venerdì 13 settembre 2024

ITALIENAREN – Parassiti

I bambini ritornano come sempre dalla scuola come una banda chiassosa completa di grancassa, tromboni e clarinetti. Per una volta tanto però, a fare più rumore non sono loro, ma la banda di delinquenti che si portano dietro. Più sopra che dietro, a dire il vero. In testa, per la precisione. Sono i temutissimi pidocchi. Nonostante quei piccolissimi stronzetti fossero stati preannunciati dalla lettera informativa della scuola le nostre precauzioni non sono state sufficienti. Non è bastato inondare il cuoio capelluto dei bambini prima di andare a scuola con abbondanti spruzzate di Linicin Prevent, che da quanto descritto dal bugiardino dovrebbe dare ai pidocchi lo stesso disgusto che dà la puzza d’aglio dei pendolari sul treno alle mie narici. Neanche i nostri discorsetti catechizzanti mirati a incoraggiare i miei figli a stare ad almeno dieci metri di distanza dagli altri bambini, specialmente quelli che si grattano la testa e che assomigliano a Telespalla Bob o Caparezza, sono serviti.
Ora serve intervenire in fretta. Bisogna passare alle misure forti.
Chiamo subito i vigili del fuoco, l’impresa di disinfestazione Anticimex, l’esercito svedese e la malavita organizzata stoccolmese, per la par condicio. Infine giusto per non sapere a quale santo votarsi mando un’enciclica anche al Papa in Vaticano. Qualcosa dovevo fare. Qualcosa deve succedere. Non posso vivere con dei parassiti in casa. E, per chiarezza, non mi riferisco ai miei figli.
In pochi minuti non solo il mio appartamento, ma anche tutto il palazzo è ricoperto da teloni a strisce alternate verdi e gialle come quelle dei film americani o – vista la mia reazione esagerata e alquanto ridicola – simili a quelle di un circo, non delle pulci ma ci andiamo vicino.
Mi faccio coraggio e m’infilo la tuta gialla di plastica isolante, i guanti protettivi, gli stivaloni di gomma e il casco ermetico con visiera. Walter White di Breaking Bad scansati che non sei niente in confronto.
Sulla mano destra tengo la fiamma ossidrica e sulla sinistra uno scudo medioevale raffigurante un imponente drago alato rosso fuoco. I miei figli tremano per la paura ma con un cenno di assenso del capo mi fanno capire che sono pronti a compiere il sacrificio per il bene della famiglia. Ora tutto è pronto per la fumigazione dei due pargoli.
Faccio un passo in avanti e proprio in quel momento mia moglie mi dà un buffetto in testa e mi scuoto da quello stato confusionale. Stavo solo sognando a occhi aperti. Queste barbarie non sono necessarie. Il problema però rimane e va risolto comunque al più presto.
Ci sono metodi migliori e meno brutali per liberarsi dei pidocchi. Punto primo, è fondamentale l’utilizzo di un pettine speciale a denti stretti. Come i fanoni delle balene che filtrano tutto e fanno passare solo il minuscolo plancton questa spazzola specifica blocca uova vuote – riconoscibili dal color bianco – e animaletti indesiderati morti – riconoscibili dall’espressione arrogante di sfida nei confronti dell’ospite. Non c’è dunque il rischio di finire come Pidocchio… hm, pardon, come Pinocchio e Geppetto nella pancia del grosso cetaceo. Punto secondo, bisogna applicare Linicin shampoo o lozione per uccidere i pidocchi vivi. Con forza bruta come se si dovesse arare un campo dopo l’estate afosa? No, basta lascialo riposare sui capelli per 15 lunghissimi minuti prima di sciacquare via tutto. La difficoltà sta nel trovare una canzone abbastanza lunga da cantare sotto la doccia. Punto terzo, per eliminare anche le uova che devono ancora schiudersi – riconoscibili per il colore più scuro – bisogna tornare al punto primo e ripassare il pettine mattina e sera. Una faticaccia. E io che pensavo che per eliminare le uova bastasse metterle in acqua e buttare via quelle che galleggiano.
Dopo un’oretta, mi siedo sul divano e rilasso i muscoli delle spalle, ma il bugiardino del Linicin mi richiama all’ordine. Niente soste: Il trattamento va ripetuto dopo dieci giorni seguendo l’alternanza punto uno, punto due, un-due, un-due, un-due, come una vera marcia dell’esercito.
Alla fine io e mia moglie siamo sudati in acqua, ma abbiamo finalmente completato la procedura. È stata durissima e ci meriteremmo un po’ di riposo, ma sento la maglietta tirare da sotto. È l’altro figlio che mi ricorda che ora è il suo turno e che poi toccherà anche a noi genitori: un bel grattacapo.
 
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mercoledì 4 settembre 2024

ITALIENAREN – Cambio d’aria

Pedalo sulla pista ciclabile come faccio ogni mattina per andare al lavoro. Alterno lo sguardo tra l’orizzonte fatto di bivi davanti a me e la strada sotto le ruote. Mi fermo al semaforo rosso e mi scappa un sospiro più forte del dovuto. Il ciclista alla mia sinistra mi lancia uno sguardo e sorride. Siamo solo a inizio settembre ma i marciapiedi hanno già le prime foglie sparpagliate per terra. Sono gialle, arancioni e rosse. Sugli alberi ce ne sono ancora di verdi però.
Un seme di acero atterra come un elicottero sulla manica del maglione all’altezza dell’avanbraccio. Lo spingo via con un gesto sovrappensiero e un brivido mi percorre la pelle dalla mano alla schiena. Mi sistemo il colletto e scuoto le spalle. Le temperature si sono abbassate nelle ultime settimane. Il vento che sprezza impavido da nord ne è la testimonianza. L’orlo dei pantaloni sulle caviglie ondeggia a intervalli regolari. Non è più tempo ormai per i vestiti estivi che lasciano scoperte le braccia e le gambe. Il labbro inferiore si sovrappone a quello superiore con un gesto automatico e trasforma la bocca in un broncio fanciullesco.
Mi stringo nelle spalle. Mi sa che anche stasera non potremo cenare in balcone, penso. Non è solo per il buio che ormai avanza a passi spediti verso il ritorno all’ora solare quando tutto sarà avvolto nelle tenebre dalle tre di pomeriggio fino a marzo inoltrato. Alzo gli occhi al cielo. È grigio. Tra poco pioverà, di una pioggia fine e irregolare, che va e viene, che non ti bagna ma che non ti lascia certo asciutto. Anche se non ci fossero le nuvole, il cielo non sarebbe dello stesso azzurro di un mese fa. Sembra strano a dirsi ma è così. Inarco il sopracciglio sinistro e abbasso quello destro, gli occhi non sono più allineati, storco il naso e sulle labbra ho ancora il broncio di prima. Sembro un quadro cubista di Picasso.
C’è qualcosa che si respira nell’aria oggi, ma non so ben descrivere. È un odore di nostalgia con un retrogusto d’angoscia per quello che mi aspetta nei prossimi mesi. Lo stomaco si contorce ma non per la fame perché ho da poco ingurgitato un maritozzo con la panna per colazione. Lo sguardo si perde nel vuoto alla ricerca di speranze. Nella testa parte Wonderwall degli Oasis e mi riporta così, senza senso, all’adolescenza. Sorrido, solo con un lato della bocca. Non era il periodo più sereno della mia vita ma mi ha fatto piacere ripassarci per un attimo, a rivedere vecchi amici e compagni di classe. I muscoli delle spalle si rilassano, le narici si gonfiano e sospiro di nuovo.
Delle imprecazioni giungono alle mie spalle. Non è certo il ritornello della canzone. Sono tutti i ciclisti dietro di me che stanno aspettando la mia ripartenza. È arrivato il semaforo verde e con lui anche l’autunno.
 
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mercoledì 28 agosto 2024

ITALIENAREN - Disegni

Nella stanza della raccolta differenziata condominiale svuoto tre buste nel cassonetto della carta. Tre buste colme fino all’orlo. Lascio cadere il contenuto dall’alto e tutti i colori e le forme strane che escono dalle buste sembrano un allegro arcobaleno. Dovrei essere felice di questa visione (giuro che non mi sono fatto di LSD). Dovrei essere soddisfatto nel compiere il mio dovere di cittadino provetto con la raccolta differenziata. Io però mi sento un po’ da schifo. Perché? Perché quelli che sto buttando via sono dei disegni. Sono i disegni dei miei figli. Sono quelli fatti a scuola, a casa, sul treno, in aereo, sulla barca – a loro piace disegnare ovunque – al ristorante. Fatti con le matite colorate, i pennarelli, i pastelli, gli acquarelli o anche solo con un semplice lapis. Alcuni sono tentativi per imparare a scrivere parole o numeri, altri sono scarabocchi o appunti per idee fantasiose realizzate solo nel mondo dei sogni dei bambini, altri ancora sono diventati aeroplanini o un origami inferno e paradiso. Le buste sono talmente piene che sto ancora aspettando che l’ultimo foglio esca così da poter concludere la mia diabolica opera di distruzione di sogni e arte infantile.
Questo fa di me un genitore di merda? Un po’ sì, ma a parziale discolpa ho conservato i disegni più belli, quelli più artistici, quelli più importanti dal punto di visto emotivo e soprattutto quelli dove mi sono rappresentato alto, muscoloso e con la descrizione a piè pagina “Il papà è il migliore”. Quest’ultima categoria era giusto meno dell’1% di tutti i fogli a dire il vero. Li ho sistemati con cura in uno scatolone a casa, assieme a quelli degli anni scolastici passati, per poterli rivedere un giorno da vecchio e ripensare a quanto fosse bello e faticoso fare il genitore di bambini piccoli.
Ho dovuto buttare via tutto perché ormai non si poteva più stare in casa. I cassetti esplodevano e strabordavano. Il tavolinetto e il comodino nella camera dei bambini erano ricoperti da fogli colorati. I disegni si infiltravano anche tra i miei documenti e i miei libri. Ogni armadio che aprivo ci trovavo pennarelli e disegni, tanto da sembrare la mitica scena del pane in Fantozzi.
Approfittando dell’inizio del nuovo anno scolastico, era arrivato il momento di fare piazza pulita. Bisognava fare spazio. È vero che sarebbe stato meglio sforzarsi di sprecare meno carta dal principio ma non si può frenare la vena artistica infantile e non concedere a mamma e papà dieci minuti di silenzio e pace in casa. Mi metto almeno l’animo in pace riciclando quel che posso: se non sarò un buon genitore almeno sarò un buon cittadino.
Liberarsi della roba vecchia lascia una bella sensazione. Ci si sente più leggeri. Sembra di essersi tolti un peso dallo stomaco. Si ha l’impressione di aver fatto ordine tra le idee, nella testa e in casa. Questa volta però non è stato facile. Ogni foglio, ogni compito, ogni aeroplanino è un pezzo di storia che se ne va. Gli anni passano e con loro i ricordi si fanno sempre più sbiaditi. Non c’è però tempo per i rimpianti. Bisogna guardare avanti e andare oltre agli attaccamenti emotivi.
Ormai le buste di carta sono vuote. I disegni sono sparpagliati alla rinfusa sul fondo del cassonetto, assieme ai giornali rionali e alle pubblicità di appartamenti e prodotti per la casa. Li bagno con una lacrimuccia e, finito il mio compito ingrato, mi giro ed esco dalla stanza dei rifiuti comunque con un sorriso abbozzato all’idea di un appartamento più ordinato. Mentre salgo le scale per tornare a casa mi assale però un dubbio: e se avessi buttato via un patrimonio? E se i miei figli da grandi dovessero diventare dei nuovi Picasso, Van Gogh o Banksy e io ho appena sperperato la mia ricca pensione del futuro?
Torno di fretta indietro. Corro sul marciapiede sudando copiosamente e spintonando passanti come se fosse una scena al rallentatore in un film drammatico giapponese in bianco e nero. Dal fondo della strada giunge il suono delle sirene del camion della nettezza urbana. Vedo le luci ad intermittenza. Aumento la velocità e arrivo ansimante alla stanza del riciclaggio.
È troppo tardi: i cassonetti sono stati svuotati. Il camion se ne va, portando via con sé il mio oro di carta.

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venerdì 23 agosto 2024

ITALIENAREN – Sotto attacco

Hitchcock la sapeva lunga.
Su molti argomenti, ovviamente, ma su uno in particolare: la pericolosità degli uccelli. Non mi riferisco solamente ai rischi di parcheggiare sotto un albero e ritrovarsi la macchina messa peggio di una cloaca di Calcutta e neppure alla sveglia forzata alle cinque del mattino provocata dal cantico delle creature accovacciate sul balcone di casa. Penso soprattutto a quello che mi è successo un paio di giorni fa.
Era una bella giornata di sole e io, carico di borse piene di plastica e cartacce, stavo camminando verso la stanza dei rifiuti condominiali. È sempre bello liberarsi dei rifiuti e fare il proprio lavoro di bravo cittadino eseguendo con cura la raccolta differenziata. Con un sorriso stampato in faccia fischiettavo serenamente. Giro a destra per scendere la rampa che mi porta alla stanza dei rifiuti e il forte garrito di un gabbiano sovrasta il fischiettio delle mie labbra. All’inizio non ci ho fatto caso: è estate, Stoccolma è una città di mare, normale sentire gabbiani comunicare tra di loro. Così continuo a scendere la rampa. Il secondo garrito però è più forte del primo e subito dopo sento una folata di vento che mi sfiora la testa. Una brutta sensazione che mi prende alla sprovvista. Mi sento sotto tiro. L’istinto mi porta ad abbassarmi e proteggermi la testa. Mossa rivelatasi azzeccata in quanto il gabbiano che sentivo prima è appena sorvolato in picchiata a pochi centimetri da me. Faccio un balzo all’indietro. Le buste della plastica volano in aria e cadono a terra. Dopo qualche secondo di pausa ecco un nuovo attacco aereo. Il gabbiano insiste e garrisce con sguardo minaccioso e becco aperto verso di me. Poi parte in picchiata di nuovo. Devo scappare via, ma lo faccio un po’ accucciato risultando un po’ goffo e impacciato.
Se a me era sembrata una scena simile a quella del film “Gli uccelli” di Hitchcock quando i bambini di una scuola vengono inseguiti e attaccati dai corvi, per il mio vicino invece che ha osservato la gag con sadica attenzione dal balcone di casa – quindi a debita distanza, mortacci sua!  è sembrata più una simpatica disavventura da mandare alla versione svedese di Paperissima. Il suo sghignazzare sovrasta il volume del verso del gabbiano infuriato che mi sta ancora inseguendo.
Ma perché tanto astio nei miei confronti? E non era neanche la prima volta che mi succedeva. La memoria va a qualche anno fa quando venni attaccato senza motivo mentre attraversavo la strada. Mi chiedo se mi fossi dimenticato di passare sulle strisce pedonali e quei gabbiani fossero degli ausiliari del traffico ma credo sia improbabile. Mi ricordo anche quando a Pola, in Croazia, i gabbiani mi sgraffignarono un panino dalle mani. Eppure ero sicuro di averlo pagato quel sandwich e che gli uccellacci non fossero i gestori del bar.
Rivangare il passato mi lascia un po’ di amarezza ma poi finalmente mi scrollo di dosso questo patetico velo di vittimismo e capisco. Il gabbiano non ce l’ha con me. Lei è solo una mamma che protegge il proprio piccolo caduto accidentalmente dal nido e che ora è in difficoltà, esposto ai rischi di finire vittima dei predatori urbani come volpi, tassi o esseri umani con le loro automobili. Succede spesso che i gabbiani nidifichino nel giardino del condominio. Lo fanno ogni estate. E ogni anno sbraitano e attaccano i passanti per proteggere i loro cuccioli che cadono dal nido. Sono recidivi. Dev’essere genetico cadere dal nido nel tentativo di volare.
Vedere il piccolo in difficoltà mi lascia un senso di tenerezza ma il dovere mi chiama: devo recuperare le borse e buttare via i rifiuti. Non facile con la mamma agguerrita ancora in agguato. Faccio allora il giro del palazzo e sbuco fuori dal portone del garage, vicino alle mie borse e alla stanza dei rifiuti. Il vicino sul balcone se la ride ancora più di prima mentre spia la mia circumnavigazione del condominio solo per paura di un gabbiano premuroso. Alla fine porto a termine la mia missione e ripercorro al contrario la strada vincente. Che fatica però!
Va bene, forse non è stata così drammatica come l’ho descritta. Ho esagerato. Posso assicurare però che quello che ho incontrato oggi non era certo il docile e filosofico gabbiano Jonathan Livingston di Bach e nemmeno la gabbianella Fortunata che si credeva un gatto del famoso romanzo di Sepulveda e film d’animazione italiano. Allora perché avere paura di una palletta di piume leggera, non più grande di un pallone da calcio, che principalmente vola o si appollaia sui rami e i pali alti degli alberi, che si nutre di incarti di rifiuti urbani… o di topi di città grossi quasi quanto lei… che ha strappato con morsi poderosi del suo becco coriaceo… e che ha fagocitato tutto in un sol boccone. A vederla bene, il mio assalitore assomigliava più a uno pterodattilo o un velociraptor in miniatura. D’altronde, si sa, gli uccelli e i dinosauri sono lontani parenti.
Meglio dunque diffidare e stare alla larga da questi moderni eredi delle lucertole terrificanti. Hitchcock ci aveva avvertiti.
 
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martedì 13 agosto 2024

ITALIENAREN – Olimpiadi alternative

Così come le olimpiadi ufficiali a Parigi, anche le mie vacanze in Italia si sono concluse da poco. Per me sono state delle olimpiadi alternative comprendenti discipline che colgono di sorpresa gli espatriati che non sono più abituati alle usanze italiane. Vado a elencarne alcune delle più praticate.
 
Accollamento figli. Appiopparli ai nonni per chi è alle prime armi, agli zii o agli amici per i più esperti. L’importante è trovare ogni occasione buona per distanziarsi dai bambini e andare in giro a fare i fatti propri. Sport sano e salutare, ma che, se praticato all’eccesso e con troppa frequenza, porta l’atleta a non essere più in grado di riconoscere i propri pargoli al momento del recupero.
 
Prosciutto e melone. A pranzo, a cena a colazione. Con melone arancione o bianco. Con prosciutto di San Daniele o di Parma. Ogni combinazione è consentita, a patto che si esalti l’accostamento dolce e salato mentre contemporaneamente si schifi, con la costituzione nella mano destra e il crocifisso nella sinistra, la simile associazione pizza e ananas. In caso di appetito persistente, si consiglia di concludere il pasto con un po’ di anguria.
 
Sollevamento casse dell’acqua. Con sei bottiglie sulla spalla destra e sei su quella sinistra, in equilibrio precario, portando le infradito al limite della rottura per stress, si può provvedere al fabbisogno idrico giornaliero con più di 40°C all’ombra. Aggiungere bonus difficoltà se nel trasporto sono comprese due o più rampe di scale senza ascensore. Il tutto al grido di “L’acqua del rubinetto è peggio di quella della Senna!”
 
Gara di abbuffate. La specialità è semplice: basta ingurgitare grigliate su tre piani di carne o di pesce – e perché no anche mari e monti assieme! —, piattoni di molluschi, di crostacei, di fritti, di cotti e di crudi, spaghettate abbondanti dai sughi variopinti e grassi, terrine giganti di insalate di mare e di verdure per sciacquare lo stomaco e la coscienza. A fine gara verranno assegnati i primi e i secondi… piatti. Non senza aver lasciato nello stomaco un piccolo spazio per il gelato… e per l’immancabile anguria.
 
Giro di pagamenti. Se l’abbuffata è avvenuta al ristornate parte lo sprint per pagare il conto di tutti i commensali. Come bel gesto di fratellanza, per fare bella figura, per ostentare opulenza apparente oppure solo perché il regolamento non scritto del torneo prevede che si paghi a giro. Gli altri gareggianti fingono di scattare verso il conto consapevoli che è il turno di qualcun altro in quanto loro hanno già sborsato la volta precedente, anche se questa è avvenuta a distanza di parecchi mesi. È una disciplina che non richiede dunque abilità fisiche ma buona memoria.
 
Pirobazia. Qui invece le capacità di scatto, di salto e di osservazione la fanno da padrone in questo sport che prende il nome dall’antica Grecia. Ai giorni nostri è meglio conosciuto come corsa sulla sabbia che scotta nelle spiagge di tutta la penisola. Viene eseguita a zig-zag passando da qualsiasi forma d’ombra proiettata sul terreno a banchi di sabbia bagnata fino a giungere alla battigia. Durante l’inverno gli specialisti si allenano sui carboni ardenti e praticano meditazione dopo previa consultazione con fachiri esperti.
 
Lotta alla crono. Inizia subito il primo giorno e rapidamente si evolve in una escalation di capricci e litigi principalmente dovuti allo stravolgimento delle routine dei bambini che erano state meticolosamente stabilite durante l’inverno. Pranzi e cene con orari d’apertura di ristoranti andalusi, nanna come se fossimo a Ibiza e nervosismo loco. Si dorme poco e male e tornare agli orari adatti alla scuola è una lotta contro il tempo cercando di rimodellare i cicli circadiani verso un più consono e salubre 7.00-20.00.

100 metri stile automobile. Non richiede nessuna abilità fisica o allenamento specifico, se non quello conseguito alla scuola guida dopo i diciotto anni. Consiste nell’usare la macchina per ogni evenienza, anche se si dovesse andare qualche quartiere più in là o se ci fossero da percorre solamente cento metri di distanza e l’automobile fosse parcheggiata a mezzo chilometro di distanza. Disciplina che si è sviluppata ed è più praticata nei comuni italici di provincia più che in quelli di città.
 
Ora vediamo il podio finale: non c’è, in perfetto stile de Coubertin. L’importante non è se vince lo stile italiano o quello da espatriato, l’importante è partecipare alle vacanze con le persone che preferiamo, facendo quello che ci piace… e magari mangiando un po’ di anguria.

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giovedì 8 agosto 2024

RACCONTI – libri

«Non comprerò libri. Non comprerò libri. Non comprerò libri.
Questo è stato il mio mantra durante le vacanze estive ogni volta che passavo davanti a una libreria o un’edicola. Mi ero ripromesso di non comprare nessun libro nuovo. Non è per niente una questione economica – perché se il popolo non ha più pane, che mangi carta come i pesciolini d’argento – e neanche una questione di spazio in valigia – perché c’è sempre spazio per un tomo in più nello zainetto da cabina che Ryanair, grazie al Cielo, ha dimenticato di limitarne il peso – anche se resta un’impresa da contorsionista. Ho fatto questa promessa a me stesso per una questione di etica e di lealtà. Lo so che può sembrare esagerato ma lo dovevo alla mia libreria, a tutti quei libri ancora non letti che aspettano, ai quali, prima di partire avevo promesso che li avrei letti al prossimo giro, dopo aver concluso quell’interminabile tomo da settecentoventicinque pagine di Marcel Proust che ho sul comodino da “solo” un anno e mezzo. Non sto scherzando: prima di partire per le ferie ho fatto un discorsetto, volume per volume, a tutti i libri allineati in libreria e ho dato l’ordine di partenza. Sottovoce e senza essere visto dal mio psichiatra, ho parlato con Pennac, con McGrath e McEwan e infine con Backman e ho giurato solennemente: “Voi sarete i prossimi”. Palahniuk mi ha riso in faccia perché sa che metto in scena lo stesso teatrino ogni anno e Benni ha smascherato la mia bugia sul lunghissimo tomo di Proust perché è passato dal quel comodino e ha notato solo un normalissimo libriccino in svedese appoggiato. Ho dovuto mentire ai miei libri per convincerli a resistere ancora un po’, solo pochi mesi, prima di poter essere letti. Infine, giurin giurello con Baricco che controllava che non avessi le dita incrociate dietro la schiena, ho ribadito che non porterò a casa nessun nuovo romanzo e che non stravolgerò la classifica appena firmata col sangue.
Sono bastati un paio di giorni e un paio di tentazioni demoniache sotto forma di profumo inebriante di carta stampata fresca a solleticarmi le narici e a farmi cedere. Ho tradito le mie promesse e la fiducia dei volumi colorati nello scaffale. Ricordo di non aver provato né vergogna né rammarico. Qualche giorno dopo, però, è arrivata la recidiva. Nella mensola di casa, tra polvere e acari, ho ritrovato un libro perso nei meandri della memoria e del tempo. Un romanzo che si è tenuto in vita grazie alla promessa di lettura che gli feci diciotto anni fa quando lo comprai con gli occhi pieni di speranza e tanta ingenuità. Non ho avuto scelta. Dovevo portarlo con me e salvarlo dall’oscurità della mia cameretta d’infanzia. Infine, è giunta anche la perseverazione diabolica quando, a mia insaputa, mi è stata regalata una raccolta di racconti. Io non l’avrei mai presa. Non perché non mi piacesse l’autore, ma perché, in un moto d’orgoglio finale per non cadere in tentazione, avevo evitato di avvicinarmi alle salviette dei bar, ai volantini delle sagre, ai ticket del parcheggio e a qualsiasi altra forma di carta stampata. Nonostante tutto, non sarebbe stato corretto rifiutare e anche il dono in questione è finito nello zaino.»
«Hm… signor Riva, niente di tutto ciò rientra nelle categorie delle merci da dichiarare alla polizia doganale. L’avevo solo avvertita che un libro gli era caduto dalla giacca quando se l’è tolta per superare i controlli.»
«Oh! Mi scusi. Non volevo abusare del suo tempo.»
Raccolgo in fretta le mie borse con la testa bassa e le gote rosse. Passato oltre, però, ridacchio sotto i baffi e da sotto la maglietta estraggo un romanzo di fantascienza di Asimov acquistato all’edicola dell’aeroporto. Questo non me l’hanno beccato. Lo guardo dritto nell’occhiello e sussurro suadente: «Tu sarai il prossimo.»

venerdì 5 luglio 2024

RACCONTI – Il vaso

Sono piegato sulle ginocchia nel salotto di casa mia. Raccolgo in silenzio, pezzo per pezzo, il vaso di ceramica che si è sfracellato per terra. Di nuovo. Il vaso è appena caduto dal piedistallo che si trova in mezzo alla sala. Mi fanno male le gambe per le tante, troppe volte che mi sono dovuto accovacciare. Mi fanno male le mani per le piccole ferite. Mi succhio un dito per asciugare il sangue. Fa male, ma non ci faccio più caso ormai.
«Non sono stato io!» esclamo al mio pubblico invisibile, mentre sudo freddo dalla fronte e sento che il cuore si è fermato per un istante. Un millisecondo forse. Quel che basta per sentire un nodo in gola e un peso sullo stomaco.
«Non sono stato io!» Ripeto. Più allo specchio che a un interlocutore reale.
Mento di nuovo dunque. Non del tutto, però. Ho ideato e creato io il vaso. L’ho messo io sul piedistallo. Non sono stato io però a farlo cadere. Certo, sono sempre io ad averlo appoggiato in bilico, sul bordo. Inoltre, è colpa mia se non mi sono accorto che il vaso non era ancora pronto per stare là su in alto. Non era il momento di lasciarlo là. Probabilmente non lo sarà mai.
A volte penso che non avrei mai dovuto crearlo. Penso che non sono così bravo a plasmare vasi di ceramica. Provo a farli di diverse forme e dimensioni. Ci metto tempo e dedizione, ma non mi riescono come vorrei. Quando sono soddisfatto sbaglio a metterlo troppo presto sul piedistallo. E il vaso cade. Va in frantumi. Il suono dei cocci rotti che si spezzano rimbomba ancora nella mia testa. La sensazione è che non sia solo qualcosa fuori che si rompe.
Ci metto un po’ a riprendermi, ma spesso mi chino di nuovo, raccolgo i pezzi che trovo e li incollo insieme. Molte volte l’effetto è imbarazzante nonostante a me sembra di aver fatto un lavoro decente. Malgrado la mia cecità, mi ostino a posizionare il vaso di nuovo sul piedistallo, come se fosse un trofeo, di cui vantarsi con gli amici.
Molte volte il vaso si tiene insieme per miracolo, sta in piedi in equilibrio instabile ed è così delicato che basta un lieve soffio di vento per farlo cadere. Quando me ne accorgo, cerco di prenderlo al volo ma nonostante con gli anni abbia affinato le mie capacità di previsione e di velocità, il vaso mi sfugge dalle mani, scivola via e inesorabilmente cade.
Se ho fortuna i cocci sono grossi e non faccio troppa fatica a trovarli sul pavimento. Anche se mi perdo dei pezzetti per strada non è poi così grave. Il vaso sta su lo stesso. Con un po’ di buona volontà riesco a dare al vaso una nuova forma, ma la fretta è cattiva consigliera e il risultato finale ne risente.
Il suo destino è segnato. Andrà sul piedistallo e cadrà di nuovo. Ormai lo so.
Credo si arrivato il momento di metterlo in cantina e di crearne uno nuovo.