giovedì 1 settembre 2022

IL LAVORATORE – Manuale alternativo

La FAIS ha creato un manuale guida per le elezioni generali svedesi dell’11 settembre di grande aiuto per gli italiani residenti in Svezia (https://illavoratore.org/wp-content/uploads/Guida-in-italiano-per-elezioni-generali-svedesi-2022.pdf?fbclid=IwAR2qNUS1NaFWYRU7EKWutuuJ8Ajb4bTsf_qvVyH4pnuNQLYRhY0kkUVsLRw).
Lo avete letto? Benissimo. Hanno fatto davvero un ottimo lavoro.
Io, però, voglio fare meglio con questo manuale apocrifo infarcito di alcuni consigli vagamente utili per votare alle prossime elezioni svedesi.
Avete ricevuto la cartella elettorale via posta, vero? Parlo di quella lettera col bordo viola del Valmyndigheten che è arrivata una o due settimane fa. Ce l’avete? Bene. Ora andate al supermercato del centro commerciale e prend… come, come? Che c’entra il supermercato con le votazioni? C’entra, c’entra. No, non dovete comprare un falukorv, tagliarne una fetta e inserirla nella scheda elettorale aggiungendo la scritta ”Mo’ magnateve pure questa!” No… o meglio, si potrebbe fare se proprio proprio ci tenete perché anche questo è un vostro diritto. Questo è il bello (e il brutto) della democrazia: tutti, ma proprio tutti i maggiorenni, che siano sani o salami, hanno il diritto e il dovere di esprimere il proprio voto.
Il supermercato c’entra perché in Svezia si può votare in anticipo (da 18 giorni prima delle elezioni) anche in un centro commerciale, in una biblioteca, a teatro oppure in molti altri luoghi selezionati dal Valmyndigheten (controllate pure su www.val.se se non ci credete).
Una volta giunti al seggio elettorale procuratevi una penna (rubata da un hotel o da un collega di lavoro va bene lo stesso). Entrate nel segreto della cabina e disegnate sulla scheda simboli fallici osceni! No, scherzavo! O meglio… sì, potete fare anche quello ma poi non lamentatevi se chi viene eletto è un cazzaro.
Non fatevi distrarre e votate bene invece. C’è molta scelta: potete votare destra, sinistra, poi sempre dritto per cento metri fino a giungere all’ufficio postale, non potete sbagliare. Potete votare per i progressisti, i conservatori, gli spreconi, per il centro o per la periferia.
Potete votare per una persona singola che vi ispira fiducia o simpatia, votare per un partito oppure votare per un andato (e se ho capito bene ci sono molti candidati partiti per la tangente e molti andati a male anche qua in Svezia).
Se invece siete confusi potreste anche lasciare il foglietto intonso, ma così facendo lascereste agli altri una decisione importante. Sarebbe come abbandonare il telecomando nelle mani di un bambino di sei anni: potreste ritrovarvi a guardare cartoni dei Pokémon dalla mattina alla sera per i prossimi quattro anni, ma vi garantisco che non vedreste nessuna evoluzione.
Voto nullo o scheda bianca non sono dunque delle buone opzioni, così come fregarsene delle elezioni e starsene a casa perché a quel punto saranno i politici del prossimo governo a infischiarsene di voi.
Allora che resta da fare? Leggere, informarsi, chiedere, seguire i dibattiti e farsi un’idea propria (magari con l’aiuto di un valkompass fornito su internet da diverse testate giornalistiche come DN, SvD, SVT, TV4, ecc…)
Infine votate! Che sia solo per il comune e la regione o anche per il governo (solo se siete cittadini svedesi nell’ultimo caso). Andate a votare perché è un vostro diritto e un vostro dovere, qualsiasi sia il vostro orientamento politico, non mi interessa, ma votate!
 
P.s.: Ma se proprio volete il mio consiglio, mi raccomando, non votate assolutamente per quelli là che hanno quel simbolo colorato che…
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/manuale-alternativo-alle-elezioni-svedesi/

giovedì 25 agosto 2022

RACCONTI – Il viaggio in aereo

Passare le vacanze in Italia è meraviglioso. Rivedere la famiglia, gli amici, i luoghi dell’infanzia, mangiare piatti prelibati, godersi il sole e rilassarsi al mare è qualcosa di ineguagliabile. Tutto molto bello.
Il problema è arrivare in Italia… dalla Svezia e con due bambini piccoli a carico.
 
Tutto inizia qualche mese prima con la prenotazione del volo. Seduto al computer sgranocchio delle patatine e do un’occhiata al sito della SAS: 2000 euro per quattro persone. Lo spuntino si blocca in gola e quasi mi soffoco, ma deglutisco e vado avanti. Guardo su Lufthansa: 1800 euro. Il secondo shock mi fa sputare fuori tutto. Scappo allora sul sito della Norwegian che spesso mi ha dato grandi soddisfazioni. Per sicurezza non mangio più niente. E faccio bene: 1500 euro. Va bene che i prezzi stanno scendendo, ma siamo pazzi?
Per un secondo considero l’idea di fare il viaggio Stoccolma-Udine in macchina per ben duemila chilometri di passione. Mi piace guidare, godermi il paesaggio che sfreccia ai lati dell’auto, fare delle soste in belle città come Copenaghen, Berlino, Praga, Monaco. Sorrido alla sfida che un viaggio on the road mi suggerisce. Poi rinsavisco e mi ricordo che in macchina i miei figli passano il tempo a litigare, urlare o piangere. Quando non lo fanno dormono. Sembra un’ottima soluzione, vero? No! Perché se dormono di giorno si trasformano in vampiri e stanno svegli di notte, quando siamo io e mia moglie che dovremmo riposare e restare in forma per la tappa successiva del giorno dopo. Nonostante penso che potrei sopportare tutto solo perché so che in Italia mi aspetterà il bel tempo e il caldo, scarto a malincuore l’ipotesi del viaggio in auto. Ci ripenserò quando i bimbi saranno più grandi.
Mi resta solo una cosa da fare. La compagnia aerea semi palindroma che da qualsiasi parte ti giri per leggere il suo nome cerca sempre di mettertelo nel fondoschiena. Sto parlando della Ryanair. Accedo al sito e ho l’impressione di sentire una porta scricchiolare, un forte odore di chiuso e mi sembra di dover togliere ragnatele immaginare dallo schermo. Non compro un biglietto con questa compagnia da più di 6 anni, dal periodo prima di avere i bambini.
Tutto è cambiato. Non mi ci ritrovo più. Con fatica navigo a vista tra le nuove opzioni. Seleziono l’aeroporto di partenza e quello di arrivo e clicco per avviare la ricerca: 250 euro a persona. Buono! Penso sbalordito, considerando che è piena estate e i prezzi sono folli in questo periodo. Devo delle scuse a questa compagnia aerea. I miei pregiudizi sono stati infondati. Non dovevo essere così duro con lo… aspetta un attimo. Ho letto male. Quel prezzo vale per la tariffa Value, cioè quella che puoi portarti solo le mutande e devi pagare il sedile a centimetri quadrati che occupi. L’aria che respiri è invece inclusa nel prezzo, ma c’è una tassa sulla CO2 che emetti.
Io, mia moglie e due bambini piccoli abbiamo però bisogno di almeno un paio di bagagli in stiva, non tanto per le cose che porteremo in Italia, ma per quelle che riporteremo in Svezia sotto forma di salumi, formaggi e le immancabili patatine Fonzies. Aggiungi quindi 80 euro a persona, che comprende anche il posto prenotato, ottimo per avere la certezza di tenersi le canaglie minorenni a portata di mano così da limitare i danni che sicuramente faranno.
Con la coda dell’occhio leggo le notizie provenienti dall’aeroporto principale di Stoccolma. A quanto pare è preso d’assalto e le file ai banconi del check-in sono infinite. Tutti consigliano di comprare il servizio Fast track per evitare impicci. E vuoi non comprarlo? Aggiungi dunque al carrello 20 euro in più.
Bene, ci siamo. Passo al pagamento. Prezzo totale 1400 euro. Eh? Quant’era il prezzo con Norwegian? 1500 euro… va beh, il totale è sempre una botta ma almeno ho risparmiato qualcosa. Cosa non si fa per la prospettiva di starsene un po’ al caldo e al sole!
 
È il giorno della partenza. I bambini sono super eccitati. Non vedono l’ora di arrivare in Italia. Per rivedere i nonni, i cugini, il mare? No, per i gelati artigianali. Per convincerli a partire e a stare calmi mentre si preparavano le valige abbiamo infatti promesso che ne mangeremo tanti. In effetti, funziona bene perché questo motiva moltissimo anche me.
Io e mia moglie siamo invece già super stanchi. Carichi come due muli (uno zaino per spalle e due trolley a testa) arriviamo a fatica in aeroporto. La voglia di fare marcia indietro è tanta, ma tra qualche ora saremo al caldo e al sole e il disagio passa. Che bello.
I bambini continuano nel loro trip d’eccitamento saltellando, correndo e sbraitando in giro per la hall del terminal. In coda per il check-in sono incontenibili. Spostano le transenne che delimitano la fila, usano le valige con le ruote come auto da corsa e danno fastidio agli altri viaggiatori ridendo a crepapelle come Beavis & Butthead. Appena riusciamo a imbarcare le valige più grosse ci guardiamo attorno alla ricerca dei passeggini che l’aeroporto dà in dotazione ai clienti. Prima non potevamo perché non avevamo nessun arto disponibile per poterli spingere avanti. Sfortunatamente troviamo solo quelli normali. Quelli con la camicia di forza incorporata sono già tutti occupati.
Dopo aver sedato un po’ i bambini con un giornaletto dei Pokemon è il momento di passare i controlli. Le notizie che avevo letto sull’aeroporto non erano poi così fondate. Non sembra esserci tanta fila qui. Non c’è il marasma descritto nei vari articoli catastrofali e nei resoconti aneddotici dei miei conoscenti. Uso comunque il servizio di Fast track che ho comprato. Mentre passo velocemente attraverso i tornelli, rido beffardo in faccia agli altri viaggiatori che aspettano il loro turno. Mi trattengo dall’essere scurrile. Mitico Fast track. Allora funziona davvero, eh eh eh! Passo indenne i controlli (il personale della sicurezza non ha nessun stracchino da confiscare come successe qualche anno fa… quei bastardi), risistemo le mie cose in tasca e nello zaino, compro una bottiglia d’acqua al duty free shop mi giro e chi mi ritrovo alle spalle? Le stesse persone che avevo lasciato alla fila dei controlli senza Fast track. Ma come? Con questo meraviglioso servizio mi sono risparmiato ben 10 minuti di coda. Meglio non ricordarsi quanto mi sia costato. Meglio ricordarsi che tra poco si arriva al caldo.
 
Nel frattempo è ora di cena. Gli aeroporti per fortuna offrono una vasta gamma di scelte di ristoranti. Non quest’aeroporto. Non questo terminal almeno. Tutto è inspiegabilmente chiuso. Sui tavoli di tutti i ristoranti ci sono solo cartacce sparpagliate. Sono tutti involucri dello stesso panino al formaggio, con o senza il prosciutto, venduto dal duty free shop. Ho il forte sospetto che quel pezzo di pane al cartone con una soletta di scarpa sarà la nostra cena. Purtroppo non abbiamo scelta. Il panino però è meno cattivo di quanto pensassi e lo valuto passabile. Incredibilmente lo mangiano anche i miei bambini, nonostante non ci siano tracce di wurstel, polpette IKEA o pancakes in esso.
Dopo questo lauto pasto è ora d’imbarcarsi. Troviamo facilmente il gate e aspettiamo. Intanto i bambini hanno ricaricato le batterie e sono di nuovo a caccia di marachelle e danni. Tra minacce di far sparire i gelati, somministrazione di cartoni animati come pasticche calmanti e lettura di libri a ripetizione riusciamo a limitare i danni e arriva l’ora del nostro volo (il tempo passa in fretta quando ti diverti, vero?) Ora è arrivato finalmente il momento di partire.
Neanche per idea. Il volo è in ritardo, ma solo di 10 minuti… 20 minuti, mi correggo. Hm, scusate, volevo scrivere mezz’ora. Per un attimo mi sembra che la voce che annuncia i ritardi sia quella di Trenitalia. Di riflesso mi allontano dalla linea gialla e mi viene un forte mal di pancia.
Come promesso dall’altoparlante, dopo 45 minuti c’imbarchiamo. I bambini se la passano guardando video e il volo fila via incredibilmente liscio oltre mia ogni aspettativa, nonostante quello seduto dietro di me abbia una sospettosissima tosse secca che mi fa bestemmiare a ogni colpo. Passo il tempo leggendo un libro, rimpiangendo i vecchi tempi pre-covid quando mi lamentavo della puzza di piedi dei vicini di posto e ripetendomi il mantra che, okay non vedrò il sole perché ormai è notte, ma almeno ci sarà il bel tempo.
 
Al nostro arrivo a Venezia vengo benedetto dai miei genitori. Vengo accolto con il capretto sacrificato come il loro figliol prodigo. Bello sentire il calore famigliare e pregustare quello atmosferico che mi aspetta fuori dall’aeroporto. Non vedevano l’ora di riabbracciarmi dopo un anno di assenza? Sì, anche per quello… ma soprattutto perché mi vedono come uno sciamano, un profeta (mi chiedo se sia un bel modo per dire che porto sfiga?) Finalmente infatti è successo qualcosa che non accadeva da mesi: piove e fa freddo. Bentornato in Italia!

venerdì 19 agosto 2022

RACCONTI – I corti (1)

Certe mattine è proprio dura andare al lavoro. Non c’è niente da fare. Hai il mondo davanti agli occhi, ma tu vedi solo un muro. È un muro invalicabile. Non lo puoi scavalcare. Non ci puoi camminare intorno. Non ci puoi passare attraverso. Il passaggio ti è precluso. Non importa quanto ti sforzi, quanto fatichi, quanto spingi, ma non puoi andare oltre.
Poi per fortuna qualcosa succede. Avviene ciò che speravi. Trovi il tuo spazio. Arriva il tuo momento.
Alcuni passeggeri scendono dal vagone e tu puoi finalmente prendere la metro. Le porte si richiudono e il treno riparte.

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Provo a seguire il filo, ma i miei pensieri vanno da un’altra parte.
Oggi sono troppo distratto per concentrarmi su questo. È un tale garbuglio e non riesco a venirne a capo. Di solito ascoltare della musica o parlare con i miei cari mi aiuta ma oggi non ci riesco. Non posso proprio.
Più ci provo e più mi innervosisco. Non posso credere che mi succeda ogni volta. Provo sempre a mettere le cose a posto, ma poi le trascuri un po’, passa il tempo e “magicamente” te le ritrovi tutte aggrovigliate.
Sbuffo. Ho quasi perso la pazienza, ma alla fine tutto va per il verso giusto e la matassa si scioglie.
Ora le cuffiette sono finalmente libere dall’intrico e posso di nuovo ascoltare musica e chiamare a casa.
 
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Un deserto.
Crepe ovunque.
Tutto è arido e secco.
Sembra un luogo senza vita, abbandonato da Dio. Eppure qui ci sono io. Tutto questo è proprio davanti ai miei occhi. Non riesco ancora a capacitarmi di come sia potuto succedere. Una volta era liscio e soffice. Una volta era perfetto.
Poi è passato il vento, le stagioni sono trascorse inesorabili, è arrivato il freddo e tutto si è asciugato, si è essiccato, lasciando tutto duro e spigoloso. Fa male. Fa molto male.
C’è poco da piangere, però, quando si è la causa dei propri mali.
Ormai non resta molto da fare. Non posso fare altro che svuotare mezzo tubetto di crema su queste mani screpolate, ripetere l’operazione ogni giorno e col tempo dovrebbero tornare come prima.

venerdì 12 agosto 2022

KISSENEFREGA – Le fasi

No. No. Nooo. Non è possibile!
Ho da poco letto un messaggio che mi è appena arrivato sul cellulare. Non ci posso credere. Non può essere vero. Si stanno sicuramente sbagliando. Non deve succedere.
Come posso andare avanti così? Io ne ho bisogno. Come cazzo possono pensare di lasciarmi così. Devono fare qualcosa. Devono subito sistemare le cose. Se la situazione è questa potrei morire.
Strozzo un grido in gola e mordo il colletto del maglione. Mi ficco le unghie sulle cosce per sostituire l’angoscia mentale con il dolore fisico. Vorrei spaccare tutto. Appoggio per terra la sedia che avevo sollevato solo perché mia moglie mi sta guardando in cagnesco.
— Che succede?
Le mostro il cellulare. Scoppio a piangere e lei mi abbraccia.
— Perché proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?
Mia moglie mi passa un fazzoletto per asciugarmi gli occhi e mi consola con delle carezze.
— Magari li chiamo e mi spiegano che si sono sbagliati.
Mia moglie scuote la testa.
— Invece di starmene qui ad attendere la mia fine, potrei andarci incontro. Forse troviamo una soluzione…
— No, caro. Bisogna aspettare ormai.
— Non può essere. Perché è successo proprio adesso. So che prima o poi deve succedere, ma non proprio ora. No. Potrei chiedere di posticipare?
Mia moglie mi stringe al petto e io soffoco le mie grida di disperazione sulla sua maglietta.
— Se sopravviverò a tutto questo, giuro che non farò più lo stesso errore. Passeremo più tempo assieme. Faremo un sacco di cose. Porterò fuori te e i bambini più spesso. Non ci chiuderemo in casa. Cucinerò per voi!
— So che lo farai…
Ora anche mia moglie non trattiene le lacrime. Non capisco se lo faccia per quello che sta succedendo o per le mie limitate capacità culinarie. Meglio non chiedere. Se non ricevessi la risposta voluta sarebbe un altro duro colpo da assorbire. Preferisco restare nel dubbio. Preferisco rimanere nella mia inutilità. Sono solo un uomo. Sono solo un involucro vuoto. Il tempo mi sta consumando: a ogni minuto che passa perdo peso, la mia forma svanisce. Tra poco sarò una carcassa senza speranza e senza vita. Nulla ha più senso ormai. Anche mia moglie se ne va in salotto dai bambini e mi lascia solo. Non posso biasimarla: nessuno potrebbe sopportare la mia presenza. Non riesco a farlo nemmeno io. Dovrei farla finita prima che si arrivi alla conclusione di questa faccenda.
Oh se solo non fosse andata così. Se solo non fosse successo proprio oggi. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e fare altre scelte, ma non posso. Ormai non c’è più niente da fare. Non so quanto resisterò ancora. In fondo è giusto così. Siamo il frutto delle azioni che compiamo e del caso che interviene a nostra insaputa sopra le nostre teste. Siamo solo una molecola d’acqua nell’oceano del mondo. Non mi resta che accettare che sia andata così. Non posso far altro che guardarmi all’indietro ed essere grato per tutto quello che ho avuto: la salute, la famiglia, un pasto caldo da portare a tavola.
Ora mi siedo per terra, nell’angolo della cucina e aspetto. Aspetto che arrivi il mio momento. Il messaggio sul cellulare dice che sarà a breve.
Non riesco neanche più a piangere. Meglio così. Non avrebbe nessuno scopo. Aspetto in silenzio, mentre sento i miei figli giocare con gioia nell’altra stanza.
Abbasso lo sguardo verso il pavimento e in quel momento succede quello che non ti aspetti: squilla il citofono.
Alzo la testa. Nei miei occhi si dipinge un velo di speranza. L’angolo della bocca accenna un sorriso. Vado ad aprire alla porta: è lui. È arrivato. Incredibile. Non so se abbracciarlo felice o se insultarlo arrabbiato. Faccio una strana via di mezzo. Mi ricompongo e lo ringrazio comunque perché so che non è colpa sua. Prendo quello che ha da darmi e poi chiudo la porta.
La cena è salva. La pizza calda è sulla tavola. Dopo 45 minuti di ritardo sulla mia consegna il rider di Foodora è di nuovo in strada, pronto per una nuova avventura.
 
E voi direte: e chi se ne frega del ritardo della tua cena? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 19 luglio 2022

RACCONTI – Il dispositivo svedese

Sono seduto sullo sdraio in spiaggia. Mio figlio è a qualche metro di distanza, indica una bella ragazza distesa sull’asciugamano nei pressi di un ombrellone vicino e urla.
— Papà, di chi è questa troia?
Io lo guardo e senza esitare rispondo con un sorriso.
— È mia! Ora vengo a prendermela!
Gelo nello stabilimento balneare anche se ci sono 38 gradi. Il fidanzato della ragazza in questione, un energumeno di due metri per uno di soli muscoli, prima s’indispettisce poi fa finta di non aver sentito e mi risparmia la vita solo per non provocare a mio figlio il trauma di vedere il proprio padre pestato a sangue. Mi lancia comunque un’occhiataccia per farmi capire tutto questo concetto appena espresso. Anche il suo sguardo fa comunque male e io comincio a massaggiarmi la spalla dolorante. Non capisco questo astio nei miei confronti.
All’ultimo secondo però ho un’intuizione. Cerco subito nel marsupio finché trovo quello che volevo: un paio di occhiali speciali color giallo-blu e una specie di auricolare da infilare nell’orecchio. È il mio dispositivo svedese che mi aiuta a reinterpretare gli eventi appena successi. È essenziale se si manca dall’Italia da più di dieci mesi.
Schiaccio indietro veloce e…
— Papà, di chi è questa tröja*?
Mio figlio regge un maglioncino leggero tenendo il braccio teso di lato e accidentalmente indica anche la bella ragazza vicina d’ombrellone. Io non noto la bella ragazza (va beh… l’avevo notata prima, ma non noto che mio figlio la sta indicando) e mi concentro solo sulla maglia. Sorrido e rispondo.
— È mia! Ora vengo a prendermela!
Niente di strano, vero? Col dispositivo svedese tutto torna nella norma. Nel dubbio me ne vado prima che l’energumeno cambi idea sulla sorte che mi spetta.
(* piccolo vocabolario svedese-italiano: tröja = maglione).
 
Nel tardo pomeriggio stiamo passeggiando serenamente per Lignano. Passando vicino a un bar animato da abitudinari bevitori di vino e sfegatati bestemmiatori, i miei figli si contendono qualcosa che tengono in mano. Litigano e alzano la voce.
— Sono mie. Ora gioco io, ‘io can!
— No. Tocca a me, ‘io can!
Un arzillo signore friulano di circa ottant’anni, incallito giocatore di briscola, tresette e morra, ferma la sua partita per alzarsi dal tavolo. Mi si avvicina commosso, mi dà una pacca sulle spalle e mi fa i complimenti.
— Finalmente qualcuno che cresce i bambini come si deve!
Poi torna al suo posto, non prima di aver scatarrato sul marciapiede una sostanza viscida verde.
Non capisco, ma ringrazio per cortesia (per il complimento, non per lo sputacchio).
Nel frattempo prendo il dispositivo svedese. Infilo occhiali e auricolare e rivedo la scena.
I miei figli stanno litigando su chi debba giocare con le carte Pokemon che abbiamo appena comprato.
— Sono mie. Ora gioco io. Jag kan**!
— No. Tocca a me. Jag kan**!
 Ah… ora mi è tutto più chiaro. Proseguiamo per la nostra strada cambiando marciapiede per evitare di schiacciare altre sorpresine lasciate dagli abitatori del bar.
(** vocabolario SVE-ITA: jag kan = Io posso… detto velocemente suona come la popolare bestemmia del triveneto).
 
Il giorno dopo, di nuovo in spiaggia. I bambini giocano sulla battigia con dei nuovi amichetti. Ridono, scherzano e si divertono felici finché mio figlio Sebastian grida a suo fratello.
— Alexander puttanier m’incula!
Io osservo interessato lo sviluppo della prossima mossa di Alexander.
Le madri degli altri bambini invece s’irrigidiscono, si avvicinano ai loro figli e li portano via, lanciandomi uno sguardo di disprezzo per il linguaggio sboccato che consento ai miei figli.
Io penso che non abbiano fatto niente di male, ma poi mi ricordo di inforcare il dispositivo svedese e rivivere l’evento.
Rewind e…
I bambini stanno giocando con le biglie sulla sabbia bagnata. La partita è concitata. Mio figlio Sebastian è in testa e spera ovviamente di non essere superato. La sua biglia è in cima a un dosso.
— Alexander, putta ner min kula***!
Incita beffardamente il fratello Alexander a colpire la sua biglia così da rimanergli dietro e allo stesso tempo far avanzare ancora Sebastian.
Ora ho capito l’accaduto. Mi giro a cercare di spiegare agli altri genitori, ma è troppo tardi: mi hanno segnalato al bagnino.
(*** vocabolario SVE-ITA: putta ner = spingi giù; min kula = la mia biglia).
 
Qualche giorno dopo siamo al bar del lungomare. È il primo pomeriggio e cerchiamo refrigerio all’ombra del tendone. Mi volto a destra e a sinistra. Non c’è molta gente. Guardo mia moglie con voglia e penso sia il momento giusto per approfittarne ora che i bambini sonnecchiano sulla panchina.
— Mi dai la fica?
Credevo di averlo sussurrato, invece devo averlo detto a voce abbastanza alta. Lei si arrabbia.  
— No! L’hai già avuta stamattina a tavola quando c’erano i bambini. Basta!
Un signore che non avevo notato, seduto a qualche tavolo dietro di noi, indomito berlusconiano voyeurista dei bei tempi, rizza le orecchie e si risveglia allupato dal sonnellino post prandiale.
Non capisco perché ci rivolga quello sguardo fantozziano davanti alla televisione nell’attesa che qualcuno si tolga le mutande. Poi ricordo di controllare con il dispositivo svedese che fortunatamente porto sempre con me.
Mia moglie sta mangiando un bombolone alla marmellata. Ce ne sono anche in Svezia, ma quelli dei bar italiani mi piacciono di più e io non so proprio resistere. Mi pento di non averne ordinato uno anch’io e chiedo golosamente a mia moglie.
— Mi dai la fika****?
Lei non ci sta. Vuole mangiarsi tutto il bombolone e mi rinfaccia di averle fregato il cornetto al cioccolato stamattina durante lo spuntino. Io rimango deluso.
Anche il signore sulla sessantina del tavolo vicino è confuso e scontento per non essere riuscito a godersi la scena da sexy commedia all’italiana degli anni ’70 che si era illuso di vedere.
Vorrei spiegargli cosa intendevo dire, ma lui ha già ricominciato a russare.
(**** vocabolario SVE-ITA: fika = classico termine svedese che sta a indicare una pausa durante la giornata, spesso accompagnata da un caffè e/o da un dolcetto).
 
Le vacanze al mare in Italia stanno andando bene, ma non benissimo.

giovedì 7 luglio 2022

IL LAVORATORE – PPD

Prima c’era. Adesso non c’è più.
Così, all’improvviso.
Hai fatto tanto. Faticato. Sudato. Sognato. E poi d’un tratto tutto finisce.
 
Qualcosa a dire il vero rimane. Il vuoto. Un grande ed enorme buco nero dentro di te. Si nutre dei tuoi pensieri e soprattutto delle tue emozioni.
Ti lascia sempre il segno. A volte fa male come un pugno di sorpresa sullo stomaco, a volte è piacevole come l’ultima carezza di una nonna anziana che purtroppo non rivedrai più.
È un panorama che ti lascia senza fiato. A volte perché ti prende alla sprovvista tappandoti la bocca con violenza per rubarti il portafogli, a volte perché ti toglie le parole per quanto è bello ed emozionante.
È un biglietto di un concerto degli anni ‘90. Richiama alla memoria bei ricordi di musica a palla, sudore e spintoni in massa, ma ti sbatte in faccia che sei ormai un vecchio che non reggerebbe più nemmeno un minuto in quella bolgia.
 
Si chiama Post Production Depression, PPD.
Depressione da fine produzione artistica. Esiste. Si chiama così. Davvero. It’s a thing. È na robba. Non vi sto prendendo in giro.
 
È come quando ti guardi le partite, t’informi sui protagonisti, analizzi le statistiche con cura e poi finiscono i mondiali di calcio o i playoff NBA e non sai più cosa guardare. Soprattutto se hai goduto tanto per la vittoria dell’Italia o dei Chicago Bulls… hm, questi ultimi due casi non sono poi così frequenti e rilevanti, meglio sceglierne altri.
È come quando finisci l’università. Hai studiato molto. Anche le materie che non c’entravano niente col tuo corso di laurea che sono state inserite nel programma solo per fare numero. Il giorno dopo aver discusso la tesi, ancora in preda agli effluvi alcolici e al mal di testa post sbornia della festa di laurea, ti alzi dal letto, metti giù prima il piede destro e poi quello sinistro e ti chiedi: “E adesso che faccio?”
È come quando finiscono le vacanze al mare che hai pianificato nei dettagli e che hai agognato con impazienza dopo due anni di pandemia durante i quali non hai potuto viaggiare e sai che lunedì dovrai tornare al lavoro.
È come quando finisce la tua serie televisiva preferita che avevi scelto sapientemente e che avevi aspettato con ansia e ora hai la sensazione che non ci sia più niente che valga la pena guardare nonostante la tua lista su Netflix sia lunga dieci pagine.
È come quando finisce uno spettacolo teatrale dei “varför inte” che hai preparato per mesi con gente stupenda e generosa. Uno sforzo collettivo e sacrifici enormi di tempo ed energie, solamente per il bene comune. Un processo creativo che ha messo tutti alla prova e che ha chiesto molto, ma che alla fine ha ripagato con gli interessi.
Ecco, sì. Questo era l’esempio che cercavo per descrivere la PPD.
 
La depressione da fine produzione teatrale mi lascia vuoto e stanco, fisicamente e mentalmente. Vorrei solo prendermi una lunga pausa ma il sabato successivo, sovrappensiero, mi presento per sbaglio davanti alla sala prove anche se non c’è ovviamente nessuno ad attendermi.
Mi ritrovo a pensare che niente abbia più significato e che non ci sia più nulla che valga la pena fare nella vita. Sono però impaziente di ricominciare con la prossima stagione teatrale e mille idee mi balzano in testa come caprette al pascolo.
Cammino nostalgico per la città e ripenso alle prove, pianifico nuovi esercizi d’improvvisazione, canticchio le canzoni dello spettacolo e mi riscopro a sorridere pensando “Due settimane fa a quest’ora ce la stavamo facendo sotto per la paura a un paio d’ore dalla prima.” Un secondo dopo provo rabbia per non aver avuto la possibilità di andare in scena in più serate, in più città, di non aver raggiunto ancora più pubblico. Però poi sorrido rivedendo le foto in costume scenico e le foto del dietro le quinte.
Sono felice di essere stato parte di questo progetto che è cresciuto tra le nostre mani, partito da un asettico copione bidimensionale di carta a una serie di vivaci scene tridimensionali fatte da persone in carne e ossa. Da semplici descrizioni d’inchiostro a battute con intenzione, parti di scenografia, luci e suoni, tutto realizzato con gran passione. Mi mancano già gli altri membri del gruppo… e mi commuovo quando il pubblico ci fa i complimenti e ci dice che il nostro affiatamento era evidente sul palco.
Che tempesta di emozioni. Che altalena di sensazioni. Che spettacolo!
 
Stamattina mi sono svegliato come al solito. Ho messo giù prima il piede destro e poi quello sinistro e mi sono chiesto: “E adesso che faccio? C’è un rimedio a questa depressione da fine produzione teatrale?”
Un rimedio per fortuna esiste.
Ripartire con altri progetti creativi che diano forza ed energia.
Eccomi, dunque, documento Word del mio Blog da Strapazzo.
Eccomi chat Whatsapp del prossimo spettacolo teatrale dei “varför inte”.
Eccomi redazione de Il lavoratore.


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Ecco il link al sito de Il lavoratore.

giovedì 30 giugno 2022

RACCONTI – Il sergente

Immagina che sia un giorno di giugno o di luglio in Svezia, in Scandinavia o comunque sopra il 50° parallelo nord. Sei stanco dopo una faticosa giornata di lavoro. Hai preso la metropolitana che era piena di gente e non ti sei potuto sedere. Arrivi a casa e devi ancora fare il bucato e riordinare la cucina dalla colazione di stamattina. Finisci tutto con l’ultimo filo d’energia che ti rimane e ti butti stancamente sul divano. Ecco, a quel punto arriva lui.
Ma come chi? Lui!
 
Arriva in fretta, con la sua andatura rigida e decisa. Ti squadra dalla testa ai piedi con quei suoi occhi scuri, cupi e ben scavati in una faccia asciutta, ben rasata e sempre perennemente incazzata. In testa tiene il suo inseparabile cappello US Marine Corps verde a tesa larga. Sopra la camicia e cravatta color kaki e la giacca verde perfettamente stirata, le medaglie all’onore scintillano come diamanti purissimi.
Il sergente Sommar si china verso di te ancora disteso sul divano e quando arriva a circa 4-5 centimetri di distanza dalla tua faccia prende fiato e urla con tutta la forza che ha in gola.
— Soldato Palla di lardo, hai il c**o che pare un quintale e mezzo di chewing gum masticato. Te ne rendi conto Palla di Lardo?
Ti costringe ad alzarti in meno di un secondo e ti metti d’istinto sull’attenti.
— Signorsì, Signore!
— E allora perché non approfitti di questa bella giornata di sole per muovere quei tuoi bei piedini da checca pomp***ra e farti un giro in bicicletta o una camminata sul lungomare della città?
— Signorsì, Signore!
 
Immagina di essere a casa che stai bevendo un bicchiere di acqua rinfrescante in una giornata calda e afosa. I tuoi figli giocano pacifici con i lego e con le macchinine. È una gioia vederli allegri e spensierati tra le mura amiche. Ti giri verso la cucina per andare a prendere un altro bicchiere di acqua dal rubinetto e te lo ritrovi davanti.
È ancora il sergente istruttore Sommar.
Lì, di nuovo a una manciata di centimetri dalle tue orecchie, ti sbraita come un pazzo.
— Soldato Palla di lardo, cosa stavi pensando di fare? Pensi che io sia stupido?
— Signornò, Signore!
— Pensi che sia l’ultimo str***o sulla faccia della terra che si possa infiocchettare e spedire come regalo di Natale alla tua mammina?
— Signornò, Signore!
— Cosa fanno i tuoi bambini? Perché non sono fuori a giocare al parco?
— Signore, ci sono trenta gradi all’ombra, Signore!
— Ma c’è il sole. Non sta piovendo. Fai divertire un po’ questi bambini moderni!
— Signore, i bambini si stanno divertendo anche così, Signore!
— Soldato Palla di lardo, se non vuoi che i tuoi figli ti rinfaccino fino all’ultimo giorno della tua insignificante vita da str***o comunista per non aver sfruttato questa fantastica giornata di sole che il buon Dio ci ha mandato sulla Terra, esci subito da questa stanza e vai al parco a giocare con un pallone!
— Signorsì, Signore!
 
Immagina di avere fame. Sono le sette di sera. Sei in cucina stai già facendo bollire la pasta, devi solo scongelare il ragù e tutto sarà pronto. Facile.
Purtroppo no.
Indovina chi arriva a rovinarti la tranquillità? Sì, proprio lui. Più incazzato che mai.
— Soldato Palla di lardo. Se non vuoi che ti infili quel tuo pisello moscio nella pentola dell’acqua bollente nel tentativo di ridarti un po’ di vigore e dignità umana, spegni subito i fornelli, prendi un bel pezzo di sana carne di maiale da vero uomo cristiano e vai fuori a farti un bel barbecue con tutte quelle checche ballerine dei tuoi amichetti da quartiere.
— Signore, sono stanco e ho fame, Signore!
— Che ca**o hai appena detto? Hai appena firmato la tua condanna a morte per questa frase da lurida checca comunista! Ti ammazzo a forza di ginnastica, ti faccio venire i muscoli al buco del c**o! Il sole è ancora alto e tu ora vai fuori a fare una bella grigliata altrimenti ti infilo un bastone nel buco del c**o fino alla bocca e ti metto a girare sopra i carboni ardenti fino a domani mattina. Hai capito?
— Signorsì, Signore.
 
Ti sei fatto i tuoi piani tranquilli e sereni. Il sergente Sommar però arriva, ti pietrifica con la sola forza dello sguardo e ti costringe a cambiare idea. Che poi, non si capisce perché debba insultarti così tanto e usare tante parolacce… ma devo dire che è molto persuasivo.
Così stavi ingenuamente pensando di guardare in TV un paio di puntate della tua nuova serie preferita gustandoti un buon gelato quando il sergente istruttore Sommar trova i suoi metodi convincenti per farti alzare dal divano e andare a fare un picnic oppure a comprare una pizza ad asporto da mangiare in riva al mare.
 
Hai fatto mille attività all’aria aperta, sei andato in spiaggia, hai giocato a racchettoni coi bambini nel giardino condominiale, hai fatto una pennichella sull’amaca dopo aver grigliato anche la tua mano destra e immerso i piedi gonfi nell’acqua gelida di una piscinetta gonfiabile. Sei a pezzi. Pensi di aver sfruttato ogni secondo di questa magnifica e lunghissima giornata di sole. Sono le undici passate. Hai ricoperto le finestre di sacchetti neri dell’immondizia perché non ti sei mosso in tempo e le tende coprenti dell’IKEA sono esaurite e sono rimaste solo le tende di carta di riso trasparente. Ti lanci a letto. Distrutto. Esausto. Stai per prendere sonno prima ancora che la tua testa sia a contatto col cuscino quando senti quella voce forte e decisa che non si accontenta mai.
— Soldato Palla di lardo! I tuoi genitori hanno anche figli normali?
— Signrre, nn ce l facio pù, Signore!
— Non ho sentito!
— Signore, non ce la faccio più, Signore!
Il sergente Sommar fa finta di essere calmo mentre stacca i sacchetti neri dalle finestre e poi riparte alla carica.
— Mi stai prendendo per il c**o, Palla di lardo?
— Signornò, Signore!
— Bene, allora muovi quelle tue chiappe da checca isterica e vai subito sul balcone a goderti il sole di mezzanotte!
— Signore, ma a Stoccolma non si vede il sole a mezzanotte, Signore!
— Ti sembro forse il colonnello Giuliacci o una signorina in abiti succinti che presenta le previsioni del meteo sulla penisola scandinava?
— Signornò, Signore!
— E allora alzati subito dal letto, prenditi una birra fresca dal frigo e chiacchiera di filosofia tedesca del ‘700 con tua moglie o se necessario anche con te stesso fino a svenire sul divanetto e versarti la birra sui pantaloni così da farti credere di esserti pisciato addosso per l’estasi della serata!
— Signorsì, Signore!
 
Ormai il sergente istruttore Sommar ti ha trasformato da argilla informe a statua di bronzo a sua immagine e somiglianza. Quando pensi di aver terminato l’addestramento, di sentirti pronto a ogni attività che il sole scandinavo ti può offrire nei mesi estivi e di aver imparato a gestire le sfuriate dell’intransigente sergente Sommar, lui all’improvviso smette di romperti i coglioni. Si rilassa e si riposa anche lui. Lo cerchi ma non lo trovi. Presto, prestissimo, verso metà agosto sembra che sia già andato in pensione.
Mentre ti stravacchi sulla poltrona del salotto, trovi un biglietto.
“Soldato Palla di lardo, ti lascio in custodia mia nonna, la signora Vinter, che ti terrà compagnia nei prossimi mesi raccontandoti dei suoi malanni e di come si stava meglio quando si stava peggio. Trattala bene. Noi, caro fottuto succhiaca**i, ci vediamo il prossimo giugno… forse!”
Firmato sergente istruttore Sommar.