi mesi di pandemia mi ero allenato da solo, in casa. Ci avevo provato in molti modi: seguendo video su YouTube, con allenamenti specifici trovati su internet, chiedendo consigli a colleghi fisioterapisti, allenandomi con amici a distanza via videoconferenze. Credevo che i miei tentativi fossero andati a buon fine e che mi avessero tenuto in forma per il momento del gran ritorno in palestra. Pensavo di essere al sicuro. Invece mi basta mezz’ora di vere flessioni e piegamenti in questa lezione di gruppo con l’istruttrice da far sembrare l’allenamento fatto in casa nell’ultimo anno e mezzo come il film d’animazione “Le esercitazioni di Pippo” del 1949. La goffaggine è esattamente la stessa. Yuk!
In effetti puntare tutto sulla mia forza di volontà e propensione alla sofferenza fisica non è stata una delle migliori idee, nonostante abbia autolesionisticamente deciso di studiare psicologia nella vita professionale e dedicarmi alla scrittura nel tempo libero. Ora che riguardo indietro nell’ultimo anno mi rendo conto che ogni scusa era buona per non iniziare (troppo tardi, troppo poco tempo), per accorciare (questo esercizio non mi piace, devo andare a prendere i bambini a scuola) o per diminuire l’intensità degli esercizi (oggi sono stanco, ho già fatto un bel pezzo in bici). A parziale scusante non è sempre facile allenarsi quando i bambini minacciano la tua incolumità lasciando pezzi di lego sul pavimento, facendo corsa ad ostacoli su di me quando mi metto in posizione di plank oppure occupando tutto il salotto con la pista del treno.
Nel frattempo, in palestra, questi pensieri mi fanno andare fuori ritmo e sono completamente scoordinato rispetto agli altri. Niente di strano. Anche questo è un ritorno al passato. Sto sudando come Ted Striker alla guida dell’aereo più pazzo del mondo. Sto colando sudore dalle ascelle come una grondaia di Bombay durante i monsoni. Prima che qualcuno se ne accorga, mi passo un asciugamano sulla nuca e bevo dalla borraccia per recuperare liquidi. Mi asciugo giusto in tempo. Una gnocca svedese dal fisico mozzafiato in terza fila sembra stia guardando verso di me così mi metto nella posizione del coglione: pancia in dentro e petto in fuori. Una sorta di reazione testosteronica istintiva. La ragazza sorride. Allora fare il gradasso funziona. Quanto mi mancava andare in palestra. La ragazza sorride ancora e a gesti mi chiede se ci vediamo dopo. A me? Non posso, sono un uomo sposato… ma davvero a me? Non ci credo. E infatti non ci devo credere perché stava parlando con un’amica dall’altra parte della palestra. Ovvio. Per lo meno ora posso “rilassarmi” e tornare a una posizione più normale. Allento però un po’ troppo la tensione e per poco non mi scappa una scoreggina innocente come se fossi ancora nel salotto di casa mia. Mi trattengo all’ultimo e torno alla mia sofferenza e rimpianti per non essermi allenato di più a casa. Avrei potuto correre nei boschi. Avrei potuto andare nelle palestre all’aperto. Invece mi sono fidato dell’allenamento fai da te in casa. È stato come cercare di rinnovare casa seguendo i consigli di Giovanni Muciaccia su Art Attack.
Tutti queste seghe mentali, però, hanno il merito di avermi distratto e la sessione in palestra è finita. Tutti battono le mani all’insegnante, ma per un istante a me dà l’impressione che l’applauso sia tutto per me, perché sono riuscito ad arrivare vivo alla fine della lezione. È una liberazione. Per il momento… perché domani pagherò le conseguenze di questa mia spavalderia e mi sentirò come Pietro Gambadilegno. Sia per le gambe irrigidite dall’acido lattico sia per la panza che non sarà calata di un centimetro.
Mi devo sedere per prendere fiato. Assieme a molti altri uso la hall d’ingresso della palestra come un nuovo spogliatoio unisex. Lo facciamo per evitare la doccia ed entrare in contatto con gli altri in questo periodo pandemico. Non lavandoci e lasciando lavorare liberamente gli effluvi ascellari aumentiamo anche il distanziamento dagli altri quando saremo in metro. Due piccioni con una fava.
Inebriato dagli odori che si spargono per il locale, mi rendo conto che sto a pezzi e da dio nello stesso momento. Allora i miei colleghi fisioterapisti avevano ragione sull’esercizio fisico! Le gambe sfrigolano come il burro che si scioglie in pentola. Il profumino non è proprio lo stesso ma l’effetto benefico sì. Le endorfine fanno effetto come il cavallo di Troia per i greci: superata la soglia della sofferenza grazie a questa sensazione di benessere so che tornerò ad allenarmi con questa intensità e a quel punto sarò incastrato e non potrò più fare a meno dell’esercizio fisico. Mi ripeto come un mantra che dalla prossima volta sarà più semplice e che tutto sarà in discesa. Ma aspetta un attimo… cosa stanno dicendo al telegiornale? Grande aumento di nuovi casi di Covid-19, previsto picco a Stoccolma nelle prossime settimane e nuove restrizioni che limitano l’accesso alle palestre.
Hm… mi sa tanto che dovrò tornare ad allenarmi a casa. Da solo? No, con Pippo. Yuk!

venerdì 7 gennaio 2022

PISSICOLOGIA – I pensieri

«Allora, Carlo Gustavo, hai capito quello che ti ho detto ieri su come affrontare i brutti pensieri?»
«Sì, sì… sto già meglio.»
«E…?»
«E grazie. Sì, grazie mille, Sigismondo!»
«Va bene, di niente. Ma no, dico. E… come hai risolto coi pensieri?»
«Eh, ho fatto proprio come mi hai consigliato tu: mi sono seduto al tavolo della cucina, non troppo vicino all’ora di andare a dormire per non disturbare il sonno, proprio come mi hai detto tu, e con calma ho scritto giù tutti i miei pensieri» Sigismondo annuisce compiaciuto (è sempre bello vedere che gli amici seguono i tuoi consigli). «Li ho scritti su Facebook, Twitter, Instagram… ho aperto un account apposta per questo e ci ho schiaffato la foto dei miei pensieri scritti su carta! E persino su Myspace. Pensa che mi ricordavo ancora la password: “CarloGustavoRulez_1875”» lui ridacchia ma Sigismondo è allibito. «Infine ho pure fatto un video-soliloquio nel quale ho riassunto tutti i miei pensieri e l’ho caricato su YouTube. Ho fatto una versione più breve e più cool di sessanta secondi da mettere su TikTok per i più gggiovani.»
Sigismondo è senza parole.
«Perché mi guardi così, Sigismondo? Ho fatto proprio come mi hai detto. Ho scritto tutto: pensieri profondi sul mondo e su me stesso, pensieri pesanti sulla vita, riflessioni intelligenti, ma anche stupidaggini, frasi non-sense, i miei fatti personali e pure i fatti degli altri, le miei opinioni sul capo… quel grandissimo stronzo! E sui miei colleghi… quei maledetti leccaculo! Tutto. Ho scritto tutto quello che mi passava per la testa… ah, pure di quel tuo problemino di erezione che mi hai confidato l’atro giorno. Scusa sai ma ho pensato fosse giusto non pormi limiti.» Sigismondo sgrana gli occhi incredulo. «Come mi hai detto tu, mi avrebbe fatto bene… e infatti mi sento libero. Sto alla grande. Grazie amico!»
Carlo Gustavo abbraccia Sigismondo, il quale resta rigido e non ricambia l’affetto.
«Aspetta un attimo…» Sigismondo comincia a capire. «Tu hai fatto una diffusione del pensiero! Hai diffuso i tuoi pensieri potenzialmente a tutto il mondo!»
Carlo Gustavo annuisce entusiasta e gongola: «Dovresti vedere il numero di like che mi ritrovo ora!»
«Io non ti ho detto di applicare la diffusione del pensiero ma la defusione del pensiero! Imbecille» Carlo Gustavo guarda sbalordito l’amico. «Quando si hanno pensieri negativi che creano delle credenze distorte su noi stessi e il mondo circostante, corriamo il rischio di credere troppo che i nostri pensieri corrispondano in tutto e per tutto alla realtà e che siano la verità sul mondo che conosciamo. Questo ci porta a problemi e siamo in balia della paura e della depressione. In questo caso incappiamo nella fusione del pensiero. In contrapposizione a questo, per cercare di essere liberi dai nostri pensieri, si può provare ad applicare la defusione del pensiero. Cioè limitarsi a notare i propri pensieri e vederli per quello che sono: solo pensieri e non necessariamente la realtà o la verità, ma solo un’interpretazione del mondo.»
Ora è Carlo Gustavo senza parole.
«Hm… credo di averti leggermente frainteso.»
«Per questo ti ho consigliato di scrivere i tuoi pensieri… su carta e penna. E poi provare a leggere i pensieri negativi. In silenzio tra sé e sé! Trattando i pensieri come tali: per esempio, invece di leggere “Sono un fallito!”, provare a leggere “Questo è un mio pensiero che dice che sono un fallito”. E così per tutti i pensieri. Un po’ alla volta si può provare senza scriverli ma fare lo stesso processo solo mentalmente. Questo ti aiuta a staccarti dai pensieri negativi, a non crederci più così tanto e a essere libero da questi schemi mentali che tu stesso hai creato.»
All’improvviso squilla un cellulare. È quello di Carlo Gustavo.
«Oh… è il mio capo. Vorrà sicuramente complimentarsi per gli ottimi risultati che ho ottenuto nell’ultimo mese di lavoro.»
«Quando hai scritto le tue opinioni su Facebook?»
«Bah, un’oretta fa. Scusami, Sigismondo, ma ora devo proprio rispondere…» Cambia tono diventando eccessivamente entusiasta mentre si allontana. «Dottor Fumagalli! Come sta? Come dice? Ho scritto cosa?»
«Mi sa che per Carlo Gustavo è in arrivo una bomba: una bella fissione nucleare del pensiero.»

giovedì 23 dicembre 2021

RACCONTI – Rimorso al futuro

Ce l’ho fatta! Incredibile, ma ci sono riuscito. Ora sono nel bagno di questo locale dove suonano musica hard rock dal vivo. Che bei ricordi. Ci sono arrivato nel momento esatto. Che memoria. Sono infatti davanti a un ragazzo di ventisei anni, tre mesi e dodici giorni.
— Non lo fare! — gli dico — Non bere quella birra che ti sta aspettando al tavolo con gli amici. Stasera ti fermerà la polizia e ti toglierà la patente.
— Che cazzo vuoi? È solo la seconda birra. Non sono mica così scemo da guidare ubriaco.
— Lo so, ma basta per l’etilometro.
— Ma smettila. E poi chi cazzo sei tu per dirmelo? Ma vattene a fanculo!
Niente. Non ha capito chi ero e non mi ha ascoltato. Se ne va. Devo andare via anch’io. Chiudo gli occhi, mi concentro, appoggio l’indice della mano destra sulla tempia destra e l’indice della mano sinistra sulla tempia sinistra. Passano un paio di secondi e sparisco nel nulla tra lo stupore di un signore in piedi davanti all’orinatoio che per cercare di capire cosa sia successo si è pisciato sui pantaloni.
Chi era quel ragazzo con cui parlavo? Ma come chi? Ero sempre io. Non si vedeva la somiglianza? Va bene, ora ho qualche ruga e qualche capello bianco in più ma sono sempre io. Credevo che fosse più facile… ahhhh! Urlo dal dolore ma ricompaio esattamente dove volevo: qualche anno prima. Sono in macchina. Sono sul sedile posteriore della mia* (*di mia madre) Fiat Uno.
— Bacia quella ragazza stasera! Lei ci sta.
Il mio me stesso diciannovenne, sette mesi e ventun giorni per poco non sbanda con l’auto quando si accorge che ci sono anch’io.
— Ancora tu, ma si può sapere che cazzo vuoi? Mi hai fatto venire un colpo.
— Sì, sempre io. Ti ho detto: bacia quella ragazza stasera.
— Ma non saremo soli, ci sono altri compagni di classe.
— Lo so, ma alla fine rimarrete solo tu e lei… e ci sarà un motivo, vero?
— Mah… non so.
— Il motivo è che lei ci sta! Credimi.
Lui esita.
— Devo andare ora, fai come ti dico. Non fare il coglione come al solito!
— Oh coglione sarai tu! Ah, e la prossima volta avverti prima di arrivare così all’improvviso… hey, ma dove sei sparito?
Il mio me stesso da giovane ha fermato l’auto per cercarmi, ma ovviamente non mi troverà. Io sono già da un’altra parte. Ricompaio, infatti, davanti a me stesso a ventiquattro anni, undici mesi e due giorni. Appena mi vede sbuffa.
— Coglione, quella ragazza di sei anni fa mi ha dato un ceffone quando ho provato a baciarla!
— Hm… scusa. Mi sbagliavo: non ci stava. Errore mio.
— Cazzo vuoi ora?
— Ho solo cinque minuti, poi sparisco.
— Lo so… allora?
— La vedi quella ragazza là in fondo che ti aspetta? Non la baciare.
— Ma è il mio appuntamento di stasera. Ci sto provando da mesi e ora finalmente ha deciso di uscire con me e ora tu mi…
— Ti ho detto di non baciarla. Ti si attacca come una cozza e non te la togli più di dosso.
— Hm. E prima bacia quella… poi non baciare questa. Oh senti Coso, lasciami in pace.
— Ma no, fidati.
Mi spinge via e va verso la ragazza. Con gli occhi pieni di libidine andrà sicuramente a baciarla. Sbaglia. Di brutto. Se ne pentirà… me ne pentirò. Devo fare meglio di così. Se voglio salvare la mia vita, devo fare meglio. Mi nascondo in un vicolo, chiudo gli occhi, mi concentro, dita sulle tempie e… via!
Sono all’uscita di un liceo scientifico. Il mio liceo scientifico. Eccomi là a diciotto anni, cinque mesi e sedici giorni. Fermo subito me stesso mentre passeggio da solo verso la fermata della corriera.
— Ti posso rubare un minuto?
— Hm… che cosa vuoi? Non compro niente… non voglio fumo. Aspetta, io e te ci siamo già visti prima?
— Non credo. Senti. Tu vorresti studiare psicologia, vero?
— Hm… sì — lui è stupito, lo capisco —Come fai a saperlo?
Come faccio a saperlo? Lo so perché lo sai tu. Troppo complicato da spiegare e non ho tempo per farlo. Quindi mi invento una scusa.
— Te ne ho sentito parlare con quella tua compagnia di classe là giù. Beh, ti posso dare un consiglio? Studia altro. Non andare all’università per fare psicologia. Non in Italia almeno. È una passione, lo so, ma farai una fatica matta a trovare lavoro. Ti dovrai sobbarcare i mille problemi degli altri e non avrai tempo di sistemare i tuoi. Sarai sempre al limite dell’esaurimento emotivo e molto spesso i pazienti non ti ringrazieranno neanche. Vero, ogni tanto sarà gratificante aver aiutato gli altri, ma chiediti se ne vale davvero la pena. — non lo lascio rispondere — Studia informatica… è il futuro. Studia economia… avrai il posto di lavoro assicurato. Studia… (Dio perdonami per quello che sto per dire) ingegneria. Studia…
— Ma io faccio schifo in matematica.
— Hm… hai ragione. Lascia stare le ultime due! Studia architettura… l’unica sufficienza che hai è in disegno tecnico e storia dell’arte.
— Beh, anche filosofia e storia…
Lo prendo per le spalle e lo scuoto.
— Filosofia e storia? Filosofia e storia? Ma senti quello che stai dicendo? Quelle materie ti porteranno alla rovina.
— Mi piace anche scrivere!
— Faccio finta di non aver sentito… tu sei un pazzo!
Sono un pazzo. Il me stesso mi rifila una bella spinta e si allontana a passo spedito. Ha ragione. Così sto sbagliando di brutto. Se voglio evitare una vita piena di dubbi e indecisioni, devo agire in modo diverso. Non faccio in tempo a piangermi addosso che il dolore alle tempie aumenta. Mi concentro e riesco a comandarlo.
Sono ancora davanti allo stesso liceo. Non mi sono spostato di tanto. Fisicamente no, ma temporalmente sì. Mi sono appena visto all’età di quattordici anni, sette mesi e cinque giorni entrare dall’ingresso principale. Devo raggiungermi al più presto. Sono le sette e quarantacinque del mattino. Tra poco inizieranno le lezioni. C’è un sacco di gente e lui, cioè io, si è appena fermato a controllare in quale classe dovrà andare oggi. Mi faccio largo tra la folla e lo fermo. Quello davanti a me è solo un ragazzetto sbarbato, insicuro, sensibile e un po’ sfigato con quegli occhiali dalle lenti spesse quanto il fondo di una bottiglia e i primi brufoli che gli falcidieranno la faccia per i prossimi sette o otto anni.
— Scusami Roberto* (*nome di fantasia) — lui è stupito di vedermi, crederà che sia il genitore di qualche altro studente — Volevo dirti che…
Che cosa gli posso dire? Mah, di osare a essere sé stesso? Di andare avanti per la propria strada nonostante le difficoltà? Sì, potrei, ma sarebbero solo frasi fatte. Che cosa me ne sarei fatto di essere me stesso se all’epoca non sapevo chi ero veramente (come se lo sapessi ora…)? Che cosa ne avrei concluso seguendo la mia strada se mi sentivo perso? Forse non gli direi niente di tutto questo, ma gli darei una pacca sulle spalle e gli direi che io ci sarò sempre per lui, più di quanto lui creda. Poi gli direi anche di lanciarsi, di lasciarsi andare, di perdere il controllo ogni tanto, di provarci sempre, di seguire l’istinto quando sembra la scelta giusta ma hai lo stesso il mal di pancia per la paura. Gli direi che spesso sbaglierà, ma che fa parte del gioco. E allora gioca, ragazzo!
Il mio me stesso adolescente raddrizza la schiena e guarda fiero in avanti. Vedendolo così sicuro di sé stesso, una ragazza gli sorride e si avvicina a lui per parlargli. Beh dai, incredibile: sono riuscito a fare del bene. Oddio, aspetta un secondo: quella è la ragazza più bella della scuola, il sogno bagnato di ogni adolescente, la top model del liceo, il visino e corpicino migliori degli anni ’90 (lei però non sa che ora è ingrassata di trenta chili e ha la faccia butterata… l’ho incontrata ieri al supermercato). Tutto questo è un sogno che si sta realizzando. Sento le campane a festa nella mia testa. No, non sono capane. È un ronzio fastidioso. È un suono ripetitivo che mi penetra le tempie. Il suono è ritmico e non accenna a smettere. Non riesco a fare niente. Alla fine sento dei colpi ben assestati sulle gambe. Mi fanno male. Finalmente ho capito cosa sta succedendo. Questo non è un sogno. Non è mai andata così. Quello che vedo non è mai successo.
Apro gli occhi, anche se erano già aperti e fissi verso un punto vuoto. È il 20 dicembre del 2021. Sono di nuovo nel presente. Stavo solo rimuginando sul passato. L’ho fatto un’altra volta. Ci sono ricascato. Devo smetterla. Sono appena tornato in bicicletta dal mio lavoro come psicologo. Sono nel salotto di casa mia. Mio figlio mi strattona i pantaloni mentre sbatte ripetutamente un oggetto contro il mobile. Gli sorrido. Guardo più in là e c’è mia moglie che gioca con i lego assieme all’altro mio figlio. Siamo felici. Questo mi basta. Se le scelte che ho fatto mi hanno portato a questo punto non c’è niente da cambiare. Niente rimpianti o rimorsi.
Mio figlio mi colpisce ancora con qualcosa sulle gambe. Io mi giro di scatto e urto leggermente il mobile con lo smartphone che ho appena comprato. Solo in quel momento mi accorgo che l’oggetto che tiene in mano è un Nokia 3310. Ancora integro e intatto dopo tutti questi anni. Sullo schermo del mio nuovo smartphone invece si è appena formata una crepa.
Beh, forse qualche rimpianto dei tempi passati ce l’abbiamo.

giovedì 16 dicembre 2021

RACCONTI – Scendere giù

Una volta…
— Scendi in Italia per Natale?
— Sì, certo.
— Beata te. Io resto in Svezia. C’ho il trasloco.
— Mi spiace… ma sai che faccio io? Appena atterro mi sparo subito un bell’espresso come si deve. Anche il bar dell’aeroporto è meglio dell’Espresso House a Stoccolma.
— Lo so. Non farmici pensare.
— Arrivata a casa vado da nonna Rosa che mi ha preparato un piatto di bucatini all’amatriciana. Oh, col guanciale, mica con la pancetta come si fa qua.
— Che invidia!
— Nel pomeriggio faccio un giro in centro e mi ubriaco di spritz a un euro a cinquanta l’uno. In Svezia ci compri l’aranciata con gli stessi soldi.
— Maledetta!
— La sera m’ingolfo di pizze al taglio, tramezzini, piadine, arancini e focacce fino a scoppiare.
— Mi vengono le lacrime.
— Poi incontro tutti i miei vecchi amici al bar. Baci, abbracci e tanti ricordi. Quanto mi mancano.
— Smettila ti prego.
— E questo sarà solo il primo giorno. Starò giù una settimana.
— C’è uno spazietto per me in valigia?


Oggi…
— Scendi in Italia per Natale?
— Sì, certo.
— Beata te. Io resto in Svezia. C’ho il trasloco.
— Mi spiace… ma sai che faccio io? Appena atterro mi sparo subito una bella mascherina FFP3 e passa la paura. In aereo mi facevano mettere solo la FFP2, pensa te.
— Lo so. Non farmici pensare.
— Arrivata a casa mi faccio almeno una settimana di isolamento, altrimenti col cazzo che posso andare a trovare nonna Rosa che è stanca da post Covid e ha a malapena la forza di preparami una minestrina sciocca.
— Che invidia!
— Nel pomeriggio del primo giorno di libertà vado a farmi la terza dose. Ho appena compiuto quarant’anni… oh, servirà a qualcosa essere vecchi, no?
— Maledetta!
— La sera vado al ristorante col mio green pass così mi posso sedere. Se me lo dimentico posso andare ad accalcarmi in un bar stando in piedi al bancone.
— Mi vengono le lacrime.
— Poi incontro tutti i miei vicini di casa. Ci parliamo da terrazzo a terrazzo. I miei vecchi amici vivono in una regione limitrofa che ora è zona rossa e quindi sono chiusi in casa. Non li potrò vedere.
— Smettila ti prego.
— E questo sarà solo la prima settimana. Cioè, l’unica settimana.
— C’è uno spazietto per me in valigia?

giovedì 9 dicembre 2021

RACCONTI – La firma

Sono comodamente seduto sulla sedia della cucina di casa mia. Oddio, non proprio comodo, comodo, a dire il vero. La sedia è confortevole e la seduta soffice, ma è più la parte psicologica che mi preoccupa al momento. Davanti a me sul tavolo ci sono un po’ di fogli e una penna.
Non sarebbe niente di grave se non riguardasse un mutuo per la casa. Al pensiero che mancano “solo” 40 anni per estinguerlo mi fa star male. Cerco di deglutire ma non ce la faccio perché le mie ghiandole salivari sono più aride del cuore di un miliardario. Assieme a mia moglie comincio a leggere attentamente le condizioni, i tassi d’interesse, le clausole. La tensione mi gioca un brutto scherzo e all’improvviso la carta mi sembra papiro e lo svedese geroglifico antico.
Finisco la pagina ed è il momento di firmare. M’immagino Satana al mio fianco che invece della penna mi porge una lametta. La prendo, mi faccio un piccolo taglio sul polso e uso il sangue per firmare. Con il mio scarabocchio a fine pagine questa agonia dovrebbe essere terminata ma c’è un'altra pagina da leggere e firmare. Sento delle risate in lontananza. Non ci faccio caso. Prendo un altro po’ di sangue dal polso e firmo. È finita!
No, c’è un’altra pagina che mi attende. Ormai firmo in automatico. Potrei avere sotto il naso i Panama Papers senza accorgermene ed essere appena diventato firmatario di una ditta di smaltimento rifiuti per il riciclaggio di denaro sporco. Alle orecchie mi giungono chiaramente voci di disperati che m’intimano di andarmene. Eppure nella stanza ci siamo solo io e mia moglie. I bambini sono a letto. Non capisco. Che siano le voci degli svedesi che mi invitano a partire per le Canarie in inverno?
Scuoto la testa e giro la pagina successiva. Sì, perché le pagine non sono ancora finite. A ogni nuovo foglio da sottoscrivere sento sempre più caldo. Mi chiedo se i miei figli abbiano acceso il forno per gioco come fanno di solito. Controllo ossessivamente circa una cinquantina di volte, ma la manopola del forno è sempre sullo zero.
Firmando col sangue pagina dopo pagina mi sto dissanguando. Manca poco alla fine della pila di scartoffie che mi ritrovo sul tavolo, ma io continuo a sudare. La pressione si abbassa, la vista si appanna e io comincio ad avere le visioni. Ora davanti a me vedo un dottore. Sono finito in ospedale? No, non è un dottore qualsiasi questo è un dottore del XVI secolo. Brutto segno: devo aver perso tanto sangue. Il medico ha un abito lungo e nero, un colletto pieghettato bianco, un cappello in testa e parla tedesco. Madonna, sto proprio male! Cerco di ancorarmi alla sedia ma ormai ho perso il contatto con la realtà. Con un ghigno sulle labbra il dottore mi dice “Willkommen im Klub”. Rimango interdetto per qualche secondo. Poi la visione scompare. Ritorno alla realtà. Guardo i polsi: sono sani. Mi guardo in giro: non c’è traccia di sangue. Sono sudatissimo e mia moglie è preoccupata. La rassicuro che ho solo bisogno di un bicchiere di acqua.
Mi alzo a fatica. Vado verso il lavello. Bevo e finalmente capisco.
Quello della visione non era un medico in famiglia di una fiction Rai ma era il Dottor Faust.

venerdì 3 dicembre 2021

RACCONTI – Il servizio

Mi fanno schifo. È scritto in grande sulla lavagna.
— Ripetete insieme a me.
— Mi fanno schifo!
Non li vogliamo. È la frase successiva.
— Su, forza, tutti assieme.
— Non li vogliamo!
Mandiamoli via. L’oratore della lezione odierna indica con una bacchetta la terza frase. Non ha bisogno di esortare il pubblico.
— Mandiamoli via!
Annuisce soddisfatto. Non è un maestro e il pubblico non è fatto di una scolaresca. Non è neanche un leader politico dall’ego ipertrofico di un qualsiasi partito xenofobo che sputacchia saliva e sentenze ogni cinque parole. L’oratore è un guru di un seminario formativo in Svezia. Cammina sul palco con una sicurezza disarmante e assorbe senza battere ciglio sia l’energia delle migliaia di persone presenti nell’anfiteatro sia quella del faro occhio di bue puntato su di lui.
— Molto bene! Noi i clienti non li vogliamo. Ora che questo concetto è chiaro per tutti possiamo andare avanti. Ci sono delle domande?
Si gira a braccia aperte verso il pubblico mostrando chiaramente la scritta “Il cliente ha sempre torto” stampata sulla maglietta nera a collo alto.
— Prima di tutto volevo ringraziarla per le sue parole. Sono di vera ispirazione per tutti noi che facciamo questo lavoro! Grazie mille! Poi volevo chiederle, ma se un cliente mi chiede un bicchiere di vino rosso?
— Tu portane uno di succo di mirtilli.
Il cameriere prende febbrilmente appunti, mentre una ragazza di un call center chiede.
— Se si lamentano che la tariffa telefonica è aumentata?
— Voi ricordate loro che la concorrenza fa prezzi molto più vantaggiosi e suggerite di cambiare. Se sei in difficoltà, fai cadere sbadatamente la linea, ops! Bene… il prossimo là in fondo.
— Scenario ipotetico: mancano dieci minuti alla chiusura del negozio, un ragazzo sta per entrare con passo spedito dicendo che ci metterà un secondo perché sa già cosa comprare. Che faccio?
— Devi essere nuovo come buttafuori, vero? Non ti preoccupare. Siamo qui per imparare. Allora, tu fermi subito il soggetto pericoloso e lo tieni fuori dal negozio… anche se insiste! Il Signore ti ha dato tutta quella montagna di muscoli? E allora usala, perdìo!
Una giovane donna alza timidamente la mano.
— Spesso i clienti stranieri del mio ristorante si lamentano per la tavola non apparecchiata e per i ritardi nella consegna dei piatti. Come posso affrontarli?
— Bella domanda. Sono contento che tu me l’abbia posta. Allora amici ristoratori. Ci pensate voi a ricordare le cinque regole d’oro alla vostra collega?
Un coro di cuochi, camerieri e capi sala riecheggia in tutto l’auditorium.
— 1) Cerca sempre di non rispondere. 2) Se proprio devi farlo, scegli la risposta più sgarbata. 3) Le posate se le prendono da soli. 4) Lancia i piatti sul tavolo come in un saloon del Far West. 5) E soprattutto mai, ma proprio mai sorridere.
— Bravi! Vi meritate un applauso.
Il pubblico esegue.
— Sapete cosa vi dico? Che vi meritate di più. Per voi… per tutti voi ci vuole un premio!
Il pubblico si esalta ed esulta a ogni frase del guru.
— Sì, quest’anno vi siete superati! Siete i più forti. Siete i migliori. E i migliori si meritano una ricompensa. Prima di andare a casa passate dal nostro stand e ritirate lo zerbino “Mal-venuti”, la targhetta “Mi casa es mi casa” oppure il set di sottobicchieri con la scritta “Vattene a fanculo” che compare solo quando il cliente ha già pagato.
Grida di giubilo accolgono le parole del guru. Un commesso di un negozio di elettronica elude la sicurezza e si fionda sul palco per abbracciare il grande oratore. Il momento di tensione viene subito stemperato dal gesto umano del guru che ricambia l'abbraccio dell’invasore di palco e lo riaccompagna tra la folla. Il guru lascia il palco tra gli applausi scroscianti del pubblico. Mentre esce stringe mani e batte il cinque a chiunque riesca a sporgersi in avanti verso il proprio idolo.
 
Mentre in lontananza si sentono ancora i piedi battuti a tempo sugli spalti, le urla forsennate da psicosi collettiva e i cori d’incitamento da stadio ora voglio rivolgermi a te che stai leggendo in questo momento. A te che sei stato rimbalzato come un palloncino a elio da un buttafuori svedese. A te che sei rimasto invisibile agli occhi del cameriere di un bar di Stoccolma mentre cercavi ripetutamente di ordinare. A te che sei stato schifato, escluso, minimizzato, isolato. A te che ti chiedi perché. Sì, proprio a te. Ricorda che non sei solo. Ricorda che diventa tutto più semplice, più facile da digerire, più facile da accettare se provi a immaginare tutto questo: la conferenza annuale del servizio clienti in Svezia.