Sto passeggiando sul Västerbron, uno dei ponti più belli di
Stoccolma, dal quale si può ammirare la città vecchia, il palazzo comunale e il
quartiere Södermalm da un lato e il verde dei boschi del lago Mälaren
dall’altro lato.
«Che cos’è l’infinito?»
È mio figlio di sei anni che mi fa distogliere lo sguardo
dal panorama tirandomi per la maglietta. Domanda non facile ma la sua vocina è
così dolce e curiosa per non provare a dare una risposta. Ci fermiamo un attimo
nel punto più alto del ponte e lo invito a rivolgere lo sguardo a est.
Seguiamo un refolo di vento e in un attimo raggiungiamo le
mille isolette dell’arcipelago di Stoccolma. Ci soffermiamo ad annusare l’odore
della pece dei tanti pini silvestri e del legno umido di una sauna al bordo di
un pontile. Ci crogioliamo al sole delle migliaia di prati verdi o degli scogli
bagnati dall’acqua.
Andiamo oltre, in mare aperto dove l’orizzonte è blu per
chilometri e chilometri. Ci lasciamo accarezzare dal vento che soffia aria di
libertà. L’oceano si estende davanti ai nostri occhi e si fonde con l’azzurro
del cielo.
Spicchiamo il volo con la testa tra le nuvole, sempre più in
alto, sempre più lontano. Sfiliamo tra cirri, altocumuli, stratocumuli,
nembostrati e tutti i possibili anagrammi e combinazioni di nuvole. Ci
liberiamo verso la stratosfera, la mesosfera e via nell’esosfera.
Lo spazio sconfinato ci accoglie nella sua indifferenza per qualsiasi
forma di vita lasciandoci a bocca aperta. Oltrepassiamo la Luna e ci
proiettiamo verso gli altri pianeti del Sistema Solare, fiancheggiamo il sole e
poi via lontano verso altri miliardi di stelle scintillanti e affascinanti corpi
celesti. Il buio, il vuoto e il silenzio ci inglobano verso mete lontane mai
raggiunte dall’occhio e dalla conoscenza umana. Siamo ormai nello spazio
inesplorato dell’universo, dove solo l’astrofisica si è spinta con teorie e
speculazioni scientifiche.
Solo in quel momento mi giro a osservare lo sguardo di mio
figlio. È stupefatto, incredulo e pieno di meraviglia. Sorrido assieme a lui.
In un battito di ciglia siamo di nuovo sul Västerbron, il ponte ad arco
d’acciaio più lungo della Svezia.
«Ecco cos’è l’infinito.»
Mio figlio mi guarda dritto negli occhi. Sembra stia ancora processando tutte
le informazioni e le sensazioni che ha sperimentato. Prima accenna un sorriso,
poi aggrotta la fronte.
«Non ho capito, papà!»
Alzo gli occhi al cielo, ma non per contemplare di nuovo
l’universo. Mi sa che devo fermarmi prima del viaggio intergalattico, prima
degli strati del cielo, prima dell’acque del mare e delle terre lontane. Devo
fermarmi in città, più di preciso a est del ponte, a Gamla Stan.
«Caro figliolo, l’infinito è… è… lo stato dei lavori nel
cantiere di Slussen. Ecco cos’è l’infinito!»
Lui annuisce e sorride. Non ha mai visto il vecchio Slussen
e si chiede se un giorno vedrà quello nuovo. Credo che ora abbia capito cosa
significa infinito.
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Ho i brividi e
probabilmente ho di nuovo la febbre. Addosso ho una stanchezza indescrivibile.
Mi gira la testa. Faccio fatica a respirare. Ho il naso chiuso e soprattutto
tossisco come la doppia cassa di un batterista Heavy Metal.
Nonostante tutto
questo sono dovuto uscire di casa e venire qui, dal medico di base.
Passo dall’accettazione
e mi metto seduto nella sala d’attesa. Mi guardo attorno e spero sempre che
tutti i pazienti presenti stiano aspettando un altro medico, non il mio. Mi
sbaglio. Per fortuna però che in Svezia non bisogna chiedere chi è l’ultimo in
fila e non bisogna stare allerta che qualche vecchio ti freghi il posto perché
la segretaria in accettazione registra l’ordine di visita sul computer e da lì
non c’è scampo.
Non mi resta altro
che sedermi. Non c’è molto per distrarsi, se non alcuni giochini e libri per
bambini o riviste scientifiche vecchie di qualche anno. La scelta è semplice e
mi lancio prima che possa farlo qualcun altro su “Pierino incontra i
dinosauri”.
Non passa molto
tempo durante la mia stimolante lettura che mi scappa qualche colpo di tosse
simile a un rantolo di un malato terminale. Per un attimo ho la sensazione che
la musichetta jazz di sottofondo si sia fermata. Mi sento lo sguardo degli
altri addosso come in un saloon del Far West. Mi scannerizzano da testa a piedi
e mormorano al vicino di posto una diagnosi con prognosi riservata. Mi fanno
sentire un appestato e a guardar bene, il libro che tengo in mano sembra ormai
“L’amore ai tempi del colera” più che un libro per bambini. Quelli al mio
fianco tossiscono a loro volta, non per un mal di gola ma per mascherare il
rumore della sedia che si sposta per allontanarsi da me. Mi sento una goccia di
detersivo in una teglia sporca di grasso di maiale in uno spot della Finish: io
a un lato della stanza e gli altri a tre metri di distanza.
Il tempo non passa
più ma alla fine il medico mi dà un colpetto sulla spalla e mi sveglia. È il
mio turno. Spiego i miei sintomi e racconto come mi sento. Esagero. È sempre la
mossa migliore per essere ascoltati seriamente. Per accentuare ulteriormente i
miei problemi uso la pantomima e le doti nascoste di teatrante. La dottoressa
non batte ciglio e sfoggia il classico approccio della medicina svedese inciso
sul bastone di Asclepio e mantra di ogni libro di testo universitario: “Che
cosa pensi di avere?”
Ma come,
dottoressa? Questo me lo deve dire lei. Lei ha una laurea in medicina
(speriamo), non io. Lei ha ascoltato i miei sintomi, io li ho solo raccontanti.
Lei deve fare la diagnosi, io seguire la terapia. Lei deve salvarmi la vita, io
la devo vivere. Vivere male per poi dover tornare da lei per un altro malanno, in
modo tale che il sistema sanitario possa funzionare.
Naturalmente non
dico niente di tutto ciò e biascico qualche diagnosi di circostanza per
riempire i silenzi e l’imbarazzo. Lei mi guarda con gli occhi sbarrati e dice
che potrei avere ragione. A quanto pare anch’io ho una laurea in medicina.
Ormai sono abituato a questo iter e non mi stupisco più di tanto. Passiamo
quindi ad altri test.
Incontro
l’infermiera per un prelievo. Niente di strano. Usa uno strumento che sembra
una spillatrice e mi fa un buchino sul dito. Ero tranquillo ma quando mi
accorgo della fontanella di sangue che sgorga dalla pelle perdo un attimo il
mio aplomb da vero uomo duro, da macho italiano tutto o da vichingo adottato e
mi scappa una smorfia. L’infermiera sorride: aveva già capito che quella dell’uomo
tutto d’un pezzo era solo una maschera. Probabilmente mi hanno tradito i
calzini di Topolino. Per fortuna il prelievo è sufficiente e posso tirare un
sospiro di sollievo. I miei livelli di CRP – la proteina del fegato C-reattiva
– sono alti, segno di un processo infiammatorio in corso.
Torno dal medico
con un tassello del puzzle in più. Stranamente non mi chiede come penso che
siano andati i risultati dell’analisi del sangue perché è già stata informata
dalla collega. Manca un ultimo dato da raccogliere: la manetta per il dito,
anche chiamato saturimetro. Fortunatamente i miei livelli di ossigenazione del
sangue sono normali e non devo chiedere aiuto ai globuli rossi di “Esplorando
il corpo umano” di darmi un paio di pallette trasparenti dalla loro schiena.
Alla fine la
dottoressa ha tutto quello che le serve per… rullo di tamburi… per
diagnosticarmi una polmonite. Probabilmente. Forse. Presumibilmente. Eh già,
perché in Svezia spesso non fanno lastre e quindi non c’è la certezza. Io
comunque sono un tipo semplice e mi accontento.
Per la terapia
giunge anche la sorpresa finale: mi prescrivono degli antibiotici. Evento
rarissimo nei poliambulatori quasi quanto vedere una banca abbassare i tassi
d’interessi in questo periodo storico. Dovrei essere felice della cura ricevuta
ma mi prende un po’ d’ansia. Visto che ottenere una ricetta per gli antibiotici
in Svezia succede solo nei casi più gravi e quasi come ultima spiaggia, mi
sembra tanto di aver ricevuto un biglietto da visita di un’agenzia di pompe
funebri. La dottoressa mi rassicura che andrà tutto bene e che nel giro di una
o due settimane dovrei stare bene. Poi mi caccia fuori. Avanti il prossimo.
Prima di chiudere
la porta mi comunica con un sorriso a trentatrè denti che ha mandato
un’impegnativa per una lastra toracica. Incredibile, ho trovato un
poliambulatorio che fa le cose per bene. Oggi deve essere il mio giorno
speciale. Deve essere un giorno fortunato. Va bene, non così fortunato: ho una
polmonite. Posso però almeno cercare di cavalcare questa piccola dose di buona
sorte e prima di passare in farmacia sarà meglio fare un salto dal tabaccaio e
giocare al Lotto.
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Dopo il freddo invernale e le piogge di inizio Primavera,
ecco che bastano pochi raggi di sole per vederli spuntare fuori dal nulla in
città. A Stoccolma li trovi sempre in prossimità delle fermate della metro o
nelle piazze a fare concorrenza ai medicanti. Loro però non si siedono per
terra ma si adagiano sui banchetti pieghevoli. Si espongono facilmente al sole,
nonostante cerchino di ripararsi con i tendoni, e forse per questo motivo sono
rossi in volto. Quando li vedi nudi, assieme ad altri esemplari simili,
ammassati in un piccolo cestello di plastica ti scappa un sorriso sincero
perché sai che è il segno ufficiale dell’inizio dell’estate svedese. Quei
piccoli omini della terra portano una ventata di freschezza alle giornate
assolate e ti aiutano a svernare dalla brutta stagione appena conclusa. Gli
omini della terra esposti nei banchetti all’aria aperta comunicano un segno di
libertà. Non li hai ancora mangiati ma già ne pregusti il sapore grazie al
profumo inebriante. Sono una vera gioia per la vista e per il palato. Lunga
vita agli omini della terra!
Se non si è ancora capito, gli omini della terra sono meglio
conosciuti con il nome di jordgubbar in Svezia e con il nome fragole
in Italia. Io le adoro e sono uno dei miei frutti preferiti perché… no, vero,
mi sbaglio. Non sono un frutto dal punto di vista botanico in quanto i veri
frutti della pianta sono gli acheni, i semini gialli sparsi sulla superficie.
La parte rossa non è altro che il ricettacolo ingrossato del fiore. Per questo
motivo spesso vengono chiamati frutti falsi. Io però preferisco chiamarli
non-frutti perché così posso mangiarli per festeggiare i miei non-compleanni,
364 giorni all’anno.
Ad essere specifici, tra le fragole io preferisco quelle
svedesi. Non per un nazionalismo acquisito del mio paese d’adozione ma perché
sono più grosse e, a parer mio, più gustose. Al momento, in vendita sui
banchetti all’uscita della metropolitana dove si accettano rigorosamente solo
pagamenti in Swish senza scontrino fiscale, si trovano solo quelle belga o di
altri paesi europei, ma con un po’ di pazienza arriveranno anche quelle
“nostrane”.
E chissenefrega se i prezzi si sono gonfiati a dismisura
negli ultimi anni e tocca aprire un mutuo o vendere un rene per acquistarne un
cestello. Bisogna investire anche una parte del fegato se si pecca di gola
aggiungendo anche mirtilli, more o lamponi dallo stesso rivenditore,
soprattutto se poi si brinda con abbondante vino rosé. Godersi però la faccia
felice di grandi e piccini quando si torna a casa con un paio di sacchetti di
leccornie della natura non ha prezzo. Alla fine quindi le alternative sono molteplici
per celebrare la stagione estiva: si possono mangiare le fragole così come sono
distesi su un prato in compagnia di amici, condirle con zucchero e limone in
una coppetta e divorarle sul balcone di casa o preparare una celestiale torta
alle fragole di Midsommar da condividere con la famiglia. A voi la scelta… ma a
me la forchetta.
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In un freddo pomeriggio di fine gennaio me ne stavo seduto
tranquillo durante il mio lavoro a tempo indeterminato – spesso sogno bagnato
in Italia, quasi prassi in Svezia – quando un vento di nuova politica mi tolse la
mia copertina calda dai piedi, mi gelò il cuore e mi lasciò col morale a terra.
È così che inizia la mia disavventura nel grande parco
“divertimenti” della disoccupazione svedese. Per entrarci serve compilare un
modulo particolare che ha un nome latino: il curriculum vitae, anche detto CV
per gli amici, la cui stesura richiede notevoli abilità persuasive e di sintesi.
Senza questo biglietto non ho possibilità di entrare. Frugo nelle tasche della
mia vecchia giacca impolverata che mi fece trovare l’ultimo lavoro e dopo
qualche modifica a penna ottengo il lasciapassare. Una volta dentro vengo
subito attratto dal fascino classico e lugubre dell’Arbetsförmedlingen –
l’ufficio di collocamento svedese – che altro non è che la casa degli orrori
della disoccupazione svedese. So che non dovrei entrarci ma alla fine non
resisto dal provare l’ebbrezza di perdermi nei vari annunci di lavori orribili
della sua pagina Platsbanken e decido di sfidare le mie paure di essere
rifiutato mandando una domanda di lavoro solo per scaldarmi un po’ l’animo. Le
prime stanze mi fanno paura ma poi ci prendo gusto e quando penso di esserne
uscito indenne mi arriva in faccia quel maledetto soffio d’aria forte e
rumoroso. Sto parlando naturalmente di quella domanda di lavoro che richiede il
reinserimento di tutto il mio CV seguendo il fastidiosissimo template di quella
specifica agenzia di reclutamento.
Esco esausto dall’Arbetsförmedlingen e solo allora mi
accorgo della presenza di Linkedin, la grande ruota panoramica del
lavoro nel ventunesimo secolo. A bocca aperta salgo nella mia cabina e subito
noto che tutti nelle loro postazioni fanno un gran baccano cercando di attirare
l’attenzione degli altri ospiti del Luna Park. Dopo un giro ad alta quota ho le
vertigini e appena posso decido di scendere, consapevole che nonostante mettersi
così in mostra non faccia per me, purtroppo dovrò ritornarci più tardi e più
volte.
Dopo questa carrellata iniziale ho le idee più chiare su
quello che devo fare e mi butto a scrivere la lettera di presentazione – personligt
brev in svedese — che gira e che ti rigira è sempre la stessa, cambiando
solo l’ordine delle parole e delle frasi… un po’ come quando sei sul Tagadà.
Con un piccolo aiuto da chatGPT che mi fa saltare la coda all’ingresso faccio
un paio di turni finché mi sento preparato a superare il prossimo ostacolo:
quel lavoro bellissimo che vorrei tanto, ma proprio tanto, avere perché ha uno
stipendio buono, le mansioni sono stimolanti ed è vicino a casa… ma che non
otterrò mai. Ha sempre la fila di gente che vorrebbe salirci, mi fa volare in
alto con la fantasia ma come spesso accade, se non sono abbastanza qualificato,
il finale che mi aspetta richiama il nome della giostra che lo rappresenta in
questo parco: il Calcinculo. Non faccio in tempo ad aggiustarmi le ossa che è
già ora di prendere l’ottovolante delle emozioni. Un giorno sono in alto e penso
che tutto si risolverà per il meglio e che troverò il lavoro dei miei sogni, il
giorno dopo mi sveglio a terra e con la convinzione che non mi prenderà mai
nessuno e che finirò a fare il barbone. Il vagone corre veloce ma dopo un paio
di giri della morte e qualche leggera deragliata torno per fortuna in
carreggiata e capisco che fino ad ora ho semplicemente sbagliato giostre. La
Svezia è un Luna Park piccolo, dove tutti conoscono tutti e vige il caro e
vecchio passaparola. Capisco quindi che devo fare un giro sull’autoscontro. Sbatto
a destra, sbatto a sinistra, sbatto contro una vettura che sbatte contro
un’altra vettura e alla fine vengo scaraventato al colloquio con la persona
giusta. Io vivo sempre l’intervju – per usare la parola svedese – come
un teatrino nel quale mi trucco, mi metto un vestito buffo, recito un copione
basato sul mio curriculum autocelebrativo e sulle mie capacità di veggente in
quanto mi viene sempre chiesto di spiegare come sarò tra cinque anni e poi
esco. Solo quando mi guardo allo specchio mi accorgo di essere vestito da
clown. Poco importa se alla fine servirà allo scopo di uscire finalmente da
questo sfiancante parco “divertimenti”.
Prima di andarmene devo purtroppo ancora provare alcune
giostre ma per fortuna so che se dovesse andarmi male, nei prossimi mesi
l’indennità di disoccupazione della A-kassa mi terrà in piedi come
un’imbragatura, un po’ scomoda ma sicura, del tappetto elastico di questo
grande Luna Park svedese.
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Vestita col frac nero, camicia bianca, farfalla rossa e
cilindro in testa, la bella ragazza bionda copre tutta Stoccolma con un bel
fazzoletto colorato. Agita la bacchetta magica sulla città in un caldo
pomeriggio di fine marzo, pronuncia le parole magiche “April, april din
dumma sill, Jag kan lura dig vart jag vill”
e in un attimo trasforma la capitale svedese e i suoi dintorni. In un secondo
si passa dal sole alla neve, da dodici a zero gradi, dal maglioncino al
cappotto.
Questi e altri sono gli abilissimi giochi di prestigio della
famigerata illusionista svedese April Svensk. April è tanto bella quanto
truffaldina. Ti ammalia col suo nome affascinante, le sue movenze sinuose e il
suo abito scintillante. Con dolci parole melodiose che richiamano la lingua
italiana ti fa credere di essere sua cugina Aprile, quella del Belpaese, e in
un attimo l’inganno è servito.
Fino a pochi giorni prima, con un bel sole e temperature che
gridavano alla speranza, ti aveva abilmente illuso di esserci ampiamente
avviati verso la primavera. La bella ragazza te l’aveva fatta annusare, l’aria
primaverile intendo, e poi invece te la toglie da sotto il naso senza neanche che
te ne accorgi.
Il giorno prima ti aveva consigliato di montare gli
pneumatici estivi, lasciare le gomme chiodate invernali in cantina o
all’autorimessa e il giorno dopo ti congela l’asfalto ridendo beffarda mentre
strisci la macchina contro il guardrail cercando di frenare e pentendoti di non
aver installato dei pattini al posto delle ruote.
Dopo tanta paziente attesa ti aveva concesso finalmente di
pianificare un bel pic-nic, una grigliata o una caccia alle uova pasquali
all’aperto ma poi ti lancia raffiche di vento che ti affettano la faccia meglio
del prosciutto che hai messo nei panini.
Ti aveva da poco permesso di fare il cambio di stagione
nell’armadio, ma poi ti ritrovi a battere i denti appena metti il naso fuori
dal portone di casa. Così il giorno dopo recuperi la sciarpa invernale ma a
metà giornata ti accorgi di aver esagerato e ti sembra di essere in sauna.
Nonostante sia bravissima, veloce e incredibilmente
sorprendente nei suoi numeri di magia e illusionismo, April non è
particolarmente apprezzata e durante i suoi spettacoli non prende quasi mai
degli applausi. Non ne riceve neanche dai patiti degli sci e di altri sport
invernali perché non appena ti sei abituato al bianco delle piste innevate, ti
stupisce alzando la temperatura di dieci gradi e tutto si trasforma in
acquitrino melmoso che inonda i marciapiedi e i parchi della città.
Basta comunque avere i gommoni ai piedi, aspettare che si
asciughi e tutto finalmente si sistemerà. Così quando sembra che ti potrai
godere giornate più lunghe e più calde, April fa esplodere i pollini: pioppo,
betulla, quercia, faggio, eccetera, eccetera e ecciù! Insomma, chi più ne ha
più ne metta, di antistaminici intendo.
Mai una gioia con questa dannata illusionista April Svensk…
e infatti arriva la depressione stagionale primaverile. Per fortuna tutto
passerà e ci si può consolare pensando che, come dicono i canadesi, dopo il
lungo inverno, quel paio di giorni di bel tempo a fine marzo di Primavera degli
Sciocchi e dopo questo Secondo Inverno di inizio aprile, ad attenderci ci sarà
la Primavera… degli Inganni, il Terzo Inverno, la Stagione del Fango, la Vera Primavera
e poi, forse, se faremo i bravi, l’estate.
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Corro come un
matto, sudo copiosamente e ho il fiatone. Credevo di essermi nascosto bene
nella vegetazione invece mi ha fiutato lo stesso. Un gigantesco e spaventoso Tyrannosaurus
Rex mi è alle calcagna. Mi volto per controllare a che distanza si trova e inciampo
su un quarzo citrino che sporge dal terreno. Ora il dinosauro mi ha raggiunto e
in un sol boccone mi ingoia. Finisco nel suo stomaco, passando per la faringe,
l’epiglottide, l’esofago e il piloro. Poi oltrepasso il duodeno, faccio un
bagno nella bile e finisco nell’intestino tenue. Evito i villi intestinali e
percorro di fretta l’intestino crasso, il colon, il retto e infine finisco
nella cacca: di cavallo, di maiale, di lince e addirittura di alce. Per fortuna
ora sono all’aria aperta e qui nessuno mi farà del male. A parte quell’orsa con
i piccoli là in fondo che mi sembra parecchio arrabbiata. Le lancio delle
mandorle tostate e mi lascia in pace. Ne approfitto per fare un giro nelle
casette di legno della Svezia del diciottesimo secolo e poi all’improvviso
passa un autobus della SL, è un Scania-Vabis C75/1 del 1962. È un po’
arrugginito e cigola. Con un po’ di riluttanza salgo e mi faccio un giro della
città. Il tempo sembra passare in fretta. Troppo in fretta. Ora sono su un
modello Volvo B10M-60 Säffle del 1984. Dopo una curva a destra e mi ritrovo su
un vagone della metropolitana, modello C14 del 1992. Alla fine del rettilineo
sono un tram A36 moderno del 2022. Le porte si chiudono e l’autista… non c’è.
Il tram si guida da solo. Le macchine attorno a me sono tutte sinuose ed
elettriche. Tutto attorno a me è ecosostenibile. Che futuro meraviglioso che ci
aspetta. Tutto è così tecnologicamente avanzato e scintillante. Bellissimo.
Affascinante. Spaziale. E all’improvviso: three, two, one… ignition. La
navicella spaziale parte verso Marte. Ma non è una navicella normale. È una
nave speciale: la nave Vasa, affondata nel suo viaggio inaugurale nel 1628 a
pochi metri dalla partenza. Ora infatti ho l’acqua alla gola e sto per
affondare. Mi sembra tutto un’illusione, un gioco d’acqua, un esperimento e io
sono il topo da laboratorio. Però mi diverto a scoprire le leggi della fisica e
gli scherzi della mente umana. Immerso nelle bolle di sapone, sento delle grida
in lontananza. Una mano forte si protende verso di me. l’afferro e mi sento
sollevato. Un vichingo alto, forte e biondo mi salva la vita. Arriviamo nella
sua abitazione e brindiamo bevendo birra non filtrata nello scalpo dei nemici.
Facciamo gara di rutti e ci sfidiamo a chi lancia più lontano l’accetta. Ho
perso, è difficile accettarlo. Per sfogarmi prendo una palla da pallamano e la
lancio più forte che posso, faccio un paio di piroette sugli anelli alla Yuri
Chechi, scalo le pareti come se fosse l’Everest e infine corro cento metri in
11 secondi. La polizia, che era lì vicino, mi ferma per eccesso di velocità. Mi
caricano sulla loro Volvo V70 e a sirene spiegate, scortato da un paio di motociclette
BMW R 1200 GSA, mi portano alla centrale. Qui è tutto in ordine e disciplinato.
Non si sgarra. Io provo a chiedere scusa e con un teatrino poco credibile cerco
di spiegare le mie ragioni. Il poliziotto in divisa non mi crede. Non mi resta
che provare a suonargliele: con l’arpa, la batteria, il pianoforte e alla fine
ci provo anche con il theremin, ma niente. Passo al balletto e mi vesto da
valletto medioevale, mi trucco da zombie e da pagliaccio, canto, uso le mani
per fare ombre cinesi e ci provo anche con un disegnino. Torno a essere bambino
e ripercorro tutte le storie di Astrid Lindgren, ammiro Pippi a teatro e mi
perdo nei cunicoli di una biblioteca immaginaria. Sorrido ai miei figli mentre
leggo loro un libro di Jan Lööf.
Abbasso lo sguardo
e osservo le mie mani. Quello che stringo però non è un libro, ma una cartina.
È una mappa di tutti i musei che offre Stoccolma. Sorrido di nuovo: bello avere
tanta scelta durante le fredde e lunghe giornate invernali, magari sorseggiando
una cioccolata calda e un kanelbulle.
Chiave di lettura (facit).
I musei citatati sono in ordine: Naturhistoriska riksmuseet (ora purtroppo
temporaneamente chiuso), Skansen, Spårvägsmuseet, Tekniska museet, Vasamuseet,
Tom Tits experiment, The Viking Museum, Riksidrottsmuseum, Polismuseet,
Scenkonstmuseet, Junibacken.
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All you
need is lov. Esatto,
lov. Non è un refuso o scarsa conoscenza dell’inglese. È cultura
svedese. Soprattutto se si hanno bambini in età scolare o se si lavora nel
sistema educativo scandinavo.
In qualsiasi momento, se si è stanchi o stressati, la lov
– vacanza in svedese – è lì per risollevarci. La scuola chiude ed è un’ottima
occasione per farsi un viaggio da qualche parte. Beh, non proprio in qualsiasi
momento. Infatti le vacanze scolastiche svedesi sono rigorosamente pianificate solo
in specifici periodi dell’anno. Si inizia con la höstlov, la vacanza
autunnale, (quasi) sempre nella settimana 44, cioè fine ottobre o inizio
novembre. Normale non capirci niente con la conta delle settimane all’inizio,
ma poi ci si fa l’abitudine o si controlla il calendario senza farsi notare
dagli altri svedesi che invece fanno il conto automatico delle settimane in
testa. A Natale c’è il classico jullov, con le scuole che spesso
riprendono dopo il giorno dell’Epifania. Per spezzare un po’ la lunghezza e la
rigidità dell’inverno arriva sportlov, un meraviglioso stratagemma
svedese per invogliare bambini e genitori a praticare gli sport invernali… o
prenotare un viaggio per la popolarissima Thailandia non propriamente famosa
per le sciate ma che risolleva l’umore e i livelli di vitamina D. Le settimane
per questa vacanza variano in base alla regione nella quale si vive: settimana
7 Göteborg e dintorni, settimana 8 Skåne, settimana 9 Stoccolma e Svezia
centrale e settimana 10 nord del paese. Tutto perfettamente programmato. Può
sembrare difficile ricordare e riconoscere quale sia la settimana giusta ma in
realtà basta semplicemente osservare i vagoni della metropolitana vuoti, l’abbondanza
di posti liberi sull’autobus e il deserto nei luoghi di lavoro. Quindi niente
panico, la città non si è trasformata in un villaggio post-apocalittico o un
set di un film horror con gli zombie ma si tratta solo di lov. Non
possono mancare la sosta di Pasqua, Påsklov, e la popolare e ben più lunga, ma
non lunga come in Italia, sosta estiva, sommarlov. Ci sono tutte? Ah,
no. Dimenticavo il ponte dell’Ascensione, Kristi Himmelsfärd, che è sempre
un giovedì di maggio e siccome è un periodo di possibile bel tempo – nessuna
garanzia, sia chiaro – dà facilmente sfogo a un bel fine settimana allungato e gli
svedesi non si lasciano sfuggire occasioni quando sono ghiotte.
Lov implica dunque vacanze automatiche per i bambini
e di conseguenza spesso anche per i genitori. Tutto molto bello. Tutto
meraviglioso. Ci sono un paio di “però” da non sottovalutare. I voli, treni, auto
a noleggio, hotel, appartamenti e località sciistiche sono prenotate con mesi
d’anticipo. Se non lo sono, i prezzi s’impennano vertiginosamente come durante
la recessione economica del primo dopoguerra. Va bene, allora non si va da
nessuna parte: gli adulti vanno al lavoro accompagnati però dall’inevitabile
sensazione di essere delle cacche per aver lasciato i bambini al pascolo nel
doposcuola, il fritids – che è sempre aperto come le casse dello stato
quando ci sono le tasse da ricevere. Magari si decide di andare in vacanza
un’altra volta. No, non si può, perché se si prova a chiedere vacanze al di
fuori di questi periodi prestabiliti, il personale amministrativo della scuola
si trasforma in una guardia carceraria della prigione di Alcatraz che ha appena
lanciato nel Pacifico la chiave della classe dei tuoi figli.
A questo punto viene spontaneo innervosirsi e arrabbiarsi,
ma meglio ricordare di respirare e pensare che lo stress eccessivo in questa
situazione non servirà a niente. C’è solo una cosa da fare per calmarsi:
aspettare il momento dell’anno giusto, pianificare in tempo e… All you need
is lov.
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