mercoledì 4 marzo 2020

LATTEPAPPA – Coming soon


Vi ricordate della mia web-serie “Lattepappa”? Ebbene, ci sono ricascato! Dopo la fantastica esperienza della prima paternità e a seguito della nascita del mio secondogenito, ho deciso di continuare il mio progetto per far conoscere i lati più divertenti dell’essere papà a tempo pieno. A breve, dunque, uscirà la seconda stagione di “Lattepappa” con gli stessi protagonisti della prima stagione, ma con l’aggiunta di un nuovo grande (anche se piccolo) protagonista. La seconda paternità si è rivelata più tosta, ma altrettanto spassosa, come solo una nuova meravigliosa avventura può esserlo.
"Lattepappa" è una web-serie dedicata a tutti i papà come me e contiene sketch, battute, situazioni surreali… e anche una buona dose di verità. È una raccolta di spaccati di vita quotidiana che racconta ironicamente i miei sette mesi di paternità in Svezia. È soprattutto, però, il riassunto del mio incontro ravvicinato del terzo tipo con due persone straordinarie: i miei due figli.
Nella realizzazione di questo progetto non posso fare a meno di ringraziare proprio loro, i miei figli, per la grande collaborazione (non sempre), e mia moglie Paola, per la pazienza, il supporto emotivo e l’aiuto artistico.

Prossimamente pubblicherò i nuovi episodi della seconda stagione di "Lattepappa". Nell'attesa riguardatevi i 15 episodi della prima stagione e iscrivetevi al canale “Lattepappa” su Youtube per ricevere notifiche dei nuovi video.

A presto!

giovedì 27 febbraio 2020

RACCONTI – Divieto d’errore

La lampada illumina la scrivania dove sono seduto. Il resto della casa è buio. Mi siedo con cautela e osservo un oggetto che ho appena trovato sullo scaffale della libreria nel salotto di casa mia e che ora ho appoggiato sul tavolino. In casa c’è un silenzio inquietante. Tutta la mia attenzione è concentrata sulla cartelletta rossa che giace sulla scrivania vuota. La polvere sollevata quando ho appoggiato la cartelletta volteggia in aria alla luce della lampada e sparisce inghiottita dall’ombra. Il silenzio e il buio del resto della casa sembrano spingermi verso il tavolo e quella misteriosa cartelletta. Non ricordo di averla mai vista in vita mia. Non la riconosco per niente. Non sono stato io ad appoggiarla sul tavolo. Chi l’avrà messa? C’è qualcuno in casa mia? Per un attimo mi sento mancare e ho bisogno di sedermi per prendere fiato. Osservo la cartelletta e noto che sull’etichetta c’è scritto il mio nome. Ho paura. I pensieri nella mia testa vanno a mille, mi tremano le mani, sudo freddo e il mio cuore batte all’impazzata, ma non ho paura. Io non ho mai paura, nonostante mi giri la testa e abbia la pelle d’oca. Con lo stomaco in subbuglio non riesco a concentrarmi. Prendo allora il telecomando sulla scrivania vicino alla cartelletta misteriosa e spengo la televisione che mi stava infastidendo con il suo incessante borbottio di sottofondo. La cartelletta è ancora lì che mi aspetta, perfettamente limpida come se fosse nuova. Deglutisco e mi faccio coraggio. Mi sfrego le dita delle mani e ora sono pronto ad aprirla. Tolgo l’elastico che la tiene chiusa e ora posso sollevare la copertina. Rimango un attimo in silenzio a osservare la cartelletta blu aperta. All’interno ci sono dei fogli un po’ ingialliti dal tempo ma chiaramente leggibili. Ho la gola secca, così bevo dell’acqua dal bicchiere appoggiato lì vicino. In unico sorso finisco il contenuto. Ora sono pronto. Con un gesto veloce ed efficacie apro la cartelletta. Devo agire con accortezza perché i fogli sembrano delicati. Non so bene come fare, ma alla fine mi decido: scartabello freneticamente tra i fogli alla ricerca delle risposte che cercavo da tempo. Mentre sfoglio i fogli finisco l’ultimo sorso di acqua del bicchiere. Nei fogli ci sono dei caratteri e dei segni indecifrabili. Ho bisogno degli occhiali. Mi alzo e corro a prenderli in camera da letto. Li trovo subito appoggiati sul comodino. In un secondo sono già uscito dalla cucina e sono di nuovo seduto alla scrivania. Quella breve corsa mi ha messo sete, così bevo ancora dal bicchiere mezzo pieno d’acqua che avevo lasciato prima sulla scrivania. Mi tolgo gli occhiali e pulisco le lenti per vederci meglio. Faccio un respiro profondo e mi risiedo al tavolo. Riprendo in mano la cartelletta e guardo ancora i fogli all’interno con stupore e un po’ di paura. Nonostante mi sforzi, non riesco proprio a capire che cosa significhino tutte quelle scritte e simboli. Eppure mi sembra di leggere il mio nome in ogni foglio presente. Devo accendere la lampada del comodino per provare a vederci meglio. Osservando la cartelletta con più luce comincio a vederci più chiaro sulla questione. Forse comincio a capire quello che sta succedendo. Per un istante mi sento completamente perso. Sono smarrito nei miei pensieri, nei miei rimorsi e rimpianti del passato e nelle mie preoccupazioni per quello che succederà una volta che avrò risolto il mistero di questi fogli bianchi ma pieni di segni incomprensibili. Se qualcuno mi scattasse una fotografia in questo preciso momento noterebbe lo stupore misto a terrore disegnato sulla linea irregolare delle mie labbra. Scorgerebbe il dubbio nei miei occhi scuri e apparentemente impenetrabili. Comprenderebbe il mio stato d’animo profondamente agitato dalla trascuratezza della mia capigliatura. Forse ho capito cosa contiene quella maledetta cartelletta. È solo che non voglio ammetterlo. Ho bisogno di sentirmelo dire da qualcun altro. Prendo in fretta il telefono cellulare e compongo un numero. Il telefono squilla un paio di volte e subito dopo risponde la voce calda di mia moglie che mi saluta. Io non perdo tempo e vado subito al punto, spiegandole la situazione drammatica. Lei capisce al volo, grazie al suo insuperabile intuito e alla sua empatia, e mi rassicura. Poi mi accarezza i capelli e mi dà un bacio amorevole che m’infonde pace e tranquillità all’istante. Le chiedo ancora una volta se quello che mi ha appena detto corrisponde alla verità. La guardo negli occhi quando le faccio questa importantissima domanda. So che non può mentire davanti ai miei grandi occhi azzurri. Non l’ha mai fatto. Lei conferma senza nessuna traccia di indecisione o di dubbio. Non posso far altro che crederle. Rincuorato dalla voce di mia moglie, mi sedetti alla scrivania e presi la cartelletta con mani forti e decise. È vero, in quel momento non potevo più sbagliarmi. Guardando tutto dalla prospettiva indicatami da mia moglie, non potevo confondermi. All’istante tutto ebbe più senso, tutto sembrò al suo posto. I segni e le scritte che prima sembravano incomprensibili, ebbero tutte il loro significato bene preciso. Tutte le cifre che prima erano passate davanti agli occhi dell’uomo senza dargli nessun segnale, acquisirono un valore incontrovertibile: tutto era normale. L’uomo provato da tutta quella tensione si guardò attorno e tutto riprese forma e colore nella stanza dove si trovava, a partire dalle tende della cucina, ai foglietti e i magneti appesi al frigorifero e i piatti sporchi posati sul lavello. Tutto era nella norma. Le sue analisi del sangue di qualche giorno fa presentavano valori ottimi, senza nessun problema. Girando quella maledetta cartelletta verde dal lato giusto l’uomo si rese subito conto dell’incredibile errore che stava per fare. Per fortuna, da quel momento in poi, la sua vita non era più in pericolo. L’uomo poté così tirare finalmente un sospiro di sollievo e finì di bere l’acqua dal bicchiere posato sulla scrivania.

mercoledì 12 febbraio 2020

HORROR ALL’ITALIANA – Voodoo Ken


È notte. Fuori fa freddo. Fulmini squarciano il cielo. I lampi illuminano la città e i tuoni spaccano i timpani. La pioggia cade fitta e bagna le coscienze della gente. A parte il temporale tutto tace.
In un campo nomadi della periferia della città una donna siede all’interno di una tenda addobbata da drappi, pizzi e merletti dai colori caldi. Amanda è bellissima e molto appariscente: alta, bionda, formosa e con tutta la plastica corporea ben distribuita. È la perfetta bambolina. Osserva i tarocchi sparpagliati sulla tavola, ammira i dipinti raffiguranti gli astri appesi alle pareti e rimane affascinata dal globo appoggiato su una mensola. In mano tiene un pupazzo particolare: la statuetta plastificata di Ken Carson, compagno di Barbie. La donna stringe forte il suo nuovo giocattolo, perché sa di avere un grande potere in mano.
La medesima sera, nella stessa città, in un locale esclusivo del centro, un uomo è al bancone del bar. Arturo è affascinante e molto sicuro di sé: occhi scuri e misteriosi, capigliatura perfetta, addominali scolpiti e pelle ambrata da Solarium. È il perfetto macho. Ordina con determinazione due drink, uno per lui e uno per la sua nuova conquista. Sorride ignaro.
Intanto Amanda, nella tenda del campo nomadi, armeggia con il giocattolo Ken e lo pone in una posa a teiera: braccio destro piegato e mano appoggiata sull'anca, braccio sinistro lungo il fianco, corpo sinuoso. Incredibilmente, a qualche chilometro di distanza, il macho Arturo si mette nella stessa identica posizione, tra l’imbarazzo della sua compagna e degli amici. Amanda solletica Ken sotto le ascelle. Arturo esplode inaspettatamente in una risatina appariscente e incontrollata causata da una battuta di un amico. Subito si mette una mano davanti alla bocca per cercare di bloccare lo scoppio gaio e si ricompone sedendosi al suo tavolo. Nel frattempo, Amanda prende le gambe di Ken e le accavalla molto strette le une alle altre. Inconsapevolmente, Arturo al bar fa lo stesso e dopo essersene accorto, cambia immediatamente posizione tenendo le gambe ben larghe. Il macho si guarda attorno in imbarazzo perché non sa proprio che cosa stia succedendo. In quel preciso istante, però, si ricorda che la sua ex fidanzata, Amanda, aveva minacciato di rifilargli un rito Voodoo per tutte le meschinità e i tradimenti che aveva subito. Arturo va per un attimo nel panico. È vittima di una pazza squilibrata che per vendetta lo sta rendendo un effeminato. Deve fare qualcosa. Deve trovare il modo di bloccarla. Ma come? Amanda, invece, non si ferma davanti a niente e continua imperterrita la sua missione: ora schiaccia senza pietà gli occhi del bambolotto Ken. Arturo scoppia in un pianto disperato. Il panico della situazione fa prevalere la parte emotiva e sensibile del suo carattere che probabilmente lui stesso non pensava neanche di avere. Arturo è costretto a lasciare il tavolo e a rifugiarsi in bagno, accampando la scusa di avere una pagliuzza nell’occhio che gli dà fastidio. Si sciacqua la faccia un paio di volte e cerca di calmarsi. Deve trovare Amanda e fermare il rito Voodoo contro di lui. Non può permettersi di ridursi in questo stato efebico. Amanda, però, ha già pronta la prossima mossa: infila uno spillo nella gola del fantoccio che tiene saldamente in mano. Arturo ritorna al tavolo con la sua nuova donna e gli amici ed è pronto a inventarsi una scusa per andarsene. Appena parla, però, si accorge che la voce gli esce con un tono strano: molto acuto, quasi stridulo. Si blocca subito, sbalordito e inerme davanti ai cambiamenti che stanno avvenendo nel suo corpo. Ma che gli sta succedendo? Arturo beve un sorso di cocktail e si schiarisce la voce. Saluta tutti e spiega, con gesti eccessivamente marcati e molto aggraziati, che deve tornare immediatamente a casa per prendersi cura delle sue povere piante che stanno soffrendo da troppe ore senza acqua. Ormai non sa neanche lui quello che sta dicendo. Cerca di controllare i movimenti e la spigliatezza della parlata, ma è tutto inutile. C’è solo una cosa da fare: trovare e disarmare Amanda. Un rito Voodoo può essere stato messo in atto solo al campo nomadi fuori città. È lì che dovrà andare, ne è sicuro. Lascia la compagnia, prende la macchina e va a tutta velocità verso il suo obiettivo. Alla radio stanno dando la canzone Macho Man dei Village People e lui prova un’irrefrenabile voglia di ballare che lo fa quasi sbandare fuori strada. Amanda sorride beffarda e comincia l’atto finale del suo spettacolo maligno. Gira di schiena il pupazzo giocattolo e prende lo spillo. Arturo macina chilometri su chilometri e si avvicina. Amanda si prepara a colpire, pregustando il colpo. Sta per compiere il gesto ma sul più bello una tenda si scosta, Amanda si blocca e qualcuno entra: è una donna anziana, di carnagione scura, addobbata da molte collane, amuleti e braccialetti. La donna si dice pronta per il rito Voodoo richiesto da Amanda. La chiromante spiega che la bambola Voodoo Ken non è ancora stata “attivata”. Disorientata da quest’affermazione, Amanda lascia cadere il giocattolo. Solo ora capisce che quello che ha tenuto in mano fino a ora era solo un pezzo di plastica e quindi si rende conto di non aver fatto proprio niente ad Arturo. La chiromante racconta i pericoli della magia nera e vuole ancora accertasi che sia quello che la sua cliente vuole veramente. Amanda è confusa e piena di dubbi. All’improvviso si pente e se ne va. Arturo, invece, si è perso. Non riesce a trovare il campo nomadi. È abbattuto perché è ancora erroneamente convinto di essere vittima di un rito voodoo, ma alla fine si arrende lo stesso. Ferma la macchina e va a bere un bicchiere nel primo bar che trova. Inconsciamente, il suo girovagare per la città l’ha portato nel quartiere gay e la notte è ancora giovane.

giovedì 30 gennaio 2020

KISSENEFREGA – Comportamenti bizzarri


È da un po’ di tempo che ho notato una particolarità nel mio modo di comportarmi. Non saprei dire se sia qualcosa di patologico o se sia solo una caratteristica bizzarra o addirittura definibile simpatica. È qualcosa che ha radici profonde, probabilmente riconducibili alla mia infanzia, fatta di tanti giochi di fantasia e tante avventure in giro per il paese assieme ai miei amici storici. Si è rivelata in maniera progressivamente sempre più evidente da quando sono diventato papà, cioè nel momento in cui avrei dovuto raggiungere la maturità necessaria per gestire dei figli. Mi riferisco al mio ritorno all’essere bambino o meglio la mia regressione psicologica allo stato puerile negli ultimi tre anni. Il processo è probabilmente iniziato gradualmente senza che me ne accorgessi, ma solo ora me ne sono reso conto e ho preso coscienza dei fatti. In pratica mi sento come Renato Pozzetto o Tom Hanks nei rispettivi film “Da grande” e “Big”. Seguendo i miei bambini, con il mio corpo da adulto, non riesco a frenare la mia voglia di lanciarmi sulle mille attività divertenti a disposizione dei più piccoli. Senza quasi accorgermene e senza tanto curarmi degli sguardi altrui, mi ritrovo a fare tutti gli scivoli che ci sono, a saltare nelle vasche piene di palline di plastica, a usare tricicli palesemente sottotaglia per le mie misure, ad andare su tutte le giostre dei parchi giochi e a saltare sui tappeti elastici. Tutto grazie alla scusa di dover seguire o di dover aiutare mio figlio. Odio, infatti, quando vedo un divieto per gli adulti e mi scoccia tantissimo bloccare il mio istinto a lanciarmi assieme agli altri marmocchi. Se l’anomalia comportamentale si fermasse a questo non sarebbe neanche così male, ma io mi spingo oltre, con il cibo per esempio: mangio pancakes, panna e marmellata fino a scoppiare, assaggio sempre i vasetti di cibo omogeneizzato e finisco la pappa all’avena che avanza nel piatto dei bimbi. Infine, la parte peggiore, quella che dovrebbe forse darmi vergogna: in presenza dei miei figli, quasi in qualsiasi posto mi trovi, mi sento quasi autorizzato a fare facce buffe (anche ai bambini degli altri a dire il vero), produrre versi da scemo per farli ridere (pernacchie e acuti inclusi), fare le puzzette senza pudore (sì, lo ammetto, ogni tanto lo faccio, non solo con la bocca!) e a poter finalmente leggere libri con tante figure e poco testo. Sì, è vero, alcune cose descritte sono patologiche, ma non me ne pento. In fondo essere bambinoni aiuta sia i miei figli a sentirsi più a loro agio sia me a sentirmi più a cuor leggero.

E voi direte: e chi se ne frega della tua regressione a bambino? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

venerdì 17 gennaio 2020

PROMOZIONE – Recensione “I casi del commissario Grammatikus”

Con mia grande sorpresa oggi ho ricevuto un’e-mail da un amico che mi avvertiva dell’uscita di un articolo su di me e sul mio romanzo “I casi del commissario Grammatikus”. La persona che mi ha scritto è il giornalista e scrittore Edi Fabris, autore di molti romanzi interessanti tra i quali “Il sacro fuoco”, “Storie di cartone” e i più recenti “Sensazioni” e “L’amante veneziana”. Nella sezione culturale dell’ultima edizione del magazine sportivo “TremilaSport” (15 gennaio 2020, qui il link), di cui Edi è direttore, c’è una bella recensione sul mio romanzo. L’ho letta con molto piacere e sono grato e onorato che si parli così bene di me e del mio libro.
Vi riporto qui una citazione dall’articolo dove si descrive il protagonista del romanzo, il commissario Grammatikus: “Da uno psicologo professionista, è chiaro, non poteva non uscire un personaggio finemente e ironicamente delineato fin nelle pieghe più recondite della sua personalità e in questo Riva ha centrato pienamente il bersaglio in un romanzo godibile e di facile lettura, compito non facile per lo scrittore impegnato a districarsi senza contraddizioni negli intrighi del racconto giallo.”
Infine Edi conclude così il suo pezzo: “In sostanza, quello di Roberto Riva, è incentivante per lo stesso autore, che dalla positiva accoglienza della sua opera prima ricaverà sicuramente gli stimoli giusti per proseguire lungo la strada intrapresa.”
Non ho molto da aggiungere se non per ringraziare vivamente Edi Fabris per la recensione.

“I casi del commissario Grammatikus” si può acquistare su Amazon, sia in formato e-book sia in formato cartaceo.

Sì, lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica “Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!


Magazine online "TremilaSport", sezione cultura (15-01-2020)




mercoledì 18 dicembre 2019

RACCONTI – Disaccordo tra musicisti

In una tranquilla domenica di settembre, nessuno s’immagina quello che sta succedendo in uno scantinato della città. Isolati dal mondo esterno in una sala prove due musicisti stanno per suonarsele di santa ragione.
«Basta!» Fa il primo. «Con te non si può fare musica.»
«Pensa te. Stavo per dire la stessa cosa.» Risponde a tono l’altro. «Fai sempre il sostenuto e il tuo modo di suonare mi ha rotto il timpano!»
«Prendo nota sul registro…»
«E smettila di usare quell’accento e quella cadenza ironica.»
«Almeno io sono allegro.»
«Col piffero che suono ancora con te!»
«Bravo, bis! Vattene, resterai senza una lira.»
Il duetto di battute prosegue per un po’. Volano piatti, spatole, batterie di pentole e gli spaghetti finiscono nella chitarra. Il primo musicista viola violentemente il violino dell’amico e lui per ripicca gli dipinge di giallo la viola. Il primo non ci va piano e schiaccia forte il pianoforte sulla fronte piana dell’altro. Per la legge del contrappasso l’amico gli sfascia il contrabbasso. Altri colpi sono in arrivo, ma un terzo musicista, amico di entrambi, sopraggiunge scendendo la scala e interviene per fermare l’alterazione. I primi due musicisti sono presi in controtempo: il triangolo no, non l’avevano considerato.
«Stop! Pausa!» Urla per bloccarli. «Che succede?»
I due litiganti prendono fiato.
«Gli Do il La e lui che Fa? Niente, Si atteggia a Re. Mi dà Sol pena!» Esclama acuto il primo.
«Mi ha detto che sono basso!» Replica offeso l’altro.
«A quanto pare non vi siete accordati bene. Andate adagio!»
I due, invece di calmarsi, si fanno ancora più vivaci.
«Sentivamo proprio la mancanza di questo tuo fraseggio…» fa il primo.
«Sei sempre così giù di corda e moderato.» aggiunge l’altro. «Sei monotono!»
Non ci danno certo giù di sviolinate i due: hanno toccato un tasto dolente. Il terzo amico fa un passo indietro e si sente un rumore metallico provenire da sotto il suo piede.
«Deficiente! Ora hai proprio rotto il kazoo!» Urlano in coro i due musicisti dissonanti.
Al terzo amico accorso in aiuto prende quasi una sincope e così decide di andarsene in sordina e li lascia nella loro fatale progressione. Tanto ormai tra i due si è già rotta l’armonia e lui non può più fare niente.
A quel punto c’è un intermezzo di silenzio. La situazione è grave: con imbarazzo, se ne rendono conto anche loro due. Si scambiano uno sguardo e dicono: «Va beh, di questi tempi siamo ormai pari!»
Il primo fa un fagotto della sua roba e va a farsi una passeggiata scacciapensieri con buona andatura. Il secondo esce, sale in macchina, gira la chiave e parte con la sua ritmo.
Entrambi, però, portano via con sé la partitura del pezzo che avrebbero dovuto suonare assieme, ma a parte lo spartito, i due non avevano più nulla da spartire.

mercoledì 27 novembre 2019

EPICA MODERNA - Le nuove creature mitologiche: Il contorsionista

Tutto è buio. Si apre il sipario. Solo una luce, un occhio di bue, illumina il presentatore al centro della scena. Il presentatore sono io. Benvenuti, signore e signori, a questa magnifica serata di spettacolo, qui al Circo Polare Artico, un circo dove non puoi sbagliare niente altrimenti vieni freddato dalle belve che vi presentiamo oggi. Sono animali feroci particolari, piccoli, ma dai pochi denti aguzzi e non hanno paura di niente (a parte quando qualcuno compare all’improvviso davanti alla loro faccia). Stasera, in esclusiva solo per voi, vi delizieremo con il nostro ultimo mirabolante spettacolo. Date il vostro caloroso benvenuto al nostro miglior contorsionista che si esibirà affrontando le belve feroci. CLAP-CLAP-CLAP (applausi dal pubblico). Iniziamo subito con un numero di riscaldamento. Fate entrare le belve. OOOH (stupore dal pubblico all’ingresso dei bambini sul palco). Ora il nostro contorsionista dormirà in bilico sul bordo del letto matrimoniale per far spazio ai sui figli. TA-DA (il numero riesce). Continuiamo, signore e signori con una serie di due esercizi: il nostro contorsionista starà in ginocchio o seduto sui talloni per tutta la durata della festicciola, bevendo solo bibite analcoliche e resistendo all’attacco dei mocciosi che gli sfrecciano attorno da tutte le parti. OOOH. Inoltre, terrà un neonato in braccio dondolando e canticchiando per ore… anche di notte. WOW (pubblico esterrefatto). Proseguiamo lo spettacolo con un classico: il nostro contorsionista prima dormirà per terra affianco al lettino di suo figlio, contorcendosi per dargli la mano e farlo sentire tranquillo, e poi continuerà la nottata in bianco rannicchiato col bambino sul lettino da centoventi centimetri. FIII-FIUUU (fischi d’approvazione del pubblico). Senza dimenticare il braccio bloccato sotto la nuca del bambino che si è ormai addormentato. CLAP-CLAP-CLAP. Ci avviciniamo alla conclusione, ma teniamo il meglio per voi, gentile pubblico. Ora il nostro contorsionista rimarrà schiacciato tra i due seggioloni nei sedili posteriori dell’automobile per tutto il tragitto stradale di centinaia di chilometri. WOW. Infine, signore e signori, l’ultimo esercizio: il più difficile, il più pericoloso. Vi chiedo gentilmente di stare in silenzio per consentire al nostro artista di raggiungere la concentrazione necessaria. TARA-TARA-TARA-TARA-TARA (rullo di tamburi). Il bambino si siederà sulle gambe del suo papà, schiacciandogli accidentalmente i testicoli, per farsi leggere il suo libro preferito. TA-DA, CLAP-CLAP-CLAP, FIII-FIUUU. Incredibile, signore e signori, quello che questo contorsionista riesce a fare. Grazie di essere venuti al nostro circo, speriamo vi sia piaciuto e a rivederci al prossimo spettacolo!

Pyrrhichus: un Silene dalle danze contorte e dall’aspetto di un vecchio, figlio di Pan e di una ninfa.