Blog da Strapazzo
venerdì 28 novembre 2025
ITALIENAREN – Buchi nell’acqua
Quattordici isole
ufficiali, circa 24 000 stimate, un numero incalcolabile di laghi,
un-numero-inventato-ma-grande-grandissimo-di metri cubi d’acqua, spiagge di
sabbia e di sassetti di ogni tipo, scogliere per i tuffi… eppure a Stoccolma
non si può nuotare. Sembra un paradosso ma non lo è.
mercoledì 5 novembre 2025
ITALIENAREN – Giochino autunnale
Se fai meno di 100
punti sei vivo.
Semplice.
Arrivi, le porte si aprono, entri, le porte si chiudono, ti siedi e aspetti il tuo turno. Basta guardarsi attorno, fare meno punti possibile, stare sotto il 100 e rimanere vivo. Sembra facile, ma non lo è.
Se ti volti a destra e a sinistra e incroci lo sguardo di un altro concorrente disarmato come te è un buon segno. Rimani a zero.
Trovi una persona che sta leggendo un libro? Vai a complimentarti ma poi però segna 1 punto.
Se trovi un individuo che dorme o che riposa con gli occhi chiusi, prendi 2 punti.
Se qualcuno attorno a te sta parlando con un altro essere umano – i neonati e i cani non contano – non male, ma attenzione, guadagni 3 punti. Se lo fa al telefono, le regole sono più ferree e si aggiungono 4 punti.
Un passeggero ascolta musica o un podcast con gli auricolari? I punti da sommare sono 5. Bisogna dare il beneficio del dubbio e supporre che la musica o gli argomenti trattati siano interessanti, ma se per qualche motivo scopri che ascolta musica trap, hai perso. Insindacabile.
Ora il gioco si fa sempre più duro quando arriva l’inevitabile schermo che tutto vede e tutto controlla. Appena scovi un essere umano che guarda il cellulare per un periodo di tempo limitato, magari solo per controllare l’ora o per verificare se il suono che ha sentito era quello dei suoi messaggi, ma poi rimette via l’aggeggio infernale in tasca o nella borsetta, ti salvi con solo 6 punti. Se lo vedi pigiare con foga sui tasti in un comportamento di apparente comunicazione interpersonale a distanza i punti salgono a 7.
Quando noti qualcuno attorno a te rapito dalla luce fioca del cellulare ma almeno ride, sembra preoccupato, assorto o quantomeno mostra una ben che minima parvenza di emozione residua nella sua espressione facciale, metti 8 punti in saccoccia. Ne prendi invece 9 se la persona in questione non batte ciglio o sembra fissare il vuoto nonostante il ditino continui a muoversi su e giù senza meta e senza scopo in maniera automatica.
Il treno continua a sfrecciare implacabile tra una zona e l’altra della città. Vecchia gente scende, nuova gente sale. Il gioco continua inesorabile. Pensavi di esserti salvato, ma arrivano i bonus combinazione: musica nelle orecchie più sonnellino fa 5 + 2; deprivazione sensoriale visiva e uditiva in contemporanea fa 5 + 6. Il gioco è spietato.
Infine il colpo finale: se scopri che uno dei tuoi vicini di posto sta giocando a Candy Crush Saga o addirittura a qualcosa di più stupido, i punti sono 15. Pesante!
La tua meta si sta avvicinando. Con lo sguardo hai incrociato circa una ventina di persone sedute e una decina in piedi. È il momento di eseguire il calcolo finale. Fai la conta che ti separa dall’essere o non essere vivo. Segna bene tutti i punti accumulati.
Ne hai fatti 99? Bene, non sei finito in uno scompartimento di zombi tecnologici. Sei vivo. Vai subito a scriverlo su tutti i social... oh no, hai il cellulare in mano. Avevi ancora un piede nel vagone della metropolitana e hai appena aggiunto 6 punti al pallottoliere del giochino. Hai sballato.
Sei un non-vivo!
Semplice.
Arrivi, le porte si aprono, entri, le porte si chiudono, ti siedi e aspetti il tuo turno. Basta guardarsi attorno, fare meno punti possibile, stare sotto il 100 e rimanere vivo. Sembra facile, ma non lo è.
Se ti volti a destra e a sinistra e incroci lo sguardo di un altro concorrente disarmato come te è un buon segno. Rimani a zero.
Trovi una persona che sta leggendo un libro? Vai a complimentarti ma poi però segna 1 punto.
Se trovi un individuo che dorme o che riposa con gli occhi chiusi, prendi 2 punti.
Se qualcuno attorno a te sta parlando con un altro essere umano – i neonati e i cani non contano – non male, ma attenzione, guadagni 3 punti. Se lo fa al telefono, le regole sono più ferree e si aggiungono 4 punti.
Un passeggero ascolta musica o un podcast con gli auricolari? I punti da sommare sono 5. Bisogna dare il beneficio del dubbio e supporre che la musica o gli argomenti trattati siano interessanti, ma se per qualche motivo scopri che ascolta musica trap, hai perso. Insindacabile.
Ora il gioco si fa sempre più duro quando arriva l’inevitabile schermo che tutto vede e tutto controlla. Appena scovi un essere umano che guarda il cellulare per un periodo di tempo limitato, magari solo per controllare l’ora o per verificare se il suono che ha sentito era quello dei suoi messaggi, ma poi rimette via l’aggeggio infernale in tasca o nella borsetta, ti salvi con solo 6 punti. Se lo vedi pigiare con foga sui tasti in un comportamento di apparente comunicazione interpersonale a distanza i punti salgono a 7.
Quando noti qualcuno attorno a te rapito dalla luce fioca del cellulare ma almeno ride, sembra preoccupato, assorto o quantomeno mostra una ben che minima parvenza di emozione residua nella sua espressione facciale, metti 8 punti in saccoccia. Ne prendi invece 9 se la persona in questione non batte ciglio o sembra fissare il vuoto nonostante il ditino continui a muoversi su e giù senza meta e senza scopo in maniera automatica.
Il treno continua a sfrecciare implacabile tra una zona e l’altra della città. Vecchia gente scende, nuova gente sale. Il gioco continua inesorabile. Pensavi di esserti salvato, ma arrivano i bonus combinazione: musica nelle orecchie più sonnellino fa 5 + 2; deprivazione sensoriale visiva e uditiva in contemporanea fa 5 + 6. Il gioco è spietato.
Infine il colpo finale: se scopri che uno dei tuoi vicini di posto sta giocando a Candy Crush Saga o addirittura a qualcosa di più stupido, i punti sono 15. Pesante!
La tua meta si sta avvicinando. Con lo sguardo hai incrociato circa una ventina di persone sedute e una decina in piedi. È il momento di eseguire il calcolo finale. Fai la conta che ti separa dall’essere o non essere vivo. Segna bene tutti i punti accumulati.
Ne hai fatti 99? Bene, non sei finito in uno scompartimento di zombi tecnologici. Sei vivo. Vai subito a scriverlo su tutti i social... oh no, hai il cellulare in mano. Avevi ancora un piede nel vagone della metropolitana e hai appena aggiunto 6 punti al pallottoliere del giochino. Hai sballato.
Sei un non-vivo!
lunedì 27 ottobre 2025
ITALIENAREN – Contratto diabolico
È una notte fredda
e umida di fine ottobre. I passi evitano le pozze d’acqua delle piogge
incessanti dell’ultima settimana. Lo sguardo è basso a rincorrere i pensieri che
si perdono tra una mattonella e l’altra. All’improvviso una luce in fondo a un
vicolo dietro l’angolo esplode nella notte. È una luce rossa intensa, dai
contorni arancioni e dagli sprazzi giallo intenso. L’attenzione si sposta verso
la fonte di calore e lo stupore assale gli occhi. Un verso animale, quasi
ultraterreno, colpisce e scuote i passanti. Dall’angolo si alza un’ombra che s’ingrossa
sempre di più, fino a diventare una figura enorme dai contorni indefiniti che
si intravede tra una coltre di fumo grigio. Il terrore sostituisce lo stupore. La
curiosità però è troppo forte e prende il sopravvento. La bestia chiama a sé chiunque
la guardi e si avvicini. È un’attrazione letale che spinge verso la luce, verso
il calore, verso l’ignoto.
«Facciamo uno scambio?» La voce roca e profonda della belva cattura le orecchie degli astanti.
Dopo qualche passo incerto ancora in avvicinamento, il respiro si fa più affannoso e intenso. «Di che cosa si tratta?»
La figura scura e imponente sorride mefistofelica. Sa già di aver l’umanità in pugno. «È molto semplice.» Il ghigno si allarga in tutto il volto. «Io posso darvi la luce.»
Le orecchie si tendono ai sussurri convincenti del Maligno. «Adoriamo la luce.»
«Lo so. Per questo ve la porto in dono.» Con le braccia taurine ormai cinge tutti e la luce vermiglia si diffonde sul volto. Le teste annuiscono impazienti, impossibilitate a voltarsi dall’altra parte e a tornare indietro. «Chiedo solo qualcosa in cambio. Un piccolissimo favore.» Ancora teste che ciondolano su e giù abbindolate, assoggettate e incatenate.
«Qualunque cosa… qualunque cosa per un po’ di luce in autunno.»
La Belva si lecca le labbra e strabuzza gli occhi. «Bene. Ecco la proposta irrinunciabile: per solamente pochi minuti di sole opaco e violaceo della sera, io vi darò una lunghissima ora di luce mattutina, intensa e abbagliante.» Un lato della bocca s’inarca in un ghigno e gli occhi rosso fuoco scintillano. Nessuno lo nota. «Non vi accorgerete neanche del buio serale perché sarete al lavoro. Vedrete, sarà un’inezia. Potrete invece godervi un rigenerante risveglio solare al mattino presto. La mia offerta è illuminante. D’altronde non mi chiamano Lucifero per caso.» Il Diavolo sorride affabile. «Allora, che ve ne pare?»
Le sopracciglia si aggrottano, le teste si ritraggono, ma le labbra pronunciano in automatico le parole: «Sì, facciamolo!»
La Bestia schiocca le dita e da una nuvola di fumo appare una pergamena e una penna d’oca dal piumaggio nero intrisa d’inchiostro. «Basta un nome scritto qui e la luce sarà vostra.»
La mano si tende ad afferrare la penna, le dita si muovono e appongono la firma. Le lettere del contratto datato ultima domenica di ottobre s’illuminano come lava, il foglio fluttua in aria e ormai è distante, irraggiungibile e immodificabile. La risata di Satana, non più sommessa, ora è fragorosa. La lingua viperina sibila.
Le postilla sul fondo della pergamena firmata e vidimata s’infiamma e le parole si scalfiscono sulla carta come se fossero sulla pietra:
Lo sguardo degli umani
è perso nel buio della notte. Nel petto la gioia della luce promessa è sostituita
dal vuoto oscuro e tenebroso. La risata della Bestia echeggia ancora nel vicolo
e prima che la sua figura possa sparire in una coltre di nebbia tra le fessure
delle piastrelle del pavimento, la sua voce roca e sibillina riporta tutti alla
triste realtà. «E anche per quest’anno l’ora illegale è tornata in mio possesso!»
«Facciamo uno scambio?» La voce roca e profonda della belva cattura le orecchie degli astanti.
Dopo qualche passo incerto ancora in avvicinamento, il respiro si fa più affannoso e intenso. «Di che cosa si tratta?»
La figura scura e imponente sorride mefistofelica. Sa già di aver l’umanità in pugno. «È molto semplice.» Il ghigno si allarga in tutto il volto. «Io posso darvi la luce.»
Le orecchie si tendono ai sussurri convincenti del Maligno. «Adoriamo la luce.»
«Lo so. Per questo ve la porto in dono.» Con le braccia taurine ormai cinge tutti e la luce vermiglia si diffonde sul volto. Le teste annuiscono impazienti, impossibilitate a voltarsi dall’altra parte e a tornare indietro. «Chiedo solo qualcosa in cambio. Un piccolissimo favore.» Ancora teste che ciondolano su e giù abbindolate, assoggettate e incatenate.
«Qualunque cosa… qualunque cosa per un po’ di luce in autunno.»
La Belva si lecca le labbra e strabuzza gli occhi. «Bene. Ecco la proposta irrinunciabile: per solamente pochi minuti di sole opaco e violaceo della sera, io vi darò una lunghissima ora di luce mattutina, intensa e abbagliante.» Un lato della bocca s’inarca in un ghigno e gli occhi rosso fuoco scintillano. Nessuno lo nota. «Non vi accorgerete neanche del buio serale perché sarete al lavoro. Vedrete, sarà un’inezia. Potrete invece godervi un rigenerante risveglio solare al mattino presto. La mia offerta è illuminante. D’altronde non mi chiamano Lucifero per caso.» Il Diavolo sorride affabile. «Allora, che ve ne pare?»
Le sopracciglia si aggrottano, le teste si ritraggono, ma le labbra pronunciano in automatico le parole: «Sì, facciamolo!»
La Bestia schiocca le dita e da una nuvola di fumo appare una pergamena e una penna d’oca dal piumaggio nero intrisa d’inchiostro. «Basta un nome scritto qui e la luce sarà vostra.»
La mano si tende ad afferrare la penna, le dita si muovono e appongono la firma. Le lettere del contratto datato ultima domenica di ottobre s’illuminano come lava, il foglio fluttua in aria e ormai è distante, irraggiungibile e immodificabile. La risata di Satana, non più sommessa, ora è fragorosa. La lingua viperina sibila.
Le postilla sul fondo della pergamena firmata e vidimata s’infiamma e le parole si scalfiscono sulla carta come se fossero sulla pietra:
- Il buio serale vi attanaglierà
senza tregua fino a marzo inoltrato.
- L’ora di luce della mattina
scompariranno tra meno di un paio di settimane.
- Le routine alterate di bambini
e animali domestici vi tortureranno per giorni.
- A causa dei ritmi circadiani sballati
vi trascinerete la stanchezza fino a Natale.
- Tra una settimana le lancette
dell’orologio in cucina saranno ancora sbagliate.
martedì 7 ottobre 2025
ITALIENAREN – Concerti
Sentirsi stanchi dagli alluci
alle sopracciglia a causa delle molte ore passate in piedi, ma comunque
soddisfatti per aver condiviso qualcosa di unico con migliaia di appassionati.
Essere fradici di sudore – proprio e degli altri – dalla testa ai piedi, ma
felici di respirare aria di eccitazione. Sentire il panino nello stomaco che
sobbalza inebetito, ma avere ancora fame di emozioni e di cinquecento grammi di
pasta al sugo. Provare dolore alle costole forse incrinate per le centinaia di
colpi ricevuti, ma essere consapevoli che erano botte a fin di bene e
soprattutto ricambiate. Ascoltare le melodie delle proprie canzoni preferite in
testa per le prossime ore, ma non vedere l’ora di svuotare finalmente la
vescica dalla pipì, stendersi sul proprio letto e dormire – non importa più in
quale ordine.
Quasi tutti hanno provato le emozioni di un concerto live di musica. Quasi tutti hanno provato certe sensazioni, alcune indescrivibili, altre irripetibili.
In Svezia, però, in confronto all’Italia è diverso. Non peggio, non meglio. Diverso.
Si può cominciare dall’orario. Se la si prende con calma, arrivando al concerto con la convinzione che la band inizi a suonare con la consueta ora, oretta e mezza di ritardo, si rimarrà delusi, nonché con una buona fetta di concerto già consumata. È infatti comune osservare gli svedesi lamentarsi del ritardo del gruppo musicale anche se si tratta di qualche minuto e qualche ora dopo non battere ciglio per il ritardo del treno. Sarebbe interessante sentire cos’hanno da dire i Guns N' Roses, band notoriamente in ritardo ai concerti, a proposito dell’argomento.
Le code per entrare sono un altro interessante aspetto. Non sono un ammasso di persone schiacciate e sudate che premono in continuazione nonostante le porte siano chiuse. Sono invece code ordinate di quarantaquattro katter in fila per sei col resto di due. Nessuna sbavatura e nessun paio di furbacchioni che sgattaiolano – i due felini che erano rimasti dal conto di prima – tra gli spazi ampi lasciati dai partecipanti per entrare il prima possibile. In alcuni casi forniscono addirittura un bigliettino che segnala il proprio posto in fila. Così ognuno può andare a cenare, a fare i bisogni o godersi la giornata e tornare al momento giusto senza perdere il posto. Più che un concerto sembra una salumeria.
La posizione nel pubblico rispetto al palco non ha più molta importanza. Nonostante avere una rispettosa altezza media italica di centottanta centimetri, la sensazione di sentirsi dei nani in mezzo ai vichinghi è piuttosto comune. Inutile cercare di farsi largo pian piano tra la folla per recuperare posizioni come Schumacher dei bei tempi della Formula 1 perché ci saranno sempre un paio di Vercingetorige davanti a voi, pronti a occludere la vista e magari a brindare con della birra locale bevuta direttamente dallo scalpo dei nemici: skål! È invece consigliato allenarsi a stare sulla punta dei piedi durante tutto l’anno per guadagnare al momento giusto qualche centimetro e forse il rispetto dei vicini.
I tappi – non in senso di altezza, ma quelli per le orecchie – sono un’altra stranezza che offre la terra scandinava durante queste manifestazioni. All’ingresso di ogni evento è prassi trovare bagarini che invece di vendere biglietti in eccesso a prezzi esorbitanti, offrono l’opportunità di acquistare tappi di gomma per proteggere i timpani, riducendo le onde sonore più dannose. Grazie, ma no grazie. Chi andrebbe al cinema con gli occhiali da sole o a teatro con le bende sugli occhi? Solo se lo spettacolo fosse altamente soporifero probabilmente.
Infine, la partecipazione e la foga non pareggiano – per usare un eufemismo – la passione italica. Può infatti capitare di vedere svedesi impalati come stoccafissi, immobilizzati come statue di cera al museo Madame Tussauds, inchiodati al terreno durante un concerto energizzante al massimo come quello degli AC/DC. L’unico movimento che si percepisce è il braccio che porta la birra dalla mano alla bocca, come un’insegna luminosa a neon.
Le opportunità di passare qualche ora con la propria band preferita sono molte a Stoccolma. Parecchi artisti scelgono di fare una tappa del tour nella capitale. Il parco a giochi Gröna Lund oer esempio offre da anni centinaia di concerti estivi con band storiche e suggestive, a prezzi ragionevolissimi. Però il dubbio se andare ad un altro concerto tra i soldatini svevi è spesso forte. L’idea romantica di concerto all’italiana può restare impressa nella mente e inibire, ma alla fine – Che diamine! – è bene ricordarsi che si vive una volta sola. Meglio cliccare il tasto “Acquista” sul sito biglietts.se e volare sulle note musicali della propria band preferita.
Quasi tutti hanno provato le emozioni di un concerto live di musica. Quasi tutti hanno provato certe sensazioni, alcune indescrivibili, altre irripetibili.
In Svezia, però, in confronto all’Italia è diverso. Non peggio, non meglio. Diverso.
Si può cominciare dall’orario. Se la si prende con calma, arrivando al concerto con la convinzione che la band inizi a suonare con la consueta ora, oretta e mezza di ritardo, si rimarrà delusi, nonché con una buona fetta di concerto già consumata. È infatti comune osservare gli svedesi lamentarsi del ritardo del gruppo musicale anche se si tratta di qualche minuto e qualche ora dopo non battere ciglio per il ritardo del treno. Sarebbe interessante sentire cos’hanno da dire i Guns N' Roses, band notoriamente in ritardo ai concerti, a proposito dell’argomento.
Le code per entrare sono un altro interessante aspetto. Non sono un ammasso di persone schiacciate e sudate che premono in continuazione nonostante le porte siano chiuse. Sono invece code ordinate di quarantaquattro katter in fila per sei col resto di due. Nessuna sbavatura e nessun paio di furbacchioni che sgattaiolano – i due felini che erano rimasti dal conto di prima – tra gli spazi ampi lasciati dai partecipanti per entrare il prima possibile. In alcuni casi forniscono addirittura un bigliettino che segnala il proprio posto in fila. Così ognuno può andare a cenare, a fare i bisogni o godersi la giornata e tornare al momento giusto senza perdere il posto. Più che un concerto sembra una salumeria.
La posizione nel pubblico rispetto al palco non ha più molta importanza. Nonostante avere una rispettosa altezza media italica di centottanta centimetri, la sensazione di sentirsi dei nani in mezzo ai vichinghi è piuttosto comune. Inutile cercare di farsi largo pian piano tra la folla per recuperare posizioni come Schumacher dei bei tempi della Formula 1 perché ci saranno sempre un paio di Vercingetorige davanti a voi, pronti a occludere la vista e magari a brindare con della birra locale bevuta direttamente dallo scalpo dei nemici: skål! È invece consigliato allenarsi a stare sulla punta dei piedi durante tutto l’anno per guadagnare al momento giusto qualche centimetro e forse il rispetto dei vicini.
I tappi – non in senso di altezza, ma quelli per le orecchie – sono un’altra stranezza che offre la terra scandinava durante queste manifestazioni. All’ingresso di ogni evento è prassi trovare bagarini che invece di vendere biglietti in eccesso a prezzi esorbitanti, offrono l’opportunità di acquistare tappi di gomma per proteggere i timpani, riducendo le onde sonore più dannose. Grazie, ma no grazie. Chi andrebbe al cinema con gli occhiali da sole o a teatro con le bende sugli occhi? Solo se lo spettacolo fosse altamente soporifero probabilmente.
Infine, la partecipazione e la foga non pareggiano – per usare un eufemismo – la passione italica. Può infatti capitare di vedere svedesi impalati come stoccafissi, immobilizzati come statue di cera al museo Madame Tussauds, inchiodati al terreno durante un concerto energizzante al massimo come quello degli AC/DC. L’unico movimento che si percepisce è il braccio che porta la birra dalla mano alla bocca, come un’insegna luminosa a neon.
Le opportunità di passare qualche ora con la propria band preferita sono molte a Stoccolma. Parecchi artisti scelgono di fare una tappa del tour nella capitale. Il parco a giochi Gröna Lund oer esempio offre da anni centinaia di concerti estivi con band storiche e suggestive, a prezzi ragionevolissimi. Però il dubbio se andare ad un altro concerto tra i soldatini svevi è spesso forte. L’idea romantica di concerto all’italiana può restare impressa nella mente e inibire, ma alla fine – Che diamine! – è bene ricordarsi che si vive una volta sola. Meglio cliccare il tasto “Acquista” sul sito biglietts.se e volare sulle note musicali della propria band preferita.
martedì 23 settembre 2025
ITALIENAREN – Gabbie
Ti senti solo? Vorresti la
soffice compagnia di un cincillà o di un porcellino d’India? Oppure preferisci
essere allietato dal dolce canto di una cocorita? Nessun problema. Ti basterà
un semplice appartamento di 50 metri quadrati e dedicarci più della metà della
superficie alla gabbia dei tuoi simpatici amici.
Così avrebbe potuto recitare un annuncio pubblicitario a partire dal 2026 se una proposta di legge sulle condizioni degli animali domestici fosse passata[1]. La notizia arriva dal Jorbruksverket, non un parente della mitica band elettronica Kraftwerket ma uno dei trecentocinquanta -verket che regolamentano tutto – dalle tasse all’uso del gabinetto – ma proprio tutto in Svezia.
La proposta mira a migliorare in generale le condizioni ambientali degli animali di casa meno popolari. Non cita dunque cani, gatti e bambini, ma si rivolge ad altri piccoli mammiferi come roditori e leporidi, agli uccelli volanti o meno e ai rettili. Il testo enuncia alcuni esempi interessanti. Si consigliano gabbie di almeno 10 metri quadrati per i conigli, di 3 per i ratti – come se a loro non bastasse possedere le cantine e i giardini di tutta Stoccolma – di 15 per i serpenti più lunghi, volendo assieme ai roditori per risparmiare spazio, di 4 metri quadrati per i canarini e di 30 per i pappagalli. Va ripetuto: 30 per i pappagalli. Inoltre sono state proibite le ruote per i criceti. Questo costringerà l’umanità all’uso di nuove metafore per descrivere la nostra triste vita nella gabbia della società moderna. Infine, animali come scoiattoli volanti e coccodrilli non saranno più considerati animali domestici. Non accenna niente a riguardo degli alligatori, quindi chiunque sia interessato non verserà troppe lacrime.
La proposta di legge del 19 marzo 2025 ha destato molte discussioni: chi ne era favorevole, difendendo a spada tratta i diritti degli animali e chi ne era contrario, sostenendo la difficoltà a mantenere gli animali a tali condizioni economiche. Le proteste e le critiche non sono mancate da entrambe le fazioni e risulta difficile proclamare chi avesse torto o ragione. Nel dubbio, il 24 marzo 2025, quindi pochi giorni più tardi, lo Jordbruksverket ha deciso di tagliare la testa al toro – in senso figurato, s’intende – decidendo di ritirare la proposta, promettendo però di elaborare una formulazione che possa raggiungere un buon compromesso.
Ricordo ancora con un pizzico di
nostalgia e di orrore che al mio trasferimento in Svezia, molti anni fa in uno
studentato, vivevo in una stanza di 7 metri quadrati, arredata da letto singolo,
comodino, scrivania, sedia e armadio a muro. Per l’igiene personale era
presente solo un lavello semplice e uno specchio. Il bagno, le docce, la lavatrice
e la cucina erano condivisi con gli altri trenta studenti del corridoio che
avevano norme igieniche e alimentari assai diverse dalle mie. Fu un’esperienza
culturalmente stimolante ma a volte raccapricciante.
Avrei dovuto andare a protestare allo Jordbruksverket.
Avrei dovuto andare a protestare allo Jordbruksverket.
[1] https://tidningen.djurskyddet.se/2025/03/jordbruksverkets-forslag-pa-nya-regler-for-hallande-av-sallskapsdjur-vacker-debatt/#:~:text=Du%20kan%20inte%20h%C3%A5lla%20en,ska%20
ha%20 minst%203%20kvadratmeter%E2%80%9D.&text=Ett%20utrymme%20f%C3%B6r%20f%C3%A5glar%20som,inomhus%20och%2010%20kvadratmeter%20ute.
giovedì 22 maggio 2025
ITALIENAREN – ESC
Le strade della città sono deserte.
I vagoni della metropolitana vuoti. I clienti dei bar e ristoranti pagano in fretta
e furia il conto prima delle nove di sera e scappano a casa. Qualche ritardatario
rincasa sudato preso da una contagiosa frenesia. Tutti sono incollati al
televisore. A casa propria o a casa di amici, il più delle volte in compagnia,
ma se necessario anche da soli. Chi invece ha avuto la sfortuna di essere di turno
a lavoro segue dallo schermo del cellulare con mezzo cervello focalizzato sulle
canzoni e mezzo su altre attività. Situazione non molto diversa da quella degli
altri che guardano da casa in effetti.
Non è un’apocalisse di zombie tecnologici. Non è neanche una partita di calcio della nazionale. Si tratta però pur sempre di una finale, quella dell’ESC: Eurovision Sociopolitical Contest che ogni anno a maggio s’infila – o molto più spesso si sfila – l’abito da sera con paillettes e spacchi vertiginosi e si traveste da competizione canora internazionale.
In Svezia la febbre da Eurovision è altissima. Tutti aspettano con ansia l’evento prima che inizi, esplodono in un tifo da stadio durante e commentano da esperti musicali dopo il finale. Chi non ne parla viene emarginato socialmente dalle conversazioni al lavoro della settimana successiva.
Le aspettative svedesi sono anche alle stelle: per lo spettacolo, per l’intrattenimento e soprattutto per il risultato finale. La Svezia infatti è stata campione per sette volte, prima a parimerito con l’Irlanda, ma diventa dominatrice assoluta se si considerano solo gli ultimi quindici anni, con ben tre vittorie schiaccianti.
Prima di trasferirmi in Scandinavia io non ero neanche a conoscenza di questa competizione canora mentre qui è una vera e propria fissazione come quella del divieto del cappuccino dopo pranzo per noi italiani. Assurda ma che desta curiosità. Quando ho cominciato a guardare lo show non ne comprendevo molto la sua importanza e l’interesse così morboso dei miei nuovi amici svedesi. Dopo qualche anno, quando ho afferrato il metro di giudizio e i criteri di selezione dei vincitori, ho finalmente capito e anche io mi sono convertito.
I parametri per votare sono molteplici e non hanno né limiti né ritegno. Passano dalla simpatia ingiustificata per una certa nazione (mi piace il Belgio per le sue birre) all’antipatia altrettanto aleatoria per un'altra (i francesi mi stanno sulle scatole). Vanno da nazionalismi sfegatati – non si può votare per il proprio paese se ci risiedi ma puoi farlo se vivi all’estero – a voto di scambio tra nazioni confinanti (vedi paesi nordici o il patto bilaterale Italia-San Marino). A volte si sconfina anche nel becero voto di sottopancia, quando cioè si finisce a giudicare l’aspetto fisico e non la voce del/la cantante in gara (viva le bellocce siliconate e i bellocci fisicati). Si può scegliere per buonismo o perché al contrario il brano o l’autore fa scandalo (Finlandia in primis). Spesso però a farla da padrone sono i motivi sociopolitici come il sì all’Ucraina, il no al Regno Unito a seguito della Brexit e la giusta esclusione dalla competizione per una nazione che si è macchiata di atroci atti bellici come nel caso di Isra… hm, intendevo come nel caso della Russia. Infine, stavo quasi per dimenticarlo per la sua marginalità nel processo decisionale, si può votare anche la qualità del brano proposto. A rovinare tutto il carrozzone, infatti, ci pensa la giuria tecnica che ribalta il voto populista, che tanto va di moda ultimamente.
Da molti anni mi sono allineato dunque anche io al pensiero collettivo svedese perché l’Eurovision è folklore, è cultura, è ironia, è il trionfo del trash made in Europe. Qualcosa che il resto del mondo non ci potrà mai togliere e tantomeno eguagliare. L’Eurovision non passa inosservato perché suscita bellezza o ribrezzo, simpatia o antipatia, odio o amore. A volte i due estremi anche nello stesso momento. L’Eurovision è questo e tanto altro, racchiuso in quattro ore di programmazione… e magari alla fine vince il paese che è giunto alla competizione per un errore di battitura: l’Australia.
Non è un’apocalisse di zombie tecnologici. Non è neanche una partita di calcio della nazionale. Si tratta però pur sempre di una finale, quella dell’ESC: Eurovision Sociopolitical Contest che ogni anno a maggio s’infila – o molto più spesso si sfila – l’abito da sera con paillettes e spacchi vertiginosi e si traveste da competizione canora internazionale.
In Svezia la febbre da Eurovision è altissima. Tutti aspettano con ansia l’evento prima che inizi, esplodono in un tifo da stadio durante e commentano da esperti musicali dopo il finale. Chi non ne parla viene emarginato socialmente dalle conversazioni al lavoro della settimana successiva.
Le aspettative svedesi sono anche alle stelle: per lo spettacolo, per l’intrattenimento e soprattutto per il risultato finale. La Svezia infatti è stata campione per sette volte, prima a parimerito con l’Irlanda, ma diventa dominatrice assoluta se si considerano solo gli ultimi quindici anni, con ben tre vittorie schiaccianti.
Prima di trasferirmi in Scandinavia io non ero neanche a conoscenza di questa competizione canora mentre qui è una vera e propria fissazione come quella del divieto del cappuccino dopo pranzo per noi italiani. Assurda ma che desta curiosità. Quando ho cominciato a guardare lo show non ne comprendevo molto la sua importanza e l’interesse così morboso dei miei nuovi amici svedesi. Dopo qualche anno, quando ho afferrato il metro di giudizio e i criteri di selezione dei vincitori, ho finalmente capito e anche io mi sono convertito.
I parametri per votare sono molteplici e non hanno né limiti né ritegno. Passano dalla simpatia ingiustificata per una certa nazione (mi piace il Belgio per le sue birre) all’antipatia altrettanto aleatoria per un'altra (i francesi mi stanno sulle scatole). Vanno da nazionalismi sfegatati – non si può votare per il proprio paese se ci risiedi ma puoi farlo se vivi all’estero – a voto di scambio tra nazioni confinanti (vedi paesi nordici o il patto bilaterale Italia-San Marino). A volte si sconfina anche nel becero voto di sottopancia, quando cioè si finisce a giudicare l’aspetto fisico e non la voce del/la cantante in gara (viva le bellocce siliconate e i bellocci fisicati). Si può scegliere per buonismo o perché al contrario il brano o l’autore fa scandalo (Finlandia in primis). Spesso però a farla da padrone sono i motivi sociopolitici come il sì all’Ucraina, il no al Regno Unito a seguito della Brexit e la giusta esclusione dalla competizione per una nazione che si è macchiata di atroci atti bellici come nel caso di Isra… hm, intendevo come nel caso della Russia. Infine, stavo quasi per dimenticarlo per la sua marginalità nel processo decisionale, si può votare anche la qualità del brano proposto. A rovinare tutto il carrozzone, infatti, ci pensa la giuria tecnica che ribalta il voto populista, che tanto va di moda ultimamente.
Da molti anni mi sono allineato dunque anche io al pensiero collettivo svedese perché l’Eurovision è folklore, è cultura, è ironia, è il trionfo del trash made in Europe. Qualcosa che il resto del mondo non ci potrà mai togliere e tantomeno eguagliare. L’Eurovision non passa inosservato perché suscita bellezza o ribrezzo, simpatia o antipatia, odio o amore. A volte i due estremi anche nello stesso momento. L’Eurovision è questo e tanto altro, racchiuso in quattro ore di programmazione… e magari alla fine vince il paese che è giunto alla competizione per un errore di battitura: l’Australia.
venerdì 28 marzo 2025
ITALIENAREN – Montagna
Sciare è meraviglioso. Non è però
uno sport per tutti. Non mi riferisco soltanto all’aspetto economico con costi
elevati per accaparrarsi l’equipaggiamento adeguato, i vestiti giusti, il
viaggio nella località sciistica e l’acquisto dello skipass. Mi riferisco anche
alla sofferenza collegata agli sci. È una pena che chi si dedica a questo sport
deve decidere se tollerare o meno. Trasportare tutto il necessario e la fase
preparatoria prima di lanciarsi finalmente sulla pista innevata sono operazioni
non da poco, che richiedono pazienza e una certa dose di dolore fisico.
Ho da poco sperimentato tutto ciò sulla mia pelle dopo un fine settimana lungo passato in montagna con la mia famiglia. A dire il vero, in Svezia, la parola montagna dovrebbe essere scritta tra virgolette. Al mio arrivo alla base dell’impianto di risalita, infatti, alzo gli occhi per seguire con lo sguardo il percorso della pista e invece di trovarmi un muro di montagna trovo la cima perfettamente visibile a occhio nudo. Le Fjällar svedesi non sono molto alte, spesso si aggirano attorno ai 300 o 500 metri sopra il livello del mare. Solo molto a nord, dopo molte ore di viaggio si raggiungono i 1000-1400 metri. Le Fjällar sono dunque delle collinette che di primo acchito mi provocano sempre una lacrima di nostalgia perché mi fanno ripensare ai colli dietro casa mia in Italia dove si coltiva l’uva e perché mi sbattono in faccia il duro confronto con le Dolomiti.
Mi asciugo la lacrimuccia e inforco gli sci. Basta con le solite lamentele da italiano medio. È ora di darsi da fare. Salgo in cima e faccio la prima discesa. La neve è fresca. La pista è ben curata. La discesa è stimolante. Sorrido soddisfatto ma mi passa subito, appena mi rendo conto di essere già a valle, dopo solo un paio di minuti. Mestamente scivolo verso la seggiovia e mi metto in fila. La coda è lunga e lenta perché molti sciano in questo periodo dell’anno e perché i visitatori sono nordici e vogliono stare larghi lasciando malvolentieri il posto ai vicini. Hanno però il pregio di farmi sentire a casa perché è un po’ quello che succede in autobus o in metropolitana a Stoccolma. Ci metto dunque tra i dieci e i quindici minuti per risalire. I muscoli hanno fatto in tempo a raffreddarsi, ma mi consolo ammirando il panorama rilassante della campagna svedese e lodando le tante pale eoliche disseminate nel territorio. Dopo aver fatto una pista rossa per rompere il ghiaccio – metaforicamente, s’intende – ora mi sento pronto per le piste più impegnative. La difficoltà è di poco maggiore. Ogni volta che qualcuno definisce queste piste “nere”, un altoatesino muore, penso divertito – non per la morte dell’altoatesino, s’intende, anche quella era una metafora.
Nulla però mi toglie la voglia di continuare a sciare e godermi la bella giornata di sole. Col passare delle ore le code agli impianti diminuiscono e posso salire e scendere a ripetizione in modo soddisfacente. La giornata passa in fretta. Mi diverto e ammiro l’abilità svedese nel valorizzare qualsiasi piano inclinato per trasformarlo in una pista da sci apprezzabile. Mi ricorda molto quelle poche rovine romane fuori dai confini italiani trattate giustamente come un patrimonio storico e culturale da preservare con cura.
Nonostante sia felice e grato di poter sciare, – ho sognato a occhi aperti di poterlo fare prima di arrivare qui e so che stanotte lo sognerò a occhi chiusi – rimango dell’idea che sciare sia una sofferenza, ma anche tanto altro. È uno sfogo fisico, è contemplazione della natura, è un attimo di meditazione soli con sé stessi, è libertà al vento che ti sferza la faccia, è velocità che ti fa sfrecciare sulla neve fresca. Infine, sciare è anche sollievo, soprattutto quando al termine della giornata arrivi a casa e ti sfili gli scarponi dai piedi indolenziti.
Ho da poco sperimentato tutto ciò sulla mia pelle dopo un fine settimana lungo passato in montagna con la mia famiglia. A dire il vero, in Svezia, la parola montagna dovrebbe essere scritta tra virgolette. Al mio arrivo alla base dell’impianto di risalita, infatti, alzo gli occhi per seguire con lo sguardo il percorso della pista e invece di trovarmi un muro di montagna trovo la cima perfettamente visibile a occhio nudo. Le Fjällar svedesi non sono molto alte, spesso si aggirano attorno ai 300 o 500 metri sopra il livello del mare. Solo molto a nord, dopo molte ore di viaggio si raggiungono i 1000-1400 metri. Le Fjällar sono dunque delle collinette che di primo acchito mi provocano sempre una lacrima di nostalgia perché mi fanno ripensare ai colli dietro casa mia in Italia dove si coltiva l’uva e perché mi sbattono in faccia il duro confronto con le Dolomiti.
Mi asciugo la lacrimuccia e inforco gli sci. Basta con le solite lamentele da italiano medio. È ora di darsi da fare. Salgo in cima e faccio la prima discesa. La neve è fresca. La pista è ben curata. La discesa è stimolante. Sorrido soddisfatto ma mi passa subito, appena mi rendo conto di essere già a valle, dopo solo un paio di minuti. Mestamente scivolo verso la seggiovia e mi metto in fila. La coda è lunga e lenta perché molti sciano in questo periodo dell’anno e perché i visitatori sono nordici e vogliono stare larghi lasciando malvolentieri il posto ai vicini. Hanno però il pregio di farmi sentire a casa perché è un po’ quello che succede in autobus o in metropolitana a Stoccolma. Ci metto dunque tra i dieci e i quindici minuti per risalire. I muscoli hanno fatto in tempo a raffreddarsi, ma mi consolo ammirando il panorama rilassante della campagna svedese e lodando le tante pale eoliche disseminate nel territorio. Dopo aver fatto una pista rossa per rompere il ghiaccio – metaforicamente, s’intende – ora mi sento pronto per le piste più impegnative. La difficoltà è di poco maggiore. Ogni volta che qualcuno definisce queste piste “nere”, un altoatesino muore, penso divertito – non per la morte dell’altoatesino, s’intende, anche quella era una metafora.
Nulla però mi toglie la voglia di continuare a sciare e godermi la bella giornata di sole. Col passare delle ore le code agli impianti diminuiscono e posso salire e scendere a ripetizione in modo soddisfacente. La giornata passa in fretta. Mi diverto e ammiro l’abilità svedese nel valorizzare qualsiasi piano inclinato per trasformarlo in una pista da sci apprezzabile. Mi ricorda molto quelle poche rovine romane fuori dai confini italiani trattate giustamente come un patrimonio storico e culturale da preservare con cura.
Nonostante sia felice e grato di poter sciare, – ho sognato a occhi aperti di poterlo fare prima di arrivare qui e so che stanotte lo sognerò a occhi chiusi – rimango dell’idea che sciare sia una sofferenza, ma anche tanto altro. È uno sfogo fisico, è contemplazione della natura, è un attimo di meditazione soli con sé stessi, è libertà al vento che ti sferza la faccia, è velocità che ti fa sfrecciare sulla neve fresca. Infine, sciare è anche sollievo, soprattutto quando al termine della giornata arrivi a casa e ti sfili gli scarponi dai piedi indolenziti.
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