giovedì 24 ottobre 2024

ITALIENAREN – Come ci vedono

Sto bighellonando su internet dopo aver messo a letto i bambini con molta fatica. Leggo qualche notizia, scrivo un’e-mail, ascolto della musica e guardo un video divertente. È sera tardi e sono stanco. Come passa il tempo quando sei improduttivo e ozioso. Dovrei già essere a letto, ma il maledetto algoritmo di Facebook mi tiene incollato allo schermo fornendomi rinforzi mentali intermittenti, cioè una notizia interessante ogni cinque di spazzatura. Alla fine afferro la mia spada laser e con tutta la forza di volontà rimasta sferzo un colpo deciso contro Mark-Darth-Vader Zuckerberg. Lo metto sotto, ma lui ribatte, non con un altro colpo di spada o una citazione trita e ritrita su chi sia mio padre, ma con un video. Un video potentissimo che mi disarma e mi lascia senza parole.
Mi devo fermare. Trattengo il dito dallo schiacciare il bottone di spegnimento del computer. Tolgo il muto dall’audio e premo play. Parte subito una base musicale campionata e sullo schermo compaiono personaggi improbabili in pieno stile anni ’80: un uomo dai capelli scuri, lunghi e unti, vestito con camicia e pantaloni bianchi che ostenta un petto villoso; una donna dai capelli cotonati e pantaloncini in jeans corti e strappati; uno strumentista giovane acqua e sapone armato di pianola elettrica a tracolla – la Keytar – e un altro con gli occhiali da sole che finge di suonare la batteria elettrica. Le immagini sono volutamente distorte per sembrare di bassa qualità. Dopo un attimo di confusione capisco che si tratta di una pubblicità per la giornata dedicata al Kanelbulle del Pressbyrån, una catena di negozi svedese di vendita al dettaglio che si trova in ogni angolo della città e soprattutto alle uscite delle fermate della metropolitana. Niente di strano fin qui per chi, come me, è cresciuto a pane e kitsch. Lo sbalordimento sopraggiunge quando mi accorgo che i protagonisti di questo revival cantano in italiano. Il testo fa ripetuti riferimenti ai panini dolci alla cannella di “Pressburoni” che il cantante ama più di sua madre, che sono la passione dell’altra cantante e che sono dolcissimi e buonissimi. Il tutto condito con un miscuglio di parole che suonano italiane ma che non lo sono[1].
Va bene che vivendo all’estero, e non solo, ormai si è abituati e si convive più o meno pacificamente con gli stereotipi italiani, ma con questo geniale video musicale gli svedesi hanno raggiunto limiti invalicabili che neanche la sonda spaziale Voyager 1 potrà mai superare. Eppure in tutti questi anni spesso molti svedesi, quantomeno nei loro sogni stereotipati, ci sono andati vicini. Molte volte siamo stati tacciati a priori come simpatici, rumorosi, vanitosi, affascinanti e inaffidabili mammoni che si esprimono come dei primitivi a gesti, sorrisi e versi incomprensibili ad alto volume. Abbiamo dovuto spiegare che non esistono solo Roma, Milano e Venezia… e Rimini (l’ultima per gli svedesi di una certa età). Spesso abbiamo dovuto difenderci dalle accuse di essere una nazione, sportivamente e non, di imbroglioni e simulatori. Altrettanto spesso abbiamo dovuto abbassare lo sguardo e concordare che la precedente osservazione fosse vera. Abbiamo dovuto inorridirci e insegnare che in Italia le fettuccine Alfredo non esistono, che i pepperoni sono in realtà una verdura e non un salame (come chi ci crede) e che la ricetta polpette di carne con spaghetti non la puoi trovare al ristornate ma solo nel cartone Lilli e il Vagabondo. La lista del bestiario internazionale potrebbe continuare probabilmente all’infinito, ma preferisco fare una siesta, riposarmi durante la giornata lavorativa per rubare un po’ lo stipendio e fare una chiamata veloce a mammina per dirle quanto non posso stare senza di lei.
Nella vita di ogni giorno, nel mio piccolo, cerco sempre di sfatare questi falsi miti, con l’esempio e con un po’ di sana educazione culturale. Mia moglie ed io, infatti, abbiamo cresciuto due bambini Italiani con la “I” maiuscola anche se loro sono nati e cresciuti in Svezia. Oh, ma eccoli che tornano da scuola… attaccati alla gonna della mamma… aggiustandosi il ciuffo dei capelli davanti ad uno specchietto… muovendo i polsi avanti e indietro, con le dita della mano che si uniscono in punta… scimmiottando la voce di Mario e Luigi e intonando e sghignazzando a ripetizione con eccessiva allegria ebete una canzoncina che fa cosi: “Mamma mia, Pizzeria, tuttar fria (letteralmente, tette al vento)".
Rileggo cosa ho appena scritto e concludo il verso della canzone “…Santa Lucia, portami via!”
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/Come-ci-vedono/
[1] https://www.resume.se/marknadsforing/kampanj/kranger-kanelbullar-med-discodanga-har-ar-nasta-uttag-av-pressbyrans-kampanj/

giovedì 17 ottobre 2024

RACCONTI - Confessioni

Sono le dieci e cinquanta di sera. La casa è avvolta nel silenzio e nella penombra. Sono seduto al tavolo della cucina e sto facendo finta di scrivere qualcosa al computer. Con la coda dell’occhio mi guardo attorno. I bambini sono a dormire da un bel pezzo, mia moglie è andata da poco in camera ma sta già ronfando. È quell’atmosfera serale che ho sempre amato, nella quale ho sempre trovato pace e ispirazione, nonostante fossi stanco e preoccupato dalla prospettiva di passare un’altra serata con poche ore di sonno alle spalle. Mi sento a mio agio e so quello che sta per succedere ormai da qualche mese a questa parte. Sento un brivido che mi percorre la schiena. So che non dovrei farlo ma allo stesso tempo vorrei tanto. È un prurito irrefrenabile che parte dalla testa, passa per il petto, arriva allo stomaco e forse anche più giù. Lei mi chiama. Non posso resisterle, anche se dobbiamo fare le cose di nascosto. È un errore e me ne pentirò, ma in questo momento il sangue non circola bene nel cervello. Sono ebbro al solo pensiero di essere di nuovo lì con lei.
Riesco a resistere ancora solo qualche minuto mordicchiandomi le unghie, tamburellando con le dita e agitando le gambe. Devo alzarmi, non ce la faccio più. Più i minuti passano e più le immagini mentali di lei mi distraggono dal quello che sto facendo al computer e mi lasciano solo un pensiero fisso in testa. Scosto la sedia con cautela e mi metto in piedi.
Prima passeggio avanti e indietro per la sala da pranzo, indeciso sul da farsi, poi mi guardo allo specchio e parto deciso all’azione. Per sicurezza faccio una capatina nella cameretta dei miei figli. Entro nella penombra e li guardo dormire angelici. Mi chino e do loro un bacio sulla fronte e passo alla camera matrimoniale. Anche lì tutto sotto controllo. Sorrido e torno in salotto. Nessuno senso di colpa. Nessun rammarico o esitazione ora. In questo momento farei di tutto pur di averla. Lei sa che è solo questione di tempo prima che io ceda. Lei mi aspetta e io sono come accenderla.
Mi metto comodo sul divano e sistemo un cuscino dietro la schiena. Lei suona e io la vedo arrivare. Mi fa attendere qualche secondo di troppo che mi sembra un’eternità mentre ardo dalla passione di farla mia. Io so però toccare i tasti giusti, l’afferro con due mani e con le dita percorro la superficie liscia della sua figura slanciata. Alla fine lei è pronta. Non aspettavo altro. A entrambi piace giocare ma quando è il momento di fare sul serio non ci tiriamo indietro. A volte si scalda ma so che devo solo attendere qualche minuto prima di ricominciare e il piacere è garantito.
Guardo l’orologio e ho un sussulto. È mezzanotte e mezza. Impreco e mi mordo le labbra. Porca miseria! Succede sempre così con lei. Il tempo vola e tutto il resto attorno a me sparisce e non ha più importanza. La mia famiglia, il lavoro che mi attende il giorno dopo e i miei hobby passano in secondo piano quando mi faccio assalire dalla sua inebriante dipendenza. È troppo piacevole tenerla stretta a me e coccolarla. Certo, ogni tanto mi fa arrabbiare, ma basta una sua carezza e tutto passa. Dovrei staccarmi da lei ma non posso. Ho bisogno di starci ancora un po’ assieme. I minuti si accumulano e passa un’altra mezz’ora. Maledizione! Mia moglie potrebbe accorgersi della mia assenza prolungata e beccarmi. Mi convinco che alla fine ne valga comunque la pena e tiro avanti altri cinque minuti. Ho gli occhi stanchi e la testa pesante. Siamo oltre l’una di notte e finalmente decido di allontanarmi da lei.
Questa è l’ultima sera che staremo vicini. Me lo dico ogni volta. Poi di solito ci ricasco.
Il giorno dopo però resisto. E anche il giorno dopo. E quello dopo ancora. Un paio di volte l’ho guardata da lontano e il pensiero è ritornato spesso a lei durante le giornate, ma ho sempre resisto. In quest’ultime due settimane non l’ho toccata, nonostante le tentazioni. Ho capito che era sbagliato, che era una perdita di tempo e che non era corretto nei confronti di mia moglie e dei miei figli.
Ora è tutto passato, per fortuna. Sto meglio. Ora leggo un libro, parlo con mia moglie o gioco coi bambini ogni volta che mi viene voglia di lei. La mia vita è di nuovo sana e regolare. Non sono più assuefatto da lei. Ogni tanto è così: mi succede di perdermi in una dipendenza per settimane, mesi o anni. La scimmietta mi sale in testa e non scende più. Poi però mi passa e torno quello di prima. Anche quest’ultimo mese intenso di Xbox è passato e lei ormai non mi tenta più. Ne sono uscito libero. Non sono più in catene.
Ora però devo andare a controllare, per la terza volta nell’ultima ora, quali esercizi di teatro che vorrei preparare per il gruppo. Poi devo ripianificare la scaletta delle prove perché le ultime due versioni non mi avevano soddisfatto. Infine devo riscrivere il riassunto delle scene per essere più preparato quando reciteremo. La nuova stagione teatrale mi ha preso alla grande, ma è tutto sotto controllo.
È proprio vero: ne sono uscito. Non ho più nessuna dipendenza. 

venerdì 11 ottobre 2024

ITALIENAREN – Porte in faccia

Signore e Signori, la storia che sto per raccontare non è divertente. Per niente. Ci sarebbe da piangere se ci si lasciasse sopraffare dallo sconforto e dalla tristezza. Io e i miei amici, però, siamo fatti di una pasta diversa, che non scuoce tanto facilmente come quella che trovi negli scaffali dei supermercati svedesi. Perché quando si tratta di stare assieme, divertirsi, gozzovigliare e giocare siamo dei veri bighelloni, degni delle migliori bande di saltimbanchi medioevali. Se però allo stesso tempo c’è l’opportunità di crescere e imparare, portando avanti un piccolo grande progetto teatrale che abbia l’ambizione se non di arricchire ma quantomeno d’intrattenere la comunità italiana a Stoccolma, allora le idee e le forze per superare le difficoltà si decuplicano. E di energia e di ingegno ne serve davvero tanto perché di questi tempi fare cultura non è affatto facile, signori miei. Non lo è per i professionisti, figurarsi per i sopracitati bighelloni che adorano così tanto quest’arte da essere definiti amatori.
Persino in Svezia da sempre attenta a questi aspetti sociali la favola sembra essere finita.
O forse no? Magari se riesco a infilare un folletto in questa storiella potrei far continuare la magia.
Il giorno dopo quindi esco di casa con la mia camicia a righe, ben stirata e abbottonata stretta fino al collo. Con una mano tengo la valigetta ventiquattrore con tutti i documenti importanti, con l’altra un borsone più grande con lo strumento del mestiere. Parto a piedi per una nuova giornata extra-lavorativa. Sorrido appena incontro i miei colleghi con gli stessi arnesi e vestiti allo stesso stile. Sembriamo dei predicatori americani e non dei rappresentati di aspirapolvere. Ne ridiamo assieme per sdrammatizzare e ci dirigiamo verso le prime porte che ci aspettano.
Una serie di villette a schiera tutte uguali le une alle altre si presentano davanti alla nostra vista. Ci dividiamo le abitazioni di legno rosse. Con passo deciso io punto a quella centrale. Percorro il breve vialetto, salgo il gradino del piccolo portico, mi assesto la cravatta e suono alla porta con una perfetta pressione del dito indice sul campanello. Aspetto. Passa qualche minuto. Nessuno risponde. Passa un altro minuto e ancora niente. Il mio sorriso smagliante si sta scalfendo. Alla fine la porta si apre con timidezza e dalla fessura ne esce mezza faccia di una rugosa anziana.
Il mio sorriso si ringalluzzisce e in un secondo estraggo l’aspirapolvere dal borsone.
«Buongiorno signora! Mi permetta di presentarle il nostro nuovo prodotto per la prossima stagione: il nuovissimo e sensazionale aspirapolvere VI-2024-25! Da oggi non si dovrà più preoccupare della polvere sui libri e sugli scaffali del salotto. Non ci sarà più bisogno di…»
«No, grazie. Non mi interessa.» La signora comincia a chiudere la porta.
«Ma guardi che con VI-2024-25 potrà finalmente dare una scrollata a quel bel vestito da sera che è nascosto nell’armadio e indossarlo per andare a teatro. E poi…»
«No, grazie. Non mi interessa. Arrivederci.» E chiude del tutto la porta.
Torno sulla strada principale e ritrovo i miei compagni. Tutti hanno ricevuto la stessa risposta. Ci può stare. Non ci perdiamo d’animo e ci incamminiamo verso il successivo blocco di abitazioni. Un condomino di cinque piani. Ci dividiamo i piani e gli appartamenti. Io prendo quello in alto.
Uno scalino alla volta, un po’ sudato, giungo al pianerottolo finale. Mi fermo a prendere fiato e mi sistemo la camicia. Prendo il manuale per mostrarlo meglio e suono al campanello con rinnovata speranza. Questa volta aprono subito. Buon segno, penso.
«Buongiorno! Sono un rappresentante dell’aspirapolvere VI…»
Il signore sulla sessantina, grassottello con i capelli bianchi, non mi lascia il tempo di finire la frase e io mi ritrovo col muso a un paio di centimetri dal legno della porta. D’istinto torno col dito sul campanello ma all’ultimo decido invece di bussare, per non disturbare. Nessuna risposta. Busso ancora una volta, più forte di prima. Niente.
Scendo le scale e ad ogni piano raccolgo i miei amici a pezzi come la fiducia in noi stessi. Intuisco che sia capitata la stessa sorte anche a loro. Giunti al pian terreno, ci diamo una pacca sulle spalle e ricominciamo a camminare. Non sarà certo questo a fermarci. Nuovo quartiere, nuove possibilità.
Mentre ci avviciniamo al gruppo di villette sulla collina, notiamo che i passanti cambiano strada ogni volta che ci vedono. Se chiediamo informazioni qualcuno fa finta di non averci visto e continua a testa bassa guardando il cellulare, altri ci insultano.
«Andate a cercarvi un lavoro vero!»
Inutile ricordar loro che per molti professionisti questo è un vero lavoro e che per noi questo è un hobby oltre al nostro lavoro principale. Non vogliono capire. Alzo le spalle e continuo a camminare. Ormai che siamo qui è meglio proseguire, penso.
Avvistiamo una bella villa a due piani, con un giardino grande e ben curato. Questa volta non ci dividiamo e tentiamo un approccio di squadra. Ci raccogliamo in una breve riunione strategica. Ne usciamo più forti e più convinti. Ora siamo pronti. Ci avviciniamo al recinto e suoniamo al citofono.
«Salve, siamo quelli degli aspirapolveri italiani in Svezia.»
«Prego, entrate!»
La voce non esita. Finalmente un po’ di gentilezza e di fortuna dalla nostra parte. Il cigolio del cancello che si apre è lieve e melodioso. Con coraggio e rinnovata fiducia, metto il primo piede dentro per dare il buon esempio. Il suono dell’acqua che scorre nella fontanella al centro del giardino rende il luogo ancora più idilliaco. I miei compagni mi seguono e i nostri passi smuovono la ghiaia in sincrono. Sorridiamo. Una folata d’aria inaspettata ci scuote i capelli pettinati e impomatati. Il rumore dei sassetti smossi sul viale aumenta nonostante noi ci fossimo fermati un attimo a capire che cosa stesse succedendo. Infine, il ringhio dei doberman ci gela il sangue.
«Scappate!», urlo a tutti quando colgo il pericolo. Corriamo a perdifiato verso il cancello che nel frattempo si sta richiudendo. Alle nostre spalle sentiamo l’alito dei cani: letale non solo perché hanno mangiato crocchette all’aglio ma anche perché i denti affilati ci accarezzano le chiappe. Con un salto alla Mission Impossible ci infiliamo tra le sbarre del cancello. Non capisco se siamo noi o i cani ad ansimare più intensamente. Di sicuro le risate del padrone di casa al citofono sovrastano entrambi gli ansimi.
Per oggi può bastare. Torniamo a casa mogi. Stasera per cena si continua con la dieta ipocalorica culturale. Stringiamo la cintura e andiamo avanti. Forse un giorno i proprietari di questa città capiranno che la polvere accumulata sulla televisione renderà tutti i programmi più grigi di quello che già sono, che il cibo sarà sempre più insapore e che a quel punto l’aria sarà irrespirabile.  Se non sarà troppo tardi, solo allora si renderanno conto dell’importanza degli aspirapolveri culturali.
Nel frattempo noi continueremo a operare con quello che abbiamo. Se saranno solo fine pulviscolo grigio, palle di pelo o capelli attorcigliati vorrà dire che costruiremo castelli di polvere.

venerdì 4 ottobre 2024

ITALIENAREN – Effetto Svezia

Abbandonare il nido. Cambiare città. Trasferirsi all’estero. Fare nuove esperienze. Far nascere e crescere una nuova famiglia. Imparare nuove lingue e nuove culture.
Tutte queste sfide nel corso degli anni mi hanno decisamente trasformato. Sono lentamente diventato un’altra persona. Ora i peli della barba sono bianchi, la flessibilità muscolare della schiena è pari a quella dei grissini Roberto, ho stabilito nuovi record mondiali di apnea in spiaggia per mascherare i rotolini di grasso addominali e infine l’altro ieri Matusalemme mi ha superato correndo più velocemente di me. Questo ovviamente non è colpa della Svezia, ma del timer della bomba a orologeria che si è attivato dopo aver compiuto i quarant’anni.
La Svezia, però, è responsabile di altri cambiamenti legati più ai miei comportamenti quotidiani. Che siano modifiche in positivo o in negativo non sta a me dirlo e non è dato saperlo neanche con un accurato test per il Covid o con un quiz della personalità su Donna Moderna.
La metamorfosi è iniziata a livello delle abitudini. Se entro in casa, che sia un appartamento, una stuga in campagna, una casa sull’albero o la cuccia del cane, le scarpe si rimuovono automaticamente senza che io sia consapevole del gesto. Se esco fuori di casa mi spalmo appena posso contro le pareti dei palazzi esposti al sole, anche se questo mi costringe a scalare la grondaia come Spider-Man fino al terzo piano. Se piove non me ne accorgo più, metto un cappello in testa sotto il sole e sotto la tempesta, come Sampei. Non penso più che -5 gradi sia da considerare freddo, nonostante non riesca a parlare perché mi battono i denti. Indipendentemente dalla temperatura esterna, appena sboccia la primavera ne approfitto per mettere il giaccone in sgabuzzino e indosso pantaloncini e maglietta a maniche corte. Quando parlo con gli altri, mento spudoratamente sulla mia tolleranza al freddo perché la mia home page sul computer è il sito delle previsioni del tempo e lo schermo del cellulare in corrispondenza della app col meteo è consumato.
Siamo quello che mangiamo, si suole dire. Infatti la diversa alimentazione ha modificato il mio corpo e la mia mente. Quando sono assieme ad altre persone non prendo mai l’ultima fetta di torta rimasta e al massimo la divido a metà. Ovviamente se non mi vede nessuno, eccome se l’arraffo l’ultima fetta. A dire il vero mi sono arruolato all’esercito svedese contro la lotta allo zucchero e mangio in generale molti meno dolci. Salvo disertare quando rubo i godis – le caramelle svedesi – ai miei figli. Faccio un’altra eccezione quando aspetto con ansia il giovedì, giorno dedicato ai pannkakor… a patto di mettersi la coscienza a posto mangiando prima la zuppa di piselli. L’effetto di tutta questa austerità alimentare si nota nell’assenza di smorfie e boccacce ogni volta che bevo l’amarissimo bryggkaffe – il caffè lungo svedese – rigorosamente senza zucchero. Col tempo ho anche abbandonato alcuni aspetti culinari delle mie origini italiane e ho accettato di usare la pancetta invece del guanciale, di bere il cappuccino dopo il coprifuoco di mezzogiorno e di spezzare gli spaghetti prima di farli bollire assieme alla mia cittadinanza italiana. Non ho però ancora riconosciuto il ketchup sulla pasta come piatto ammissibile per il palato e per gli occhi. Ne va della mia dignità: va bene essere criminali, ma non psicopatici.
Il mio modo di comunicare e di rapportarmi agli altri esseri umani ha anche subito variazioni. Saluto sempre dicendo “Hej” quando entro in un negozio o un bar, indipendentemente che mi trovi in Svezia, Udine o in un altro paese estero, destando spesso disagio negli altri e in me stesso. Aspiro l’aria come se avessi una cannuccia invisibile per annuire durante una conversazione. Ogni tanto i vicini di casa mi stanno antipatici quanto gli antibiotici e aspetto che abbiano lasciato il corridoio prima di uscire di casa per non rischiare di incontrarli. Nei casi più estremi prendo le scale – addirittura in salita se proprio necessario – piuttosto che fare il viaggio in ascensore assieme a loro oppure fantastico su come sia bello vivere isolati nella campagna svedese a più di 100 chilometri dall’abitazione più vicina. Non rido più sotto i baffi quando sento o leggo la parola “fika”. Incredibile.
Infine firmo ogni e-mail o sms mettendo inspiegabilmente la barra obliqua prima del mio nome. Così:
/Roberto Riva
 
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mercoledì 25 settembre 2024

ITALIENAREN – Lavatrici

I parenti in visita se ne sono appena andati. È stato bello rivederli. Lasciano sempre un vuoto difficilmente colmabile nel nostro cuore. Quello che invece non lasciano per niente vuoto è il cesto dei vestiti sporchi. Dopo solo tre giorni siamo sommersi da lenzuola e asciugamani che abbiamo prestato a nonni, zie e nipoti. Ogni volta che entro in bagno mi sembra di tuffarmi nel mare di capi e tessuti sparpagliati tra le immancabili borse blu IKEA e il pavimento. Mi sento annegare. Basta. Devo fare qualcosa.
Per fortuna c’è la tvättstuga, la lavanderia condominiale. Per un ragazzo di campagna come me, che veniva dalla provincia della provincia italiana, scoprire più di quindici anni fa l’esistenza delle lavatrici a disposizione di tutti i condomini è stato qualcosa di sconvolgente e stupefacente. La tvättstuga può trovarsi nelle cantine o al piano terra di un palazzo oppure in una stanza annessa nelle vicinanze. Se va male però può trovarsi in una casetta separata e per arrivarci occorre farsi una cinquantina di metri a piedi con le ciabatte e la vestaglia esposti alle intemperie svedesi quali vento, pioggia, neve o vicini di casa che non salutano.
Come si può intuire, i pericoli sono sempre dietro l’angolo. In alcuni casi, se le lavatrici sono poche e gli appartamenti tanti, può essere difficile prenotare la lavanderia. Succede così che appena noto nel calendario della tvättstuga un giorno infrasettimanale libero dopo le cinque di sera mi lancio giù in picchiata come un’aquila reale verso la rarissima preda nel deserto. Oppure può anche capitare di trasformarsi in avvoltoi e cominciare a svolazzare sopra la prenotazione in attesa che il leone si sia dimenticato di consumarla. In base alle regole condominiali, infatti, dopo circa dieci o quindici minuti, si può “rubare” il posto agli altri e accaparrarsi le tanto agognate lavatrici gratuite.
La tvättstuga è molto influente e può portare addirittura a cancellare appuntamenti, cene e feste perché del domani non v’è certezza e il prossimo slot disponibile per lavare i panni potrebbe slittare al mese successivo. È definitivamente più facile posticipare l’uscita con gli amici.
Come in una moneta non contraffatta, da un lato la lavanderia svedese offre le lavatrici (quasi) sempre funzionanti e dall’altro le asciugatrici. La scelta varia tra quelle classiche elettriche col rotore e la stanza calda con il filo stendipanni, una specie di sauna o viaggio ai caraibi per i vestiti bagnati. Là dentro si sta così bene che durante le serate buie e fredde invernali non vorrei mai uscirne. Una volta terminata l’asciugamento si può passare alla stesura ed è qui che la Svezia sorprende ancora una volta e non lascia nessuno solo. Con il lakansträckare, uno strumento meccanico formato da due rulli attaccati alla parete che bloccano il bucato, se ho perso a pari e dispari con mia moglie e sono stato condannato a fare il bucato da solo posso tranquillamente piegare le lenzuola senza dover chiedere l’aiuto di nessuno. Stile svedese allo stato puro.
Sebbene evento raro, non è da escludere il furto. Per questo motivo, ammaliato da quel cerchio metallico che gira e rigira come un anello del potere alla Tolkien col bucato in mezzo, ogni tanto mi è capitato di perdere la testa dimenticando i pasti per proteggere il mio “tessssoro”. Ci sono ovviamente metodi più ortodossi per serrare la porta della tvättstuga. Uno è sicuramente la vecchia e classica chiave a lucchetto. Non è una semplice chiave ma un blocchetto metallico corredato di targhetta con il numero del proprio appartamento. Serve sia a prenotare la lavanderia sia a chiudere la porta. Ovviamente col tempo sono stati soppiantati dalla tecnologia e ora nella maggior parte dei casi c’è un sistema elettrico molto rigido e rigoroso che non permette di accedere alla tvättstuga né un minuto prima né uno dopo il tempo assegnato. Per questo motivo gli inquilini più sbadati potrebbero arrivare in ritardo all’orario prenotato e incontrare i vicini abbaianti come doberman inferociti del turno successivo oppure ritrovarsi il bucato fradicio ammonticchiato per terra senza alcuna pietà. Quindi niente distrazioni e occhio all’orologio quando si tratta di tvättstuga. Io oggi per esempio ho tempo fino alle 22.00 per scrivere questo pezzo prima di scendere giù in lavanderia altrimenti la porta elettronica si bloccherà e dovrò tornarci mezzo assonnato domani mattina per supplicare il vicino che ha prenotato il primo turno alle 7 e recuperare la roba umida e stropicciata. Aspetta un attimo, che ore sono adesso? Le 22.01… Noooooo!
 
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venerdì 13 settembre 2024

ITALIENAREN – Parassiti

I bambini ritornano come sempre dalla scuola come una banda chiassosa completa di grancassa, tromboni e clarinetti. Per una volta tanto però, a fare più rumore non sono loro, ma la banda di delinquenti che si portano dietro. Più sopra che dietro, a dire il vero. In testa, per la precisione. Sono i temutissimi pidocchi. Nonostante quei piccolissimi stronzetti fossero stati preannunciati dalla lettera informativa della scuola le nostre precauzioni non sono state sufficienti. Non è bastato inondare il cuoio capelluto dei bambini prima di andare a scuola con abbondanti spruzzate di Linicin Prevent, che da quanto descritto dal bugiardino dovrebbe dare ai pidocchi lo stesso disgusto che dà la puzza d’aglio dei pendolari sul treno alle mie narici. Neanche i nostri discorsetti catechizzanti mirati a incoraggiare i miei figli a stare ad almeno dieci metri di distanza dagli altri bambini, specialmente quelli che si grattano la testa e che assomigliano a Telespalla Bob o Caparezza, sono serviti.
Ora serve intervenire in fretta. Bisogna passare alle misure forti.
Chiamo subito i vigili del fuoco, l’impresa di disinfestazione Anticimex, l’esercito svedese e la malavita organizzata stoccolmese, per la par condicio. Infine giusto per non sapere a quale santo votarsi mando un’enciclica anche al Papa in Vaticano. Qualcosa dovevo fare. Qualcosa deve succedere. Non posso vivere con dei parassiti in casa. E, per chiarezza, non mi riferisco ai miei figli.
In pochi minuti non solo il mio appartamento, ma anche tutto il palazzo è ricoperto da teloni a strisce alternate verdi e gialle come quelle dei film americani o – vista la mia reazione esagerata e alquanto ridicola – simili a quelle di un circo, non delle pulci ma ci andiamo vicino.
Mi faccio coraggio e m’infilo la tuta gialla di plastica isolante, i guanti protettivi, gli stivaloni di gomma e il casco ermetico con visiera. Walter White di Breaking Bad scansati che non sei niente in confronto.
Sulla mano destra tengo la fiamma ossidrica e sulla sinistra uno scudo medioevale raffigurante un imponente drago alato rosso fuoco. I miei figli tremano per la paura ma con un cenno di assenso del capo mi fanno capire che sono pronti a compiere il sacrificio per il bene della famiglia. Ora tutto è pronto per la fumigazione dei due pargoli.
Faccio un passo in avanti e proprio in quel momento mia moglie mi dà un buffetto in testa e mi scuoto da quello stato confusionale. Stavo solo sognando a occhi aperti. Queste barbarie non sono necessarie. Il problema però rimane e va risolto comunque al più presto.
Ci sono metodi migliori e meno brutali per liberarsi dei pidocchi. Punto primo, è fondamentale l’utilizzo di un pettine speciale a denti stretti. Come i fanoni delle balene che filtrano tutto e fanno passare solo il minuscolo plancton questa spazzola specifica blocca uova vuote – riconoscibili dal color bianco – e animaletti indesiderati morti – riconoscibili dall’espressione arrogante di sfida nei confronti dell’ospite. Non c’è dunque il rischio di finire come Pidocchio… hm, pardon, come Pinocchio e Geppetto nella pancia del grosso cetaceo. Punto secondo, bisogna applicare Linicin shampoo o lozione per uccidere i pidocchi vivi. Con forza bruta come se si dovesse arare un campo dopo l’estate afosa? No, basta lascialo riposare sui capelli per 15 lunghissimi minuti prima di sciacquare via tutto. La difficoltà sta nel trovare una canzone abbastanza lunga da cantare sotto la doccia. Punto terzo, per eliminare anche le uova che devono ancora schiudersi – riconoscibili per il colore più scuro – bisogna tornare al punto primo e ripassare il pettine mattina e sera. Una faticaccia. E io che pensavo che per eliminare le uova bastasse metterle in acqua e buttare via quelle che galleggiano.
Dopo un’oretta, mi siedo sul divano e rilasso i muscoli delle spalle, ma il bugiardino del Linicin mi richiama all’ordine. Niente soste: Il trattamento va ripetuto dopo dieci giorni seguendo l’alternanza punto uno, punto due, un-due, un-due, un-due, come una vera marcia dell’esercito.
Alla fine io e mia moglie siamo sudati in acqua, ma abbiamo finalmente completato la procedura. È stata durissima e ci meriteremmo un po’ di riposo, ma sento la maglietta tirare da sotto. È l’altro figlio che mi ricorda che ora è il suo turno e che poi toccherà anche a noi genitori: un bel grattacapo.
 
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mercoledì 4 settembre 2024

ITALIENAREN – Cambio d’aria

Pedalo sulla pista ciclabile come faccio ogni mattina per andare al lavoro. Alterno lo sguardo tra l’orizzonte fatto di bivi davanti a me e la strada sotto le ruote. Mi fermo al semaforo rosso e mi scappa un sospiro più forte del dovuto. Il ciclista alla mia sinistra mi lancia uno sguardo e sorride. Siamo solo a inizio settembre ma i marciapiedi hanno già le prime foglie sparpagliate per terra. Sono gialle, arancioni e rosse. Sugli alberi ce ne sono ancora di verdi però.
Un seme di acero atterra come un elicottero sulla manica del maglione all’altezza dell’avanbraccio. Lo spingo via con un gesto sovrappensiero e un brivido mi percorre la pelle dalla mano alla schiena. Mi sistemo il colletto e scuoto le spalle. Le temperature si sono abbassate nelle ultime settimane. Il vento che sprezza impavido da nord ne è la testimonianza. L’orlo dei pantaloni sulle caviglie ondeggia a intervalli regolari. Non è più tempo ormai per i vestiti estivi che lasciano scoperte le braccia e le gambe. Il labbro inferiore si sovrappone a quello superiore con un gesto automatico e trasforma la bocca in un broncio fanciullesco.
Mi stringo nelle spalle. Mi sa che anche stasera non potremo cenare in balcone, penso. Non è solo per il buio che ormai avanza a passi spediti verso il ritorno all’ora solare quando tutto sarà avvolto nelle tenebre dalle tre di pomeriggio fino a marzo inoltrato. Alzo gli occhi al cielo. È grigio. Tra poco pioverà, di una pioggia fine e irregolare, che va e viene, che non ti bagna ma che non ti lascia certo asciutto. Anche se non ci fossero le nuvole, il cielo non sarebbe dello stesso azzurro di un mese fa. Sembra strano a dirsi ma è così. Inarco il sopracciglio sinistro e abbasso quello destro, gli occhi non sono più allineati, storco il naso e sulle labbra ho ancora il broncio di prima. Sembro un quadro cubista di Picasso.
C’è qualcosa che si respira nell’aria oggi, ma non so ben descrivere. È un odore di nostalgia con un retrogusto d’angoscia per quello che mi aspetta nei prossimi mesi. Lo stomaco si contorce ma non per la fame perché ho da poco ingurgitato un maritozzo con la panna per colazione. Lo sguardo si perde nel vuoto alla ricerca di speranze. Nella testa parte Wonderwall degli Oasis e mi riporta così, senza senso, all’adolescenza. Sorrido, solo con un lato della bocca. Non era il periodo più sereno della mia vita ma mi ha fatto piacere ripassarci per un attimo, a rivedere vecchi amici e compagni di classe. I muscoli delle spalle si rilassano, le narici si gonfiano e sospiro di nuovo.
Delle imprecazioni giungono alle mie spalle. Non è certo il ritornello della canzone. Sono tutti i ciclisti dietro di me che stanno aspettando la mia ripartenza. È arrivato il semaforo verde e con lui anche l’autunno.
 
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