venerdì 25 novembre 2022

IL LAVORATORE – Neve!

Sabato
Neve! Che bello: tanti piccoli fiocchi bianchi che cadono dal cielo e illuminano la giornata. Corro a prendere lo slittino (no, non perché lo voglio io, ma perché lo vogliono i miei figli, sia chiaro), scendo in cortile con carote, fagioli e un peperone per fare un minestr… no, per decorare la faccia del pupazzo di neve gigante, preparo un igloo per poterci restare la notte e risparmiare un po’ sulla bolletta del riscaldamento e costruisco una barricata per la colossale ed epica battaglia a palle di neve tra famiglie del vicinato.
 
Domenica
Mi sveglio presto la mattina (no, non perché lo voglio io, ma perché lo vogliono i miei figli, sia chiaro) e scosto le tende della camera: neve. Evviva! Ne è scesa altra anche durante la notte e ora tutta la città è veramente ricoperta da un soffice strato di gelato pronto ad essere assaggiato nei suoi mille candidi gusti: fiordilatte, crema, cocco, vaniglia, limone, cioccolata… hm no, bambini, gli ultimi due gusti lasciateli stare. Mi tuffo a testa sul cumulo di neve dal balcone di casa anche se so che dovrò mettere ad asciugare tutti i vestiti sul termosifone per tutta la notte, ma chissenefrega, ormai non succede così spesso di godersi queste belle giornate.
 
Lunedì
Ha nevicato ancora: tutta la notte e tutto il giorno. Evviv… no, ora Ebbasta! Oggi è un lunedì qualsiasi di fine novembre e si lavora. Non voglio affrontare l’Odissea del viaggio in metro, arrivare fradicio in ritardo e dover comunque constatare che i miei pazienti gradualmente cancelleranno tutte le visite della giornata fino a ritrovarmi con gruppi di terapia formati da due persone: io e una altra persona, la mia collega.
 
Martedì
Slask! Questa è la parola del giorno da imparare in svedese. Credo che si possa tradurre come fanghiglia, quella che si forma quando c’è ancora tanta neve ma molta di essa comincia a sciogliersi perché siamo ancora sopra lo zero. Poltiglia che forma delle simpaticissime pozzanghere di acqua e melma sui bordi delle strade. Un miscuglio malefico che neanche una strega incazzata potrebbe pensare di preparare.


Ah, la neve a novembre. Quanti ricordi… la mia mente corre subito al 2016, per esempio, quando mio figlio aveva circa 5 mesi, mia moglie era a casa in maternità e io assonnato ero al lavoro, bloccato dalla neve caduta copiosa a formare uno strato di circa 40 centimetri. Fu la peggiore tempesta degli ultimi cent’anni. Non male se ti trovavi dall’altra parte della città, il servizio pubblico era inesistente e tutti i taxi occupati e/o bloccati. L’unica soluzione fu farsi una decina di chilometri a piedi nella tratta Nacka-Stoccolma, in compagnia di colleghi e migliaia di altri lavoratori desiderosi di tornarsene al calduccio di casa. Una bella passeggiata di salute, respirando gas di scarico di tutte le macchine imbottigliate nel traffico a colonna ininterrotta tra periferia e città.
 
Ritorno al presente ma non sembra essere cambiato molto: ritardi della metro talmente alti da far invidia a Trenitalia; tratte dell’autobus cancellate con i gestori del trasporto pubblico che come ogni anno cadono dalle nuvole assieme alla neve, sorpresi dal clima di novembre; automobilisti che spalano metri di neve attorno all’automobile con la paletta della sabbia dei figli per uscire dal parcheggio e appena possono scivolano letteralmente via sulle strade ghiacciate. Mi scappa un ghigno maligno al pensiero di quei coglioni che sono stati così sprovveduti da non essere ancora passati alle gomme invernali… ma il sorrisetto mi si ferma in gola. Aspetta un momento: merda, io sono uno di loro!

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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/neve/

lunedì 14 novembre 2022

RACCONTI – I corti (2)

143380… 2388… 39,8…
Bevo un caffè amaro. Ne bevo un altro.
142200… 2370… 39,5…
Dovrei cominciare a fare qualcosa.
139500… 2325… 38,75…
Non ho voglia di andare avanti ma devo. (Devo davvero?)
136800… 2280… 38…
Bevo un terzo caffè. Basta!
134400… 2240… 37,3333333333…
Sono troppo nervoso (ma va’?) Non ce la posso fare.
131220… 2187… 36,45…
Sto impazzendo. Sto dando i numeri.
130500… 2175… 36,25…
Tra poco ci sarà il pranzo e ci sono ancora:
129900 secondi… 2165 minuti… 36,083 ore…
tra me e venerdì pomeriggio… e poi la prima settimana di lavoro dopo una di malattia sarà finita.
 
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Devo rimanere fermo. Devo tenere gli occhi chiusi. Sono costretto a letto. Il sensore è posizionato sulla mia carotide. Si assicura che il mio battito sia presente, che io sia presente. Non ho scampo. Se solo provo a muovermi di un centimetro mi pianta le unghie sui fianchi e minaccia gli zebedei con le ginocchia. Fa male solo a pensarci.
Se uno dei due mi blocca, l’altro mi costringe a parlare. Non vorrei, ma devo. Devo raccontare tutto. Non bastano una, due o tre volte. No, devo raccontare proprio tutto. Quando ormai la voce è rauca e la presa sul collo si è allentata, loro sono soddisfatti.
Li sento russare. È il segnale. È il momento di andarsene. Molto lentamente. Molto silenziosamente. Altrimenti sarebbe la fine per me. Metto un pupazzo al mio posto ed esco dalla camera dei bambini dopo una maratona di storielle e di racconti.
 
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C’è un momento nella vita nel quale hai tutto quello che vorresti: compagnia di buoni amici, musica per le tue orecchie, cielo limpido e stellato sopra la tua testa. Tutto gira per il verso giusto e tutto ti è chiaro davanti agli occhi. Ti gusti una birra fresca in una calda sera estiva. Non potevi chiedere di meglio. Sei felice.
All’improvviso, però, succede quello che non ti aspettavi. Succede quello che più temevi e che assolutamente non volevi.
In un attimo tutto cambia e la vista si occlude. Cerchi di cambiare le cose ma la situazione non si smuove di un solo centimetro. Provi a fare quello che puoi ma ti senti impotente di fronte a qualcosa di così alto. Non ci vedi più dalla rabbia. La frustrazione prende il sopravvento. Cerchi di goderti lo stesso la serata, ma sai che non è più la stessa cosa. Nel frattempo la birra si sgasa e la musica finisce.
Il concerto dei vegliardi Jethro Tull è stato comunque bello (55 anni di attività e non sentirli) ma sarebbe stato sicuramente meglio senza uno spilungone Telespalla Bob che si siede nel posto davanti al tuo appena iniziato il concerto.

mercoledì 9 novembre 2022

RACCONTI – La bisca

La stanza è avvolta in una nuvola di fumo. Il lampadario a sospensione illumina solo il tavolo da gioco e il resto è in penombra. La luce scende dal soffitto come una vedova nera che tesse la sua tela. Di veleno se ne vedrà molto stasera. Tutti ne sono certi.
Le carte sono state mescolate a dovere. Nessuno ha imbrogliato. Le bevande forti sono state servite su bicchieri tumbler colmi di cubetti di ghiaccio. I dadi e le monete tintinnanti sono sparse ai lati. Tutto è disposto come da copione sulla tovaglia verde perfettamente tesa. Il tavolo da gioco è dunque pronto.
Mancano solo loro: i giocatori!
 
Il primo a entrare è il campione in carica e il protagonista assoluto di queste serate. Lui è il Boss. Lui è l’esperto. Ha fatto di questo gioco non solo una passione, ma quasi una professione e uno stile di vita. Entra spavaldo e deciso nella sala. È concentrato sul suo obiettivo. Non si lascia distrarre dal fumo e si siede al tavolo. Appoggia i gomiti sul tavolo e allunga la mano verso il suo bicchiere. In questo modo mostra il tatuaggio a forma di teschio che ha sull’avambraccio destro. Lui è un duro. Non osate dirgli che quello che ha sul braccio è un trasferello e che quello che sta bevendo non è whiskey ma coca-cola allungata con l’acqua. Rischiereste la vita.
 
Nel momento in cui appoggia il tumbler sul tavolo entra il suo primo sfidante. Lui è il Vecchio. I suoi occhi non si sono ancora abituati alla poca luce della stanza e sbatte il piede sullo stipite della porta. Fa finta che non si sia fatto niente per non dare un vantaggio psicologico al suo avversario. Tossisce per il fumo che abbonda nella stanza ma dice che sono i postumi di un brutto raffreddore di qualche settimana fa. Si avvicina al tavolo da gioco e si siede massaggiandosi la schiena per i dolori. Dà la colpa al tavolo da gioco troppo basso ma in realtà è l’età che avanza. Lo sa lui. Lo sa il Boss. Lo sanno tutti. Può sembrare un po’ rincoglionito ma appena ti distrai ti frega. È la sua tecnica.
 
Poi entra lei. Quella che tutti vogliono. Quella che tutti bramano. Lei è la Gnocca. Ancheggia appena scosta le tendine che la separano dal salone da gioco. Fa l’occhiolino a destra e sinistra. Sorride a ipotetici fotografi. Alla fine manda un bacio volante al Vecchio e dà una carezza sulla testa al Boss. Poi si siede… sul posto sbagliato. Gli altri la fissano e le fanno capire l’errore. Si rialza e va al posto giusto. Beve un sorso, ma dal bicchiere del Vecchio lasciando le impronte del rossetto sul bordo. Chiede scusa e ridacchia spensierata. È confusa? È solo una tecnica micidiale? Nessuno l’ha mai capito. Nemmeno lei. Lei guarda i suoi avversari e si sporge in avanti per scrutare le sue carte. Lei fa sempre così: ti distrai a guardarle le tette e a fine partita di lascia in mutande.
 
Infine arriva anche il più piccolo. Entra quasi di corsa alla ricerca di qualcosa… o per meglio dire di qualcuno. Appena vede la Gnocca infatti le passa vicino e la bacia sul collo lasciandole un filo di bava che gli è uscita dalla lingua a penzoloni. Solo dopo aver soddisfatto questo suo vizietto si accorge dello sguardo allibito degli altri. Così si ricompone, aggrotta le sopracciglia e raccoglie la sfida… che nessuno gli ha lanciato. Ti gela con i suoi occhi azzurri ghiaccio. Ha la pelle morbida e liscia ma spessa come una corazza. Lui è Baby-face. È competitivo al massimo: se provi a buttare giù le carte giuste per vincere, ti minaccia di piangere fino alla mattina successiva, poi si asciuga il moccolo sulla tua camicia e ti batte senza pietà. Se alla fine vince ti sfotte per una settimana.
 
Ora sono tutti pronti. Uno contro uno, uno contro tutti, tutti contro tutti.
Con il proprio mazzo in mano gli sfidanti si guardano di sbieco e trasudano agonismo misto a un filo di paura reciproca da tutti i pori. Si guardano attorno sospettosi e non si fidano di nessuno. Nemmeno della propria mamma. I preamboli sono ormai agli sgoccioli. È ora di iniziare a fare sul serio. Adesso i quattro giocatori sono uno di fronte all’altro e hanno le carte in mano. Qualcuno giubila, altri imprecano. Sono solo strategie di distrazione? Bluff? Solo la fine della partita ce lo dirà. Ognuno di loro posiziona alcune delle proprie carte dal dorso colorato sul campo da gioco, le altre si tengono in mano. Si lancia una moneta per determinare a chi spetta il primo turno e poi tutto può finalmente avere inizio.
La tensione taglia l’aria come una paletta scava nella sabbia fresca ma c’è poco da attendere. Si entra subito nel vivo con attacchi spietati, difese serrate, combinazioni di carte imprevedibili, colpi da maestro e attente pianificazioni. Chi sopravviverà fino all’ultimo? Chi avrà abbastanza energia da lottare ancora? Chi porterà a casa l’ultimo premio?
Solo i giocatori che sono disposti a sputare sangue per la propria squadra saranno in grado di dare risposte a queste domande. In fondo è proprio questo il bello di questo gioco. Questa è la grandezza di una partita di carte poke… poker? No, di una partita di carte Pokemon.

martedì 1 novembre 2022

RACCONTI – Lo straccio

Fuori piove. Anzi no, peggio: pioviggina. Quelle dieci gocce d’acqua al minuto che non richiedono l’ombrello e che aumentano l’umidità e ti bagnano i vestiti.
Fuori è buio. Non nero come la notte. È grigio come un topo. Che è peggio. Perché mette tristezza e incupirebbe anche Pippo o Gongolo dei sette nani.
Guardo il lavello. È pieno di piatti sporchi. Sono lì da ieri sera (o forse sono lì da sempre). Dovrei lavarli ma non ne ho voglia. Lì vicino lo straccio rosa mi aspetta e mi fissa con disprezzo. Sembra che mi dica che dovrei fare qualcosa per migliorare la situazione del lavello, ma oggi no. Oggi non ce la faccio.
Lo straccio però resta lì, davanti a me e non si muove. Non mi lascia andare via. Mi chiedo che cosa gli abbia fatto di male per guardarmi in quel modo. Mi chiedo che cosa voglia da me.
Lo straccio è logoro, strappato ai lati, ha diversi buchi al centro. È adagiato mollemente sulla pila di piatti. Se ne sta lì flaccido ma sembra che stia per cadere da un momento all’altro per farsi inghiottire dalle tazze e dai bicchieri ricolmi di liquame giallognolo e fondi di caffè. Sta in bilico tra il farsi sommergere da altre posate sozze o dal farsi travolgere da un’ondata di acqua gelida e detersivo.
Mi fa pena vederlo così mal messo.
Il lavandino sgocciola con regolarità in cima alla montagna di cose da lavare. Un piatto perde l’equilibrio, si sbilancia e crea una cascata di miscela di acqua e olio sul povero straccio. Lui cerca di ripararsi, piegandosi e sporgendo le braccia, ma non serve a nulla. È l’ennesima doccia fredda di questa giornata uggiosa. Non c’è niente da fare. Oggi non è la sua giornata. A dire il vero va avanti così da lunedì. Questa settimana non è la sua settimana. Da lunedì scorso. Questo mese non è il suo mese. Dovrebbe fare qualcosa per invertire la tendenza. Non so come… magari trovando un posto asciutto, lavando i piatti in Arno oppure sturando lo scarico per far scendere tutta la melma che c’è nel lavello. Nah, non ce la fa. Oggi non ce la fa. Domani, magari.
Lo straccio è sudicio, imbrattato, unto. Il rosa iniziale è ormai diventato un marroncino a chiazze nere. A vederlo così mi fa proprio schifo. Mi avvicino per guardarlo meglio e… bleah! Puzza. Emana fetore di pesce, di uova scadute, di verdura andata a male, di… di marcio. Di marcio ma con un leggero retrogusto di detersivo chimico alla brezza di mare. Una meraviglia insomma. Cerco di allontanarmi ma lui mi fissa di nuovo con sdegno. Non posso andarmene così.
Lo straccio andrebbe cambiato ma non si può. Me lo devo tenere così com’è. O forse potrei cambiarlo, ma costerebbe tempo e fatica. Non è ho voglia. Non ce la faccio. Oggi no. Domani, magari.
Così lo lascio lì zuppo e fradicio. Ripiegato su sé stesso che chiede pietà. Ridotto quasi a brandelli ma che in un modo o nell’altro fa il suo lavoro, che funziona. A volte mi chiedo come faccia, ma ce la fa. Nonostante sia così trasandato, anche oggi ha dato il suo contributo. Oggi sì. Domani, magari.
Forse c’è speranza. Basta che passi un’altra giornata e poi si vedrà.
Fuori non piove, pioviggina. Fuori è buio, non nero ma grigio. Il peggio che il clima possa offrire. Così non è certo d’aiuto.
Mi giro di nuovo verso lo straccio, ma quello che ho guardato finora non era il lavello, ma lo specchio.

giovedì 27 ottobre 2022

IL LAVORATORE – Delizie gialle

Sì! Le ho viste!
Ebbene sì. Le ho già viste. Sono al supermercato.
Mi hanno messo subito il buonumore. Io le adoro. Sono le gatte di Lucia. Buonissime. Ogni anno ne mangio a più non posso consapevole di avere un tempo limitato prima che non se ne trovino più in giro. Le mangio a colazione, pranzo, cena, merenda e anche come spuntino di mezzanotte. Sono insaziabile. Le gatte di Lucia mi fanno impazzire. Sono deliziose da sole, magari accompagnate da un caffè o un succo di frutta, ma anche imbevute nel latte se si sono un po’ seccate. Le preferisco semplici senza tante altre aggiunte, ma non mi tiro indietro se le gatte sono farcite di pasta alle mandorle o adornate di uvette.
No, non sono un sadico vicentino che si gusta felini in diverse salse. Quello che vi descrivo sono le Lussekatter, traducibile come le gatte di Lucia appunto, un tradizionale dolce svedese del periodo natalizio.
Vi ho già detto che le amo? Sì, vero… ma mi ripeto. Mi piacciono da morire quei panetti gialli, soffici e dolci al gusto di zafferano. Se fatti (bene) in casa sono un orgasmo per il palato quando la pasta ti si scioglie in bocca al contatto con la lingua. Con la loro tipica forma di numero otto o del segno dell’infinito sono una dipendenza dalla quale non si vede una fine. L’aroma di questo pasticcino caldo appena sfornato s’insinua come un serpentello nelle narici e mi costringe a ingurgitare quantità illimitate di questo dolcetto ben oltre il livello di sazietà. Le Lussekatter sono un peccato di gola, una tentazione diabolica che non mi lascia mai scampo (alcuni infatti ritengono il nome abbia origine da Lucifero).
Di solito le Lussekatter si consumano prevalentemente attorno al giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, e anche se le amo alla follia (non ricordo di averlo scritto quindi lo ripeto per sicurezza) siamo pur sempre a fine ottobre. Mi sembra un po’ troppo presto per abbandonarmi tra le braccia di quell’impasto morbido e invitante e a quella superficie dorata e luccicante… mmm! Devo trattenermi. A fatica, ma devo farlo. Le gatte di Lucia dovranno aspettare. Ora compro solo il latte che mancava per la colazione di domani e poi torno dritto a casa per cena.
 
BLIP
— Signore, vuole una busta per portarsi via il chilo di Lussekatter che ha appena comprato?
— No, non serve. Le mangio subito. Dove devo pagare?
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/delizie-gialle-roberto-riva/

venerdì 21 ottobre 2022

IL LAVORATORE – L’istituzione per eccellenza

Imprescindibile. Impareggiabile. Inimitabile. Inevitabile.
Non sto parlando del re, del senso civico svedese e neanche del welfare. No, qui si tessono le lodi di un elemento imprescindibile, un’istituzione appunto, non solo della cucina ma anche della società svedese. Polpette IKEA? Scansatevi. Kanelbulle, chi? Pancakes? Ma neanche per idea. Sto parlando di lui, l’idolo delle folle, il re della tavola, il dominatore del gusto… il mitico korv. Non mi riferisco al falukorv (quella specie di salvagente rosso tipico della cucina svedese) ma al comunissimo e universale korv che si trova nel baracchino sotto casa. Sì perché sotto ogni casa in Svezia, o quantomeno a Stoccolma e nelle grandi città, si può facilmente trovare l’immancabile chiosco che vende korv, che più sono luridi e unti e più sono buoni. In questi casi, infatti, vengono amichevolmente soprannominati korvazzi, soprattutto se ingurgitati alle tre di notte mentre si aspetta il bus notturno dopo una serata di bevute con gli amici.
Il korv non è una salsiccia e non è un wurstel o un hot-dog. Cioè sì, può essere entrambe le cose, ma in realtà è molto più di questo. È un punto fermo della società. È un’ancora di stabilità economica e identitaria. È una coperta di Linus per gli abitanti di questo paese.
Il korv lo trovi principalmente in due formati che portano a dubbi amletici davanti al menù del suddetto chioschetto stradale: grillad oppure kokt (attenzione amici anglofoni, non è una parolaccia). Può essere tradizionalmente di carne o vegano per rispettare ogni ideologia. Può avere chiare influenze teuto-italo-ispaniche oppure essere nostrano. Qui non si fa nessuna differenza, non c’è niente di strano in questo.
Il korv è come il prezzemolo. Sta bene dappertutto. A colazione (eh lo so, anche gli svedesi hanno difetti), a pranzo, a cena e come spuntino, sia prima che dopo la mezzanotte. Lo trovi alle feste dei bambini, alle riunioni condominiali, agli eventi sportivi, al festival del korv a Stoccolma e Göteborg (rispettivamente in giugno e novembre), nelle case della classe media e anche nei ristoranti di lusso. Sta bene con le patate, fritte o lesse, col pane, il ketchup e la senape, nella pasta come “salsa” (eh lo so, anche gli svedesi hanno difetti), nello stufato. In pratica non stufa mai.
Il korv non guarda al colore della pelle, all’orientamento sessuale, allo status sociale. Elargisce amore a prescindere. Sfama tutti, incondizionatamente: dal più grande al più piccino; dall’operaio stanco dopo una giornata di lavoro intensiva e fredda, all’imprenditore che ne afferra uno di fretta tra una riunione e l’altra; dal genitore indaffarato col passeggino al giovane hipster (che probabilmente se l’è insaccato in casa da solo); dal prete all’ateo; dal re all’anarchico.
C’è dunque un collegamento viscerale tra il korv e la società svedese. C’è una forte componente ereditaria nella predisposizione degli svedesi alla consumazione di korv in ogni momento e luogo. Ci deve essere una specie di imprinting genetico nelle cellule scandinave che portano all’amore per questo piatto. Non riesco a darmi altra spiegazione. Non avete mai notato, infatti, che i cromosomi hanno la forma di due korv attaccati al centro? Solo un caso? Io non credo.
Infine, non va neanche sottovalutata l’influenza ambientale. L’esempio sono i miei figli, nati in Svezia da genitori italiani. Cosa scelgono al ristorante davanti al menù con pasta al pesce, pizza, pinsa, piadine, fritture miste? Non serve neanche dirlo. Ovviamente il beneamato korv!
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/listituzione-per-eccellenza/

mercoledì 12 ottobre 2022

IL LAVORATORE – Il soprammobile

Apro la porta e la campanellina suona. Il proprietario mi guarda con aria disinteressata e continua a compilare i suoi libri e controllare i cataloghi. Io comincio a guardarmi attorno.
Il negozio di souvenir è molto fornito. Trovo quadretti con paesaggi idilliaci, bicchierini celebrativi, statuine, magneti da frigorifero e strofinacci ricamati. Niente d’interessante.
Sto per uscire ma un oggetto attira la mia attenzione. Ne ho visti tanti di simili, ma questo è un pezzo unico. È nascosto nell’angolo anche se dovrebbe stare in mezzo al negozio per quanto è bello. Lo raccolgo dal tavolino sul quale era appoggiato. Lo osservo attentamente: è proprio meraviglioso. C’è di tutto, dall’arte al cibo, dalla natura alla tecnologia, dalle persone alla lingua. Quello che lo rende speciale è quello che rappresenta. È una palla di vetro souvenir. Quelle con il liquido e la neve finta. Quella che fa la bufera se la capovolgi.
Solo che questa si agita da sola. Non serve neanche toccarla perché vada sottosopra. E la neve è sempre di meno. Prima fa caldo. Tanto caldo. E secco. Per molto tempo. Afa ardente che brucia foreste e città, che fa sparire fiumi e laghi.
Poi piove. A catinelle e all’improvviso. Acquazzoni che devastano campagne e paesi. Se la distruzione non arriva con il torrente ci pensa il vento. Forte, a raffiche che spazzano via tutto.
E il ghiaccio si scioglie. Velocemente, portandosi dietro cose e persone. Si stacca e scende a valle.
Poi trema la terra. Ferocemente. In diversi punti. Si piega ma non si spezza.
Dopo un po’ sembra che la palla di vetro si sia calmata, ma è solo la quiete prima di un nuovo scossone. Sociale. Politico. Più forte di quello di prima. Si spezza ma non si piega. Si rompe qualcosa e poi l’acqua si tinge di nero.
Cerco di distrarmi Buttando l’occhio da un'altra parte: vedo montagne spettacolari e coste meravigliose, colline fiorite e pianure rigogliose, parchi verdi e città interessanti. Funziona. Non penso più a quello che succedeva prima. Guardo ancora e vedo grandi tradizioni e poca voglia di innovazione, osservo menti eccellenti e spiriti truffaldini, sento risate di cuore e pianti disperati. No, guardare dall’altra parte non funziona poi così bene.
Amo questo souvenir. C’è poco da dire. Come si fa a non volergli bene. Più lo guardo, però, e più mi rendo conto che non posso portarlo via con me. Lo devo tenere a distanza perché basta reggerlo in mano per qualche secondo e già si scuote tutto. Non posso farci niente con un oggetto così instabile. È stupendo, incantevole, sorprendente. Come tutti i soprammobili però è sì bello ma inutile. Lo devo lasciare nel negozio. Lo appoggio sul tavolo. Saluto il venditore che neanche mi risponde impegnato ancora a scartabellare tra i suoi documenti. Apro la porta. La campanella suona di nuovo. Io rimango ancora all’estero… hm, volevo dire all’esterno.
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/il-soprammobile/