mercoledì 27 marzo 2024

RACCONTI – Bestia strisciante

Pensavo di essermene liberato. Che stupido. Invece lei ritorna. Sempre.
Un giorno di sole dopo tanta nebbia cammino per il parco cittadino durante una pausa pranzo. Sapevo che sarebbe arrivata, ma non l’aspettavo proprio in quel momento mentre una leggera brezza mi rinfrescava la faccia dopo una mattinata pesante passata coi pazienti che presto non saranno più miei. Eppure lei è arrivata. Quasi in punta di piedi. Inizia sempre così.
L’ho sentita strisciare, lenta ma inesorabile, tre i piedi e le gambe. Sembrava il rumore delle foglie mosse dal vento sul prato, ma poi ho capito che era lei. Prima l’ho percepita nell’intestino e dopo qualche minuto è arrivata nello stomaco. Per una buona oretta ha fatto il bello e soprattutto il cattivo tempo nel mio tratto intestinale, prima di salire al petto. Nei polmoni, per la precisione. Mi ha tolto l’aria e subito dopo ha fatto un tuffo al cuore.
Ho sollevato la maglietta per controllare e l’ho vista serpeggiare sottopelle. Orribile. Ma reale. Viva. Una specie di Alien, nera e brutta, che s’insinua dentro e non mi lascia in pace finché non ottiene quello che vuole: indebolirmi, sbilanciarmi e infine annientarmi. Vorrei impedirglielo ma non posso fare niente. Non posso fermarla.
La bestia mi prende i muscoli delle spalle e del collo. Li contorce e li immobilizza. Li lascia inermi e doloranti. Ovunque passa lascia segni che non dimentico. Vedo la sua coda squamosa uscire dalla bocca. Mi costringe a sputare qualcosa di amaro che mi era rimasto nella saliva. Poi prosegue la sua missione e gli occhi si arrossano, s’irritano e lacrimano.
Solo quando mi dolgono le tempie, quando le sento spremute e infilzate dagli artigli delle sue zampe, mi accorgo che il peggio deve ancora arrivare. Tutto quello che è appena successo è solo un solletico. La sento infatti farsi largo nel foro occipitale, alla base dell’osso cranico. È lì che capisco di essere definitivamente fottuto.
La bestia trova nel cervello il suo habitat ideale, la sua cuccia calda dalla quale non la schioderò tanto facilmente. Lì, nell’antro della bestia, depone le sue uova che nel giro di pochi minuti si schiudono e si diffondono libere nella mia testa. I pensieri e le insicurezze corrono come bambini indisciplinati in un giardino scolastico. A cercare di fermarli c’è solo un giovane insegnante insicuro e frustrato che corre alla rinfusa da una parta all’altra senza ottenere ordine.
Intanto la giornata prosegue e io sono arrivato a casa. Ora le piccole insicurezze che la bestia ha liberato sono diventate adolescenti convinzioni che credono che il mondo faccia schifo e che loro non potranno mai farcela. Mi gettano fumo negli occhi e offrono solo soluzioni estreme. Il cibo non ha sapore e appena lo infilo in bocca viene fatto sparire dalla bestia famelica che si è appena risvegliata irrequieta dopo il sonnellino pomeridiano. Io invece sto cercando di prendere sonno, ma la bestia non ci sta e mi tiene le palpebre aperte. Mi racconta i suoi propositi per il futuro. Mi presenta i progetti strampalati, dove non c’è spazio per me. Mi copro le orecchie con le mani ma non serve a niente. La bestia urla da dentro. Va avanti così per tutta la notte. Giusto per essere sicura di avermi vomitato in faccia tutto quello che non volevo sentirmi dire. Alla fine io sono esausto, lei soddisfatta.
Con le borse sotto agli occhi, per tutta la mattina cerco di farle fare le valige, ma la bestia non ci pensa neanche e continua a tartassarmi le orecchie con le sue congetture. Per tentare di non ascoltarla finisco per distrarmi dal lavoro, isolarmi dagli altri e chiudermi in me stesso.
Allora corro più che posso così lei fa fatica a starmi dietro. Gioco con i miei figli, parlo con mia moglie, incontro i miei amici e lei non ha più voce per sovrastare le conversazioni. So che non riuscirò mai a fermarla del tutto, ma almeno così la rallento e le tolgo il fiato. La sento di meno e mi dà meno fastidio. La vedo rannicchiata all’angolo della mia mente e mi accorgo che non è così forte come sembrava. Forse ha solo bisogno di essere ascoltata e non taciuta o contraddetta. Non mi metterò certo a risvegliarla o a confortarla, ma almeno la lascio stare. Col tempo, chissà, magari diventeremo anche amici.

mercoledì 6 marzo 2024

ITALIENAREN – Friskvårdbidrag

Devo staccare le mani dalla tastiera del computer. Che tensione al collo e alle spalle. Devo strofinare gli occhi più volte. Che fatica. Oggi è proprio una giornata tosta.
Se solo fossi andato in palestra più spesso quest’anno, magari ora sarei meno rigido. Sono troppo statico e fermo. Non ci vedo più dallo stress. La vista mi si annebbia e vedo tutto nero.
Massaggino alla schiena per alleviare la tensione?
Färskvårdbidrag!
Vuoi fare un salto in palestra a sgranchirti le gambe dopo il lavoro?
Frisksvärdbidrag!
Prenoti subito una visita per chiedere consigli a un dietologo per migliorare l’alimentazione?
Friskis&VårdisBidrag!
Ti chiedi come puoi ottenere consigli utili per smettere di fumare?
FriskusVårdolinaBidrolin! Hm… mi sa che sto sbagliando qualcosa. Il concetto ce l’ho, è giusto, ma c’è qualcosa che proprio non va. Credo che sia il nome. Riproviamo: Friskvårdbidet… mamma mia, no! Ma come cavolo si scrive? Ah sì, ecco: Friskvårdbidrag[1]!
Fantastico. Ne approfitto per comprarmi anche un paio di pattini da hockey e una racchetta da tennis?
Friskvårdbidrag… eh, no!
Ma come no? L’ho scritto giusto.
Sì, sì. È scritto giusto, ma non ci allarghiamo troppo. Il Friskvårbidrag purtroppo non copre le spese per l’acquisto e affitto di attrezzature sportive.
Beh, ma almeno mi faccio un trattamento di bellezza, una seduta dal fisioterapista o dallo psicologo, un corso o un diploma sull’importanza dell’attività fisica?
Friskvår… no, vero?
No, purtroppo neanche per quello. Ma puoi andare a un corso di mindfulness, yoga, meditazione o altri trattamenti mirati alla prevenzione e riduzione dello stress.
Lo so che messa giù così sembra la brutta copia della pubblicità degli anni ’90 di una nota merendina, ma Il Friskvårdbidrag è uno dei tanti benefici svedesi nel mondo del lavoro. La sua funzione è quella di favorire l’appagamento dei lavoratori e prevenire lo stress incoraggiando l’attività fisica o le attività mirate al benessere psicofisico, come per esempio l’acquisto dell’abbonamento in palestra, lezioni di tennis o un massaggio. L’incentivo consiste in un contributo economico offerto dal datore di lavoro e detraibile dalle tasse. La somma varia da lavoro a lavoro e può raggiungere un massimo di 5000 corone all’anno. Non è un diritto del lavoratore ma è solo un beneficio opzionale e quindi in alcuni casi purtroppo non viene concesso. Nonostante questa brutta parentesi molto spesso viene incluso nel contratto lavorativo e molti, incluso il sottoscritto, lo sfruttano alla grande.
C’è ancora tempo per inviare al capo lo scontrino della tessera annuale alla palestra. Non abbattetevi se non l’avete ancora fatto. Non datevi subito disperati all’ippica… piuttosto datevi ad una scuola di equitazione. Eh sì, perché anche quello è incluso nel Friskvårdbidrag.
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/friskvardbidrag/

giovedì 22 febbraio 2024

RACCONTI – Venduto

Io e mia moglie amiamo il nostro negozio. È piccolo ma curato. Le nostre cose in vendita non sono lussuose o esclusive, ma pratiche e accessibili a tutti. È uno di quei negozietti di periferia nel quale si respira ancora l’aria di una volta e il profumo dei libri ha una sfumatura di vita vissuta con amore. A noi non importa diventare ricchi o fare l’affare del secolo per poi vantarcene con gli amici. A noi sta a cuore il cliente e vogliamo essere sicuri che l’oggetto che vendiamo vada in buone mani. Vorremmo sempre che le cose che lasciano il nostro negozio continuino il meraviglioso viaggio che hanno intrapreso con e prima di arrivare a noi. Sappiamo che non sarà sempre così ma ci proviamo con tanta passione e dedizione. Questo ci ha spinti a mettere in piedi questo piccolo negozio dell’usato per dare nuova vita a prodotti dedicati ai bambini che altrimenti sarebbero stati accantonati in una cantina stracolma o buttati via in un cassonetto.
Nel corso degli ultimi anni la nostra attività ha avuto discrete fortune. La campanella alla porta del negozio non ha smesso di suonare. I visitatori sono entrati e usciti attratti dalle merci esposte in vetrina e sui ripiani. Alcuni ne sono rimasti soddisfatti e si sono portati via un pezzo della nostra storia familiare. Altri non hanno trovato quello che cercavano e hanno continuato per altri negozi senza mai però sbattere la porta alle loro spalle. Da noi sono arrivati e poi ripartiti abiti di ogni tipo: vestiti di diverse taglie per bambini piccoli, giubbotti e cuscini per donne incinta, tute da esterno per bimbi che amano le attività all’aria aperta. Abbiamo visto i nostri figli ricevere, appassionarsi e poi abbandonare intrattenimenti infantili che hanno riempito i nostri scaffali: giocattoli digitali, giocattoli analogici, giocattoli per aiutare i bambini a camminare e saltare, libri in italiano e in svedese, monopattini, biciclette, strumenti musicali, palloni. I nostri magazzini hanno ospitato attrezzi utili che hanno reso la nostra vita più semplice e che ora aiutano altri genitori: bilance per pesare neonati, pompe per il latte materno, culle, fasciatoi, seggioloni, cuscini speciali per neonati, dondoli.
Nel corso degli anni tante cose sono passate da noi e alla fine tutte sono uscite dal negozio. Beh, non proprio tutte. Un oggetto, infatti, era rimasto lì, solo nell’angolo, tra ragnatele e polvere per molto tempo. Purtroppo nessuno lo voleva. A nessuno interessava. Povero passeggino. Ne ha passate tante, tra neve, pioggia, sole cocente, terreni sconnessi, fango impiastricciato, ruote bucate, vani portaoggetti sfondati dalla spesa, pianti disperati e pedate arrabbiate di bambini. Eppure è sempre rimasto in piedi, orgoglioso e stoico, e ha continuato a fare il suo lavoro egregiamente come se nulla fosse. Nonostante lo avessimo pulito e tirato a lucido per esporlo in vetrina, nessuna coppia in dolce attesa ha mai voluto prendersi cura di lui e portarlo avanti verso nuove avventure. Era lì ormai da nove mesi, come una gravidanza in attesa delle doglie. Alcune parti eravamo riusciti a piazzarle, come l’aggancio per farlo diventare doppio e una seduta extra, ma il pezzo forte era rimasto in attesa, nonostante le offerte e i vari saldi di stagione.
Ormai avevamo perso ogni speranza quando stamattina, una giovane ragazza bionda svedese, incinta di parecchi mesi, in preda al panico degli ultimi acquisti prenatali, passando in questa zona ha notato il nostro passeggino. L’ha osservato incuriosita attraverso la vetrata, poi è entrata dalla nostra porta, lo ha esaminato con la giusta attenzione ma non troppo scrupolosamente e ha pagato il prezzo ormai ampiamente scontato presente sul cartellino.
La ragazza era felice. Sorrideva mentre spingeva il passeggino fuori verso il mondo mentre la porta del negozio si richiudeva alle sue spalle. Sia lei sia noi avevamo ottenuto quello che volevamo. Una vittoria per entrambe le parti, si potrebbe dire. Avevamo finalmente venduto tutti gli oggetti per bambini da zero a cinque anni del nostro negozio. Avremmo dovuto essere felici, eppure li rumore della campanella della porta del negozio rimbombava nel vuoto che sentivamo nel petto. Con il passeggino se n’era andato anche un ultimo pezzo di storia delle nostre vite coi bambini piccoli. E questo ci aveva lasciato un velo di malinconia e di tristezza per un periodo terminato che probabilmente non tornerà mai più nelle nostre vite.
Poco importa che il negozio dell’usato che ho appena descritto non sia mai veramente esistito e che sia solo una mia metafora per raccontare il via vai di persone che si incontrano tramite i servizi online per rivendere oggetti di seconda o terza mano. Quel che conta sono i ricordi che ogni cosa ha lasciato dentro di noi. Quelli non li dimenticheremo tanto facilmente. Ora, però, siamo pronti ad andare avanti. A passare oltre, verso nuove sfide e nuove avventure. L’età dei bebè è finita. Ed è giusto che sia così.
— Vero, cara mogliettina?
— Hm, tesoro… ho un ritardo!

giovedì 8 febbraio 2024

ITALIENAREN – Viva le tasse

Da quando esiste la società umana, e in particolar modo in periodi storici di inflazione alle stelle e costi elevatissimi delle risorse come questo che stiamo vivendo, l’uomo si è sempre lamentato delle tasse. Giusto. Quasi legittimo. Nessuno però parla mai dei tassi… finché non te ne ritrovi uno a fare la tana sotto casa o, come è successo a me qualche giorno fa, nel giardino condominiale.
Meles meles è il nome scientifico del tasso comune o tasso europeo, un mammifero carnivoro della famiglia dei mustelidi (come la lontra, il furetto, il ghiottone, la puzzola o la donnola) dall’interessante tassonomia (ih ih ih… sono un simpaticone).
Il tasso è un piccolo animale robusto, lungo circa un metro e pesante fino a 17 kg che si contraddistingue per il pelo grigiastro e la testa allungata con l’inconfondibile mascherina a strisce bianche e nere (Forza Udinese!) Ha zampe tozze con artigli forti adatti a scavare tunnel sotterranei che possono raggiungere anche i 100 metri e avere una trentina di ingressi. Non a caso, infatti, in svedese si chiama grävling, dal verbo att gräva che significa scavare. Il tasso è un animale prevalentemente notturno che passa il resto della giornata a dormire nella sua tana. Hai capito lo scansafatiche! Solitamente vive nei boschi di querceti e latifoglie ma si adatta molto bene anche all’ambiente cittadino, seppur dovendo convivere controvoglia con volpi e procioni. Come dargli torto.
È un animale pacifico e di solito scappa in presenza degli uomini, ma se molestato o se si sente minacciato, per esempio vicino al portone di casa mia quando cerchi di uscire con la bici, diventa pericoloso e molto tenace[1]. Leggenda metropolitana narra infatti che, data la potenza del suo morso che può spaccare facilmente le ossa, quando si campeggia in tenda nei boschi svedesi sia meglio infilarsi dei bastoni nei pantaloni all’altezza degli stinchi in modo tale che il tasso senta rompersi il legno e si illuda di aver portato a termine il suo attacco e se ne vada soddisfatto. Se per caso il tasso decide di vivere nel tuo giardino senza pagare regolarmente l’affitto non servirà a niente rivolgersi a un avvocato per avviare il procedimento di sfratto. Gli esperti suggeriscono invece di spargere urina – dopo aver letto dei suoi possibili attacchi anch’io mi piscerei sotto dalla paura – oppure lasciare tessuti impregnati di profumo – come fa qualcuno in metropolitana – per segnalare che quel territorio è già occupato. In alternativa si può cercare di spaventarlo con rumori fastidiosi – ho una lista di talk-show televisivi che potrebbero fare al caso – anche se in realtà il baccano del traffico cittadino non sembra disturbarlo più di tanto e forse dovrò per forza tenermi questo buffo animaletto che soffia, ringhia e brontola (N.d.A. non sto parlando di mio figlio).
A ognuno dunque il suo animale selvatico: a Roma i cinghiali, in Trentino gli orsi, in Friuli le cimici e… a Stoccolma i tassi. Tutto sommato non ci è andata così male visto che questo animale è piuttosto timido e dall’aspetto simpatico. Per fortuna infatti che non si avvistano animali più pericolosi come i lupi… hm, aspetta, non ne sarei così sicuro[2].
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/viva-le-tasse/


[2] https://www.svt.se/nyheter/lokalt/stockholm/varg-i-centrala-lidingo-den-sag-majestatisk-ut

mercoledì 31 gennaio 2024

RACCONTI – Nuvoloni latinoamericani

Una musica latinoamericana in sottofondo. Una decina di persone con vestiti sgargianti e cappelli di gusto discutibile che cercano di imitare l’accento spagnolo con capacità altrettanto discutibili. Un parquet consumato. Luci soffuse. E io in mezzo alla pista da ballo.
In mezzo come un palo e mi chiedo perché e che cosa sia venuto a fare qui. Non sono qui per scopare, come probabilmente tre quarti delle altre persone qui dentro. Sono qui con mia moglie. Non sono in cerchi di scambisti. Sono qui per imparare. Sono qui per provare i passi di una danza, salsa e merengue, che pure mi fa cagare. Non sopporto la musica, non capisco i movimenti, odio il sorriso forzato che si stampano tutti in faccia quando volteggiano. O forse è solo invidia perché si divertono veramente e io no.
Per provare ci provo, ma non ci riesco. Non parlo del sorriso, parlo dei passi di danza. Io ce la metto tutta ma, se il ritmo è nel sangue, io ho proprio bisogno di una trasfusione. L’armonia dei gesti legati alla musica non è il mio forte. Un uomo visibilmente ubriaco al mio fianco coordina i suoi movimenti decisamente meglio di quanto riesca a fare io.
Nonostante tutto voglio imparare con tutte le mie forze.
Perché? Occorre fare un salto indietro nel tempo di un paio di giorni.
 
Il cielo in lontananza è nero. Nuvole basse, grosse e scure coprono l’orizzonte. Si spostano velocemente. Vedo un lampo e poi un tuono. Quelle nuvole pesanti portano tempesta. Sento un altro boato: questa volta è la mia pancia che brontola, preoccupata per quello che le arriverà o semplicemente protesta per la fame. Ma come si fa ad avere appetito in queste situazioni.
Immagino già il disastro che la tormenta porterà nel mio villaggio. Vedo strade allagate, case danneggiate, tetti divelti, alberi spezzati. Sento il vento che turbina e aumenta di forza e velocità, sempre di più, sempre più vicino. Ripenso a quello che avevo e a quello che sto per perdere. Sono già giorni, mesi e anni avanti. Mi vedo distrutto, seduto su un marciapiede altrettanto devastato. Nei peggiori dei casi mi immagino depresso, senza ambizioni e speranze, perso tra i miei sogni decadenti come una statua di creta malriuscita.
Sono il solito esagerato. Il solito catastrofista. La fantasia ha i suoi lati negativi. Con una mano dà, con l’altra prende. Volo troppo coi pensieri e finisco per sfracellarmi al suolo. Perdo il contatto con la realtà. È solo un lavoro. Ce ne sarà un altro. E poi un altro. E un altro ancora.
Il temporale si è avvicinato ancora di più mentre lo fissavo e cercavo di guardare oltre. È ora di svegliarsi da questo bel sogno e abbracciare l’incubo. È il momento di imparare ad accettare quello che sta succedendo. Devo tornare coi piedi per terra, nel presente.
Potrei correre via lontano, ma nessuno corre più del vento, neanche Usain Bolt in discesa.
Potrei cercare riparo, ma nessuna abitazione reggerà questo uragano, neanche la casetta di mattoni del porcellino più saggio.
Potrei mettermi l’impermeabile giallo col cappuccio in cerata e gli stivali di gomma, ma mi ritroverei comunque fradicio e stanco come quel gattino della pubblicità della pasta Barilla di qualche anno fa – o forse era qualche secolo fa. Non sono neanche sicuro che quella bambina riuscirebbe a trovarmi.
Oppure potrei essere grato per quello che è stato, guardare avanti e imparare a fare quello che non mi riesce mai molto bene: ballare. Danzare assieme alla tormenta.
“La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”, diceva Mahatma Gandhi.
 
Eccomi quindi qui a pestare i piedi a mia moglie mentre cerco di seguire l’insegnante di ballo latino americano che sghignazza divertito mentre mi vede impacciato come se stessi giocando a Twister da solo in un lato della pista mentre il resto del gruppo è dall’altra parte. Mi vedo attraverso i suoi occhi e mi scappa un sorriso.

venerdì 19 gennaio 2024

ITALIENAREN – Freddino

Era il 12 gennaio del 1967 quando James Bedford, professore di Psicologia all’Università della California, prima di morire all’età di 73 anni, prese una drastica decisione. Affidandosi alle nuove tecnologie biomediche dell’epoca, decise di ibernare il proprio corpo a scopi scientifici alla temperatura di -196°C. A distanza di più di 50 anni il suo cadavere è ancora oggi perfettamente conservato all’Alcor Life Extension Foundation di Phoenix, Arizona.
Può sembrare fantascienza dai migliori romanzi di Isaac Asimov, ma non lo è. È tutto vero[1]. Da allora, infatti, circa 337 persone hanno seguito questo percorso con l’aiuto delle tre compagnie mondiali che ad oggi offrono questo tipo di servizio. Inoltre c’è molta altra gente in lista d’attesa disposta a sborsare intorno ai ventimila dollari – spicciolo più, spicciolo meno – per ordinare la criogenesi al momento della propria morte come se fosse un surgelato da Picard. Agghiacciante, vero?
 
Spostiamoci ora al 19 gennaio 2024 a Stoccolma, Svezia. Nelle ultime settimane le temperature sono oscillate tra i +1°C, quando andava bene e si osava mettere la testa fuori dalle coperte, e i -15°C, quando non restava che rimanere in cucina bevendo un tè caldo davanti alla finestra se si poteva lavorare da casa o pregare che il sangue non smettesse di circolare nelle vene se si doveva uscire in strada. I lastroni di ghiaccio formatisi nei marciapiedi hanno gentilmente permesso ai passanti di competere con la squadra di bob giamaicana, purtroppo usando il sedere e non lo slittino. Le scale di qualsiasi ingresso alla metropolitana o scalinate dei parchi si sono trasformate in scivoli degni di parchi acquatici. Purtroppo non c’era l’acqua all’arrivo ma il cemento. Le copiose nevicate hanno imbiancato la città come lo zucchero filato ricopre i crostoli (sì, insomma le chiacchiere, le frappe, i cenci, i galani… decidete voi come cavolo volete chiamarli) o come quando il pasticciere locale esagera con la panna nel semla, il dolce tipico svedese del periodo di carnevale. Il traffico delle automobili è andato in notevole difficoltà con qualche incidente, code e rallentamenti vari sia in centro sia in periferia. Il trasporto pubblico, neanche a dirlo, non si è fatto perdere l’occasione di riproporre agli utenti i classici ritardi e le corse cancellate, proprio in concomitanza dell’aumento dei prezzi dei biglietti. Oltre al danno anche la beffa. Infine alcuni cittadini della periferia hanno avvistato degli orsi polari sbocconcellare dita congelate dei passanti come se fossero ghiaccioli al gusto di frutta tropicale[2].
 
Questa è il riassunto della situazione di gennaio nella capitale svedese. Non siamo ancora arrivati alla criogenizzazione ma poco ci manca.
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/freddino/


[1] https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2017/01/09/ibernazione-umana-ha-50-anni-prima-volta-il-12-gennaio-1967_208ec538-34ca-4b87-a229-1a47a34c88b8.html
[2] Quest’ultima è ovviamente una stupidaggine che mi sono inventato io, ma non mi avrebbe stupito se fosse stata vera.

giovedì 11 gennaio 2024

ITALIENAREN – Rientro

Giro la chiave e apro la porta di casa. Appoggio le valige nell’ingresso e sospiro pesantemente. Finalmente siamo arrivati a casa. Il viaggio è finito. Ora devo solo svuotare la valigia e sono pronto per un nuovo anno. Solo svuotare la valigia? Magari… la lista di cose da fare è lunga. Meglio iniziare dalle priorità.
Apro la valigia e comincio a togliere i vestiti. Constato subito di aver usato solo metà della roba che avevo portato. È un mio classico errore. Maledizione, se avessi fatto meglio i calcoli, al ritorno avrei avuto più spazio per portarmi dietro cibo e libri in italiano. Separo i vestiti sporchi da quelli puliti e mi preparo a lavatrici a ciclo continuo nella prossima settimana, canticchiando “The Never Ending Story”.
Passo in cucina dove sistemo con cura i biscotti e le patatine che si trovano solo in Italia nella dispensa e metto sotto vuoto salumi e formaggi che avevo stipato tra calzini e magliette e dentro le scarpe. Finalmente ho capito da dove viene l’odore del taleggio. Ora sono più fornito di quei negozi di délicatesse che si trovano in centro città.
Mentre sono impegnato in queste importantissime operazioni, non posso fare a meno di notare il delicato profumino di polvere e sabbia di lettiera di gatto che si è diffuso nell’aria dell’appartamento nell’ultima settimana. Aprire le finestre appare come la soluzione più sensata, ma bisogna fare i conti con la temperatura svedese a – 12 gradi di questo periodo dell’anno. Arieggiare, anche se non più di un paio di minuti in modo che si congelino le chiappe, non sarà sufficiente, dovrò mettere in ordine la sabbia delle gatte, togliere i peli felini dai cuscini e coperte del salotto – avrò probabilmente bisogno di un rasoio affilato o nei casi più estremi un lanciafiamme – e dare una bella pulizia generale. Sarebbe meglio farlo il prima possibile, ma io posticipo a domani… esattamente come ho detto ieri.
Non solo il tempio esterno – la propria abitazione – ma anche il tempio interno – il proprio corpo – deve riadattarsi dopo le vacanze natalizie. Ci sono le vecchie e care routine quotidiane da recuperare. Per prima cosa bisogna ristabilire il fuso orario svedese con colazione, pranzi e cene a orari più adatti alla vita al nord e alle galline. Poi bisogna cercare di andare di nuovo a dormire prima di mezzanotte (certo i film serali alla TV che finiscono a orari decenti aiuterà nel processo) e di conseguenza svegliarsi presto senza rischiare di addormentarsi durante il viaggio in metro, perdere la fermata giusta e sembrare uno zombie al lavoro. Discorso che vale anche per i bambini con le annesse maggiori difficoltà nel buttarli giù dal letto e convincerli ad andare a scuola. Infine l’impresa più difficile, quella che in confronto Frodo che distrugge l’anello nel Monte Fato è una passeggiata di salute: recuperare il peso forma prefestivo. A dire il vero, il proposito del nuovo anno era quello di ritornare alla forma fisica pre-pandemia, ma alla fine, mentre sgranocchio le patatine portate dall’Italia, mi accontento del peso pre-pranzo di oggi.
Ecco, ci siamo. Mi butto a peso morto sul divano e mi areno come una balena sulla battigia. Ho fatto tutto. Ah, no. Devo anche smontare l’albero di Natale. Va beh, non c’è fretta. Basta farlo prima di Pasqua.
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/rientro/