lunedì 27 ottobre 2025

ITALIENAREN – Contratto diabolico

È una notte fredda e umida di fine ottobre. I passi evitano le pozze d’acqua delle piogge incessanti dell’ultima settimana. Lo sguardo è basso a rincorrere i pensieri che si perdono tra una mattonella e l’altra. All’improvviso una luce in fondo a un vicolo dietro l’angolo esplode nella notte. È una luce rossa intensa, dai contorni arancioni e dagli sprazzi giallo intenso. L’attenzione si sposta verso la fonte di calore e lo stupore assale gli occhi. Un verso animale, quasi ultraterreno, colpisce e scuote i passanti. Dall’angolo si alza un’ombra che s’ingrossa sempre di più, fino a diventare una figura enorme dai contorni indefiniti che si intravede tra una coltre di fumo grigio. Il terrore sostituisce lo stupore. La curiosità però è troppo forte e prende il sopravvento. La bestia chiama a sé chiunque la guardi e si avvicini. È un’attrazione letale che spinge verso la luce, verso il calore, verso l’ignoto.
«Facciamo uno scambio?» La voce roca e profonda della belva cattura le orecchie degli astanti.
Dopo qualche passo incerto ancora in avvicinamento, il respiro si fa più affannoso e intenso. «Di che cosa si tratta?»
La figura scura e imponente sorride mefistofelica. Sa già di aver l’umanità in pugno. «È molto semplice.» Il ghigno si allarga in tutto il volto. «Io posso darvi la luce.»
Le orecchie si tendono ai sussurri convincenti del Maligno. «Adoriamo la luce.»
«Lo so. Per questo ve la porto in dono.» Con le braccia taurine ormai cinge tutti e la luce vermiglia si diffonde sul volto. Le teste annuiscono impazienti, impossibilitate a voltarsi dall’altra parte e a tornare indietro. «Chiedo solo qualcosa in cambio. Un piccolissimo favore.» Ancora teste che ciondolano su e giù abbindolate, assoggettate e incatenate.
«Qualunque cosa… qualunque cosa per un po’ di luce in autunno.»
La Belva si lecca le labbra e strabuzza gli occhi. «Bene. Ecco la proposta irrinunciabile: per solamente pochi minuti di sole opaco e violaceo della sera, io vi darò una lunghissima ora di luce mattutina, intensa e abbagliante.» Un lato della bocca s’inarca in un ghigno e gli occhi rosso fuoco scintillano. Nessuno lo nota. «Non vi accorgerete neanche del buio serale perché sarete al lavoro. Vedrete, sarà un’inezia. Potrete invece godervi un rigenerante risveglio solare al mattino presto. La mia offerta è illuminante. D’altronde non mi chiamano Lucifero per caso.» Il Diavolo sorride affabile. «Allora, che ve ne pare?»
Le sopracciglia si aggrottano, le teste si ritraggono, ma le labbra pronunciano in automatico le parole: «Sì, facciamolo!»
La Bestia schiocca le dita e da una nuvola di fumo appare una pergamena e una penna d’oca dal piumaggio nero intrisa d’inchiostro. «Basta un nome scritto qui e la luce sarà vostra.»
La mano si tende ad afferrare la penna, le dita si muovono e appongono la firma. Le lettere del contratto datato ultima domenica di ottobre s’illuminano come lava, il foglio fluttua in aria e ormai è distante, irraggiungibile e immodificabile. La risata di Satana, non più sommessa, ora è fragorosa. La lingua viperina sibila.
Le postilla sul fondo della pergamena firmata e vidimata s’infiamma e le parole si scalfiscono sulla carta come se fossero sulla pietra:
  • Il buio serale vi attanaglierà senza tregua fino a marzo inoltrato.
  • L’ora di luce della mattina scompariranno tra meno di un paio di settimane.
  • Le routine alterate di bambini e animali domestici vi tortureranno per giorni.
  • A causa dei ritmi circadiani sballati vi trascinerete la stanchezza fino a Natale.
  • Tra una settimana le lancette dell’orologio in cucina saranno ancora sbagliate.
Lo sguardo degli umani è perso nel buio della notte. Nel petto la gioia della luce promessa è sostituita dal vuoto oscuro e tenebroso. La risata della Bestia echeggia ancora nel vicolo e prima che la sua figura possa sparire in una coltre di nebbia tra le fessure delle piastrelle del pavimento, la sua voce roca e sibillina riporta tutti alla triste realtà. «E anche per quest’anno l’ora illegale è tornata in mio possesso!»

martedì 7 ottobre 2025

ITALIENAREN – Concerti

Sentirsi stanchi dagli alluci alle sopracciglia a causa delle molte ore passate in piedi, ma comunque soddisfatti per aver condiviso qualcosa di unico con migliaia di appassionati. Essere fradici di sudore – proprio e degli altri – dalla testa ai piedi, ma felici di respirare aria di eccitazione. Sentire il panino nello stomaco che sobbalza inebetito, ma avere ancora fame di emozioni e di cinquecento grammi di pasta al sugo. Provare dolore alle costole forse incrinate per le centinaia di colpi ricevuti, ma essere consapevoli che erano botte a fin di bene e soprattutto ricambiate. Ascoltare le melodie delle proprie canzoni preferite in testa per le prossime ore, ma non vedere l’ora di svuotare finalmente la vescica dalla pipì, stendersi sul proprio letto e dormire – non importa più in quale ordine.
Quasi tutti hanno provato le emozioni di un concerto live di musica. Quasi tutti hanno provato certe sensazioni, alcune indescrivibili, altre irripetibili.
In Svezia, però, in confronto all’Italia è diverso. Non peggio, non meglio. Diverso.
Si può cominciare dall’orario. Se la si prende con calma, arrivando al concerto con la convinzione che la band inizi a suonare con la consueta ora, oretta e mezza di ritardo, si rimarrà delusi, nonché con una buona fetta di concerto già consumata. È infatti comune osservare gli svedesi lamentarsi del ritardo del gruppo musicale anche se si tratta di qualche minuto e qualche ora dopo non battere ciglio per il ritardo del treno. Sarebbe interessante sentire cos’hanno da dire i Guns N' Roses, band notoriamente in ritardo ai concerti, a proposito dell’argomento.
Le code per entrare sono un altro interessante aspetto. Non sono un ammasso di persone schiacciate e sudate che premono in continuazione nonostante le porte siano chiuse. Sono invece code ordinate di quarantaquattro katter in fila per sei col resto di due. Nessuna sbavatura e nessun paio di furbacchioni che sgattaiolano – i due felini che erano rimasti dal conto di prima – tra gli spazi ampi lasciati dai partecipanti per entrare il prima possibile. In alcuni casi forniscono addirittura un bigliettino che segnala il proprio posto in fila. Così ognuno può andare a cenare, a fare i bisogni o godersi la giornata e tornare al momento giusto senza perdere il posto. Più che un concerto sembra una salumeria.
La posizione nel pubblico rispetto al palco non ha più molta importanza. Nonostante avere una rispettosa altezza media italica di centottanta centimetri, la sensazione di sentirsi dei nani in mezzo ai vichinghi è piuttosto comune. Inutile cercare di farsi largo pian piano tra la folla per recuperare posizioni come Schumacher dei bei tempi della Formula 1 perché ci saranno sempre un paio di Vercingetorige davanti a voi, pronti a occludere la vista e magari a brindare con della birra locale bevuta direttamente dallo scalpo dei nemici: skål! È invece consigliato allenarsi a stare sulla punta dei piedi durante tutto l’anno per guadagnare al momento giusto qualche centimetro e forse il rispetto dei vicini.
I tappi – non in senso di altezza, ma quelli per le orecchie – sono un’altra stranezza che offre la terra scandinava durante queste manifestazioni. All’ingresso di ogni evento è prassi trovare bagarini che invece di vendere biglietti in eccesso a prezzi esorbitanti, offrono l’opportunità di acquistare tappi di gomma per proteggere i timpani, riducendo le onde sonore più dannose. Grazie, ma no grazie. Chi andrebbe al cinema con gli occhiali da sole o a teatro con le bende sugli occhi? Solo se lo spettacolo fosse altamente soporifero probabilmente.
Infine, la partecipazione e la foga non pareggiano – per usare un eufemismo – la passione italica. Può infatti capitare di vedere svedesi impalati come stoccafissi, immobilizzati come statue di cera al museo Madame Tussauds, inchiodati al terreno durante un concerto energizzante al massimo come quello degli AC/DC. L’unico movimento che si percepisce è il braccio che porta la birra dalla mano alla bocca, come un’insegna luminosa a neon.
Le opportunità di passare qualche ora con la propria band preferita sono molte a Stoccolma. Parecchi artisti scelgono di fare una tappa del tour nella capitale. Il parco a giochi Gröna Lund oer esempio offre da anni centinaia di concerti estivi con band storiche e suggestive, a prezzi ragionevolissimi. Però il dubbio se andare ad un altro concerto tra i soldatini svevi è spesso forte. L’idea romantica di concerto all’italiana può restare impressa nella mente e inibire, ma alla fine – Che diamine! – è bene ricordarsi che si vive una volta sola. Meglio cliccare il tasto “Acquista” sul sito biglietts.se e volare sulle note musicali della propria band preferita.

martedì 23 settembre 2025

ITALIENAREN – Gabbie

Ti senti solo? Vorresti la soffice compagnia di un cincillà o di un porcellino d’India? Oppure preferisci essere allietato dal dolce canto di una cocorita? Nessun problema. Ti basterà un semplice appartamento di 50 metri quadrati e dedicarci più della metà della superficie alla gabbia dei tuoi simpatici amici.

Così avrebbe potuto recitare un annuncio pubblicitario a partire dal 2026 se una proposta di legge sulle condizioni degli animali domestici fosse passata[1]. La notizia arriva dal Jorbruksverket, non un parente della mitica band elettronica Kraftwerket ma uno dei trecentocinquanta -verket che regolamentano tutto – dalle tasse all’uso del gabinetto – ma proprio tutto in Svezia.
La proposta mira a migliorare in generale le condizioni ambientali degli animali di casa meno popolari. Non cita dunque cani, gatti e bambini, ma si rivolge ad altri piccoli mammiferi come roditori e leporidi, agli uccelli volanti o meno e ai rettili. Il testo enuncia alcuni esempi interessanti. Si consigliano gabbie di almeno 10 metri quadrati per i conigli, di 3 per i ratti – come se a loro non bastasse possedere le cantine e i giardini di tutta Stoccolma – di 15 per i serpenti più lunghi, volendo assieme ai roditori per risparmiare spazio, di 4 metri quadrati per i canarini e di 30 per i pappagalli. Va ripetuto: 30 per i pappagalli. Inoltre sono state proibite le ruote per i criceti. Questo costringerà l’umanità all’uso di nuove metafore per descrivere la nostra triste vita nella gabbia della società moderna. Infine, animali come scoiattoli volanti e coccodrilli non saranno più considerati animali domestici. Non accenna niente a riguardo degli alligatori, quindi chiunque sia interessato non verserà troppe lacrime.
La proposta di legge del 19 marzo 2025 ha destato molte discussioni: chi ne era favorevole, difendendo a spada tratta i diritti degli animali e chi ne era contrario, sostenendo la difficoltà a mantenere gli animali a tali condizioni economiche. Le proteste e le critiche non sono mancate da entrambe le fazioni e risulta difficile proclamare chi avesse torto o ragione. Nel dubbio, il 24 marzo 2025, quindi pochi giorni più tardi, lo Jordbruksverket ha deciso di tagliare la testa al toro – in senso figurato, s’intende – decidendo di ritirare la proposta, promettendo però di elaborare una formulazione che possa raggiungere un buon compromesso.

Ricordo ancora con un pizzico di nostalgia e di orrore che al mio trasferimento in Svezia, molti anni fa in uno studentato, vivevo in una stanza di 7 metri quadrati, arredata da letto singolo, comodino, scrivania, sedia e armadio a muro. Per l’igiene personale era presente solo un lavello semplice e uno specchio. Il bagno, le docce, la lavatrice e la cucina erano condivisi con gli altri trenta studenti del corridoio che avevano norme igieniche e alimentari assai diverse dalle mie. Fu un’esperienza culturalmente stimolante ma a volte raccapricciante.
Avrei dovuto andare a protestare allo Jordbruksverket.

giovedì 22 maggio 2025

ITALIENAREN – ESC

Le strade della città sono deserte. I vagoni della metropolitana vuoti. I clienti dei bar e ristoranti pagano in fretta e furia il conto prima delle nove di sera e scappano a casa. Qualche ritardatario rincasa sudato preso da una contagiosa frenesia. Tutti sono incollati al televisore. A casa propria o a casa di amici, il più delle volte in compagnia, ma se necessario anche da soli. Chi invece ha avuto la sfortuna di essere di turno a lavoro segue dallo schermo del cellulare con mezzo cervello focalizzato sulle canzoni e mezzo su altre attività. Situazione non molto diversa da quella degli altri che guardano da casa in effetti.
Non è un’apocalisse di zombie tecnologici. Non è neanche una partita di calcio della nazionale. Si tratta però pur sempre di una finale, quella dell’ESC: Eurovision Sociopolitical Contest che ogni anno a maggio s’infila – o molto più spesso si sfila – l’abito da sera con paillettes e spacchi vertiginosi e si traveste da competizione canora internazionale.
In Svezia la febbre da Eurovision è altissima. Tutti aspettano con ansia l’evento prima che inizi, esplodono in un tifo da stadio durante e commentano da esperti musicali dopo il finale. Chi non ne parla viene emarginato socialmente dalle conversazioni al lavoro della settimana successiva.
Le aspettative svedesi sono anche alle stelle: per lo spettacolo, per l’intrattenimento e soprattutto per il risultato finale. La Svezia infatti è stata campione per sette volte, prima a parimerito con l’Irlanda, ma diventa dominatrice assoluta se si considerano solo gli ultimi quindici anni, con ben tre vittorie schiaccianti.
Prima di trasferirmi in Scandinavia io non ero neanche a conoscenza di questa competizione canora mentre qui è una vera e propria fissazione come quella del divieto del cappuccino dopo pranzo per noi italiani. Assurda ma che desta curiosità. Quando ho cominciato a guardare lo show non ne comprendevo molto la sua importanza e l’interesse così morboso dei miei nuovi amici svedesi. Dopo qualche anno, quando ho afferrato il metro di giudizio e i criteri di selezione dei vincitori, ho finalmente capito e anche io mi sono convertito.
I parametri per votare sono molteplici e non hanno né limiti né ritegno. Passano dalla simpatia ingiustificata per una certa nazione (mi piace il Belgio per le sue birre) all’antipatia altrettanto aleatoria per un'altra (i francesi mi stanno sulle scatole). Vanno da nazionalismi sfegatati – non si può votare per il proprio paese se ci risiedi ma puoi farlo se vivi all’estero – a voto di scambio tra nazioni confinanti (vedi paesi nordici o il patto bilaterale Italia-San Marino). A volte si sconfina anche nel becero voto di sottopancia, quando cioè si finisce a giudicare l’aspetto fisico e non la voce del/la cantante in gara (viva le bellocce siliconate e i bellocci fisicati). Si può scegliere per buonismo o perché al contrario il brano o l’autore fa scandalo (Finlandia in primis). Spesso però a farla da padrone sono i motivi sociopolitici come il sì all’Ucraina, il no al Regno Unito a seguito della Brexit e la giusta esclusione dalla competizione per una nazione che si è macchiata di atroci atti bellici come nel caso di Isra… hm, intendevo come nel caso della Russia. Infine, stavo quasi per dimenticarlo per la sua marginalità nel processo decisionale, si può votare anche la qualità del brano proposto. A rovinare tutto il carrozzone, infatti, ci pensa la giuria tecnica che ribalta il voto populista, che tanto va di moda ultimamente.
Da molti anni mi sono allineato dunque anche io al pensiero collettivo svedese perché l’Eurovision è folklore, è cultura, è ironia, è il trionfo del trash made in Europe. Qualcosa che il resto del mondo non ci potrà mai togliere e tantomeno eguagliare. L’Eurovision non passa inosservato perché suscita bellezza o ribrezzo, simpatia o antipatia, odio o amore. A volte i due estremi anche nello stesso momento. L’Eurovision è questo e tanto altro, racchiuso in quattro ore di programmazione… e magari alla fine vince il paese che è giunto alla competizione per un errore di battitura: l’Australia.

venerdì 28 marzo 2025

ITALIENAREN – Montagna

Sciare è meraviglioso. Non è però uno sport per tutti. Non mi riferisco soltanto all’aspetto economico con costi elevati per accaparrarsi l’equipaggiamento adeguato, i vestiti giusti, il viaggio nella località sciistica e l’acquisto dello skipass. Mi riferisco anche alla sofferenza collegata agli sci. È una pena che chi si dedica a questo sport deve decidere se tollerare o meno. Trasportare tutto il necessario e la fase preparatoria prima di lanciarsi finalmente sulla pista innevata sono operazioni non da poco, che richiedono pazienza e una certa dose di dolore fisico.
Ho da poco sperimentato tutto ciò sulla mia pelle dopo un fine settimana lungo passato in montagna con la mia famiglia. A dire il vero, in Svezia, la parola montagna dovrebbe essere scritta tra virgolette. Al mio arrivo alla base dell’impianto di risalita, infatti, alzo gli occhi per seguire con lo sguardo il percorso della pista e invece di trovarmi un muro di montagna trovo la cima perfettamente visibile a occhio nudo. Le Fjällar svedesi non sono molto alte, spesso si aggirano attorno ai 300 o 500 metri sopra il livello del mare. Solo molto a nord, dopo molte ore di viaggio si raggiungono i 1000-1400 metri. Le Fjällar sono dunque delle collinette che di primo acchito mi provocano sempre una lacrima di nostalgia perché mi fanno ripensare ai colli dietro casa mia in Italia dove si coltiva l’uva e perché mi sbattono in faccia il duro confronto con le Dolomiti.
Mi asciugo la lacrimuccia e inforco gli sci. Basta con le solite lamentele da italiano medio. È ora di darsi da fare. Salgo in cima e faccio la prima discesa. La neve è fresca. La pista è ben curata. La discesa è stimolante. Sorrido soddisfatto ma mi passa subito, appena mi rendo conto di essere già a valle, dopo solo un paio di minuti. Mestamente scivolo verso la seggiovia e mi metto in fila. La coda è lunga e lenta perché molti sciano in questo periodo dell’anno e perché i visitatori sono nordici e vogliono stare larghi lasciando malvolentieri il posto ai vicini. Hanno però il pregio di farmi sentire a casa perché è un po’ quello che succede in autobus o in metropolitana a Stoccolma. Ci metto dunque tra i dieci e i quindici minuti per risalire. I muscoli hanno fatto in tempo a raffreddarsi, ma mi consolo ammirando il panorama rilassante della campagna svedese e lodando le tante pale eoliche disseminate nel territorio. Dopo aver fatto una pista rossa per rompere il ghiaccio – metaforicamente, s’intende – ora mi sento pronto per le piste più impegnative. La difficoltà è di poco maggiore. Ogni volta che qualcuno definisce queste piste “nere”, un altoatesino muore, penso divertito – non per la morte dell’altoatesino, s’intende, anche quella era una metafora.
Nulla però mi toglie la voglia di continuare a sciare e godermi la bella giornata di sole. Col passare delle ore le code agli impianti diminuiscono e posso salire e scendere a ripetizione in modo soddisfacente. La giornata passa in fretta. Mi diverto e ammiro l’abilità svedese nel valorizzare qualsiasi piano inclinato per trasformarlo in una pista da sci apprezzabile. Mi ricorda molto quelle poche rovine romane fuori dai confini italiani trattate giustamente come un patrimonio storico e culturale da preservare con cura.
Nonostante sia felice e grato di poter sciare, – ho sognato a occhi aperti di poterlo fare prima di arrivare qui e so che stanotte lo sognerò a occhi chiusi – rimango dell’idea che sciare sia una sofferenza, ma anche tanto altro. È uno sfogo fisico, è contemplazione della natura, è un attimo di meditazione soli con sé stessi, è libertà al vento che ti sferza la faccia, è velocità che ti fa sfrecciare sulla neve fresca. Infine, sciare è anche sollievo, soprattutto quando al termine della giornata arrivi a casa e ti sfili gli scarponi dai piedi indolenziti. 

venerdì 10 gennaio 2025

ITALIENAREN – Ghiaccio

La squadra di pattinaggio artistico nazionale volteggia sul ghiaccio con precisione e coordinazione invidiabili. Ammiro estasiato i loro movimenti eleganti che seguono l’esercizio provato e riprovato mille volte in allenamento. La loro professionalità e precisione è incredibile. Gli artisti eseguono davanti ai miei occhi piroette perfette, tripli axel fenomenali, avvitamenti da capogiro. Tutto meraviglioso. A bocca aperta assisto a uno spettacolo strepitoso. Non posso far altro che sorridere inebetito e applaudire con entusiasmo.
L’infermiera però mi ferma e mi ricorda di non agitarmi troppo. Mi rassicura che l’ortopedico mi visiterà a breve. Devo riposare nella mia condizione malconcia. Mi sa che la morfina che mi hanno dato contro il dolore sta facendo brutti scherzi al cervello perché quello che vedevo andare avanti e indietro non era uno spettacolo di pattinaggio artistico ma il personale dell’ospedale, indaffarato a curare ogni paziente che è caduto e si è rotto qualche osso nell’ultima settimana. La maggioranza dei degenti sono anziani, ma anche qualche giovane e il reparto è pieno. Le statistiche d’altronde parlano chiaro: ci sono state 2,2 cadute dovute a ghiaccio e neve per 1000 abitanti dall’inizio dell’inverno e i costi per la sanità sono già saliti a 116 milioni di corone solo per la regione di Stoccolma[1].
Considerando che la stagione è solo iniziata e se fuori dalla finestra guardo il palaghiaccio che si è esteso a tutta la città, è meglio cercare di tutelarsi. I ramponcini da attaccare al tacco delle scarpe, acquistabili in farmacia, sembrano essere la migliore opzione, se non si ha paura di passare per dei matusa o dei maniaci del controllo. In alternativa si può sempre adottare l’andatura a pinguino impaurito che tiene l’uovo sotto ai piedi quando si cammina. Si può fare slalom tra le lastre di ghiaccio grandi come campi da calcio e le pozze d’acqua così torbide e gelida da permettere al mostro di Loch Ness di nascondersi. È bene studiarsi bene il percorso da seguire preferendo il ben più spazzato asfalto della strada alle scivolose mattonelle dei marciapiedi. Essere investiti da un’auto appare come un rischio meno grave di quello di cadere rovinosamente col sedere a terra. Conviene sempre prendere la strada più lunga ma più sicura anche se comporta la circumnavigazione del quartiere per evitare le scalinate trasformate in scivolo e il parco in pista da pattinaggio. Non c’è da aver paura se ci si perde perché basta seguire i sassetti sparsi con parsimonia qua e là e fare finta di essere Pollicino. È importante però fare attenzione alla neve fresca infingarda che spesso nasconde lastroni di ghiaccio lucidi come la pelata di Mastro Lindo ma che non lasciano il suo sorriso in faccia. In ogni caso non bisogna mai avere fretta.
Per fortuna la mia caduta sulle scale della scuola di qualche giorno fa non mi è costata una visita all’ospedale e l’allucinazione da morfina è solo un’invenzione, ma la prendo come un monito a fare più attenzione in futuro, nella speranza di non aver scritto la promessa sul ghiaccio.


[1] https://www.mynewsdesk.com/se/liberalerna-region-stockholm/pressreleases/baettre-snoeroejning-och-avgiftsfria-broddar-foer-att-minska-antalet-halkolyckor-dags-att-prioritera-tryggheten-paa-stockholms-gator-3363135?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=Alert&utm_content=pressrelease#:~:text=Enligt%20statistik%20fr%C3%A5n%20regionens%20h%C3%A4lso,is%20under%20vinterm%C3%A5naderna%20f%C3%B6rra%20%C3%A5ret.

mercoledì 11 dicembre 2024

ITALIENAREN – Sunbusters

L’allarme suona squarciandomi le orecchie. Mi sveglio di colpo nel buio della notte mattutina. Sull’orologio leggo “zerootto.zerozero”. È ora di andare. Sveglio tutti gli altri e senza colazione scivoliamo in fretta al piano terra grazie alla pertica e al buco nel pavimento. Ci infiliamo le overall grigie, indossiamo il nostro equipaggiamento e usciamo in città.
 
SIGLA
If there’s something strange
In the neighborhood
Who you gonna call?
Sunbusters!
 
If there’s something weird
And it looks damn good
Who you gonna call?
Sunbusters!
 
Un sole bianco con viso sorpreso e braccia allargate, sbarrato da un segnale di divieto rosso compare in sovraimpressione per un paio di secondi.
MUSICA IN DISSOLVENZA
 
Sì, baby, per i prossimi tre mesi noi diventiamo i Sunbusters, gli Acchiappasole – non nel significato romanesco di fregature, eh – al servizio della salute mentale di tutti, soprattutto della nostra.
Armati di rivelatore P.K.E. Meter ci aggiriamo per le strade cittadine alla ricerca di attività paranormali che possano risvegliare i nostri ritmi circadiani. Girovaghiamo disperati da ormai sei giorni, due ore e quindici minuti con la schiena gobba e le occhiaie scavate. Scaliamo una collinetta e l’ago del rivelatore impazzisce. Ci siamo. Ci siamo. Un ammasso di nuvoloni grigi si sposta a nord sospinto dal vento gelido di dicembre. Le prime radiazioni elettromagnetiche dell’ultima settimana ci appaiono in tutto il loro splendore.
«Lasciate fare ai professionisti!» Urliamo mentre ci facciamo largo tra i civili accorsi in gran numero per assistere all’evento. Una rapida indagine psichiatrica condotta dal medico di campo ha già escluso che si tratti di un’allucinazione collettiva. Possiamo procedere. Abbagliati dalla celestiale visione e mossi sempre più in alto dall’energia psicocinetica, chiudiamo un attimo gli occhi, inspiriamo in profondità e allarghiamo il sorriso tra le labbra.
Non per molto però. Il vento è già cambiato e le nubi si riaddensano. È tempo di agire. Dall’acceleratore protonico non autorizzato che portiamo sulle spalle estraiamo il fucile con una mossa in sincrono. Premiamo il tasto d’accensione, indirizziamo il flusso verso l’alto, poco più in alto dell’orizzonte – mai allo zenit, purtroppo – e irradiamo l’obbiettivo.
«Ora, Alex!» Ordino al mio collega. Lui lancia la trappola per terra e quando la potenza dei nostri fucili protonici sta per esaurire schiaccia il tasto d’apertura con il piede. I raggi solari vengono assorbiti e la trappola si richiude tra leggere scosse elettriche, lucette verdi lampeggianti e fumi di calore. Ce l’abbiamo fatta. Il vapore a erranza di quinta classe è stato catturato. Ora non ci resta che depositarlo, assieme agli altri pochi raggi raccolti durante l’ultimo mese, nel dispositivo di stoccaggio psicocerebrale che lo trasformerà in vitamina D. Se andiamo avanti così ci dovremmo salvare, ma c’è tanto da lavorare.
«Abitanti di Stoccolma e di qualsiasi territorio sopra il 55° parallelo nord della Terra, ascoltatemi bene.» Con aria risoluta guardo dritto verso la telecamera che mi sta inquadrando. «Non rilassatevi e non smettete di muovervi. Continuate a cercare quella tiepida pallina gialla tra i palazzi durante la pausa pranzo, nei prati dei parchi cittadini nel fine settimana e affacciati dai balconi o dalle finestre durante le pause caffè. Se vedete qualcosa di strano nel vicinato, se qualcosa vi colpisce e vi fa star bene, alzate allora gli occhi al cielo, sorridete, porgete entrambi i palmi aperti delle mani verso la fonte di energia e non esitate a chiamarci.» Punto l’indice verso lo schermo. «I Sunbusters saranno lì con voi per acciuffare il sole!»
 
MUSICA IN CRESCENDO E TITOLI DI CODA
 
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Ecco il link all’articolo su Italienaren - Il lavoratore:
https://italienaren.org/sunbusters/