giovedì 26 febbraio 2026

ITALIENAREN – Sport invernali

Per gli amanti dello sport, Stoccolma è meravigliosa. La città offre moltissimo in diverse discipline e in tutte le stagioni dell’anno. Dà però il meglio di sé soprattutto d’inverno un po’ per tradizione e un po’ per condizioni ambientali. Quindi diciamo le cose come stanno, se vivi in Svezia o ti piacciono gli sport invernali o cominci a farteli piacere. Meglio sfruttare tutto quello che la neve e il ghiaccio hanno da offrire altrimenti la lunga stagione buia da novembre a marzo passa troppo lentamente.
Gli sport invernali però non sono un cliente facile. Non sono semplici come andare a nuotare al mare o al lago oppure come alcuni sport di squadra nei quali basta avere qualche amico con cui giocare. Gli sport invernali richiedono vestiti adeguati alle temperature basse e molte attrezzature specifiche. Non è infatti consigliabile andare a sciare indossando solo il costume da bagno e un pallone tra i piedi. Bisogna invece munirsi di tuta con diversi strati isolanti ma allo stesso tempo dinamica per permettere movimenti comodi e non sembrare l’omino Michelin. Inoltre servono pattini – diversi per il pattinaggio artistico da quelli lunghi per i laghi ghiacciati, detti långfärdsskridskor (non è una parolaccia, lo giuro!) –, sci e scarponi – morbidi e (quasi) comodi come una scarpa per lo sci di fondo e duri e comodi come un blocco di cemento incastrato nei piedi da uno stereotipo mafioso per lo sci alpino – oppure lo slittino bob ma solo se siete giamaicani. Non vanno dimenticati gli accessori aggiuntivi quali caschi (non quelli di banane), bacchette (preferibilmente non comprate dai cinesi) e goggles (se non li conoscete gogglateli). Va da sé che tutta questa roba costa un botto e potrebbe lasciarvi sul lastrico, oltre che sulle lastre di ghiaccio. Se l’attrezzattura è destinata ai bambini che passano dal numero di scarpa 32 al Bigfoot nel giro di un paio di mesi, si consiglia di acquistare tutto di secondo piede…hm, intendevo dire di seconda mano in molti negozi ben forniti sparsi in giro per la città. In questo modo si potrà evitare di dover aprire un mutuo ogni anno così da non trasformare l’inverno in inferno.
Gli sport invernali sono anche sofferenza. Praticandoli solo alcuni mesi all’anno per poi mettere tutto in cantina, capita spesso di (ri)scoprire l’esistenza di certi muscoli solo perché provocano dolore in diverse parti del corpo come l’inguine, attorno allo stinco, dietro le ginocchia e addirittura tra le dita dei piedi. Il patimento arriva anche dal congelamento di arti, guance, nasi e anche sopracciglia.
Gli sport invernali portano anche soddisfazioni. Tutte, a parte la brezza fresca in faccia della velocità, arrivano però alla fine, quando si torna a casa al calduccio. A partire dal tanto agognato, faticato e meritato sradicamento dello scarpone da sci alpino che, per le lacrime di gioia che procura, pare più l’estrazione del numero vincente al SuperEnalotto, passando per la degustazione di una tazza di cioccolato bollente lava e finendo con l’abbrustolimento delle chiappe al fuoco di un camino. Certo, per i più sadici della fatica motoria, si può anche aggiungere la piacevole (?) sensazione dei muscoli che tremano stremati dopo lo sforzo che sono lo scontrino come prova inconfutabile dell’avvenuto esercizio fisico. C’è da chiedersi quale tipo di Guardia di Finanza controlli poi che la procedura sia stata eseguita correttamente.
Alla fine dei conti gli sport invernali si fanno apprezzare sia per le soddisfazioni che procurano sia per le difficoltà che ci spingono a superare i nostri limiti. Queste attività possono essere infatti definite un vero e proprio buco nell’acqua… ma solo se il foro circolare è stato praticato nel lago ghiacciato e ci si tuffa dentro rigorosamente dopo una bella sauna.

martedì 17 febbraio 2026

ITALIENAREN - Martedì sovrappeso

Viviamo in un periodo storico nel quale bisogna fare molta attenzione alle parole che si usano, quindi per non offendere ed evitare body shaming ai danni del martedì, per essere più politically correct e più cool nei social senza perdere nessun concept in inglese, é meglio non associare più la parola “grasso” al giorno di chiusura del Carnevale (Överviktigtisdag, in svedese).
Su una cosa però ci si può concentrare senza problemi (grammaticali ma sicuramente di salute): i dolci. In preparazione all’ultima abbuffata prima della quaresima, nella mia testa parte la solita sfida epica tra le prelibatezze italiane e quelle svedesi. Da una parte abbiamo la cucina nostrana con frittelle e castagnole, ma anche l’incredibile diversità culinaria dei crostoli, le chiacchiere, le bugie (anche se devo essere onesto a queste ultime io preferisco le frappe), le cioffe, gli stracci e i galani. Dall’altro lato, quello giallo-blu, c’è il solo, inimitabile e gigantesco semla (alcuni dicono la semla per questioni di bilanciamento di genere ancora nel contesto del politically correct di cui sopra, ma la sostanza non cambia). Il semla è un dolce tipico svedese che segue, con alcune varianti, più o meno questa ricetta, fatta con ingredienti poveri[1]: un panino zuccherato e speziato al cardamomo viene diviso in due e farcito con crema alle mandorle e panna montata, si aggiungono un paio di strati d’oro ventiquattro carati, viene guarnito con piccoli diamanti e infine si conclude con una spruzzata abbondante di zucchero a velo e rubini in cima all’ultimo strato di panino. Il tutto servito in una confezione di cristallo. Lo so che può sembrare assurdo, ma la ricetta deve essere per forza così, altrimenti non si giustifica il prezzo che le pasticcerie di Stoccolma sparano per ogni singolo pezzo in vendita. Sembra che prima di colpirle con i grassi saturi, il semla voglia allenare le arterie cardiache dei consumatori con un infarto preliminare provocato dall’alleggerimento del portafoglio.
Pur non essendo uno sfegatato sostenitore del semla, con gli anni ho imparato ad apprezzarlo e a gustarlo nelle diverse varianti con la vaniglia, il cioccolato, il pistaccio (non ho dimenticato l’H ma qui lo scrivono proprio così), lo zafferano per i nostalgici del Natale, i lamponi, il caramello oppure addirittura la liquirizia. Tra tutte le opzioni me ne mancano ancora alcune, ma ormai non mi faccio mai mancare almeno un paio di dolci svedesi a febbraio, sfidando apertamente l’oscura leggenda metropolitana, secondo la quale chi mangia più di tre semla all’anno rischia seri problemi di salute se non adirittura la morte[2].
Nonostante chiunque svedese osanni il semla e nonostante ne apprezzi la bontà, alla fine, per quanto mi riguarda, la sfida tra le due cucine viene vinta ancora una volta dal tricolore e dalla nostalgia. I crostoli e le frittelle rimarranno sempre nel mio cuore (anche loro all’altezza delle coronarie). Non è facile trovare i dolci italiani in vendita in città e non sarebbe difficile prepararli a casa propria, a patto che poi si sia disposti a buttare via la cucina e sostituirla con una nuova che non sia appestata dal puzzo di fritto. Per questo motivo non ne mangio da molti anni e quindi vivo più di bei ricordi d’infanzia che di vere sensazioni gustative. Sognando a occhi aperti, mi rendo conto che mi mancano anche altre cose del febbraio italiano, come i carri, gli addobbi, gli Arlecchini, i Pulcinella, i Pantalone e compagnia bella del Carnevale. Purtroppo in giro si vedono solo certi pagliacci che stanno al potere nel mondo, mentre io vorrei invece vedere più mascherine allegre e colorate[3]. Sono fatto così, sogno sempre troppo.


[1] www.cosecheinventoio.se
[2] www.altrecosecheinventoio.se
[3] www.diventacomelaLittizzettoeFabioFazioanchetu.it

venerdì 6 febbraio 2026

RACCONTI – Quello nuovo

Sono seduto alla scrivania del lavoro. Sto battendo sulla tastiera la cartella clinica del paziente che ho appena incontrato. Ridacchio tra me e me della situazione tragicomica in cui si trova la persona che ho appena incontrato ma della quale non posso farne parola altrimenti perderei subito l’abilitazione. Ho sete e in automatico allungo la mano alla ricerca della borraccia dell’acqua mentre tengo ancora lo sguardo fisso sul monitor alla ricerca dell’errore ortografico in svedese che ho sicuramente fatto. La mano afferra la pinzatrice e la porto alla bocca. Per poco non mi pianto una graffetta e divento un documento rilegato umano. Mi risveglio dall’autopilota e mi guardo attorno sorpreso. Ah, giusto, sono nel nuovo ufficio, non più in quello vecchio. La borraccia non ci stava bene a destra e ho dovuto spostarla dall’altra parte del tavolo. Bevo un sorso d’acqua e ributto lo sguardo sullo schermo. Ho perso il filo dei miei ragionamenti. Dovrò rileggere tutto e riconcentrarmi per trovare la formulazione migliore della frase. Una tacca di energia scende, ma non si tratta del cellulare.
Ho concluso il paragrafo con fatica e mi sento spaesato. Ho bisogno di un caffè. Ho giusto cinque minuti prima della prossima visita e mi fiondo in cucina. In corridoio vengo intercettato da una nuova collega che ho già visto a qualche riunione un mese fa. L’ho incontrata veramente? Non ne sono più tanto sicuro. Nel dubbio allungo la mano. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Lei risponde raccontandomi della sua professione e altre informazioni varie. Ne dimentico metà, incluso il suo nome. Mi avvicino con speranza alla macchina del caffè ma vengo fermato dallo sguardo curioso di un altro collega che sono abbastanza sicuro di non aver mai incontrato prima. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Finita la conversazione, guardo l’orologio e mi accorgo di essere in ritardo per la prossima visita. Niente caffè. Perdo una tacca di energia dalla mia riserva naturale.
Esco dalla cucina e giro a destra per dirigermi in sala d’attesa a chiamare il paziente ma finisco invece nella sala conferenze. Dovevo girare a sinistra. Nella fretta mi sono sbagliato. Strizzo gli occhi e mi do uno schiaffetto sulle guance e riesco a trattenere a stento un po’ di risorse energetiche.
A fine sessione devo consegnare un formulario al mio cliente. Nessun problema. Ne ho molti stampati e impilati nelle cartelle che tengo dietr… dietro alla scrivania nel mio vecchio ufficio. In questo invece non c’è niente. Devo stamparne di nuovi. Alzo gli occhi al cielo. Cerco le impostazioni del computer nuovo con molta fatica perché è un Mac e io sono abituato a Windows. Dopo molteplici prove ed errori e sudori freddi che colano sul PC rischiando di mandarlo in corto circuito, sbatto la testa contro il monitor e trovo quello che mi serve. Mando il documento in stampa, corro verso la stampante, ma mi accorgo di non avere ancora il codice per eseguire l’operazione. Niente da fare. Torno in stanza, mi scuso col paziente e ci congediamo. Mi lascio cadere sulla poltrona e con me cade a picco anche il livello della mia forza mentale.
La giornata prosegue e devo ancora risolvere il problema della stampante. Mi dicono che devo parlare con la responsabile, Anna, – qual è la stanza di Anna? Ma soprattutto chi è Anna? –  oppure posso mandare un’e-mail al personale di supporto tecnico. La seconda opzione mi sembra la più semplice. Chiedo a tre colleghi diversi e tutti e tre mi danno tre indirizzi diversi. Potrei spedire un messaggio a tutti gli indirizzi in compia nascosta e fare a gara a chi mi risponde per primo mettendo in premio delle borse in pelle che mi sono uscite sotto agli occhi. Alla fine decido di cercare Anna. Giro i corridoi come un fantasma maledetto in cerca perpetua della sua Perpetua. Alla fine la trovo. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Anna mi risponde con gentilezza ed educazione, ma con un giro di parole talmente largo che mi perdo. In sostanza, però, lei non conosce la risposta alla mia domanda. Il livello di resistenza psicofisica scende sotto il quaranta per cento.
È ora di pranzo. In cucina apro tutte le ante e i cassetti in cerca di piatti, posate e bicchieri. Tutti mi guardano come se fossi un ladro. Ho la tentazione di girarmi di scatto e sparare la mia frase standard per giustificarmi – «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come…» – ma per fortuna mi rimane un po’ di amor proprio e mi trattengo, anche perché sarei sembrato uno psicopatico con un coltello in mano e inoltre ho trovato tutto il necessario. Aziono il microonde, riesco a scaldare il cibo ma non la sala da pranzo che rimane gelida. Mi siedo sull’unica sedia libera e mi dicono che è il punto più freddo della stanza. Che culo. Io racconto del mito del colpo d’aria tipicamente italiano e guadagno punti simpatia provocando qualche risata. Il resto delle conversazioni verte sul tempo, sulle routine lavorative da cambiare e il turno di pulizia della cucina. Un classico. Parlo un po’ con tutti per fare conoscenza e a forza di stimoli sociali e suoni ovattati e rimbombati la testa mi scoppia.
La prima parte del pomeriggio passa agevolmente, ma quando sono seduto sulla poltrona e parlo con i pazienti sento che c’è qualcosa che non va. Non riesco a definirlo bene, ma è qualcosa che ho percepito subito a livello fisico, a livello muscolare. Ci sono! Come ho fatto a non capirlo prima? Nell’ultimo anno lavorativo, nella precedente stanza, la disposizione dei mobili e della poltrona era speculare a quella di adesso e quindi giravo gli occhi e il collo verso sinistra. Ora lo faccio verso destra. Questo aggiustamento mi ha fatto perdere un’intera tacca d’energia senza che me ne accorgessi, ma almeno ne guadagno in allenamento delle cervicali.
Ho bisogno di sgranchirmi le gambe e di bere un caffè. Torno in cucina. Non trovo le tazze. Apro di nuovo tutte le ante perché nella fretta di prima non mi ricordo dove ho visto le cose, ma alla fine riesco a versarmi il caffè: in parte sulla mano, in parte sul maglione e solo un sorso dentro la tazza. L’addetto alle pulizie mi guarda male nonostante io abbia pulito tutto con lo straccio e asciugato con la manica prima ancora che batta ciglio. La mia mente va subito all’inserviente del telefilm Scrubs e vaga libera verso lidi catastrofali: “Ora sono segnato a vita e quest’uomo mi perseguiterà per tutto il resto della carriera”. Meglio sfoderare un sorriso e cambiare aria. Non prima di… «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» La frase mi è costata l’approdo alla zona critica di esaurimento delle forze ma non ho potuto resistere, è stato più forte di me. Per fortuna mancano solo un paio d’ore a fine giornata.
Alle cinque infatti posso finalmente andarmene a casa. Tiro un sospiro di sollievo. Sono sopravvissuto anche a questa nuova settimana. Nonostante tutto non è andata così male. Chiudo la porta dell’ufficio con le chiavi di casa, mi metto le scarpe sulle mani, la sciarpa attorno ai piedi e infilo lo zaino sottosopra. Alla fermata della metro prendo il primo treno che passa e vado verso la direzione sbagliata. A lunedì prossimo!