martedì 10 gennaio 2023

RACCONTI – Faccia a faccia

Mi guardo riflesso sullo schermo nero del computer spento e l’immagine guarda me. Non so se sorridere o sputarmi in faccia. Faccio una via di mezzo: un ghigno. Devo andarmene da questa casa. Prima però devo uscire dalla mia stanza e affrontare gli altri. Mi stanno aspettando tutti. Manco solo io alla riunione di famiglia. Mi alzo e lascio il portatile aperto alle mie spalle. L’immagine sembra rimanere lì beffarda, quasi a dirmi “Io non mi muovo”. Ma io devo andare.

Esco dalla stanza. Controllo sullo specchio lungo del corridoio come mi sta il maglione. Ho una macchia all’altezza del petto. Tipico. Non sono l’unico a notarla.

Mio padre mi ferma, mi squadra dalla testa ai piedi. Mi chiede perché non metto mai una giacca, perché non sappia mai tenermi in ordine e perché stia sempre un po’ gobbo. Con il suo solito tono da sergente di ferro mi rimprovera di essere in ritardo. Lui pensa di sapere perché e non tarda a rinfacciarmelo. Smettila di studiare psicologia, mi dice. Lascia stare quelle perdite di tempo. Sono solo stupidaggini. Se solo avessi deciso di studiare ingegneria come mi aveva suggerito lui… non avrei comunque mai ottenuto il suo rispetto ma almeno avrei una camicia addosso e lui forse sarebbe meno incazzato. Mio padre mi tira un’altra brutta occhiataccia e mi lascia andare.

Vado a fare pipì e a sistemarmi i capelli allo specchio del bagno. Lì ci trovo mia zia Franca: una donna che col tempo ha perso un po’ di entusiasmo e di coraggio ma è ancora vispa. Lei ha vissuto il ’68 e non mi stupirei se di nascosto si facesse ancora le canne. Non lo farebbe mai a casa mia, ma qualcuno ha esagerato con il deodorante per ambienti in bagno. Avevo mal di pancia, mi dice. Faccio fatica a crederle. Lei però cambia argomento. So cosa facevi in camera tua da solo, mi fa con tono accogliente mentre mi prende sottobraccio. Vorrei dirle che non sono più un adolescente, ma sto zitto per pudore e per non creare una situazione imbarazzante. Tu stavi scrivendo, mi dice con mio grande sollievo. Non lo ascoltare tuo padre, continua. Se vuoi scrivere, scrivi. Segui il tuo cuore. Scrivi ogni volta che puoi. Lasciati andare. Non farti scappare tutte quelle belle idee che hai. Leggo sempre quello che scrivi, sai: sei forte! Mi rincuora sentire tutti i suoi incoraggiamenti. Esco dal bagno galvanizzato. In fin dei conti potrei restare a questa cena di famiglia.

Scendendo le scale controllo il cellulare e sul riflesso dello schermo noto un pelo bianco sulla barba. Rimango accigliato. Mia madre mi ferma e guardandomi in faccia mi chiede. Ti vedo pallido, stai bene? Non ho tempo di rispondere che lei mi abbraccia e mi sommerge di domande. Hai mangiato qualcosa? Sei sicuro di non voler stare in camera tua? Hm, forse è meglio prendere un po’ d’aria, no? Hai salutato lo zio Gianni e la zia Franca? Perché hai fatto arrabbiare tua sorella? Hai fatto quello che ti ha chiesto tuo padre? Hai chiuso la porta a chiave quando sei uscito ieri?

Scanso mia madre con una mano e vado oltre. Sono riuscito ad arrivare in fondo alle scale. La porta di casa è a un passo, prendo in mano il giubbotto e la tentazione di uscire è forte. Dove pensi di andare? Mia moglie mi blocca subito. Non penserai mica di andare via e lasciarmi qui da sola con tutta la tua famiglia? Non passi abbastanza tempo con noi, mi rimprovera. Guarda tuo figlio: gioca sempre da solo. Perché non stai più con lui? Butto l’occhio verso il bambino di due anni che, seduto sul pavimento, muove una macchinina lego. Lui risponde al mio sguardo e sorride. Brum-brum-papà, conferma lui l’invito. Sei sempre pieno di impegni: lavoro, hobbies, amici… ti sei dimenticato di noi. Un velo di tristezza mi avvolge. Lo capisco dal mio sguardo riflesso sullo specchio in fondo alle scale. Riappoggio il giubbotto e vado in salotto.

Pss! Pss! Mio cugino Alfredo richiama la mia attenzione. Che vorrà ora? Lascia stare tua moglie. Lascia stare tuo padre. E lascia stare anche mia madre che ti dice di buttarti sulla scrittura. Ah, ecco dove voleva arrivare. Rilassati un po’, mi fa lui appoggiato al muro mentre armeggia con un coltello d’argento rilucente che probabilmente si intascherà a fine serata. Goditi la vita. Lascia perdere quello che ti dicono gli altri. Fai il tuo lavoro di psicologo e lascia stare il resto… anzi, sai cosa? Lascia stare anche il tuo lavoro: prendi un volo di sola andata per gli Stati Uniti e fatti un bel coast-to-coast oppure vai in India, in Giamaica, in Messico… vai dove ti pare, guarda, ma vai via da qua. Lasciati andare, cazzo! Sei sempre così rigido. Facile parlare per lui che non ha moglie, figli e lavoro stabile…

Mi giro dall’altra parte ma lo faccio troppo velocemente e vado a sbattere contro l’anta della cristalliera. Noto subito che la mia fronte riflessa sulla vetrina è già rossa: mi verrà un bernoccolo. Male, vero? Mi chiede mia sorella col suo solito sarcasmo. Io annuisco. Quindi ora capisci come ci si sente a vedere la mamma che sta sempre peggio con l’ansia e tu sei l’unica persona che la sta aiutando, vero? Mia sorella è tagliente come sempre. Tu te ne sei andato dal paese e l’hai lasciata a me, vero? Torni qui per le feste e ammazzano pure il vitello grasso per te, vero? Ma durante il resto dell’anno a lei non ci pensi, vero? Vorrei risponderle che si sbaglia ma non mi lascia parlare. Forse perché credi che almeno il papà stia bene, vero? Invece non sai che lui è sempre più testardo e perso nella sua ricerca dell’ordine, vero? Sarai anche diventato padre ma mi sa che ti sei dimenticato di essere ancora un figlio, vero?

E dai respiro a questo ragazzo! Mio zio Toni con la sua voce decisa mi salva dai cazzotti di mia sorella. La mia faccia martoriata (l’ho vista io stessa riflessa sui suoi occhiali spessi) deve avergli fatto pietà. Lo zio Toni mi offre un bicchiere di vino e mi trascina fuori dalla calca di parenti e dal brusio generale. Mi guarda dritto negli occhi e sentenzia. Sei vuoi scrivere, scrivi! Buttati a capofitto e fanculo il resto. Se vuoi fare lo psicologo, studia! Trova la tua specialità e sbaraglia gli altri. Se vuoi fare il cazzone, cazzeggia… ma alla grande però! Ride e m’inonda con i suoi sputacchi e il fiato etilico. Fai quello che ti pare, conclude, ma fallo al cento per cento! Basta con ste mezze misure del cazzo! Mi dà una pacca sulle spalle e mi spinge via. Se solo sapessi veramente quello che voglio e che posso fare…

Senza accorgermene sono finalmente nell’ingresso. Nessuno mi guarda. Nessuno mi ferma. Ho bisogno di fare una passeggiata. Da solo. È il mio momento. Prendo al volo il giubbotto e mi sistemo il berretto in testa. Sono pronto. Gli altri si accorgono solo ora delle mie mosse e si ammutoliscono all’improvviso. Passo la soglia ed esco. Ce l’ho fatta. Sono fuori. Sono uscito dalla mia mente: mi sa proprio che devo togliere un po’ di specchi. 

martedì 27 dicembre 2022

KISSENEFREGA – Il regalo

Tutto è al posto giusto: il numero 21 sulle spalle, la perfetta rifinitura della maglia giallo e blu, il piano bianco dritto e scivoloso, la rotazione e lo scorrimento fluido dei giocatori lungo le fenditure, il disco che viaggia senza trovare resistenza, le mazze da hockey che sferragliano una contro le altre. Tutto è perfetto. Due squadre, Svezia e Finlandia, che si sfidano in una partita che va ben oltre lo sport. Tutto è in ordine: il portiere con la maschera, i due arcigni difensori, le due ali scattanti e l’attaccante centrale pronto a segnare.
Questo è più di un semplice gioco. È più di un desiderio qualsiasi. Questo è il sogno di ogni bambino… quantomeno a partire dal 45° parallelo Nord in su e soprattutto in Svezia. Quello che vi descrivo è il mitico e inimitabile Stiga Play Off, Peter Forsberg Edition 2021. Ovvero l’ultima uscita dell’amatissimo gioco di hockey su tavolo. No, non è il gioco di hockey da tavolo (quello che in inglese viene chiamato air hockey). Non è nemmeno un semplice calciobalilla, biliardino o calcetto. Lo Stiga Play Off Table Hockey è molto di più. È movimento dei giocatori lungo tutto il campo da gioco. È mosse a 360 gradi, statiche o in agilità, passaggi filtranti in profondità o secchi ai lati. È abilità e strategia individuale e di squadra. Questo meraviglioso gioco è l’apoteosi di tut… va beh, avete capito, no? Smettiamola qua. Questo gioco è così amato che esiste pure una federazione che norma regole e tornei: la ITHF, International Table Hockey Federation. Le partite internazionali sono una gioia per gli occhi, se riesci a stare dietro alla velocità delle mosse e dei trucchetti che mettono in pratica gli sfidanti.
Ogni bambino svedese farebbe carte false per avere questo gioco nella sua cameretta. E ora si trova in casa nostra, come regalo di Natale per un bambino speciale che abita qui. Il pacco è stato scartato in fretta e furia. I giocatori, le porte e il segnapunti sono stati montati con la velocità della luce. Ogni mossa è stata eseguita con frenesia, con impazienza ed entusiasmo fino a giungere al tanto agognato momento di poter muovere le manopole e giocare fino alla morte giunta per disidratazione e mancanza di sonno.
Avreste dovuto vedere la sua faccia, i suoi saltelli sul posto per la gioia irrefrenabile. Avreste dovuto gustarvi il momento in cui ha accarezzato per la prima volta le manopole, in cui ha saggiato la scorrevolezza del disco sul piano di gioco, in cui ha inspirato profondamente l’inebriante odore di plastica nuova. Avreste dovuto vedere i suoi occhi lucidi al primo face-off (l’inizio della partita) e la felicità incontenibile e la corsa sotto la curva al primo gol realizzato. Da un lato tutto questo è emozionante e quasi commovente, ma dall’altro anche un po’ inquietante e imbarazzante. In fin dei conti stiamo parlando di un uomo adulto di quarant’anni.

E voi direte: e chi se ne frega di questo regalo? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

mercoledì 21 dicembre 2022

IL LAVORATORE – Antibiotici + Probiotici = Biotici?

Disturbi intestinali, un bicchiere d’acqua nella mano destra, due pillole di penicillina nella mano sinistra, una scatola di probiotici sul comodino e tanto mal di denti.
Come sono finito in questa invidiabile situazione?
Semplice. Bastano una tonnellata di stupidità e un pizzico di bugie.
Con stupidità si parla della mia, ovviamente. È vero che potrebbe essere considerato un effetto collaterale della pandemia. È vero che sarebbe potuto succedere lo stesso. Se però posticipi la visita di controllo dal dentista per tre anni di fila per paura che ti trovino qualcosa di brutto, ad esempio una carie gigante dalle sembianze mostruose che attacca i tuoi denti come in un orribile film dell’orrore di serie B degli anni ‘80, per poi ritrovarti con qualcosa di veramente brutto, ad esempio un cadavere in bocca (il mio molare) come in un’atroce verità di serie A degli anni 2020, allora tutto questo si può solo definire come stupidità. Chiunque ne converrebbe, ma non il me stesso degli ultimi anni che ha preferito fare il “maschio duro” e procrastinare tappandosi gli occhi nella speranza che tutti i malanni passino per intercessione divina. Non c’è da stupirsi che gli uomini muoiano prima… o quantomeno che si ritrovino a chiamare il dentista d’urgenza di domenica pomeriggio e farsi crivellare la mascella come in un film di Al Capone.
Passiamo ora alle bugie di questa storiella: qui si devono aprire due sottocategorie.
Prima tipologia o bugie davanti allo specchio: “I miei denti sono sani e non hanno mai avuto grossi problemi”; “È solo un po’ di febbre a 38 che sta scendendo, che sarà mai?”; “Sì, il linfonodo sotto la mascella si è gonfiato, ma se lo guardi da questa prospettiva sembra già meno infiammato”; “Al massimo peggiora, ma non è mai morto nessuno di sepsi… giusto? Giusto?”
Queste e altre simpatiche affermazioni mendaci sono classificabili come le bugie che ho raccontato a me stesso per non chiamare di nuovo il dentista dopo l’intervento d’urgenza. Sotto minaccia di mamma e moglie però ho dovuto richiamare la clinica e farmi dare un nuovo appuntamento.
Seconda tipologia o bugie sulla sedia reclinabile: “Ho avuto febbre a 40 per tre giorni”; “Faccio fatica ad aprire la bocca, a deglutire e a volte anche a respirare”; “Mi fanno male anche le orecchie”; “Il linfonodo è una palla da tennis”.
Queste sono invece le bugie che devo raccontare al medico svedese per farmi prescrivere gli antibiotici. Io pensavo che bastasse far affluire pensieri positivi e tanto, tanto supporto emotivo al mio sistema immunitario, magari con un bicchiere d’acqua e sale, per vincere le infezioni, ma a quanto pare non è sufficiente e servono anche gli antibiotici. In Svezia ottenerli è un’impresa ardua: sono infatti la terzultima nazione europea per uso di antibiotici e non hanno tutti i torti visto che mandati giù come acqua fresca portano allo sviluppo di resistenza di alcuni patogeni. Quindi in Svezia te li prescrivono solo se stai sul letto di morte e sei quasi spacciato. Si capisce subito che l’unica strada percorribile è quella della deprecabile ma essenziale esagerazione dei sintomi.
Eccomi qui quindi con le mie due pillole di antibiotici in mano. A guardarle meglio sembrano delle pepite d’oro del Klondike per la difficoltà che ho fatto per averle. Prima che il dentista ci ripensi e se le riprenda, metto in bocca le pastiglie e butto tutto giù con una bella sorsata d’acqua. Ora mi tocca cominciare con i fermenti lattici per compensare i danni alla flora batterica intestinale. Tutto questo mi lascia con un dubbio: antibiotici più probiotici mi trasformeranno in un batterio biotico?
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/antibiotici-probiotici-biotici/

giovedì 15 dicembre 2022

IL LAVORATORE – AW

Succede una volta al mese. Di giovedì.
No, non è un nuovo programma televisivo di Giovanni Floris, ma quello che accade una volta al mese, di giovedì, al lavoro da me a Stoccolma.
Per definizione succede sempre dopo una giornata infinita passata ad ascoltare infiniti problemi degli infiniti pazienti della clinica dove lavoro. Quindi spesso sono a pezzi. Torno a casa? No, perché c’è l’inevitabile AW, AKA (Also Known As) After Work. Sì, anch’io trovo che ci siano un po’ troppi acronimi e parole inglesi per descrivere una festa aziendale. Si potrebbe definire più semplicemente come una serata con i colleghi alla quale DEVI* partecipare: per fare squadra, per non sembrare un sociopatico e soprattutto per bere e mangiare gratis. (*Nessuno mi obbliga, è solo il mio cervello bacato che si pone vincoli da solo)
In realtà non succede niente di strano, ma solo le solite cose in quasi qualsiasi festa lavorativa infrasettimanale in Svezia: birrette a bassa gradazione, vinelli di improbabili vigneti italiani, spuntini spesso vegani per andare in contro alle esigenze di tutti, patatine e formaggi puzzoni. Infine lei, l’immancabile zuppetta: di carote, di zucca, di pomodori, di ceci… di qualsiasi verdura che rispecchi la stagione in corso. Sembra che i miei colleghi non possano fare un After Work senza lei, la zuppa. Per fortuna mi piace molto e ne mangerei a chili. O si dice ne berrei a litri? Boh, è come quel vecchio succo Mangiaebevi: non l’ho mai provato perché non sapevo da che parte cominciare.
Dopo aver finito di mangiare, perché è finito il cibo e non perché siamo sazi (maledizione, non sono riuscito a fare il secondo giro di zuppa), si passa ai giochini, giochetti, quiz su qualsiasi argomento, intrattenimenti vari, chiacchiere stimolanti, chiacchiere noiose, chiacchiere spensierate in buona compagnia per scoprire anche i lati non lavorativi dei colleghi. Divertente sì, ma anche faticoso e io purtroppo non duro molto. Sento già il coro di “BUU!” del pubblico, soprattutto dei più giovani. Lo so, ma che ci volete fare, ormai sono vecchio. Non ho più l’età per fare certe cose e i bimbi a casa hanno nascosto le mie ultime riserve di energie in qualche cassetto ben chiuso. La chiave se la sono probabilmente ingoiata… assieme all’ultima cucchiaiata di zuppa.
Non reggo molto, quindi. Dopo un po’ ho già gli occhi rossi, la gola secca e il cervello che va a rilento, saturo di tutte queste parole svedesi che gli entrano dalle orecchie e gli escono dalla bocca e delle quali ormai non si assume più la responsabilità. Giuro che non è (solo) colpa delle birre! Per farla breve sono stanco, a pezzi, distrutto. Vorrei andare a casa ma non posso perché è il turno del mio gruppo di riordinare la cucina dopo la festicciola. Dopo che anche l’ultimo collega ha colto i nostri sguardi minacciosi e ha deciso “volontariamente” di andare a casa, puliamo tutto, facciamo partire le lavastoviglie, spegniamo tutte le luci, inseriamo l’allarme e ce ne andiamo.
Fuori è buio pesto. Vado verso la metro passando vicino al cimitero e ad alcune ditte di pompe funebri che espongono le lapidi nel giardino d’ingresso. Per un attimo mi sembra di vedere Michael Jackson ai bei tempi di Thriller, ma in realtà è solo un passante. Nel dubbio che si trasformi in uno zombie accelero il passo e giungo sano e salvo alla stazione. Nella fretta e nella frenesia di mettere tutto a posto il prima possibile non sono neanche riuscito a guardare l’orologio. Saranno almeno le ventitré e trenta o forse addirittura mezzanotte, penso con la testa pesante e lo sguardo stravolto. Poi guardo il cellulare: diciannove e quarantadue!
E domani si torna al lavoro.

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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/aw-after-work/

martedì 6 dicembre 2022

KISSENEFREGA – Sei punti

Quest’anno solo sei punti.
Non è il referto della mia cartella clinica dopo un trauma cranico. Non è neanche il conteggio di quello che è rimasto nella mia patente a fine anno. È solo il riassunto di un dramma esagerato da quattro soldi.
I punti li ho collezionati stamattina alle ore 8.05 per strada mentre portavo i miei figli a scuola. Avevo appena lasciato il più piccolo alle sue maestre e mi stavo dirigendo verso l’altro ingresso per portare il bambino più grande. Era una bellissima giornata: fredda ma soleggiata. Una di quelle giornate di dicembre stoccolmese che ti rinfrancano dopo un grigio e buio novembre. Come sempre accade in queste occasioni, camminavo serenamente senza aspettarmi minimamente quello che mi sarebbe successo da lì a pochi minuti. Infatti, svoltato l’angolo del palazzo, proprio mentre tenevo teneramente la mano di mio figlio e rispondevo ai suoi soliti perché, la tragedia era lì pronta ad attendermi. Era bastato sporgere la testa per vedere la prima pallottola sfiorarmi l’orecchio. Spinto dall’inerzia e ancora confuso sull’accaduto ho continuato a camminare fino a ritrovarmi a pochi metri dall’aggressore. A quel punto non c’era modo di evitare la mitragliata che mi ha colto al petto. Non ho fatto in tempo a reagire. Non ce n’era proprio la possibilità. La scarica di colpi mi ha piantato lì sul posto e mi ha fatto accasciare senza speranza.
Ho guardato in faccia mio figlio che non aveva ancora ben capito che cosa fosse successo. Avrei voluto dirgli addio, ma non ne ho avuto tempo. La mia attenzione era troppo focalizzata sul bersaglio di quella mitragliata. Ho controllato il petto e l’addome con lo sguardo angosciato di chi già sapeva quello che avrebbe trovato. Del sangue, però, non c’era traccia. Non ero morto. Non ero neanche ferito. Sono rimasto fermo e zitto per un paio di secondi, stupito della piega degli eventi. Poi purtroppo ho capito. Quelli che avevano trafitto il mio corpo non erano proiettili, erano note musicali. Di una specifica canzone, una che può farti fuori anche senza ucciderti.
Ho imprecato ad alta voce. Gli uccellini sugli alberi hanno smesso di cinguettare e sono volati via dai rami. I bambini hanno interrotto i loro giochi con la neve e sono rimasti a bocca aperta. Nonostante avessi parlato in italiano gli altri genitori si sono girati a guardarmi con repulsione. Hanno sicuramente capito il contenuto delle mie frasi dall’intonazione colorita. Oppure erano italiani anche loro. No, impossibile, se fosse così probabilmente avrebbero riso (in realtà se fossero italiani avrebbero pasta, ma non mi voglio soffermare sui dettagli). In lontananza ho sentito un lupo ululare nella notte. Le lancette dell’orologio del campanile si sono bloccate e… va beh, basta. Immagino abbiate capito.
Le note che mi hanno messo fuori gioco erano quelle di “Last Christmas” degli Wham! Il mio Whamageddon 2022 finisce qui: 6 dicembre, quindi sei punti.
Lo so, ho esagerato. Non è una tragedia. È solo un gioco stupido su internet che giunge al termine… e arrivederci al prossimo anno. La mia vita continua come prima. Non ci sarà nessun problema per me.
— Papà, cos’erano tutte quelle cose che hai detto col cane, il porco e la bestia? Erano divertenti… posso insegnarle ai miei amici? Posso raccontarle alla mamma?
Oh no, mi sbaglio. Ora sì che sono nei guai.
 
E voi direte: e chi se ne frega del Whamageddon? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

mercoledì 30 novembre 2022

RACCONTI – Remember, remember…

Remember, remember...
Atto unico

Novembre. Prova generale dello spettacolo “Sentiamoci bene” in un teatro di periferia di Stoccolma.
REGIA — (Sul palco dà indicazioni agli attori. È incazzata, come sempre) Porca miseria Salute, siamo professionisti! Non siamo qui a fare le cose per sport!
SPORT — Che c’entro io ora?
REGIA — Non ho detto per Sport… ho detto per sport, è chiaro?
SPORT — Chiaro, chiaro!
REGIA — Allora, dove eravamo rimasti? Ah sì, siamo professionisti. Lo so che l’ultimo mese di prove ha fatto schifo, ma domani abbiamo la prima e dobbiamo fare gli ultimi sforzi!
SALUTE – Va bene, capo. Mi spremo ancora un po’. Entro in scena e mi metto subito a sgobbare.
REGIA — Esatto! Così ti voglio. (Pausa durante la quale esce di scena e si mette in cabina di regia) Bene. Ricominciamo.
 
SALUTE — (Recitando e trascinandosi in scena) È mercoledì… uff… ora di pranzo... troppo tardi per sentire l’effetto rinvigorente di domenica scorsa e troppo presto per puntare al fine settimana successivo… uff… dovrei prendermi una pausa… Sì mi sa tanto che mi prendo un giorno libero! (Pausa più lunga)… mi prendo una pausa, un giorno libero… (pausa ancora più lunga)… non lavoro… uff…
 
REGIA — (Da fuori scena) Stop! Ma si può sapere dove cazzo è Lavoro? (Grida) Lavoro!
TUTTI — (Gridano e cercano dietro le quinte) Lavoro!
SPORT — (Rivolgendosi in regia) Coach, ho cercato di corsa dappertutto e non lo trovo.
REGIA — Ma come è possibile. Pensavo che fossimo tutti qui. (Al tecnico audio/luci) E tu perché ridi?
TECNICO — (Sghignazzando sotto i baffi) Non sto ridendo.
REGIA — Qualcuno di voi ha visto Lavoro a inizio prove?
LAVORO — (Entra trafelato dall’ingresso del teatro. Ha il fiatone e fatica a parlare) Eccomi! Scusate… è che… è che stamattina… è successo qualcosa di strano… (il tecnico ridacchia) non so bene come ma… ma mi è suonata la sveglia più tardi e quindi ho fatto tutto con un’ora di ritardo.
REGIA — (Capisce tutto e parla al tecnico) Sei stato tu vero?
TECNICO — (Cerca di trattenere le risate) A fare cosa?
REGIA — Hai spostato la lancetta dell’ora indietro di un’ora nella sveglia di Lavoro così è arrivato in ritardo.
TECNICO — (Non si trattiene più) Ma no… sarà stato il mio predecessore. Come potrei averlo fatto io! Non è legale! (Scoppia a ridere)
REGIA — Ma io ti ammazzo, sai! (Lo insegue) Io ti caccio a calci in culo! (Rinuncia a prenderlo e si ricompone) Andiamo avanti dai. Allora, ora Lavoro è pronto e si mette in posizione. (A Lavoro) Mi raccomando, interrompi Salute quando vuole prendersi un giorno di vacanza, ok? Andiamo!
 
SALUTE — (Recitando e trascinandosi in scena) È mercoledì… uff… ora di pranzo... troppo tardi per sentire l’effetto rinvigorente di domenica scorsa e troppo presto per puntare al fine settimana successivo… uff… dovrei prendermi una pausa… Sì mi sa tanto che mi prendo un giorno libero!
LAVORO — (Recitando) No! Non puoi! (Risata satanica) Non te lo permetterò. Non ti do le ferie. In vacanza ci vai solo a Natale!
SALUTE — Eh dai. Almeno un giorno. Non chiedo tanto.
LAVORO — No, devi lavorare per me ininterrottamente fino al 24 dicembre.
SALUTE — Non ce la faccio. Sto male. Mi manca la vitamina D e poi… (pausa. È confusa perché vede cadere foglie gialle, arancioni e rosse dal soffitto)
LAVORO — (Cerca di improvvisare) E poi, cosa? Un’altra delle tue lamentele?
 
REGIA — (Sussurra al tecnico) Ma che cacchio stai facendo?
TECNICO — Ah, non dovevo farle cadere ora?
REGIA — No, imbecille! Le foglie sono già cadute nel primo atto. Falle smettere. (Più ad alta voce agli attori in scena) Andate avanti, fate finta di niente.
 
SALUTE — (Recitando) E poi se non mi dai ferie io ti lascio e vado con Famiglia e mi faccio mantenere da Hobby!
LAVORO — (Ride fragorosamente) Questa è bella! Ti fai mantenere da Hobby? Chi quel nanerottolo con l’aria sognante? Ma se non riesce a mantenere neanche sé stesso.
BUIO
 
LAVORO — Ma come? Buio così presto?
TECNICO — Beh, sul copione c’è scritto così.
REGIA — No, no e no! Non ci va il buio adesso. Stai leggendo il copione vecchio.
TECNICO — Non è possibile: il copione è sempre lo stesso ogni anno.
REGIA — E invece quest’anno abbiamo deciso di cambiarlo.
TECNICO — Ma non si può…
REGIA — Si può, si può. Io sono Regia e io decido. Ora fai il bravo e metti su una bella luce gialla forte. Apri tutto. Smarmella la scena!
 
LAVORO — (Recitando) Questa è bella! Ti fai mantenere da Hobby? Chi quel nanerottolo con l’aria sognante? Ma se non riesce a mantenere neanche sé stesso.
SPORT — (Entra con due barattoli in mano) Non ti preoccupare Salute. Ti salvo io: ecco le endorfine… e se vieni fuori con me ti do anche questa.
SALUTE — Cos’è?
SPORT — Vitamina D.
SALUTE — Ah… temo che non mi basti.
 
REGIA — (Tra sé, mentre gli altri recitano) Che è sta luce? (Sottovoce al tecnico) Ti ho detto luce gialla forte, non grigia e triste. Che roba hai fatto? Alza. Oh, alza! (Si guarda attorno) Ma dov’è? Dov’è sparito quell’imbecille…
HOBBY — (È un tipo basso. Entra piangendo) Il tecnico mi ha insultato.
REGIA — Cosa?
HOBBY — Ha detto che non valgo niente e che non andrò mai da nessuna parte.
REGIA — Ma non è vero!
HOBBY — Ha detto che sono sopravvalutato e che tutte le bugie che mi racconto hanno le gambe corte… e poi ha indicato le mie gambette! (piange più di prima)
TECNICO — Non ho detto proprio così… e comunque lo pensano tutti qua dentro ma nessuno lo dice…
REGIA — Stai zitto tu, disgraziato! (Si avvicina a Hobby come una mamma premurosa) Hey, hey, hey… vieni qua! Tu sei piccolo sì, ma hai un sacco di energia che trasmetti a tutti. Se non ci fossi tu Salute starebbe da schifo!
SALUTE — Beh, a dire il vero, le paranoie di Hobby non è che mi fanno stare sempre così bene…
TECNICO — Vedi che ho ragione!
REGIA — (Dà un’occhiataccia a Salute e al tecnico) Ssst! Insomma. Stiamo cercando di recuperare la tenuta psicologica di un collega in difficoltà.
FAMIGLIA — Ci penso io! (abbraccia Hobby che un po’ alla volta smette di piangere)
HOBBY — Sto già meglio.
REGIA — Grazie Famiglia. Cosa farei senza di te. (Famiglia lo tiene stretto) Sì, ma ora lasciami stare. Staccati dalle mie gambe.
SPORT — Poi ci do un’occhiata anch’io: con una bella cors…
TUTTI — (Lo anticipano) …corsetta all’aria aperta o un po’ di esercizio in palestra passa tutto in fretta!
REGIA — Lo sappiamo Sport. Lo sappiamo.
SPORT — E allora perché non lo fate?
REGIA — (Pausa d’imbarazzo) Hm… andiamo avanti. Ci siamo tutti? (Gli altri annuiscono) Bene.
 
SPORT — (Recitando. Entra con due barattoli in mano) Non ti preoccupare Salute. Ti salvo io: ecco le endorfine… e se vieni fuori con me ti do anche questa.
SALUTE — Cos’è?
SPORT — Vitamina D.
SALUTE — Ah… temo che non mi basti.
FAMIGLIA — Certo perché hai bisogno anche dei miei abbracci.
HOBBY — …e della mia neve!
 
REGIA — Stop! Neve? Come neve?
HOBBY — Ne ho trovata una montagna proprio dietro l’angolo.
REGIA — (Al tecnico) Dimmi che tu non c’entri niente!
TECNICO — Ma un po’ di neve ci sta, dai! È il periodo giusto.
REGIA — No, noi non la vogliamo. (Agli altri) Vero?
TUTTI — No, non vogliamo la neve!
REGIA — Ecco. Visto? Niente neve. Bene, ora ricominciamo: entra Famiglia e dice “Certo perché hai bisogno dei miei abbracci.” E poi Hobby dice “…e della mia penna!” Non della mia neve. Andiamo, dai. Tutti in posizione. E Luci. (Pausa) Luci! (Pausa) Ho detto luci!
TECNICO — Stavo spalando la neve, ora le met…
REGIA — (Sbotta contro il tecnico) Oh, senti Novembre, hai rotto il cazzo! Sei il peggior tecnico luci che abbia mai visto per il nostro spettacolo “Sentiamoci bene”. Sei licenziato!
TECNICO — Mah, io… veramente…
REGIA — Ce la caveremo anche senza di te. Anzi, guarda: il tuo sostituto è già pronto alle porte d’ingresso. Fatelo entrare, va’.
DICEMBRE — (È un tipo grassottello, con barba e baffi bianchi, vestiti larghi rossi e bianchi. Entra un po’ impacciato, tutto aggrovigliato nelle luci multicolori natalizie. Ha un sorriso smagliante) Oh oh oh! Saluti a voi gente! Ho pensato a una canzoncina che scalderà gli animi. (Fa partire “Last Christmas” degli Wham!)
REGIA — (Mettendosi le mani davanti alla faccia) Oh mio Dio! E domani abbiamo la prima!
 
BUIO (Questa volta per davvero)

venerdì 25 novembre 2022

IL LAVORATORE – Neve!

Sabato
Neve! Che bello: tanti piccoli fiocchi bianchi che cadono dal cielo e illuminano la giornata. Corro a prendere lo slittino (no, non perché lo voglio io, ma perché lo vogliono i miei figli, sia chiaro), scendo in cortile con carote, fagioli e un peperone per fare un minestr… no, per decorare la faccia del pupazzo di neve gigante, preparo un igloo per poterci restare la notte e risparmiare un po’ sulla bolletta del riscaldamento e costruisco una barricata per la colossale ed epica battaglia a palle di neve tra famiglie del vicinato.
 
Domenica
Mi sveglio presto la mattina (no, non perché lo voglio io, ma perché lo vogliono i miei figli, sia chiaro) e scosto le tende della camera: neve. Evviva! Ne è scesa altra anche durante la notte e ora tutta la città è veramente ricoperta da un soffice strato di gelato pronto ad essere assaggiato nei suoi mille candidi gusti: fiordilatte, crema, cocco, vaniglia, limone, cioccolata… hm no, bambini, gli ultimi due gusti lasciateli stare. Mi tuffo a testa sul cumulo di neve dal balcone di casa anche se so che dovrò mettere ad asciugare tutti i vestiti sul termosifone per tutta la notte, ma chissenefrega, ormai non succede così spesso di godersi queste belle giornate.
 
Lunedì
Ha nevicato ancora: tutta la notte e tutto il giorno. Evviv… no, ora Ebbasta! Oggi è un lunedì qualsiasi di fine novembre e si lavora. Non voglio affrontare l’Odissea del viaggio in metro, arrivare fradicio in ritardo e dover comunque constatare che i miei pazienti gradualmente cancelleranno tutte le visite della giornata fino a ritrovarmi con gruppi di terapia formati da due persone: io e una altra persona, la mia collega.
 
Martedì
Slask! Questa è la parola del giorno da imparare in svedese. Credo che si possa tradurre come fanghiglia, quella che si forma quando c’è ancora tanta neve ma molta di essa comincia a sciogliersi perché siamo ancora sopra lo zero. Poltiglia che forma delle simpaticissime pozzanghere di acqua e melma sui bordi delle strade. Un miscuglio malefico che neanche una strega incazzata potrebbe pensare di preparare.


Ah, la neve a novembre. Quanti ricordi… la mia mente corre subito al 2016, per esempio, quando mio figlio aveva circa 5 mesi, mia moglie era a casa in maternità e io assonnato ero al lavoro, bloccato dalla neve caduta copiosa a formare uno strato di circa 40 centimetri. Fu la peggiore tempesta degli ultimi cent’anni. Non male se ti trovavi dall’altra parte della città, il servizio pubblico era inesistente e tutti i taxi occupati e/o bloccati. L’unica soluzione fu farsi una decina di chilometri a piedi nella tratta Nacka-Stoccolma, in compagnia di colleghi e migliaia di altri lavoratori desiderosi di tornarsene al calduccio di casa. Una bella passeggiata di salute, respirando gas di scarico di tutte le macchine imbottigliate nel traffico a colonna ininterrotta tra periferia e città.
 
Ritorno al presente ma non sembra essere cambiato molto: ritardi della metro talmente alti da far invidia a Trenitalia; tratte dell’autobus cancellate con i gestori del trasporto pubblico che come ogni anno cadono dalle nuvole assieme alla neve, sorpresi dal clima di novembre; automobilisti che spalano metri di neve attorno all’automobile con la paletta della sabbia dei figli per uscire dal parcheggio e appena possono scivolano letteralmente via sulle strade ghiacciate. Mi scappa un ghigno maligno al pensiero di quei coglioni che sono stati così sprovveduti da non essere ancora passati alle gomme invernali… ma il sorrisetto mi si ferma in gola. Aspetta un momento: merda, io sono uno di loro!

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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/neve/