mercoledì 18 gennaio 2023

RACCONTI – I nomadi

Con uno zainetto in spalla a testa, un paio di valigie sulla mano destra e una calcolatrice sulla sinistra io e la mia famiglia ci prepariamo ad atterrare in Italia per una sola settimana di vacanze invernali. Lo zaino contiene i giochi per i bambini e il tablet per intrattenerli, le valigie sono mezze vuote per far poi spazio a cibo e regali nel viaggio di ritorno e infine la calcolatrice è lo strumento essenziale per prevenire conflitti e faide famigliari. Infatti, secondo una rigidissima legge non scritta, il tempo da trascorrere per i nostri bambini dai nonni paterni e dai nonni materni deve essere diviso equamente. Non sono ammessi errori: pena, musi lunghi alla Modigliani e ricatti emotivi con sensi di colpa incorporati fino alla vacanza successiva. Con le dita tremanti pigio i tasti della calcolatrice e prego di ottenere il risultato esatto. Dunque, arriviamo venerdì alle ore 12.20 e ripartiremo il venerdì successivo alle ore 07.00 del mattino, per un totale di 6 giorni, 18 ore, 40 minuti e 30 secondi. Dovremo quindi soggiornare 3 giorni, 8 ore, 20 minuti e 15 secondi dai genitori di mia moglie in provincia di Padova e altrettanti dai miei genitori in provincia di Udine. Ovviamente vanno contate anche le 2 ore di viaggio, considerato territorio neutro come l’aeroporto Charles De Gaulle per Tom Hanks nei panni di Mehran Karimi Nasseri nel film The Terminal. Se tutto ciò vi sembra esagerato è solo perché probabilmente non conoscete la forza devastante di una nonna che crede che le sia stato ingiustamente tolto il tempo di spupazzarsi un paio di soffici nipotini di quattro e sei anni. Io se fossi in voi non tenterei di scoprirlo.
 
Dopo i baci e gli abbracci di rito all’aeroporto, il calcolo viene revisionato dai nonni più attentamente della finanziaria di governo e infine approvato. A quel punto la nostra vacanza può ufficialmente iniziare. Va da sé che, stando per così poco tempo in una casa ed essendo pronti a partire anche nel cuore della notte per rispettare tassativamente la divisione dei giorni, io e la mia famiglia ci sentiamo dei nomadi con la valigia sempre in mano.
 
La prima tappa è dai suoceri. Al contrario di molti stereotipi sono sempre stato amato, apprezzato e trattato da nababbo. L’ospitalità è impeccabile, la cucina sublime e la cordialità esemplare. Un difetto, però, c’è. Piccolo, ma visibile, soprattutto quando si è seduti sulla tavoletta del water. È qualcosa che attiva la parte perfettina e precisina del mio cervello e innesca comportamenti ossessivi-compulsivi: la carta igienica; o meglio, il verso nel quale viene srotolata, da sotto… il verso errato. Mentre medito se iniziare una campagna di conversione alla Torquemada ingaggiando diatribe verbali che guasterebbero anche i rapporti coniugali oppure se limitarmi ad agire di nascosto come supereroe della notte invertendo verso l’alto lo srotolamento della carta igienica, i miei figli irrompono in bagno con la loro solita delicatezza e rispetto della privacy. Avendolo visto così raramente, i bambini mi chiedono cosa sia il bidet e prima di ricevere risposta ne rimangono estasiati usandolo come parco giochi acquatico o nel migliore dei casi come lavandino per le mani.
 
Non resta che fare un giro in centro nella bella città murata, visitare librerie, negozi di vestiti ed entrare nei caffè (splash!) e nei panifici per abbuffarsi di tramezzini e pizze al taglio. Mentre i miei figli scorrazzano liberi e infrangono tutte le regole comportamentali in luogo pubblico scritte dalle nonne italiane da più di un secolo, tipo sbraitare sguaiati, correre e sudare senza la maglietta della salute addosso, mi guardo attorno e mi accorgo di un foglietto appeso a uno scaffale: “I libri possono essere consultati ma non usati come intrattenimento per i bambini”. Ripercorro con la memoria la mattinata appena trascorsa e mi rendo conto che tutto è normato da divieti sotto forma di cartelli, targhe e annunci che mi ricordano tanto le telecamere invadenti di 1984. Soltanto che siamo nel 2023 e io sto cercando di insegnare ai miei figli a leggere i libri e non i cartelli di divieto assurdi.
 
Dopo essere stati cacciati da alcuni negozi a forza di sguardi maligni, scatta la sveglia del timer impostato all’inizio del viaggio. Dobbiamo lasciare tutto quello che stiamo facendo, tazzina di caffè in mano, cornetto alla marmellata e possibilmente anche il conto da pagare agli amici, e partire verso casa dei miei genitori per ristabilire la parità di ore spese da una parte e dall’altra. In un lampo siamo già in macchina con le valigie pronte e i bambini già addormentati dopo la prima curva. Prendiamo l’autostrada e quando arriviamo al casello di destinazione lo spettro del passaggio dei pagamenti con carta di credito tanto comodi e comuni a Stoccolma al contante tanto ingombrante e amato in Italia si manifesta in tutto il suo disagio. Il casellante computerizzato mostra sullo schermo 2 euro e 90 centesimi. Dopo aver controllato in ogni tasca dei pantaloni, del giubbotto e in ogni portamonete dell’automobile mi accorgo di avere solo 2 euro e 80 in spiccioli e una banconota da 20 euro nel portafogli. Dietro di me si forma la fila sia di vetture che di maledizioni nei miei confronti. Non ho scelta. Inserisco la banconota nella macchinetta automatica che per l’occasione si trasforma immediatamente in una slot machine per darmi il resto e a metà si blocca perché si è accorta che la sto insultando. Maledetta intelligenza artificiale che in Veneto e Friuli riconosce le bestemmie! Da dietro parte il concerto di clacson mentre io recupero le monetine rimaste e chiedo scusa per la mia insolenza.
 
Il nostro nomadismo non continua solo sulle strade italiane, ma anche sotto le lenzuola di notte. No, non sto parlando del fascino latino di un moderno Casanova ma di una classica nottata da genitore: la sera comincia nel letto con mia moglie finché il figlio più piccolo si sveglia per stare con la mamma; io vado dal figlio più grande per non farlo stare da solo in una stanza nuova; poi il piccolo si trasferisce nel letto della nonna e il grande si sposta nel nostro letto appena si accorge che la mamma è libera; a quel punto tento il rientro nel letto matrimoniale e riesco a dormire fino al mattino… per ben 15 minuti perché sono già le 7 e i ritmi circadiani dei bambini sono duri a morire e sono rimasti quelli delle giornate scolastiche.
 
C’è però un motivo ben preciso che mi spinge a svegliarmi lo stesso con un sorriso. Oggi è il penultimo giorno in Italia ed è il momento della spesa lercia di tutti i prodotti che sono difficili o addirittura impossibili da reperire all’estero. Appena metto la monetina nel carrello parte la gara di Formula 1 tra le corsie. Senza pietà sorpasso vecchietti in cerca degli sconti e casalinghe esperte di rapporto qualità/prezzo e raccolgo i miei tesoretti. In pochi minuti il carrello è pieno di patatine Fonzies, biscotti Grisbì, vari tipi di cialde Loacker, prodotti Mulino Bianco e Galatine a pioggia. Taglio il traguardo della cassa e raccolgo l’applauso immaginario del pubblico. Solo dopo aver pagato mi accorgo della montagna di roba che ho acquistato e mi preparo mentalmente a lottare con la valigia e a fare i conti con i chili che la Ryanair ti concede di bagaglio a mano. Contano anche i chili che ho messo sulla pancia dopo tutte le mangiate? Ad ogni modo, un po’ di spazio lo devo lasciare anche per il pane alla zucca fatto in casa che con il suo fragrante odore e il suo dolce sapore sblocca ricordi dell’infanzia come la Madeleine di Proust.
 
Mentre torno dal supermercato con le borse piene di leccornie rifletto sugli ultimi giorni passati a casa. Da tre anni ero assente dal mio paesello e molte cose sono cambiate: nuove rotonde al posto dei vecchi incroci, centri commerciali deserti, criminalità triplicata, fabbriche chiuse e burocrazia asfissiante (ah no, quella è sempre uguale). Mi accorgo inoltre che il nomadismo ha contagiato anche i negozi: dove prima c’era una tabaccheria ora c’è un nuovo bar, il quale ha lasciato il suo locale a un parrucchiere; infine al posto del parrucchiere, della libreria e del fiorista ci sono vetrine vuote con le serrande abbassate e il cartello affittassi. In poche parole il mio piccolo paese sembra sempre di più Hill Valley del 1985 alternativo in Ritorno al Futuro, parte seconda.
 
In tutti questi cambiamenti, però, una sola certezza resta: l’amore delle nostre famiglie? Il calore dei vecchi amici? Sì, anche, ma la vera costante è un’altra: Mastrota che vende materassi in televisione.

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