venerdì 6 febbraio 2026

RACCONTI – Quello nuovo

Sono seduto alla scrivania del lavoro. Sto battendo sulla tastiera la cartella clinica del paziente che ho appena incontrato. Ridacchio tra me e me della situazione tragicomica in cui si trova la persona che ho appena incontrato ma della quale non posso farne parola altrimenti perderei subito l’abilitazione. Ho sete e in automatico allungo la mano alla ricerca della borraccia dell’acqua mentre tengo ancora lo sguardo fisso sul monitor alla ricerca dell’errore ortografico in svedese che ho sicuramente fatto. La mano afferra la pinzatrice e la porto alla bocca. Per poco non mi pianto una graffetta e divento un documento rilegato umano. Mi risveglio dall’autopilota e mi guardo attorno sorpreso. Ah, giusto, sono nel nuovo ufficio, non più in quello vecchio. La borraccia non ci stava bene a destra e ho dovuto spostarla dall’altra parte del tavolo. Bevo un sorso d’acqua e ributto lo sguardo sullo schermo. Ho perso il filo dei miei ragionamenti. Dovrò rileggere tutto e riconcentrarmi per trovare la formulazione migliore della frase. Una tacca di energia scende, ma non si tratta del cellulare.
Ho concluso il paragrafo con fatica e mi sento spaesato. Ho bisogno di un caffè. Ho giusto cinque minuti prima della prossima visita e mi fiondo in cucina. In corridoio vengo intercettato da una nuova collega che ho già visto a qualche riunione un mese fa. L’ho incontrata veramente? Non ne sono più tanto sicuro. Nel dubbio allungo la mano. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Lei risponde raccontandomi della sua professione e altre informazioni varie. Ne dimentico metà, incluso il suo nome. Mi avvicino con speranza alla macchina del caffè ma vengo fermato dallo sguardo curioso di un altro collega che sono abbastanza sicuro di non aver mai incontrato prima. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Finita la conversazione, guardo l’orologio e mi accorgo di essere in ritardo per la prossima visita. Niente caffè. Perdo una tacca di energia dalla mia riserva naturale.
Esco dalla cucina e giro a destra per dirigermi in sala d’attesa a chiamare il paziente ma finisco invece nella sala conferenze. Dovevo girare a sinistra. Nella fretta mi sono sbagliato. Strizzo gli occhi e mi do uno schiaffetto sulle guance e riesco a trattenere a stento un po’ di risorse energetiche.
A fine sessione devo consegnare un formulario al mio cliente. Nessun problema. Ne ho molti stampati e impilati nelle cartelle che tengo dietr… dietro alla scrivania nel mio vecchio ufficio. In questo invece non c’è niente. Devo stamparne di nuovi. Alzo gli occhi al cielo. Cerco le impostazioni del computer nuovo con molta fatica perché è un Mac e io sono abituato a Windows. Dopo molteplici prove ed errori e sudori freddi che colano sul PC rischiando di mandarlo in corto circuito, sbatto la testa contro il monitor e trovo quello che mi serve. Mando il documento in stampa, corro verso la stampante, ma mi accorgo di non avere ancora il codice per eseguire l’operazione. Niente da fare. Torno in stanza, mi scuso col paziente e ci congediamo. Mi lascio cadere sulla poltrona e con me cade a picco anche il livello della mia forza mentale.
La giornata prosegue e devo ancora risolvere il problema della stampante. Mi dicono che devo parlare con la responsabile, Anna, – qual è la stanza di Anna? Ma soprattutto chi è Anna? –  oppure posso mandare un’e-mail al personale di supporto tecnico. La seconda opzione mi sembra la più semplice. Chiedo a tre colleghi diversi e tutti e tre mi danno tre indirizzi diversi. Potrei spedire un messaggio a tutti gli indirizzi in compia nascosta e fare a gara a chi mi risponde per primo mettendo in premio delle borse in pelle che mi sono uscite sotto agli occhi. Alla fine decido di cercare Anna. Giro i corridoi come un fantasma maledetto in cerca perpetua della sua Perpetua. Alla fine la trovo. «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» Anna mi risponde con gentilezza ed educazione, ma con un giro di parole talmente largo che mi perdo. In sostanza, però, lei non conosce la risposta alla mia domanda. Il livello di resistenza psicofisica scende sotto il quaranta per cento.
È ora di pranzo. In cucina apro tutte le ante e i cassetti in cerca di piatti, posate e bicchieri. Tutti mi guardano come se fossi un ladro. Ho la tentazione di girarmi di scatto e sparare la mia frase standard per giustificarmi – «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come…» – ma per fortuna mi rimane un po’ di amor proprio e mi trattengo, anche perché sarei sembrato uno psicopatico con un coltello in mano e inoltre ho trovato tutto il necessario. Aziono il microonde, riesco a scaldare il cibo ma non la sala da pranzo che rimane gelida. Mi siedo sull’unica sedia libera e mi dicono che è il punto più freddo della stanza. Che culo. Io racconto del mito del colpo d’aria tipicamente italiano e guadagno punti simpatia provocando qualche risata. Il resto delle conversazioni verte sul tempo, sulle routine lavorative da cambiare e il turno di pulizia della cucina. Un classico. Parlo un po’ con tutti per fare conoscenza e a forza di stimoli sociali e suoni ovattati e rimbombati la testa mi scoppia.
La prima parte del pomeriggio passa agevolmente, ma quando sono seduto sulla poltrona e parlo con i pazienti sento che c’è qualcosa che non va. Non riesco a definirlo bene, ma è qualcosa che ho percepito subito a livello fisico, a livello muscolare. Ci sono! Come ho fatto a non capirlo prima? Nell’ultimo anno lavorativo, nella precedente stanza, la disposizione dei mobili e della poltrona era speculare a quella di adesso e quindi giravo gli occhi e il collo verso sinistra. Ora lo faccio verso destra. Questo aggiustamento mi ha fatto perdere un’intera tacca d’energia senza che me ne accorgessi, ma almeno ne guadagno in allenamento delle cervicali.
Ho bisogno di sgranchirmi le gambe e di bere un caffè. Torno in cucina. Non trovo le tazze. Apro di nuovo tutte le ante perché nella fretta di prima non mi ricordo dove ho visto le cose, ma alla fine riesco a versarmi il caffè: in parte sulla mano, in parte sul maglione e solo un sorso dentro la tazza. L’addetto alle pulizie mi guarda male nonostante io abbia pulito tutto con lo straccio e asciugato con la manica prima ancora che batta ciglio. La mia mente va subito all’inserviente del telefilm Scrubs e vaga libera verso lidi catastrofali: “Ora sono segnato a vita e quest’uomo mi perseguiterà per tutto il resto della carriera”. Meglio sfoderare un sorriso e cambiare aria. Non prima di… «Ciao, mi chiamo Roberto. Lavoro come psicologo. Ho iniziato la settimana scorsa. La mia stanza è la seconda dopo l’ingresso.» La frase mi è costata l’approdo alla zona critica di esaurimento delle forze ma non ho potuto resistere, è stato più forte di me. Per fortuna mancano solo un paio d’ore a fine giornata.
Alle cinque infatti posso finalmente andarmene a casa. Tiro un sospiro di sollievo. Sono sopravvissuto anche a questa nuova settimana. Nonostante tutto non è andata così male. Chiudo la porta dell’ufficio con le chiavi di casa, mi metto le scarpe sulle mani, la sciarpa attorno ai piedi e infilo lo zaino sottosopra. Alla fermata della metro prendo il primo treno che passa e vado verso la direzione sbagliata. A lunedì prossimo!