martedì 13 settembre 2022

IL LAVORATORE – Valdagen

Quest’anno si vota anche in Svezia. Avrei potuto votare in anticipo ma ho rimandato ogni giorno finché mi son dimenticato, nonostante la città fosse imbrattata da cartelli elettorali (che spesso chiedono di pensare all’ambiente) e nonostante ricevessi banane e succhi di frutta in regalo assieme ai volantini dai volontari che ti aspettano fuori dalla metro come mamme premurose. Nulla è però perduto perché posso ancora votare al valdagen, il giorno delle elezioni, anche detto giorno della balena per gli amici.
È domenica 11 settembre. Mi sveglio con calma, faccio colazione e bevo il caffè. Non ricordo se prima vado in bagno o prima a votare. In Italia un’attività avrebbe stimolato l’altra, ma qui in Svezia per fortuna la cosa è ancora irrilevante. Così esco di casa. L’aria è frizzante e il sole è pallido e mi gusto la passeggiata verso il mio seggio elettorale. D’altronde in Svezia si vota una volta ogni quattro anni per tutto – governo, regioni e comuni – contemporaneamente, con un notevole risparmio di tempo e denaro pubblico (sarebbe bello se in Italia si prendesse appunti su questo) ed è quindi un evento poco frequente. Me lo voglio godere.
Arrivo al liceo adibito a seggio, mi cresce un brufolo e mi avvolge una nostalgia da ritorno ai banchi di scuola. Mi passa subito quando vedo i volontari dei vari partiti politici che mi aspettano all’ingresso con i loro fogliettini elettorali (i cosiddetti valsedlar). Cosa sono? Sono dei piccoli fogli di circa 10x14 cm, tanto leggeri da sembrare essere fatti di carta velina, uno per partito politico e uno per i diversi voti – governo, regione e comune –, con i nomi dei candidati eleggibili. Dopo aver scelto il partito che si vuole votare, si inseriscono i foglietti nelle buste elettorali che spariranno poi nel minestrone delle urne. Un metodo che io trovo un po’ buffo e bizzarro ma simpatico, soprattutto per noi italiani abituati ai lenzuoli elettorali spessi quanto la pasta frolla.
Quindi avrei potuto ritirare i foglietti di uno specifico partito all’ingresso della scuola e mostrare a tutti quello che avrei votato (viva il voto segreto). No, non ci sto. Così entro nel seggio, scelgo i foglietti elettorali che voglio io dietro uno schermo ed entro nella mia sezione con i foglietti in mano. Se non facessi attenzione tutti potrebbero vedere per chi ho votato (viva il voto segreto, parte II), ma io li tengo a faccia in giù, mi nascondo dietro un altro schermo e infilo i foglietti nelle bustine. Butto l’occhio a sinistra e senza volerlo, senza sforzo, riesco a vedere cosa ha votato la mia vicina (viva il voto segreto, parte III). Se non ci fosse stato il foglietto del mio partito avrei potuto prendere un foglietto bianco, scriverci il nome del partito e, facoltativamente, anche quello di un candidato e magari aggiungerci “Ti metti con me? Sì – No”, da lanciare alla bella ragazza seduta nell’ultimo banco. Per fortuna io non ne ho avuto bisogno: sono sposato.
Dopo aver votato, dunque, consegno le mie bustine al commissario del seggio che controlla il mio documento d’identità e urla il mio personnummer. Manca solo che aggiunga con un ghigno “Ti avrei dato qualche anno in più…” oppure che gridi per chi ho votato (viva il voto segreto, parte IV). In compenso nessuno mi scatta una foto mentre infilo il mio voto nell’urna con un sorriso da paralisi facciale come i candidati al governo.
Poi esco. Torno a casa. Nonostante sia orgoglioso di aver adempiuto a un mio diritto e dovere di cittadino svedese, lungo la strada mi assale un filo d’ansia: avrò fatto la scelta giusta? Avrò fatto bene ad anteporre le mie ideologie a qualche interesse personale (o era il contrario, non ricordo… maledetta sindrome da memoria corta dell’elettore medio)? Per fortuna la Svezia ha un apparato politico abbastanza funzionante a prescindere da chi verrà eletto e questo un po’ mi rassicura. Poi però, a casa, l’occhio mi cade sul plico elettorale inviatomi dall’ambasciata italiana per le prossime elezioni di fine settembre e mi viene il mal di pancia.
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/valdagen-il-giorno-delle-elezioni/

mercoledì 7 settembre 2022

RACCONTI – Senza via di fuga

TOC-TOC!
Bussano alla porta.
Kevin si blocca all’improvviso. Il mezzo panino che si è preparato per spuntino con prosciutto scaduto, pancarrè ammuffito e cipolline ferme nella salamoia da almeno un paio di mesi gli rimane tra faringe ed epiglottide.
SSST!
Ogni suo singolo muscolo corporeo si contrae e si prepara al peggio. Il coltello che ha usato per spalmare il burro d’arachidi cade dal tavolo ma lui riesce a trattenerlo tra le chiappe prima che tocchi terra.
TOC-TOC!
Bussano di nuovo.
Il battito cardiaco va a mille, ma Kevin Smith non batte ciglio. Ormai è abituato a tenere sotto controllo tutte le sue funzioni vitali. Niente può essere lasciato al caso nella sua situazione critica.
IIIH!
La maniglia comincia ad abbassarsi.
Non c’è più tempo per pensare. Bisogna agire. Con uno slancio deciso balza fuori dalla finestra, non prima di aver strappato dalle pareti i poster di Stallone in “Rambo” e Van Damme in “Accerchiato”, quelli deve portarli via con sé come santini protettori. Con le braccia si protegge dai pezzi di vetro che ha rotto e vola giù dal secondo piano.
SWISH & STUMP!
Atterra sul marciapiede con una capriola per attutire il colpo. Non ha neanche un graffio. Kevin è indistruttibile. Si toglie la polvere dalle spalle e scappa via veloce come il vento.
TSÈ!
Non lo avranno mai.
 
Nella stanza che Kevin ha appena lasciato entrano tre loschi individui. Portano sempre gli occhiali da sole, sempre, anche di notte e quando entrano in uno sgabuzzino buio. Non sorridono mai, neanche quando ridono. Il primo è alto, snello, dal naso a punta e dai capelli corti a spazzola. È rapido come il vento e potente come un dritto di Federer. È cintura nera di Kung-fu, IXX Dan. È così rapido che nessuno è mai riuscito a sentire come si chiama, così tutti lo identificano per il rumore che fa quando passa: Sneeze.
Il secondo è un energumeno, grosso e largo con gli occhi che sprofondano e quasi spariscono dentro la faccia. Inspira sempre troppo profondamente quando è arrabbiato e poi esplode buttando fuori tutta l’aria e a volte anche le tonsille. E lui è sempre arrabbiato. Se ti trovi sulla sua strada non perdona. Maneggia tutte le armi che l’essere umano abbia mai usato in una guerra. Lui si chiama Cough.
Il terzo è il più piccolo ma il più appiccicaticcio e viscido di tutti. Viaggia sempre attaccato alle gambe dell’armadio Cough che non si accorge mai della sua presenza perché non riesce a guardare sotto la linea della propria cintura. Appena può s’incolla al primo che passa e non si stacca più. Possiede il segreto del più antico Kata custodito dai bambini di tutto il mondo: l’arte di saper rompere i coglioni. Nessuno può levarselo di torno. Lui è Snut.
Niente e nessuno può fermare quei tre. Loro sono i tre scagnozzi del boss.
GRRR!
Il loro obiettivo, però, è scappato. Nessuno può fermarli, ma Kevin può sfuggir loro. Il capo non la prenderà bene. Il loro capo non perdona tanto facilmente chi fallisce. Il loro capo odia quando i suoi sgherri tornano a mani vuote e magari anche a mani pulite.
 
Mr. Crown è un omarello basso, tondo, con la gobba e dai piedi corti. Ha le guance butterate, le orecchie a sventola, l’alito che puzza e lo sguardo strabico e truce. Nonostante tutto ciò ha anche dei difetti, ma nessuno osa sfidarlo e mettere in dubbio la sua potenza nell’organizzazione criminale Vairus. Lui ne è il re. Per questo tiene sempre una corona in testa, un bomber con borchie sulle spalle e anfibi neri con spuntoni di metallo. È sempre felice di vedervi ma sfortunatamente quella che tiene in tasca è una pistola.
 
Loro hanno preso Jennifer, la moglie di Kevin Smith.
E Kevin ha lottato. Si è difeso. Ha combattuto come poteva. Ma alla fine è dovuto scappare per difendere Johnny e Seth, i suoi due figli maschi.
La mafia del Vairus, però, ha preso anche loro. Prima uno, sotto i suoi occhi mentre Kevin si era distratto a guardare un’altra mamma all’asilo, e poi l’altro, all’uscita della scuola.
AAAH!
Quei bastardi!
(Gli scagnozzi della mafia Vairus, non i suoi figli)
Kevin urla al cielo la sua rabbia e disperazione, mentre corre sotto la pioggia della città senza nome e senza pietà, dove quasi tutti sono sottomessi a Mr. Crown e ai suoi tre scagnozzi Sneeze, Cough e Snot.
Kevin suda freddo al solo pensiero di quella terribile organizzazione che tiene in ostaggio la sua famiglia da ormai una settimana. Kevin è costretto a muoversi in continuazione, a evitare le facce sconosciute, a stare sempre allerta e a tenere sempre libera una via di scampo come una finestra aperta o un condotto della ventilazione. È costretto a vivere in stanze microscopiche dalla luce bassa, l’aerazione pessima, senza armadi e a dormire su divani scomodi come un padre separato in casa. Lui che separato non è. Lui che ama ed è amato da moglie e figli. Estrae una foto di Jennifer, Johnny e Seth dal portafoglio e la guarda melanconico. Si chiede se un giorno potrà rivederli.
SIGH!
Vorrebbe piangere ma non può. Non c’è tempo. Deve correre. Deve scappare. Sneeze, Cough o Snut potrebbero essere alle sue calcagna e piombargli addosso in qualsiasi momento. Quei tre scagnozzi non si fermano mai. Faranno di tutto per rifarsi agli occhi del loro boss Mr. Crown. Quei tre aspettano solo una sua mossa falsa. Quei tre non riposano mai. Neanche Kevin quindi può farlo. Deve continuare a vigilare e a non distrarsi.
 
PANT!
Che fatica a essere sempre in guardia.
Un’altra settimana è andata. Kevin è incolume. La mafia del Vairus ha cercato di attaccarlo in ogni modo, ma lui si è difeso strenuamente. Con tutti i mezzi a sua disposizione. Con tutte le forze che aveva.
Mr. Crown è fortissimo. Negli ultimi anni non ha dato scampo agli abitanti della città senza nome, ma non ha preso tutti. Kevin infatti è rimasto incredibilmente incolume, nonostante gli attacchi delle ultime due settimane.
Ed è proprio negli ultimi giorni che la mafia Vairus ha commesso un errore. Si è concentrata troppo su Kevin e ha schierato tutte le forze nel tentativo di catturarlo. Così ha allentato la sorveglianza su moglie e figli che con pazienza sono riusciti a scavare un tunnel sotterraneo ed evadere dalle grinfie di Mr. Crown. Jennifer è scappata con Johnny e Seth in braccio ed è tornata dal marito.
URRÀ!
L’incubo è finito. Kevin può riabbracciare la sua famiglia. Tutti questi sforzi, però, sono costati cari. Kevin è a pezzi, distrutto, logorato fisicamente e psicologicamente, dentro e fuori. Non appena rivede i suoi cari crolla a terra disperato. Si sente sottosopra, coi crampi agli occhi e le lacrime ai polpacci. Il suo volto è sfigurato, suda copiosamente e non ce la fa più. Sembra parlare con amici lontani e sbracciare a vuoto contro nemici immaginari in preda alle allucinazioni. Dà l’impressione di essere in fin di vita. Quindi alla fine la mafia Vairus ha trovato un modo di arrivare anche a lui? Con un filo di voce chiede alla moglie di dare un abbraccio ai bambini e di dir loro che lui li ha sempre amati e che li amerà per sempre. Poi si accascia al suolo.
GASP!
La moglie Jennifer accorre al capezzale del marito con un bicchiere d’acqua in mano. Gli inumidisce le labbra e lo consola accarezzandogli la testa. Kevin sta solo riposando ma scotta sulla fronte. Jennifer gli misura la temperatura.
OH NOOO!
È la fine: Kevin è un uomo invincibile, un lottatore instancabile, un guerriero corazzato, ma come tutti gli uomini non può nulla contro questo nemico. No, negativo, non si tratta di Mr. Crown. Kevin ha solo un po’ di febbre a 37.3.

giovedì 1 settembre 2022

IL LAVORATORE – Manuale alternativo

La FAIS ha creato un manuale guida per le elezioni generali svedesi dell’11 settembre di grande aiuto per gli italiani residenti in Svezia (https://illavoratore.org/wp-content/uploads/Guida-in-italiano-per-elezioni-generali-svedesi-2022.pdf?fbclid=IwAR2qNUS1NaFWYRU7EKWutuuJ8Ajb4bTsf_qvVyH4pnuNQLYRhY0kkUVsLRw).
Lo avete letto? Benissimo. Hanno fatto davvero un ottimo lavoro.
Io, però, voglio fare meglio con questo manuale apocrifo infarcito di alcuni consigli vagamente utili per votare alle prossime elezioni svedesi.
Avete ricevuto la cartella elettorale via posta, vero? Parlo di quella lettera col bordo viola del Valmyndigheten che è arrivata una o due settimane fa. Ce l’avete? Bene. Ora andate al supermercato del centro commerciale e prend… come, come? Che c’entra il supermercato con le votazioni? C’entra, c’entra. No, non dovete comprare un falukorv, tagliarne una fetta e inserirla nella scheda elettorale aggiungendo la scritta ”Mo’ magnateve pure questa!” No… o meglio, si potrebbe fare se proprio proprio ci tenete perché anche questo è un vostro diritto. Questo è il bello (e il brutto) della democrazia: tutti, ma proprio tutti i maggiorenni, che siano sani o salami, hanno il diritto e il dovere di esprimere il proprio voto.
Il supermercato c’entra perché in Svezia si può votare in anticipo (da 18 giorni prima delle elezioni) anche in un centro commerciale, in una biblioteca, a teatro oppure in molti altri luoghi selezionati dal Valmyndigheten (controllate pure su www.val.se se non ci credete).
Una volta giunti al seggio elettorale procuratevi una penna (rubata da un hotel o da un collega di lavoro va bene lo stesso). Entrate nel segreto della cabina e disegnate sulla scheda simboli fallici osceni! No, scherzavo! O meglio… sì, potete fare anche quello ma poi non lamentatevi se chi viene eletto è un cazzaro.
Non fatevi distrarre e votate bene invece. C’è molta scelta: potete votare destra, sinistra, poi sempre dritto per cento metri fino a giungere all’ufficio postale, non potete sbagliare. Potete votare per i progressisti, i conservatori, gli spreconi, per il centro o per la periferia.
Potete votare per una persona singola che vi ispira fiducia o simpatia, votare per un partito oppure votare per un andato (e se ho capito bene ci sono molti candidati partiti per la tangente e molti andati a male anche qua in Svezia).
Se invece siete confusi potreste anche lasciare il foglietto intonso, ma così facendo lascereste agli altri una decisione importante. Sarebbe come abbandonare il telecomando nelle mani di un bambino di sei anni: potreste ritrovarvi a guardare cartoni dei Pokémon dalla mattina alla sera per i prossimi quattro anni, ma vi garantisco che non vedreste nessuna evoluzione.
Voto nullo o scheda bianca non sono dunque delle buone opzioni, così come fregarsene delle elezioni e starsene a casa perché a quel punto saranno i politici del prossimo governo a infischiarsene di voi.
Allora che resta da fare? Leggere, informarsi, chiedere, seguire i dibattiti e farsi un’idea propria (magari con l’aiuto di un valkompass fornito su internet da diverse testate giornalistiche come DN, SvD, SVT, TV4, ecc…)
Infine votate! Che sia solo per il comune e la regione o anche per il governo (solo se siete cittadini svedesi nell’ultimo caso). Andate a votare perché è un vostro diritto e un vostro dovere, qualsiasi sia il vostro orientamento politico, non mi interessa, ma votate!
 
P.s.: Ma se proprio volete il mio consiglio, mi raccomando, non votate assolutamente per quelli là che hanno quel simbolo colorato che…
 
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Ecco il link all’articolo su Il lavoratore:
https://italienaren.org/manuale-alternativo-alle-elezioni-svedesi/

giovedì 25 agosto 2022

RACCONTI – Il viaggio in aereo

Passare le vacanze in Italia è meraviglioso. Rivedere la famiglia, gli amici, i luoghi dell’infanzia, mangiare piatti prelibati, godersi il sole e rilassarsi al mare è qualcosa di ineguagliabile. Tutto molto bello.
Il problema è arrivare in Italia… dalla Svezia e con due bambini piccoli a carico.
 
Tutto inizia qualche mese prima con la prenotazione del volo. Seduto al computer sgranocchio delle patatine e do un’occhiata al sito della SAS: 2000 euro per quattro persone. Lo spuntino si blocca in gola e quasi mi soffoco, ma deglutisco e vado avanti. Guardo su Lufthansa: 1800 euro. Il secondo shock mi fa sputare fuori tutto. Scappo allora sul sito della Norwegian che spesso mi ha dato grandi soddisfazioni. Per sicurezza non mangio più niente. E faccio bene: 1500 euro. Va bene che i prezzi stanno scendendo, ma siamo pazzi?
Per un secondo considero l’idea di fare il viaggio Stoccolma-Udine in macchina per ben duemila chilometri di passione. Mi piace guidare, godermi il paesaggio che sfreccia ai lati dell’auto, fare delle soste in belle città come Copenaghen, Berlino, Praga, Monaco. Sorrido alla sfida che un viaggio on the road mi suggerisce. Poi rinsavisco e mi ricordo che in macchina i miei figli passano il tempo a litigare, urlare o piangere. Quando non lo fanno dormono. Sembra un’ottima soluzione, vero? No! Perché se dormono di giorno si trasformano in vampiri e stanno svegli di notte, quando siamo io e mia moglie che dovremmo riposare e restare in forma per la tappa successiva del giorno dopo. Nonostante penso che potrei sopportare tutto solo perché so che in Italia mi aspetterà il bel tempo e il caldo, scarto a malincuore l’ipotesi del viaggio in auto. Ci ripenserò quando i bimbi saranno più grandi.
Mi resta solo una cosa da fare. La compagnia aerea semi palindroma che da qualsiasi parte ti giri per leggere il suo nome cerca sempre di mettertelo nel fondoschiena. Sto parlando della Ryanair. Accedo al sito e ho l’impressione di sentire una porta scricchiolare, un forte odore di chiuso e mi sembra di dover togliere ragnatele immaginare dallo schermo. Non compro un biglietto con questa compagnia da più di 6 anni, dal periodo prima di avere i bambini.
Tutto è cambiato. Non mi ci ritrovo più. Con fatica navigo a vista tra le nuove opzioni. Seleziono l’aeroporto di partenza e quello di arrivo e clicco per avviare la ricerca: 250 euro a persona. Buono! Penso sbalordito, considerando che è piena estate e i prezzi sono folli in questo periodo. Devo delle scuse a questa compagnia aerea. I miei pregiudizi sono stati infondati. Non dovevo essere così duro con lo… aspetta un attimo. Ho letto male. Quel prezzo vale per la tariffa Value, cioè quella che puoi portarti solo le mutande e devi pagare il sedile a centimetri quadrati che occupi. L’aria che respiri è invece inclusa nel prezzo, ma c’è una tassa sulla CO2 che emetti.
Io, mia moglie e due bambini piccoli abbiamo però bisogno di almeno un paio di bagagli in stiva, non tanto per le cose che porteremo in Italia, ma per quelle che riporteremo in Svezia sotto forma di salumi, formaggi e le immancabili patatine Fonzies. Aggiungi quindi 80 euro a persona, che comprende anche il posto prenotato, ottimo per avere la certezza di tenersi le canaglie minorenni a portata di mano così da limitare i danni che sicuramente faranno.
Con la coda dell’occhio leggo le notizie provenienti dall’aeroporto principale di Stoccolma. A quanto pare è preso d’assalto e le file ai banconi del check-in sono infinite. Tutti consigliano di comprare il servizio Fast track per evitare impicci. E vuoi non comprarlo? Aggiungi dunque al carrello 20 euro in più.
Bene, ci siamo. Passo al pagamento. Prezzo totale 1400 euro. Eh? Quant’era il prezzo con Norwegian? 1500 euro… va beh, il totale è sempre una botta ma almeno ho risparmiato qualcosa. Cosa non si fa per la prospettiva di starsene un po’ al caldo e al sole!
 
È il giorno della partenza. I bambini sono super eccitati. Non vedono l’ora di arrivare in Italia. Per rivedere i nonni, i cugini, il mare? No, per i gelati artigianali. Per convincerli a partire e a stare calmi mentre si preparavano le valige abbiamo infatti promesso che ne mangeremo tanti. In effetti, funziona bene perché questo motiva moltissimo anche me.
Io e mia moglie siamo invece già super stanchi. Carichi come due muli (uno zaino per spalle e due trolley a testa) arriviamo a fatica in aeroporto. La voglia di fare marcia indietro è tanta, ma tra qualche ora saremo al caldo e al sole e il disagio passa. Che bello.
I bambini continuano nel loro trip d’eccitamento saltellando, correndo e sbraitando in giro per la hall del terminal. In coda per il check-in sono incontenibili. Spostano le transenne che delimitano la fila, usano le valige con le ruote come auto da corsa e danno fastidio agli altri viaggiatori ridendo a crepapelle come Beavis & Butthead. Appena riusciamo a imbarcare le valige più grosse ci guardiamo attorno alla ricerca dei passeggini che l’aeroporto dà in dotazione ai clienti. Prima non potevamo perché non avevamo nessun arto disponibile per poterli spingere avanti. Sfortunatamente troviamo solo quelli normali. Quelli con la camicia di forza incorporata sono già tutti occupati.
Dopo aver sedato un po’ i bambini con un giornaletto dei Pokemon è il momento di passare i controlli. Le notizie che avevo letto sull’aeroporto non erano poi così fondate. Non sembra esserci tanta fila qui. Non c’è il marasma descritto nei vari articoli catastrofali e nei resoconti aneddotici dei miei conoscenti. Uso comunque il servizio di Fast track che ho comprato. Mentre passo velocemente attraverso i tornelli, rido beffardo in faccia agli altri viaggiatori che aspettano il loro turno. Mi trattengo dall’essere scurrile. Mitico Fast track. Allora funziona davvero, eh eh eh! Passo indenne i controlli (il personale della sicurezza non ha nessun stracchino da confiscare come successe qualche anno fa… quei bastardi), risistemo le mie cose in tasca e nello zaino, compro una bottiglia d’acqua al duty free shop mi giro e chi mi ritrovo alle spalle? Le stesse persone che avevo lasciato alla fila dei controlli senza Fast track. Ma come? Con questo meraviglioso servizio mi sono risparmiato ben 10 minuti di coda. Meglio non ricordarsi quanto mi sia costato. Meglio ricordarsi che tra poco si arriva al caldo.
 
Nel frattempo è ora di cena. Gli aeroporti per fortuna offrono una vasta gamma di scelte di ristoranti. Non quest’aeroporto. Non questo terminal almeno. Tutto è inspiegabilmente chiuso. Sui tavoli di tutti i ristoranti ci sono solo cartacce sparpagliate. Sono tutti involucri dello stesso panino al formaggio, con o senza il prosciutto, venduto dal duty free shop. Ho il forte sospetto che quel pezzo di pane al cartone con una soletta di scarpa sarà la nostra cena. Purtroppo non abbiamo scelta. Il panino però è meno cattivo di quanto pensassi e lo valuto passabile. Incredibilmente lo mangiano anche i miei bambini, nonostante non ci siano tracce di wurstel, polpette IKEA o pancakes in esso.
Dopo questo lauto pasto è ora d’imbarcarsi. Troviamo facilmente il gate e aspettiamo. Intanto i bambini hanno ricaricato le batterie e sono di nuovo a caccia di marachelle e danni. Tra minacce di far sparire i gelati, somministrazione di cartoni animati come pasticche calmanti e lettura di libri a ripetizione riusciamo a limitare i danni e arriva l’ora del nostro volo (il tempo passa in fretta quando ti diverti, vero?) Ora è arrivato finalmente il momento di partire.
Neanche per idea. Il volo è in ritardo, ma solo di 10 minuti… 20 minuti, mi correggo. Hm, scusate, volevo scrivere mezz’ora. Per un attimo mi sembra che la voce che annuncia i ritardi sia quella di Trenitalia. Di riflesso mi allontano dalla linea gialla e mi viene un forte mal di pancia.
Come promesso dall’altoparlante, dopo 45 minuti c’imbarchiamo. I bambini se la passano guardando video e il volo fila via incredibilmente liscio oltre mia ogni aspettativa, nonostante quello seduto dietro di me abbia una sospettosissima tosse secca che mi fa bestemmiare a ogni colpo. Passo il tempo leggendo un libro, rimpiangendo i vecchi tempi pre-covid quando mi lamentavo della puzza di piedi dei vicini di posto e ripetendomi il mantra che, okay non vedrò il sole perché ormai è notte, ma almeno ci sarà il bel tempo.
 
Al nostro arrivo a Venezia vengo benedetto dai miei genitori. Vengo accolto con il capretto sacrificato come il loro figliol prodigo. Bello sentire il calore famigliare e pregustare quello atmosferico che mi aspetta fuori dall’aeroporto. Non vedevano l’ora di riabbracciarmi dopo un anno di assenza? Sì, anche per quello… ma soprattutto perché mi vedono come uno sciamano, un profeta (mi chiedo se sia un bel modo per dire che porto sfiga?) Finalmente infatti è successo qualcosa che non accadeva da mesi: piove e fa freddo. Bentornato in Italia!

venerdì 19 agosto 2022

RACCONTI – I corti (1)

Certe mattine è proprio dura andare al lavoro. Non c’è niente da fare. Hai il mondo davanti agli occhi, ma tu vedi solo un muro. È un muro invalicabile. Non lo puoi scavalcare. Non ci puoi camminare intorno. Non ci puoi passare attraverso. Il passaggio ti è precluso. Non importa quanto ti sforzi, quanto fatichi, quanto spingi, ma non puoi andare oltre.
Poi per fortuna qualcosa succede. Avviene ciò che speravi. Trovi il tuo spazio. Arriva il tuo momento.
Alcuni passeggeri scendono dal vagone e tu puoi finalmente prendere la metro. Le porte si richiudono e il treno riparte.

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Provo a seguire il filo, ma i miei pensieri vanno da un’altra parte.
Oggi sono troppo distratto per concentrarmi su questo. È un tale garbuglio e non riesco a venirne a capo. Di solito ascoltare della musica o parlare con i miei cari mi aiuta ma oggi non ci riesco. Non posso proprio.
Più ci provo e più mi innervosisco. Non posso credere che mi succeda ogni volta. Provo sempre a mettere le cose a posto, ma poi le trascuri un po’, passa il tempo e “magicamente” te le ritrovi tutte aggrovigliate.
Sbuffo. Ho quasi perso la pazienza, ma alla fine tutto va per il verso giusto e la matassa si scioglie.
Ora le cuffiette sono finalmente libere dall’intrico e posso di nuovo ascoltare musica e chiamare a casa.
 
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Un deserto.
Crepe ovunque.
Tutto è arido e secco.
Sembra un luogo senza vita, abbandonato da Dio. Eppure qui ci sono io. Tutto questo è proprio davanti ai miei occhi. Non riesco ancora a capacitarmi di come sia potuto succedere. Una volta era liscio e soffice. Una volta era perfetto.
Poi è passato il vento, le stagioni sono trascorse inesorabili, è arrivato il freddo e tutto si è asciugato, si è essiccato, lasciando tutto duro e spigoloso. Fa male. Fa molto male.
C’è poco da piangere, però, quando si è la causa dei propri mali.
Ormai non resta molto da fare. Non posso fare altro che svuotare mezzo tubetto di crema su queste mani screpolate, ripetere l’operazione ogni giorno e col tempo dovrebbero tornare come prima.

venerdì 12 agosto 2022

KISSENEFREGA – Le fasi

No. No. Nooo. Non è possibile!
Ho da poco letto un messaggio che mi è appena arrivato sul cellulare. Non ci posso credere. Non può essere vero. Si stanno sicuramente sbagliando. Non deve succedere.
Come posso andare avanti così? Io ne ho bisogno. Come cazzo possono pensare di lasciarmi così. Devono fare qualcosa. Devono subito sistemare le cose. Se la situazione è questa potrei morire.
Strozzo un grido in gola e mordo il colletto del maglione. Mi ficco le unghie sulle cosce per sostituire l’angoscia mentale con il dolore fisico. Vorrei spaccare tutto. Appoggio per terra la sedia che avevo sollevato solo perché mia moglie mi sta guardando in cagnesco.
— Che succede?
Le mostro il cellulare. Scoppio a piangere e lei mi abbraccia.
— Perché proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?
Mia moglie mi passa un fazzoletto per asciugarmi gli occhi e mi consola con delle carezze.
— Magari li chiamo e mi spiegano che si sono sbagliati.
Mia moglie scuote la testa.
— Invece di starmene qui ad attendere la mia fine, potrei andarci incontro. Forse troviamo una soluzione…
— No, caro. Bisogna aspettare ormai.
— Non può essere. Perché è successo proprio adesso. So che prima o poi deve succedere, ma non proprio ora. No. Potrei chiedere di posticipare?
Mia moglie mi stringe al petto e io soffoco le mie grida di disperazione sulla sua maglietta.
— Se sopravviverò a tutto questo, giuro che non farò più lo stesso errore. Passeremo più tempo assieme. Faremo un sacco di cose. Porterò fuori te e i bambini più spesso. Non ci chiuderemo in casa. Cucinerò per voi!
— So che lo farai…
Ora anche mia moglie non trattiene le lacrime. Non capisco se lo faccia per quello che sta succedendo o per le mie limitate capacità culinarie. Meglio non chiedere. Se non ricevessi la risposta voluta sarebbe un altro duro colpo da assorbire. Preferisco restare nel dubbio. Preferisco rimanere nella mia inutilità. Sono solo un uomo. Sono solo un involucro vuoto. Il tempo mi sta consumando: a ogni minuto che passa perdo peso, la mia forma svanisce. Tra poco sarò una carcassa senza speranza e senza vita. Nulla ha più senso ormai. Anche mia moglie se ne va in salotto dai bambini e mi lascia solo. Non posso biasimarla: nessuno potrebbe sopportare la mia presenza. Non riesco a farlo nemmeno io. Dovrei farla finita prima che si arrivi alla conclusione di questa faccenda.
Oh se solo non fosse andata così. Se solo non fosse successo proprio oggi. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e fare altre scelte, ma non posso. Ormai non c’è più niente da fare. Non so quanto resisterò ancora. In fondo è giusto così. Siamo il frutto delle azioni che compiamo e del caso che interviene a nostra insaputa sopra le nostre teste. Siamo solo una molecola d’acqua nell’oceano del mondo. Non mi resta che accettare che sia andata così. Non posso far altro che guardarmi all’indietro ed essere grato per tutto quello che ho avuto: la salute, la famiglia, un pasto caldo da portare a tavola.
Ora mi siedo per terra, nell’angolo della cucina e aspetto. Aspetto che arrivi il mio momento. Il messaggio sul cellulare dice che sarà a breve.
Non riesco neanche più a piangere. Meglio così. Non avrebbe nessuno scopo. Aspetto in silenzio, mentre sento i miei figli giocare con gioia nell’altra stanza.
Abbasso lo sguardo verso il pavimento e in quel momento succede quello che non ti aspetti: squilla il citofono.
Alzo la testa. Nei miei occhi si dipinge un velo di speranza. L’angolo della bocca accenna un sorriso. Vado ad aprire alla porta: è lui. È arrivato. Incredibile. Non so se abbracciarlo felice o se insultarlo arrabbiato. Faccio una strana via di mezzo. Mi ricompongo e lo ringrazio comunque perché so che non è colpa sua. Prendo quello che ha da darmi e poi chiudo la porta.
La cena è salva. La pizza calda è sulla tavola. Dopo 45 minuti di ritardo sulla mia consegna il rider di Foodora è di nuovo in strada, pronto per una nuova avventura.
 
E voi direte: e chi se ne frega del ritardo della tua cena? Beh, non prendetevela con me, non è colpa mia… io vi avevo avvisati: rileggete il titolo della rubrica, per piacere!

martedì 19 luglio 2022

RACCONTI – Il dispositivo svedese

Sono seduto sullo sdraio in spiaggia. Mio figlio è a qualche metro di distanza, indica una bella ragazza distesa sull’asciugamano nei pressi di un ombrellone vicino e urla.
— Papà, di chi è questa troia?
Io lo guardo e senza esitare rispondo con un sorriso.
— È mia! Ora vengo a prendermela!
Gelo nello stabilimento balneare anche se ci sono 38 gradi. Il fidanzato della ragazza in questione, un energumeno di due metri per uno di soli muscoli, prima s’indispettisce poi fa finta di non aver sentito e mi risparmia la vita solo per non provocare a mio figlio il trauma di vedere il proprio padre pestato a sangue. Mi lancia comunque un’occhiataccia per farmi capire tutto questo concetto appena espresso. Anche il suo sguardo fa comunque male e io comincio a massaggiarmi la spalla dolorante. Non capisco questo astio nei miei confronti.
All’ultimo secondo però ho un’intuizione. Cerco subito nel marsupio finché trovo quello che volevo: un paio di occhiali speciali color giallo-blu e una specie di auricolare da infilare nell’orecchio. È il mio dispositivo svedese che mi aiuta a reinterpretare gli eventi appena successi. È essenziale se si manca dall’Italia da più di dieci mesi.
Schiaccio indietro veloce e…
— Papà, di chi è questa tröja*?
Mio figlio regge un maglioncino leggero tenendo il braccio teso di lato e accidentalmente indica anche la bella ragazza vicina d’ombrellone. Io non noto la bella ragazza (va beh… l’avevo notata prima, ma non noto che mio figlio la sta indicando) e mi concentro solo sulla maglia. Sorrido e rispondo.
— È mia! Ora vengo a prendermela!
Niente di strano, vero? Col dispositivo svedese tutto torna nella norma. Nel dubbio me ne vado prima che l’energumeno cambi idea sulla sorte che mi spetta.
(* piccolo vocabolario svedese-italiano: tröja = maglione).
 
Nel tardo pomeriggio stiamo passeggiando serenamente per Lignano. Passando vicino a un bar animato da abitudinari bevitori di vino e sfegatati bestemmiatori, i miei figli si contendono qualcosa che tengono in mano. Litigano e alzano la voce.
— Sono mie. Ora gioco io, ‘io can!
— No. Tocca a me, ‘io can!
Un arzillo signore friulano di circa ottant’anni, incallito giocatore di briscola, tresette e morra, ferma la sua partita per alzarsi dal tavolo. Mi si avvicina commosso, mi dà una pacca sulle spalle e mi fa i complimenti.
— Finalmente qualcuno che cresce i bambini come si deve!
Poi torna al suo posto, non prima di aver scatarrato sul marciapiede una sostanza viscida verde.
Non capisco, ma ringrazio per cortesia (per il complimento, non per lo sputacchio).
Nel frattempo prendo il dispositivo svedese. Infilo occhiali e auricolare e rivedo la scena.
I miei figli stanno litigando su chi debba giocare con le carte Pokemon che abbiamo appena comprato.
— Sono mie. Ora gioco io. Jag kan**!
— No. Tocca a me. Jag kan**!
 Ah… ora mi è tutto più chiaro. Proseguiamo per la nostra strada cambiando marciapiede per evitare di schiacciare altre sorpresine lasciate dagli abitatori del bar.
(** vocabolario SVE-ITA: jag kan = Io posso… detto velocemente suona come la popolare bestemmia del triveneto).
 
Il giorno dopo, di nuovo in spiaggia. I bambini giocano sulla battigia con dei nuovi amichetti. Ridono, scherzano e si divertono felici finché mio figlio Sebastian grida a suo fratello.
— Alexander puttanier m’incula!
Io osservo interessato lo sviluppo della prossima mossa di Alexander.
Le madri degli altri bambini invece s’irrigidiscono, si avvicinano ai loro figli e li portano via, lanciandomi uno sguardo di disprezzo per il linguaggio sboccato che consento ai miei figli.
Io penso che non abbiano fatto niente di male, ma poi mi ricordo di inforcare il dispositivo svedese e rivivere l’evento.
Rewind e…
I bambini stanno giocando con le biglie sulla sabbia bagnata. La partita è concitata. Mio figlio Sebastian è in testa e spera ovviamente di non essere superato. La sua biglia è in cima a un dosso.
— Alexander, putta ner min kula***!
Incita beffardamente il fratello Alexander a colpire la sua biglia così da rimanergli dietro e allo stesso tempo far avanzare ancora Sebastian.
Ora ho capito l’accaduto. Mi giro a cercare di spiegare agli altri genitori, ma è troppo tardi: mi hanno segnalato al bagnino.
(*** vocabolario SVE-ITA: putta ner = spingi giù; min kula = la mia biglia).
 
Qualche giorno dopo siamo al bar del lungomare. È il primo pomeriggio e cerchiamo refrigerio all’ombra del tendone. Mi volto a destra e a sinistra. Non c’è molta gente. Guardo mia moglie con voglia e penso sia il momento giusto per approfittarne ora che i bambini sonnecchiano sulla panchina.
— Mi dai la fica?
Credevo di averlo sussurrato, invece devo averlo detto a voce abbastanza alta. Lei si arrabbia.  
— No! L’hai già avuta stamattina a tavola quando c’erano i bambini. Basta!
Un signore che non avevo notato, seduto a qualche tavolo dietro di noi, indomito berlusconiano voyeurista dei bei tempi, rizza le orecchie e si risveglia allupato dal sonnellino post prandiale.
Non capisco perché ci rivolga quello sguardo fantozziano davanti alla televisione nell’attesa che qualcuno si tolga le mutande. Poi ricordo di controllare con il dispositivo svedese che fortunatamente porto sempre con me.
Mia moglie sta mangiando un bombolone alla marmellata. Ce ne sono anche in Svezia, ma quelli dei bar italiani mi piacciono di più e io non so proprio resistere. Mi pento di non averne ordinato uno anch’io e chiedo golosamente a mia moglie.
— Mi dai la fika****?
Lei non ci sta. Vuole mangiarsi tutto il bombolone e mi rinfaccia di averle fregato il cornetto al cioccolato stamattina durante lo spuntino. Io rimango deluso.
Anche il signore sulla sessantina del tavolo vicino è confuso e scontento per non essere riuscito a godersi la scena da sexy commedia all’italiana degli anni ’70 che si era illuso di vedere.
Vorrei spiegargli cosa intendevo dire, ma lui ha già ricominciato a russare.
(**** vocabolario SVE-ITA: fika = classico termine svedese che sta a indicare una pausa durante la giornata, spesso accompagnata da un caffè e/o da un dolcetto).
 
Le vacanze al mare in Italia stanno andando bene, ma non benissimo.