mercoledì 28 agosto 2024

ITALIENAREN - Disegni

Nella stanza della raccolta differenziata condominiale svuoto tre buste nel cassonetto della carta. Tre buste colme fino all’orlo. Lascio cadere il contenuto dall’alto e tutti i colori e le forme strane che escono dalle buste sembrano un allegro arcobaleno. Dovrei essere felice di questa visione (giuro che non mi sono fatto di LSD). Dovrei essere soddisfatto nel compiere il mio dovere di cittadino provetto con la raccolta differenziata. Io però mi sento un po’ da schifo. Perché? Perché quelli che sto buttando via sono dei disegni. Sono i disegni dei miei figli. Sono quelli fatti a scuola, a casa, sul treno, in aereo, sulla barca – a loro piace disegnare ovunque – al ristorante. Fatti con le matite colorate, i pennarelli, i pastelli, gli acquarelli o anche solo con un semplice lapis. Alcuni sono tentativi per imparare a scrivere parole o numeri, altri sono scarabocchi o appunti per idee fantasiose realizzate solo nel mondo dei sogni dei bambini, altri ancora sono diventati aeroplanini o un origami inferno e paradiso. Le buste sono talmente piene che sto ancora aspettando che l’ultimo foglio esca così da poter concludere la mia diabolica opera di distruzione di sogni e arte infantile.
Questo fa di me un genitore di merda? Un po’ sì, ma a parziale discolpa ho conservato i disegni più belli, quelli più artistici, quelli più importanti dal punto di visto emotivo e soprattutto quelli dove mi sono rappresentato alto, muscoloso e con la descrizione a piè pagina “Il papà è il migliore”. Quest’ultima categoria era giusto meno dell’1% di tutti i fogli a dire il vero. Li ho sistemati con cura in uno scatolone a casa, assieme a quelli degli anni scolastici passati, per poterli rivedere un giorno da vecchio e ripensare a quanto fosse bello e faticoso fare il genitore di bambini piccoli.
Ho dovuto buttare via tutto perché ormai non si poteva più stare in casa. I cassetti esplodevano e strabordavano. Il tavolinetto e il comodino nella camera dei bambini erano ricoperti da fogli colorati. I disegni si infiltravano anche tra i miei documenti e i miei libri. Ogni armadio che aprivo ci trovavo pennarelli e disegni, tanto da sembrare la mitica scena del pane in Fantozzi.
Approfittando dell’inizio del nuovo anno scolastico, era arrivato il momento di fare piazza pulita. Bisognava fare spazio. È vero che sarebbe stato meglio sforzarsi di sprecare meno carta dal principio ma non si può frenare la vena artistica infantile e non concedere a mamma e papà dieci minuti di silenzio e pace in casa. Mi metto almeno l’animo in pace riciclando quel che posso: se non sarò un buon genitore almeno sarò un buon cittadino.
Liberarsi della roba vecchia lascia una bella sensazione. Ci si sente più leggeri. Sembra di essersi tolti un peso dallo stomaco. Si ha l’impressione di aver fatto ordine tra le idee, nella testa e in casa. Questa volta però non è stato facile. Ogni foglio, ogni compito, ogni aeroplanino è un pezzo di storia che se ne va. Gli anni passano e con loro i ricordi si fanno sempre più sbiaditi. Non c’è però tempo per i rimpianti. Bisogna guardare avanti e andare oltre agli attaccamenti emotivi.
Ormai le buste di carta sono vuote. I disegni sono sparpagliati alla rinfusa sul fondo del cassonetto, assieme ai giornali rionali e alle pubblicità di appartamenti e prodotti per la casa. Li bagno con una lacrimuccia e, finito il mio compito ingrato, mi giro ed esco dalla stanza dei rifiuti comunque con un sorriso abbozzato all’idea di un appartamento più ordinato. Mentre salgo le scale per tornare a casa mi assale però un dubbio: e se avessi buttato via un patrimonio? E se i miei figli da grandi dovessero diventare dei nuovi Picasso, Van Gogh o Banksy e io ho appena sperperato la mia ricca pensione del futuro?
Torno di fretta indietro. Corro sul marciapiede sudando copiosamente e spintonando passanti come se fosse una scena al rallentatore in un film drammatico giapponese in bianco e nero. Dal fondo della strada giunge il suono delle sirene del camion della nettezza urbana. Vedo le luci ad intermittenza. Aumento la velocità e arrivo ansimante alla stanza del riciclaggio.
È troppo tardi: i cassonetti sono stati svuotati. Il camion se ne va, portando via con sé il mio oro di carta.

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venerdì 23 agosto 2024

ITALIENAREN – Sotto attacco

Hitchcock la sapeva lunga.
Su molti argomenti, ovviamente, ma su uno in particolare: la pericolosità degli uccelli. Non mi riferisco solamente ai rischi di parcheggiare sotto un albero e ritrovarsi la macchina messa peggio di una cloaca di Calcutta e neppure alla sveglia forzata alle cinque del mattino provocata dal cantico delle creature accovacciate sul balcone di casa. Penso soprattutto a quello che mi è successo un paio di giorni fa.
Era una bella giornata di sole e io, carico di borse piene di plastica e cartacce, stavo camminando verso la stanza dei rifiuti condominiali. È sempre bello liberarsi dei rifiuti e fare il proprio lavoro di bravo cittadino eseguendo con cura la raccolta differenziata. Con un sorriso stampato in faccia fischiettavo serenamente. Giro a destra per scendere la rampa che mi porta alla stanza dei rifiuti e il forte garrito di un gabbiano sovrasta il fischiettio delle mie labbra. All’inizio non ci ho fatto caso: è estate, Stoccolma è una città di mare, normale sentire gabbiani comunicare tra di loro. Così continuo a scendere la rampa. Il secondo garrito però è più forte del primo e subito dopo sento una folata di vento che mi sfiora la testa. Una brutta sensazione che mi prende alla sprovvista. Mi sento sotto tiro. L’istinto mi porta ad abbassarmi e proteggermi la testa. Mossa rivelatasi azzeccata in quanto il gabbiano che sentivo prima è appena sorvolato in picchiata a pochi centimetri da me. Faccio un balzo all’indietro. Le buste della plastica volano in aria e cadono a terra. Dopo qualche secondo di pausa ecco un nuovo attacco aereo. Il gabbiano insiste e garrisce con sguardo minaccioso e becco aperto verso di me. Poi parte in picchiata di nuovo. Devo scappare via, ma lo faccio un po’ accucciato risultando un po’ goffo e impacciato.
Se a me era sembrata una scena simile a quella del film “Gli uccelli” di Hitchcock quando i bambini di una scuola vengono inseguiti e attaccati dai corvi, per il mio vicino invece che ha osservato la gag con sadica attenzione dal balcone di casa – quindi a debita distanza, mortacci sua! –  è sembrata più una simpatica disavventura da mandare alla versione svedese di Paperissima. Il suo sghignazzare sovrasta il volume del verso del gabbiano infuriato che mi sta ancora inseguendo.
Ma perché tanto astio nei miei confronti? E non era neanche la prima volta che mi succedeva. La memoria va a qualche anno fa quando venni attaccato senza motivo mentre attraversavo la strada. Mi chiedo se mi fossi dimenticato di passare sulle strisce pedonali e quei gabbiani fossero degli ausiliari del traffico ma credo sia improbabile. Mi ricordo anche quando a Pola, in Croazia, i gabbiani mi sgraffignarono un panino dalle mani. Eppure ero sicuro di averlo pagato quel sandwich e che gli uccellacci non fossero i gestori del bar.
Rivangare il passato mi lascia un po’ di amarezza ma poi finalmente mi scrollo di dosso questo patetico velo di vittimismo e capisco. Il gabbiano non ce l’ha con me. Lei è solo una mamma che protegge il proprio piccolo caduto accidentalmente dal nido e che ora è in difficoltà, esposto ai rischi di finire vittima dei predatori urbani come volpi, tassi o esseri umani con le loro automobili. Succede spesso che i gabbiani nidifichino nel giardino del condominio. Lo fanno ogni estate. E ogni anno sbraitano e attaccano i passanti per proteggere i loro cuccioli che cadono dal nido. Sono recidivi. Dev’essere genetico cadere dal nido nel tentativo di volare.
Vedere il piccolo in difficoltà mi lascia un senso di tenerezza ma il dovere mi chiama: devo recuperare le borse e buttare via i rifiuti. Non facile con la mamma agguerrita ancora in agguato. Faccio allora il giro del palazzo e sbuco fuori dal portone del garage, vicino alle mie borse e alla stanza dei rifiuti. Il vicino sul balcone se la ride ancora più di prima mentre spia la mia circumnavigazione del condominio solo per paura di un gabbiano premuroso. Alla fine porto a termine la mia missione e ripercorro al contrario la strada vincente. Che fatica però!
Va bene, forse non è stata così drammatica come l’ho descritta. Ho esagerato. Posso assicurare però che quello che ho incontrato oggi non era certo il docile e filosofico gabbiano Jonathan Livingston di Bach e nemmeno la gabbianella Fortunata che si credeva un gatto del famoso romanzo di Sepulveda e film d’animazione italiano. Allora perché avere paura di una palletta di piume leggera, non più grande di un pallone da calcio, che principalmente vola o si appollaia sui rami e i pali alti degli alberi, che si nutre di incarti di rifiuti urbani… o di topi di città grossi quasi quanto lei… che ha strappato con morsi poderosi del suo becco coriaceo… e che ha fagocitato tutto in un sol boccone. A vederla bene, il mio assalitore assomigliava più a uno pterodattilo o un velociraptor in miniatura. D’altronde, si sa, gli uccelli e i dinosauri sono lontani parenti.
Meglio dunque diffidare e stare alla larga da questi moderni eredi delle lucertole terrificanti. Hitchcock ci aveva avvertiti.
 
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martedì 13 agosto 2024

ITALIENAREN – Olimpiadi alternative

Così come le olimpiadi ufficiali a Parigi, anche le mie vacanze in Italia si sono concluse da poco. Per me sono state delle olimpiadi alternative comprendenti discipline che colgono di sorpresa gli espatriati che non sono più abituati alle usanze italiane. Vado a elencarne alcune delle più praticate.
 
Accollamento figli. Appiopparli ai nonni per chi è alle prime armi, agli zii o agli amici per i più esperti. L’importante è trovare ogni occasione buona per distanziarsi dai bambini e andare in giro a fare i fatti propri. Sport sano e salutare, ma che, se praticato all’eccesso e con troppa frequenza, porta l’atleta a non essere più in grado di riconoscere i propri pargoli al momento del recupero.
 
Prosciutto e melone. A pranzo, a cena a colazione. Con melone arancione o bianco. Con prosciutto di San Daniele o di Parma. Ogni combinazione è consentita, a patto che si esalti l’accostamento dolce e salato mentre contemporaneamente si schifi, con la costituzione nella mano destra e il crocifisso nella sinistra, la simile associazione pizza e ananas. In caso di appetito persistente, si consiglia di concludere il pasto con un po’ di anguria.
 
Sollevamento casse dell’acqua. Con sei bottiglie sulla spalla destra e sei su quella sinistra, in equilibrio precario, portando le infradito al limite della rottura per stress, si può provvedere al fabbisogno idrico giornaliero con più di 40°C all’ombra. Aggiungere bonus difficoltà se nel trasporto sono comprese due o più rampe di scale senza ascensore. Il tutto al grido di “L’acqua del rubinetto è peggio di quella della Senna!”
 
Gara di abbuffate. La specialità è semplice: basta ingurgitare grigliate su tre piani di carne o di pesce – e perché no anche mari e monti assieme! —, piattoni di molluschi, di crostacei, di fritti, di cotti e di crudi, spaghettate abbondanti dai sughi variopinti e grassi, terrine giganti di insalate di mare e di verdure per sciacquare lo stomaco e la coscienza. A fine gara verranno assegnati i primi e i secondi… piatti. Non senza aver lasciato nello stomaco un piccolo spazio per il gelato… e per l’immancabile anguria.
 
Giro di pagamenti. Se l’abbuffata è avvenuta al ristornate parte lo sprint per pagare il conto di tutti i commensali. Come bel gesto di fratellanza, per fare bella figura, per ostentare opulenza apparente oppure solo perché il regolamento non scritto del torneo prevede che si paghi a giro. Gli altri gareggianti fingono di scattare verso il conto consapevoli che è il turno di qualcun altro in quanto loro hanno già sborsato la volta precedente, anche se questa è avvenuta a distanza di parecchi mesi. È una disciplina che non richiede dunque abilità fisiche ma buona memoria.
 
Pirobazia. Qui invece le capacità di scatto, di salto e di osservazione la fanno da padrone in questo sport che prende il nome dall’antica Grecia. Ai giorni nostri è meglio conosciuto come corsa sulla sabbia che scotta nelle spiagge di tutta la penisola. Viene eseguita a zig-zag passando da qualsiasi forma d’ombra proiettata sul terreno a banchi di sabbia bagnata fino a giungere alla battigia. Durante l’inverno gli specialisti si allenano sui carboni ardenti e praticano meditazione dopo previa consultazione con fachiri esperti.
 
Lotta alla crono. Inizia subito il primo giorno e rapidamente si evolve in una escalation di capricci e litigi principalmente dovuti allo stravolgimento delle routine dei bambini che erano state meticolosamente stabilite durante l’inverno. Pranzi e cene con orari d’apertura di ristoranti andalusi, nanna come se fossimo a Ibiza e nervosismo loco. Si dorme poco e male e tornare agli orari adatti alla scuola è una lotta contro il tempo cercando di rimodellare i cicli circadiani verso un più consono e salubre 7.00-20.00.

100 metri stile automobile. Non richiede nessuna abilità fisica o allenamento specifico, se non quello conseguito alla scuola guida dopo i diciotto anni. Consiste nell’usare la macchina per ogni evenienza, anche se si dovesse andare qualche quartiere più in là o se ci fossero da percorre solamente cento metri di distanza e l’automobile fosse parcheggiata a mezzo chilometro di distanza. Disciplina che si è sviluppata ed è più praticata nei comuni italici di provincia più che in quelli di città.
 
Ora vediamo il podio finale: non c’è, in perfetto stile de Coubertin. L’importante non è se vince lo stile italiano o quello da espatriato, l’importante è partecipare alle vacanze con le persone che preferiamo, facendo quello che ci piace… e magari mangiando un po’ di anguria.

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giovedì 8 agosto 2024

RACCONTI – libri

«Non comprerò libri. Non comprerò libri. Non comprerò libri.
Questo è stato il mio mantra durante le vacanze estive ogni volta che passavo davanti a una libreria o un’edicola. Mi ero ripromesso di non comprare nessun libro nuovo. Non è per niente una questione economica – perché se il popolo non ha più pane, che mangi carta come i pesciolini d’argento – e neanche una questione di spazio in valigia – perché c’è sempre spazio per un tomo in più nello zainetto da cabina che Ryanair, grazie al Cielo, ha dimenticato di limitarne il peso – anche se resta un’impresa da contorsionista. Ho fatto questa promessa a me stesso per una questione di etica e di lealtà. Lo so che può sembrare esagerato ma lo dovevo alla mia libreria, a tutti quei libri ancora non letti che aspettano, ai quali, prima di partire avevo promesso che li avrei letti al prossimo giro, dopo aver concluso quell’interminabile tomo da settecentoventicinque pagine di Marcel Proust che ho sul comodino da “solo” un anno e mezzo. Non sto scherzando: prima di partire per le ferie ho fatto un discorsetto, volume per volume, a tutti i libri allineati in libreria e ho dato l’ordine di partenza. Sottovoce e senza essere visto dal mio psichiatra, ho parlato con Pennac, con McGrath e McEwan e infine con Backman e ho giurato solennemente: “Voi sarete i prossimi”. Palahniuk mi ha riso in faccia perché sa che metto in scena lo stesso teatrino ogni anno e Benni ha smascherato la mia bugia sul lunghissimo tomo di Proust perché è passato dal quel comodino e ha notato solo un normalissimo libriccino in svedese appoggiato. Ho dovuto mentire ai miei libri per convincerli a resistere ancora un po’, solo pochi mesi, prima di poter essere letti. Infine, giurin giurello con Baricco che controllava che non avessi le dita incrociate dietro la schiena, ho ribadito che non porterò a casa nessun nuovo romanzo e che non stravolgerò la classifica appena firmata col sangue.
Sono bastati un paio di giorni e un paio di tentazioni demoniache sotto forma di profumo inebriante di carta stampata fresca a solleticarmi le narici e a farmi cedere. Ho tradito le mie promesse e la fiducia dei volumi colorati nello scaffale. Ricordo di non aver provato né vergogna né rammarico. Qualche giorno dopo, però, è arrivata la recidiva. Nella mensola di casa, tra polvere e acari, ho ritrovato un libro perso nei meandri della memoria e del tempo. Un romanzo che si è tenuto in vita grazie alla promessa di lettura che gli feci diciotto anni fa quando lo comprai con gli occhi pieni di speranza e tanta ingenuità. Non ho avuto scelta. Dovevo portarlo con me e salvarlo dall’oscurità della mia cameretta d’infanzia. Infine, è giunta anche la perseverazione diabolica quando, a mia insaputa, mi è stata regalata una raccolta di racconti. Io non l’avrei mai presa. Non perché non mi piacesse l’autore, ma perché, in un moto d’orgoglio finale per non cadere in tentazione, avevo evitato di avvicinarmi alle salviette dei bar, ai volantini delle sagre, ai ticket del parcheggio e a qualsiasi altra forma di carta stampata. Nonostante tutto, non sarebbe stato corretto rifiutare e anche il dono in questione è finito nello zaino.»
«Hm… signor Riva, niente di tutto ciò rientra nelle categorie delle merci da dichiarare alla polizia doganale. L’avevo solo avvertita che un libro gli era caduto dalla giacca quando se l’è tolta per superare i controlli.»
«Oh! Mi scusi. Non volevo abusare del suo tempo.»
Raccolgo in fretta le mie borse con la testa bassa e le gote rosse. Passato oltre, però, ridacchio sotto i baffi e da sotto la maglietta estraggo un romanzo di fantascienza di Asimov acquistato all’edicola dell’aeroporto. Questo non me l’hanno beccato. Lo guardo dritto nell’occhiello e sussurro suadente: «Tu sarai il prossimo.»

venerdì 5 luglio 2024

RACCONTI – Il vaso

Sono piegato sulle ginocchia nel salotto di casa mia. Raccolgo in silenzio, pezzo per pezzo, il vaso di ceramica che si è sfracellato per terra. Di nuovo. Il vaso è appena caduto dal piedistallo che si trova in mezzo alla sala. Mi fanno male le gambe per le tante, troppe volte che mi sono dovuto accovacciare. Mi fanno male le mani per le piccole ferite. Mi succhio un dito per asciugare il sangue. Fa male, ma non ci faccio più caso ormai.
«Non sono stato io!» esclamo al mio pubblico invisibile, mentre sudo freddo dalla fronte e sento che il cuore si è fermato per un istante. Un millisecondo forse. Quel che basta per sentire un nodo in gola e un peso sullo stomaco.
«Non sono stato io!» Ripeto. Più allo specchio che a un interlocutore reale.
Mento di nuovo dunque. Non del tutto, però. Ho ideato e creato io il vaso. L’ho messo io sul piedistallo. Non sono stato io però a farlo cadere. Certo, sono sempre io ad averlo appoggiato in bilico, sul bordo. Inoltre, è colpa mia se non mi sono accorto che il vaso non era ancora pronto per stare là su in alto. Non era il momento di lasciarlo là. Probabilmente non lo sarà mai.
A volte penso che non avrei mai dovuto crearlo. Penso che non sono così bravo a plasmare vasi di ceramica. Provo a farli di diverse forme e dimensioni. Ci metto tempo e dedizione, ma non mi riescono come vorrei. Quando sono soddisfatto sbaglio a metterlo troppo presto sul piedistallo. E il vaso cade. Va in frantumi. Il suono dei cocci rotti che si spezzano rimbomba ancora nella mia testa. La sensazione è che non sia solo qualcosa fuori che si rompe.
Ci metto un po’ a riprendermi, ma spesso mi chino di nuovo, raccolgo i pezzi che trovo e li incollo insieme. Molte volte l’effetto è imbarazzante nonostante a me sembra di aver fatto un lavoro decente. Malgrado la mia cecità, mi ostino a posizionare il vaso di nuovo sul piedistallo, come se fosse un trofeo, di cui vantarsi con gli amici.
Molte volte il vaso si tiene insieme per miracolo, sta in piedi in equilibrio instabile ed è così delicato che basta un lieve soffio di vento per farlo cadere. Quando me ne accorgo, cerco di prenderlo al volo ma nonostante con gli anni abbia affinato le mie capacità di previsione e di velocità, il vaso mi sfugge dalle mani, scivola via e inesorabilmente cade.
Se ho fortuna i cocci sono grossi e non faccio troppa fatica a trovarli sul pavimento. Anche se mi perdo dei pezzetti per strada non è poi così grave. Il vaso sta su lo stesso. Con un po’ di buona volontà riesco a dare al vaso una nuova forma, ma la fretta è cattiva consigliera e il risultato finale ne risente.
Il suo destino è segnato. Andrà sul piedistallo e cadrà di nuovo. Ormai lo so.
Credo si arrivato il momento di metterlo in cantina e di crearne uno nuovo.

mercoledì 26 giugno 2024

ITALIENAREN - Le tre porte

Oggi è il giorno fatidico. Sapevo che sarebbe arrivato. Avrei tanto voluto evitarlo ma non è stato proprio possibile.
Scendo dal mio cavallo, lo accarezzo e gli sussurro parole dolci di ringraziamento. Poi gli do una pacca sul dorso e lo lascio andare. Mi ha dato tanto ed è ora di lasciarlo libero. Questa parte del tragitto la devo fare da solo. Lui non può seguirmi in questa nuova sfida.
Mi sistemo l’armatura, inspiro profondamente e faccio il primo passo in avanti. Subito vengo bloccato dal primo ostacolo. È un portone enorme che sbarra la mia strada. Alzo gli occhi al cielo e a fatica ne vedo la fine. Ansimo e il cuore mi batte forte. Non serve a niente spostarmi a destra e a sinistra perché non c’è modo di aggirarlo. Il portone di bronzo mi toglie il fiato mi oscura la vista. Intarsiati come bassirilievi noto delle scritte e dei disegni sulla superficie. Il più grande che capeggia in alto recita in lettere runiche “Arbetsförmedlingen”. All’inizio non ne colgo il significato ma dopo aver fatto un passo indietro e averlo osservato da un'altra prospettiva capisco quello che devo fare. L’unico modo per superarlo è risolvere gli enigmi proposti dal portone. Interpreto i segni e schiacciando dei bottoni indico la mia età, le mie esperienze nelle precedenti battaglie, il mio livello di conoscenza e di competenze come guerriero della mente. Lo chiamano riassunto dei propri Combattimenti Virtuosi, abbreviato in CV. Ricontrollo tutto con attenzione e tiro una leva. L’ingranaggio si mette in moto e il portone di bronzo comincia a muoversi. Si sta aprendo e s’intravede uno spiraglio, una fessura di luce. Il sorriso però dura poco sulle mie labbra perché il suono cupo del portone che si blocca mi lascia smarrito. Cosa avrò scordato? Ho dimenticato di controllare tutte le parti delle incisioni, anche quelle più piccole che sembravano solo degli sfregi eseguiti malamente dai miei predecessori frustrati con dei coltellini da quattro soldi. Le scritte mi chiedono di mettermi subito all’opera e di indicare il mio livello di conoscenza e di competenze, le mie esperienze nelle precedenti battaglie e la mia età… esattamente gli stessi Combattimenti Virtuosi (CV) di prima ma in un altro ordine. Oh mio Odino! Alzo gli occhi al cielo e sbuffo. Provo a spingere il portone ma non si muove di un centimetro, così, con le dita delle mani, cerco i tasti giusti e alla fine, grazie al Valhalla, il portone si apre del tutto.
Non posso però ancora andare avanti perché la rete di ragnatele mi avvolge e mi rende difficile il passaggio. Per liberarmene devo anche incidere su tavolette di creta i miei piani futuri riguardanti le prossime battaglie. Una pergamena che mi viene consegnata dal sommo emissario reale Minasidor fornisce esempi di elementi da conservare per provare che io abbia veramente partecipato a quelle lotte, tipo gli elmetti degli avversari, il mio scudo scalfito dai colpi oppure tracce di sangue delle vittime sulla mia spada.
Appena concluso il giuramento sui miei propositi davanti al trono reale m’imbatto in un nuovo ostacolo. Un nuovo portone, altrettanto grande e possente come il primo, ma fatto d’argento. Questa volta non perdo tempo e provo subito a interpretare i disegni e le indicazioni incise. Per oltrepassare questo portone dovrò procurarmi una spada speciale. La maestosa spada di acciaio inossidabile dal nome altisonante, Arbetsgivareintyget. Una spada forgiata nel vulcano del mio ultimo anno di guerriglia. Una spada con le tacche dettagliate di ogni ora, giorno e mese di duro sforzo sul campo di combattimento. Una volta procurata la grande portatrice di gloria dovrò infilarla nella fessura del cancello d’argento e spingere con tutte le mie forze. Solo allora la grande scritta dell’Akassa s’infuocherà illuminando a giorno la notte e aprirà le porte alla mia sopravvivenza. Gli arcieri che vigilano l’ingresso di Akassa però mi terranno sempre sotto tiro e non mi permetteranno di sgarrare. Vorranno sapere tutto quello che faccio, settimana per settimana, senza sosta e senza errori. Pena il taglio delle risorse e probabilmente di specifiche parti del corpo.
Potrei proseguire il mio viaggio ma lì vicino, questa volta un po’ defilato, c’è un terzo portone. Più piccolo ma più prezioso, fatto d’oro e con incisioni ancora più complicate da interpretare. Non tutti sanno della sua esistenza e pochi sfruttano le conoscenze dei druidi che vivono oltre il passaggio del portentoso Fackförbundet. Una volta avuto accesso alle stanze segrete, uno stregone Folksam potrà offrirmi l’elisir Inkomstförsäkringen, che potrà darmi fino all’ottanta per cento delle mie energie vitali in caso di ferite durante la mia permanenza nell’Arbetslöshet.
Non è stato facile oltrepassare questi tre maledetti portoni. Il primo mi è costato un po’ del mio orgoglio, gli ultimi due mi sono costati energie mentali per risolvere i loro enigmi e anche sangue, sudore e tributi in monete d’oro al re durante i miei anni di battaglie. Ne è però valsa la pena. Ora sono finalmente libero di cercare nuove armature in questi sterminati campi di grano ed erba alta, dove migliaia di combattenti come me hanno lottato, cercato la gloria, perso e poi ritrovato la loro dignità. Sono finalmente arrivato al grande Välfärd norreno.
 
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venerdì 14 giugno 2024

ITALIENAREN - L’infinito

Sto passeggiando sul Västerbron, uno dei ponti più belli di Stoccolma, dal quale si può ammirare la città vecchia, il palazzo comunale e il quartiere Södermalm da un lato e il verde dei boschi del lago Mälaren dall’altro lato.
«Che cos’è l’infinito?»
È mio figlio di sei anni che mi fa distogliere lo sguardo dal panorama tirandomi per la maglietta. Domanda non facile ma la sua vocina è così dolce e curiosa per non provare a dare una risposta. Ci fermiamo un attimo nel punto più alto del ponte e lo invito a rivolgere lo sguardo a est.
Seguiamo un refolo di vento e in un attimo raggiungiamo le mille isolette dell’arcipelago di Stoccolma. Ci soffermiamo ad annusare l’odore della pece dei tanti pini silvestri e del legno umido di una sauna al bordo di un pontile. Ci crogioliamo al sole delle migliaia di prati verdi o degli scogli bagnati dall’acqua.
Andiamo oltre, in mare aperto dove l’orizzonte è blu per chilometri e chilometri. Ci lasciamo accarezzare dal vento che soffia aria di libertà. L’oceano si estende davanti ai nostri occhi e si fonde con l’azzurro del cielo.
Spicchiamo il volo con la testa tra le nuvole, sempre più in alto, sempre più lontano. Sfiliamo tra cirri, altocumuli, stratocumuli, nembostrati e tutti i possibili anagrammi e combinazioni di nuvole. Ci liberiamo verso la stratosfera, la mesosfera e via nell’esosfera.
Lo spazio sconfinato ci accoglie nella sua indifferenza per qualsiasi forma di vita lasciandoci a bocca aperta. Oltrepassiamo la Luna e ci proiettiamo verso gli altri pianeti del Sistema Solare, fiancheggiamo il sole e poi via lontano verso altri miliardi di stelle scintillanti e affascinanti corpi celesti. Il buio, il vuoto e il silenzio ci inglobano verso mete lontane mai raggiunte dall’occhio e dalla conoscenza umana. Siamo ormai nello spazio inesplorato dell’universo, dove solo l’astrofisica si è spinta con teorie e speculazioni scientifiche.
Solo in quel momento mi giro a osservare lo sguardo di mio figlio. È stupefatto, incredulo e pieno di meraviglia. Sorrido assieme a lui. In un battito di ciglia siamo di nuovo sul Västerbron, il ponte ad arco d’acciaio più lungo della Svezia.
«Ecco cos’è l’infinito.»
Mio figlio mi guarda dritto negli occhi. Sembra stia ancora processando tutte le informazioni e le sensazioni che ha sperimentato. Prima accenna un sorriso, poi aggrotta la fronte.
«Non ho capito, papà!»
Alzo gli occhi al cielo, ma non per contemplare di nuovo l’universo. Mi sa che devo fermarmi prima del viaggio intergalattico, prima degli strati del cielo, prima dell’acque del mare e delle terre lontane. Devo fermarmi in città, più di preciso a est del ponte, a Gamla Stan.
«Caro figliolo, l’infinito è… è… lo stato dei lavori nel cantiere di Slussen. Ecco cos’è l’infinito!»
Lui annuisce e sorride. Non ha mai visto il vecchio Slussen e si chiede se un giorno vedrà quello nuovo. Credo che ora abbia capito cosa significa infinito.
 
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