giovedì 3 febbraio 2022

RACCONTI – Passaporti

Drin!
Driiin!
Driiiiiiin!
Non rispondono. Maledizione! Eppure le informazioni erano chiare: chiamare dalle 10.00 alle 10.05 per prendere appuntamento. È proprio quello che ho fatto, ma nessuna risposta.
Non mi arrendo così facilmente e allora mando un’e-mail al consolato. Ricevo subito un messaggio in automatico “Solo le prime tre persone della giornata che scrivono riceveranno risposta”. Neanche fosse una televendita di Mastrota.
Insisto e aspetto il giorno successivo. Compongo il numero giusto, mi sincronizzo con l’orologio atomico svizzero e appena scattano le ore dieci, zero-zero e zero centesimi schiaccio il tasto verde per chiamare di nuovo l’ambasciata. Dopo solo un paio d’ore di fila, durante le quali il mio orecchio è diventato una piastra elettrica dove ci puoi cucinare un uovo, qualcuno mi risponde: “Si ritenga fortunato che le rispondiamo”, mi ricordano quando abbozzo una lamentela per l’attesa. Spiego che mi serve il passaporto e l’impiegato mi dice stancamente che ho sbagliato il numero dell’interno. Dice che devo parlare con un suo collega e mi mette nuovamente in attesa. Aspetto solo trenta minuti e mi rispondono. È lo stesso impiegato di prima: “Ringrazi il cielo di essere italiano e di poter godere di questo servizio”, mi redarguisce. No, non finge di camuffare la voce per sembrare un altro (anche se me lo sarei aspettato), ma commenta semplicemente che il collega è impegnato. Consulta l’agenda cartacea e scarabocchia il mio nome. Bene, ho finalmente un appuntamento! D’ora in poi sarà una strada in discesa… senza freni.
 
L’ambasciata italiana a Stoccolma è un palazzo elegante con vista mare a Djurgården, un’isola meravigliosa immersa nella natura pur essendo relativamente in centro. Un posto tanto bello quanto lontano da raggiungere con i mezzi pubblici per dove vivo io e dove paghi anche l’aria che respiri se volessi andarci in macchina e parcheggiare. Tutto fantastico. Tutto stupendo. Peccato che l’appuntamento che ho ottenuto sia durante un giorno lavorativo alle 11 di mattina (dovrò chiedere un giorno di ferie) e sia tra 3 mesi. Giusto in tempo per prenotare il prossimo viaggio in Italia per il 2035.
Nel fatidico giorno arrivo alla cancelleria consolare armato di fototessere rigorosamente stampate da me seguendo il rigido protocollo del Ministero, documenti compilati e firmati secondo la prassi e il mio portafogli pieno di soldi. Pago la marca da bollo in contanti che faccio scivolare sotto il plexiglas come fosse una mazzetta. L’impiegato (lo stesso con cui ho parlato al telefono) prima commenta con una smorfia che non assomiglio a quello nella foto (e per forza, sono passati 3 mesi e tutta questa procedura mi sta togliendo anni di vita) e poi non mi rilascia né ricevuta né fattura. Lo spacciatore sotto casa mia ha la dichiarazione dei redditi più pulita dell’ambasciata.
Torno comunque a casa soddisfatto e comincio ad aspettare.
 
Aspetto.
Aspetto ancora.
Aspetto ancora un po’.
Solo un pochettino… ino, ino, ino.
Poi arriva la tanto agognata lettera per posta. Me l’ha appena consegnata il diligentissimo piccione che si è posato sul mio davanzale. Il dispaccio recita: “Dottor Riva, il suo passaporto è pronto”. Grida di giubilo che giungono fino a San Pietro.
 
Prendo un altro giorno di ferie e vado a ritirare il tanto atteso documento. Arrivo in ambasciata all’orario indicato sul sito internet ma l’ufficio è chiuso. Grida di bestemmie che giungono fino a San Pietro. Mi rendo conto che il papa deva essere alquanto confuso, ma in fin dei conti dovrebbe essere abituato.
La cancelleria consolare è chiusa senza preavviso. Sulla porta c’è un cartello: “Sia grato che ci sia un’ambasciata italiana in questo paese dimenticato da Dio”. No, scherzo. C’è scritto: “Chiuso per l’anniversario della morte di Dante”. Non il sommo poeta, ma il vecchio e fedele custode che purtroppo è deceduto qualche anno fa. Ovviamente non si scusano per il disagio. Quello spetta solo a Trenitalia.
 
Devo prendere un altro giorno di ferie. Anche se ottenessi il passaporto non potrò usarlo perché ormai mi sono giocato tutte le vacanze e non potrò viaggiare in Italia. Non importa. Ormai è una questione di principio.
Ritorno dunque in ambasciata. Questa volta è aperta. Oltrepasso il portone. Ad attendermi c’è un drago alato che sputa fuoco. Schivo le fiamme grazie al mio scudo e poi affondo nel cuore del dragone la mia spada forgiata nella roccia delle montagne della Lapponia direttamente da Babbo Natale.
Ora mi ritrovo davanti a un fiume di lava importata dall’Etna per puro senso patriottico. Un ponte tibetano è l’unico passaggio per giungere sull’altro lato. Ho paura. Mi faccio coraggio pensando che il passaporto mi sta aspettando. Mi reggo alle funi, cerco di non guardare sotto e, un passo dopo l’altro, supero il fiume di lava. Qualche secondo dopo le funi che reggevano il ponte si bruciano e mi rendo conto che non potrò più tornare indietro a rivedere i miei cari. Non importa. C’è un obiettivo più elevato da raggiungere.
Faccio un altro passo in avanti e per poco cado nel burrone che mi separa dallo sportello della cancelleria consolare. In fondo al precipizio una dozzina di simpatici coccodrilli del Nilo mi stanno aspettando per cena. Declino l’invito e mi preparo a superare anche questo ostacolo. L’altra riva è a solo un paio di metri di distanza. Ce la posso fare! Indietreggio di qualche passo, prendo la rincorsa, mi avvicino al ciglio del burrone e proprio mentre sto per saltare, l’impiegato (sì, sempre lui) mi fa lo sgambetto e io finisco giù. Cado come un salame. Finisco in acqua e poco prima di essere preda dei famelici coccodrilli perdo conoscenza.
 
Mi risveglio tutto bagnato. Incredibile: sono vivo! Tuttavia non sono fradicio d’acqua, ma di sudore. Sono confuso e agitato. Ci metto un po’ a riprendermi e a capire che sono nel mio letto. A casa mia. A Stoccolma. Era solo un brutto sogno.
 
Mi alzo e accendo il computer. Vado sul sito della polizia svedese. Prenoto un appuntamento per il lunedì successivo ed eseguo il pagamento on-line. Puntuale e senza fare coda giungo allo sportello. L’impiegato mi scatta una foto elettronica e firmo su uno schermo digitale. Dopo una settimana m’informano via e-mail che il passaporto è pronto. Ritorno alla stazione di polizia per il servizio drop-in e ritiro il documento nel giro di dieci minuti.
 
Phew! Per fortuna che sono anche cittadino svedese.

giovedì 27 gennaio 2022

RACCONTI – Sensei

Il mio nuovo appartamento è completamente vuoto. Tra qualche settimana io e la mia famiglia ci trasferiremo. Prima di farlo mi aspettano delle prove importanti che saranno una sfida per la mia tenuta mentale e fisica. Nella semioscurità del salotto, alla sola luce di una fievole lampadina inspiro profondamente e seguo i consigli del mio grande maestro Miyagi.
 — Dai stucco, togli tassello, dai stucco, togli tassello, dai stucco…
— Per quanto tempo dovrò andare avanti in questo modo, maestro?
— Togli tassello, dai stucco, togli tassello…
— Quanto tempo, maestro?
Mi fermo. Ricevo subito uno scappellotto nella zona parietale e Mr Miyagi se ne va lasciandomi solo.
Ho capito. Devo continuare.
Mi metto d’impegno e finisco in poco tempo tutto il soggiorno.
Il grande maestro sghignazza sotto i baffi e mentre si allontana mi deride.
— Questa solo prima stanza, ragazzo.
Ora mi aspettano altre quattro camere. Maledetto il giorno che abbiamo deciso di comprare una casa più grande. Mi rimbocco le maniche e mi butto a capofitto sui tasselli e chiodi lasciati dai vecchi proprietari che vanno rimossi. Spremo fino all’ultima goccia lo stucco dal tubetto come se fosse il dentifricio. Dopo qualche ora sono stanco ma ho finito. Ho visto cose orribili: tasselli sotterrati da anni con stucco rinsecchito come fossero cadaveri impossibili da riesumare, ho riempito più buchi di quanto abbia fatto Rocco Siffredi in tutta la sua carriera e ho avuto più chiodi per le mani io che un paninaro negli anni ‘80. Però ho portato a termine il mio compito.
Con orgoglio mi presento dal grande sensei che ha appena preso una mosca con un paio di bacchette. No, aspetta un attimo. C’è qualcosa che non va.
— Sono pennelli quelli che ha in mano, maestro? Perché?
— Capirai.
Rimango perplesso e lo guardo inebetito.
— Hm… che faccio ora?
— Forse capirai…
— Allora?
Alza la mano per darmi un altro ceffone. Questo lo capisco. Devo andarmene. Vado a sistemare i cavi elettrici e dell’antenna diramati per tutta la casa. Qual è la distanza tra la Terra e la Luna? Circa 384 mila chilometri. Ho la netta sensazione che sia la stessa distanza che otterrei se mettessi tutti questi fili uno dietro l’altro o se calcolassi la lunghezza delle bestemmie che sto pronunciando.
Dopo aver raccolto e arrotolato tutti i cavi come un bravo marinaio del Titanic, torno dal maestro che si sta preparando il tè.
— Anche pietra fredda, se siedi sopra tre anni, diventa tiepida.
— Mi scusi maestro, chiedo con grande umiltà, ma che vuol dire?
— Torna quando sarai più pronto, ragazzo con poca saggezza.
Non dice più niente e sorseggia la sua bevanda, scottandosi le labbra.
Credo sia il momento di andare a imbiancare le pareti di casa. Mi armo di vestiti bianchi, rulli e pennelli. Ci prendo subito gusto ma dopo aver dato una mano al muro mi sono stancato così tanto che ora è il muro a dover dare una mano a me. Mi dipingo più volte la faccia, lascio impronte bianche su tutto il parquet appena levigato, mi sento più volte un pittore del movimento spazialista con tela bianca su sfondo bianco e ho paura di non farcela. Dopo un paio di giorni, però, con parsimonia e pazienza, concludo anche questa prova.
— Ho imbiancato, maestro!
— Torna quando sarai più pronto.
Lo dice sputacchiando cibo mentre mangia una polpetta di riso. Chiedo spiegazioni ma a gesti mi dice che non si parla con la bocca piena. Allora vado a dipingere anche le piastrelle della cucina. Erano di un colore orribile e sono rovinate in molti punti. Dopo un lavoro di fino, più impegnativo del previsto, ho reinventato la cucina: ora le piastrelle sono di un colore grigio topo e sono rovinate negli stessi punti di prima.
Non ce la faccio più. Sono a pezzi. Le braccia mi fanno male. Il sensei Miyagi sta meditando nella posizione della gru. Vorrei la sua guida nel mio percorso spirituale, ma lui mi guarda di sbieco per un nano secondo e io lo anticipo.
— Torno quando sarò più pronto.
Inscatolo e impacchetto le mie cose nel vecchio appartamento. Mi soffermo ad affrontare i ricordi legati a ogni biglietto d’auguri, appunto di viaggio e soprammobile che ho conservato in casa. Sorrido nel constatare la differenza tra i libri di narrativa in svedese, tutti della stessa dimensione e altezza, che si incastrano alla perfezione negli scatoloni, e quelli in italiano che invece hanno quasi tutti altezze e forme diverse a comporre un quadro cubista nella scatola del trasloco. Le differenze culturali e la conformità societaria svedese si riflette anche in questi piccoli dettagli.
Anche questo test richiede lunghe giornate per essere portato a termine: ho conservato molti oggetti (troppi) e molti libri (sempre troppo pochi). Gli scatoloni sono però pronti e tutti belli impilati in ogni angolo sfruttabile del vecchio appartamento. Il grande maestro mi vede nostalgico e scuote la testa mentre accende un incenso.
— Torna quando sarai più pronto.
Ma cosa devo fare ancora? Non finirà mai questa agonia!
Non mi resta che sistemare i due armadi della camera matrimoniale. Due torri gemelle di tolkiana memoria. Due giganti dal cuore di pietra che non si spostano neanche seguendo le regole della tettonica a placche. Con mille colpetti da un lato e altrettanti dall’altro e l’aiuto di una coperta alla fine riesco a spostare l’armadio nella posizione desiderata evitando sapientemente graffi sul parquet ed eventuali insulti garantiti da parte di mia moglie.
Ora non c’è davvero più nessuna prova da affrontare. Nessuna sfida da vincere. Sono soddisfatto. Mi sento bene. Sono in pace con me stesso. Mi avvicino al cospetto del grande maestro con orgoglio, temprato fisicamente e fortificato mentalmente. Mai stato meglio in vita mia. Ripeto tra me e me con convinzione.
Il saggio sensei osserva le mie mani callose, il mio viso sfigurato e le mie ascelle pezzate. Annuisce e si mette il dito nel naso.
— Quello che cerchi sempre stato dentro te. Ora tu essere pronto per atto finale.
— Davvero. Dice sul serio?
Non posso credere alle sue parole e scoppio in un pianto di gioia e commozione.
— E qual è questa grande prova finale, oh sensei Miyagi?
— Trasloco di casa!
— Oh grazie, grande maestro!
M’inginocchio per la gratitudine e per la sofferenza.
— Grazie sensei. Per me è un onore essere degno di questo ultimo nobile incarico. Aspettavo queste sue parole da moltissimo tempo. Sono fiero di essere finalmente pronto. Le prometto che porterò a termine questo compito con tutte le mie…
— Oh amore! Ma con chi stai parlando?
È mia moglie che interrompe il momento mistico.
— È da quattro settimane che ti sento borbottare da solo… guarda che sono sempre stata qui vicino a te. Ti ho visto, sai. Questo trasloco ti sta dando la testa. Non è che c’era qualcosa di strano nello stucco?
Un attimo prima che lei chiami il reparto di psichiatria per un trattamento sanitario obbligatorio e m’infili in bocca un potente calmante riesco a urlare con voce strozzata.
— Sensei, perdonala per la sua ignoranza!

venerdì 21 gennaio 2022

PROMOZIONE – Mi pubblicano… a puntate (4)

"Il lavoratore", giornale della Federazione delle Associazioni Italiane in Svezia (FAIS) e degli italiani in Svezia, ha da poco compiuto 50 anni (portati bene, eh). Per l’occasione si è rinnovato e ha fatto lo storico passaggio dal formato cartaceo a quello on-line.
La nostra collaborazione però continua con la pubblicazione di alcuni racconti presi dal mio Blog da Strapazzo (https://blogdastrapazzo.blogspot.com/). Non posso che esserne grato e onorato.

Ecco il mio racconto “La guerra”: https://illavoratore.org/i-racconti-di-roberto-riva-la-guerra/
 
Sì, lo so, questo pezzo potrebbe tranquillamente stare nella rubrica “Kissenefrega”… prendetelo come una sottocategoria letteraria!

venerdì 14 gennaio 2022

RACCONTO – Il gran ritorno

Sono accerchiato da nemici. Mi guardano minacciosi. Mi sento braccato. Mi sento al centro del mirino delle loro armi. Non fucili o pistole, ma virus e batteri. Mi sento come John Rambo nella giungla. Infatti le mie espressioni facciali esasperate dopo pochi minuti di sforzo fisico sono uguali a quelle di Sylvester Stallone. I muscoli purtroppo no. Non sono neanche nella giungla. Sono in palestra. Dopo più di un anno e mezzo di esilio forzato. Ci sto riprovando per tentare di tornare alla normalità. Il risultato è stato disarmante… per il mio stato di forma fisica.
Eppure in tutti questi mesi di pandemia mi ero allenato da solo, in casa. Ci avevo provato in molti modi: seguendo video su YouTube, con allenamenti specifici trovati su internet, chiedendo consigli a colleghi fisioterapisti, allenandomi con amici a distanza via videoconferenze. Credevo che i miei tentativi fossero andati a buon fine e che mi avessero tenuto in forma per il momento del gran ritorno in palestra. Pensavo di essere al sicuro. Invece mi basta mezz’ora di vere flessioni e piegamenti in questa lezione di gruppo con l’istruttrice da far sembrare l’allenamento fatto in casa nell’ultimo anno e mezzo come il film d’animazione “Le esercitazioni di Pippo” del 1949. La goffaggine è esattamente la stessa. Yuk!
In effetti puntare tutto sulla mia forza di volontà e propensione alla sofferenza fisica non è stata una delle migliori idee, nonostante abbia autolesionisticamente deciso di studiare psicologia nella vita professionale e dedicarmi alla scrittura nel tempo libero. Ora che riguardo indietro nell’ultimo anno mi rendo conto che ogni scusa era buona per non iniziare (troppo tardi, troppo poco tempo), per accorciare (questo esercizio non mi piace, devo andare a prendere i bambini a scuola) o per diminuire l’intensità degli esercizi (oggi sono stanco, ho già fatto un bel pezzo in bici). A parziale scusante non è sempre facile allenarsi quando i bambini minacciano la tua incolumità lasciando pezzi di lego sul pavimento, facendo corsa ad ostacoli su di me quando mi metto in posizione di plank oppure occupando tutto il salotto con la pista del treno.
Nel frattempo, in palestra, questi pensieri mi fanno andare fuori ritmo e sono completamente scoordinato rispetto agli altri. Niente di strano. Anche questo è un ritorno al passato. Sto sudando come Ted Striker alla guida dell’aereo più pazzo del mondo. Sto colando sudore dalle ascelle come una grondaia di Bombay durante i monsoni. Prima che qualcuno se ne accorga, mi passo un asciugamano sulla nuca e bevo dalla borraccia per recuperare liquidi. Mi asciugo giusto in tempo. Una gnocca svedese dal fisico mozzafiato in terza fila sembra stia guardando verso di me così mi metto nella posizione del coglione: pancia in dentro e petto in fuori. Una sorta di reazione testosteronica istintiva. La ragazza sorride. Allora fare il gradasso funziona. Quanto mi mancava andare in palestra. La ragazza sorride ancora e a gesti mi chiede se ci vediamo dopo. A me? Non posso, sono un uomo sposato… ma davvero a me? Non ci credo. E infatti non ci devo credere perché stava parlando con un’amica dall’altra parte della palestra. Ovvio. Per lo meno ora posso “rilassarmi” e tornare a una posizione più normale. Allento però un po’ troppo la tensione e per poco non mi scappa una scoreggina innocente come se fossi ancora nel salotto di casa mia. Mi trattengo all’ultimo e torno alla mia sofferenza e rimpianti per non essermi allenato di più a casa. Avrei potuto correre nei boschi. Avrei potuto andare nelle palestre all’aperto. Invece mi sono fidato dell’allenamento fai da te in casa. È stato come cercare di rinnovare casa seguendo i consigli di Giovanni Muciaccia su Art Attack.
Tutti queste seghe mentali, però, hanno il merito di avermi distratto e la sessione in palestra è finita. Tutti battono le mani all’insegnante, ma per un istante a me dà l’impressione che l’applauso sia tutto per me, perché sono riuscito ad arrivare vivo alla fine della lezione. È una liberazione. Per il momento… perché domani pagherò le conseguenze di questa mia spavalderia e mi sentirò come Pietro Gambadilegno. Sia per le gambe irrigidite dall’acido lattico sia per la panza che non sarà calata di un centimetro.
Mi devo sedere per prendere fiato. Assieme a molti altri uso la hall d’ingresso della palestra come un nuovo spogliatoio unisex. Lo facciamo per evitare la doccia ed entrare in contatto con gli altri in questo periodo pandemico. Non lavandoci e lasciando lavorare liberamente gli effluvi ascellari aumentiamo anche il distanziamento dagli altri quando saremo in metro. Due piccioni con una fava.
Inebriato dagli odori che si spargono per il locale, mi rendo conto che sto a pezzi e da dio nello stesso momento. Allora i miei colleghi fisioterapisti avevano ragione sull’esercizio fisico! Le gambe sfrigolano come il burro che si scioglie in pentola. Il profumino non è proprio lo stesso ma l’effetto benefico sì. Le endorfine fanno effetto come il cavallo di Troia per i greci: superata la soglia della sofferenza grazie a questa sensazione di benessere so che tornerò ad allenarmi con questa intensità e a quel punto sarò incastrato e non potrò più fare a meno dell’esercizio fisico. Mi ripeto come un mantra che dalla prossima volta sarà più semplice e che tutto sarà in discesa. Ma aspetta un attimo… cosa stanno dicendo al telegiornale? Grande aumento di nuovi casi di Covid-19, previsto picco a Stoccolma nelle prossime settimane e nuove restrizioni che limitano l’accesso alle palestre.
Hm… mi sa tanto che dovrò tornare ad allenarmi a casa. Da solo? No, con Pippo. Yuk!

venerdì 7 gennaio 2022

PISSICOLOGIA – I pensieri

«Allora, Carlo Gustavo, hai capito quello che ti ho detto ieri su come affrontare i brutti pensieri?»
«Sì, sì… sto già meglio.»
«E…?»
«E grazie. Sì, grazie mille, Sigismondo!»
«Va bene, di niente. Ma no, dico. E… come hai risolto coi pensieri?»
«Eh, ho fatto proprio come mi hai consigliato tu: mi sono seduto al tavolo della cucina, non troppo vicino all’ora di andare a dormire per non disturbare il sonno, proprio come mi hai detto tu, e con calma ho scritto giù tutti i miei pensieri» Sigismondo annuisce compiaciuto (è sempre bello vedere che gli amici seguono i tuoi consigli). «Li ho scritti su Facebook, Twitter, Instagram… ho aperto un account apposta per questo e ci ho schiaffato la foto dei miei pensieri scritti su carta! E persino su Myspace. Pensa che mi ricordavo ancora la password: “CarloGustavoRulez_1875”» lui ridacchia ma Sigismondo è allibito. «Infine ho pure fatto un video-soliloquio nel quale ho riassunto tutti i miei pensieri e l’ho caricato su YouTube. Ho fatto una versione più breve e più cool di sessanta secondi da mettere su TikTok per i più gggiovani.»
Sigismondo è senza parole.
«Perché mi guardi così, Sigismondo? Ho fatto proprio come mi hai detto. Ho scritto tutto: pensieri profondi sul mondo e su me stesso, pensieri pesanti sulla vita, riflessioni intelligenti, ma anche stupidaggini, frasi non-sense, i miei fatti personali e pure i fatti degli altri, le miei opinioni sul capo… quel grandissimo stronzo! E sui miei colleghi… quei maledetti leccaculo! Tutto. Ho scritto tutto quello che mi passava per la testa… ah, pure di quel tuo problemino di erezione che mi hai confidato l’atro giorno. Scusa sai ma ho pensato fosse giusto non pormi limiti.» Sigismondo sgrana gli occhi incredulo. «Come mi hai detto tu, mi avrebbe fatto bene… e infatti mi sento libero. Sto alla grande. Grazie amico!»
Carlo Gustavo abbraccia Sigismondo, il quale resta rigido e non ricambia l’affetto.
«Aspetta un attimo…» Sigismondo comincia a capire. «Tu hai fatto una diffusione del pensiero! Hai diffuso i tuoi pensieri potenzialmente a tutto il mondo!»
Carlo Gustavo annuisce entusiasta e gongola: «Dovresti vedere il numero di like che mi ritrovo ora!»
«Io non ti ho detto di applicare la diffusione del pensiero ma la defusione del pensiero! Imbecille» Carlo Gustavo guarda sbalordito l’amico. «Quando si hanno pensieri negativi che creano delle credenze distorte su noi stessi e il mondo circostante, corriamo il rischio di credere troppo che i nostri pensieri corrispondano in tutto e per tutto alla realtà e che siano la verità sul mondo che conosciamo. Questo ci porta a problemi e siamo in balia della paura e della depressione. In questo caso incappiamo nella fusione del pensiero. In contrapposizione a questo, per cercare di essere liberi dai nostri pensieri, si può provare ad applicare la defusione del pensiero. Cioè limitarsi a notare i propri pensieri e vederli per quello che sono: solo pensieri e non necessariamente la realtà o la verità, ma solo un’interpretazione del mondo.»
Ora è Carlo Gustavo senza parole.
«Hm… credo di averti leggermente frainteso.»
«Per questo ti ho consigliato di scrivere i tuoi pensieri… su carta e penna. E poi provare a leggere i pensieri negativi. In silenzio tra sé e sé! Trattando i pensieri come tali: per esempio, invece di leggere “Sono un fallito!”, provare a leggere “Questo è un mio pensiero che dice che sono un fallito”. E così per tutti i pensieri. Un po’ alla volta si può provare senza scriverli ma fare lo stesso processo solo mentalmente. Questo ti aiuta a staccarti dai pensieri negativi, a non crederci più così tanto e a essere libero da questi schemi mentali che tu stesso hai creato.»
All’improvviso squilla un cellulare. È quello di Carlo Gustavo.
«Oh… è il mio capo. Vorrà sicuramente complimentarsi per gli ottimi risultati che ho ottenuto nell’ultimo mese di lavoro.»
«Quando hai scritto le tue opinioni su Facebook?»
«Bah, un’oretta fa. Scusami, Sigismondo, ma ora devo proprio rispondere…» Cambia tono diventando eccessivamente entusiasta mentre si allontana. «Dottor Fumagalli! Come sta? Come dice? Ho scritto cosa?»
«Mi sa che per Carlo Gustavo è in arrivo una bomba: una bella fissione nucleare del pensiero.»

giovedì 23 dicembre 2021

RACCONTI – Rimorso al futuro

Ce l’ho fatta! Incredibile, ma ci sono riuscito. Ora sono nel bagno di questo locale dove suonano musica hard rock dal vivo. Che bei ricordi. Ci sono arrivato nel momento esatto. Che memoria. Sono infatti davanti a un ragazzo di ventisei anni, tre mesi e dodici giorni.
— Non lo fare! — gli dico — Non bere quella birra che ti sta aspettando al tavolo con gli amici. Stasera ti fermerà la polizia e ti toglierà la patente.
— Che cazzo vuoi? È solo la seconda birra. Non sono mica così scemo da guidare ubriaco.
— Lo so, ma basta per l’etilometro.
— Ma smettila. E poi chi cazzo sei tu per dirmelo? Ma vattene a fanculo!
Niente. Non ha capito chi ero e non mi ha ascoltato. Se ne va. Devo andare via anch’io. Chiudo gli occhi, mi concentro, appoggio l’indice della mano destra sulla tempia destra e l’indice della mano sinistra sulla tempia sinistra. Passano un paio di secondi e sparisco nel nulla tra lo stupore di un signore in piedi davanti all’orinatoio che per cercare di capire cosa sia successo si è pisciato sui pantaloni.
Chi era quel ragazzo con cui parlavo? Ma come chi? Ero sempre io. Non si vedeva la somiglianza? Va bene, ora ho qualche ruga e qualche capello bianco in più ma sono sempre io. Credevo che fosse più facile… ahhhh! Urlo dal dolore ma ricompaio esattamente dove volevo: qualche anno prima. Sono in macchina. Sono sul sedile posteriore della mia* (*di mia madre) Fiat Uno.
— Bacia quella ragazza stasera! Lei ci sta.
Il mio me stesso diciannovenne, sette mesi e ventun giorni per poco non sbanda con l’auto quando si accorge che ci sono anch’io.
— Ancora tu, ma si può sapere che cazzo vuoi? Mi hai fatto venire un colpo.
— Sì, sempre io. Ti ho detto: bacia quella ragazza stasera.
— Ma non saremo soli, ci sono altri compagni di classe.
— Lo so, ma alla fine rimarrete solo tu e lei… e ci sarà un motivo, vero?
— Mah… non so.
— Il motivo è che lei ci sta! Credimi.
Lui esita.
— Devo andare ora, fai come ti dico. Non fare il coglione come al solito!
— Oh coglione sarai tu! Ah, e la prossima volta avverti prima di arrivare così all’improvviso… hey, ma dove sei sparito?
Il mio me stesso da giovane ha fermato l’auto per cercarmi, ma ovviamente non mi troverà. Io sono già da un’altra parte. Ricompaio, infatti, davanti a me stesso a ventiquattro anni, undici mesi e due giorni. Appena mi vede sbuffa.
— Coglione, quella ragazza di sei anni fa mi ha dato un ceffone quando ho provato a baciarla!
— Hm… scusa. Mi sbagliavo: non ci stava. Errore mio.
— Cazzo vuoi ora?
— Ho solo cinque minuti, poi sparisco.
— Lo so… allora?
— La vedi quella ragazza là in fondo che ti aspetta? Non la baciare.
— Ma è il mio appuntamento di stasera. Ci sto provando da mesi e ora finalmente ha deciso di uscire con me e ora tu mi…
— Ti ho detto di non baciarla. Ti si attacca come una cozza e non te la togli più di dosso.
— Hm. E prima bacia quella… poi non baciare questa. Oh senti Coso, lasciami in pace.
— Ma no, fidati.
Mi spinge via e va verso la ragazza. Con gli occhi pieni di libidine andrà sicuramente a baciarla. Sbaglia. Di brutto. Se ne pentirà… me ne pentirò. Devo fare meglio di così. Se voglio salvare la mia vita, devo fare meglio. Mi nascondo in un vicolo, chiudo gli occhi, mi concentro, dita sulle tempie e… via!
Sono all’uscita di un liceo scientifico. Il mio liceo scientifico. Eccomi là a diciotto anni, cinque mesi e sedici giorni. Fermo subito me stesso mentre passeggio da solo verso la fermata della corriera.
— Ti posso rubare un minuto?
— Hm… che cosa vuoi? Non compro niente… non voglio fumo. Aspetta, io e te ci siamo già visti prima?
— Non credo. Senti. Tu vorresti studiare psicologia, vero?
— Hm… sì — lui è stupito, lo capisco —Come fai a saperlo?
Come faccio a saperlo? Lo so perché lo sai tu. Troppo complicato da spiegare e non ho tempo per farlo. Quindi mi invento una scusa.
— Te ne ho sentito parlare con quella tua compagnia di classe là giù. Beh, ti posso dare un consiglio? Studia altro. Non andare all’università per fare psicologia. Non in Italia almeno. È una passione, lo so, ma farai una fatica matta a trovare lavoro. Ti dovrai sobbarcare i mille problemi degli altri e non avrai tempo di sistemare i tuoi. Sarai sempre al limite dell’esaurimento emotivo e molto spesso i pazienti non ti ringrazieranno neanche. Vero, ogni tanto sarà gratificante aver aiutato gli altri, ma chiediti se ne vale davvero la pena. — non lo lascio rispondere — Studia informatica… è il futuro. Studia economia… avrai il posto di lavoro assicurato. Studia… (Dio perdonami per quello che sto per dire) ingegneria. Studia…
— Ma io faccio schifo in matematica.
— Hm… hai ragione. Lascia stare le ultime due! Studia architettura… l’unica sufficienza che hai è in disegno tecnico e storia dell’arte.
— Beh, anche filosofia e storia…
Lo prendo per le spalle e lo scuoto.
— Filosofia e storia? Filosofia e storia? Ma senti quello che stai dicendo? Quelle materie ti porteranno alla rovina.
— Mi piace anche scrivere!
— Faccio finta di non aver sentito… tu sei un pazzo!
Sono un pazzo. Il me stesso mi rifila una bella spinta e si allontana a passo spedito. Ha ragione. Così sto sbagliando di brutto. Se voglio evitare una vita piena di dubbi e indecisioni, devo agire in modo diverso. Non faccio in tempo a piangermi addosso che il dolore alle tempie aumenta. Mi concentro e riesco a comandarlo.
Sono ancora davanti allo stesso liceo. Non mi sono spostato di tanto. Fisicamente no, ma temporalmente sì. Mi sono appena visto all’età di quattordici anni, sette mesi e cinque giorni entrare dall’ingresso principale. Devo raggiungermi al più presto. Sono le sette e quarantacinque del mattino. Tra poco inizieranno le lezioni. C’è un sacco di gente e lui, cioè io, si è appena fermato a controllare in quale classe dovrà andare oggi. Mi faccio largo tra la folla e lo fermo. Quello davanti a me è solo un ragazzetto sbarbato, insicuro, sensibile e un po’ sfigato con quegli occhiali dalle lenti spesse quanto il fondo di una bottiglia e i primi brufoli che gli falcidieranno la faccia per i prossimi sette o otto anni.
— Scusami Roberto* (*nome di fantasia) — lui è stupito di vedermi, crederà che sia il genitore di qualche altro studente — Volevo dirti che…
Che cosa gli posso dire? Mah, di osare a essere sé stesso? Di andare avanti per la propria strada nonostante le difficoltà? Sì, potrei, ma sarebbero solo frasi fatte. Che cosa me ne sarei fatto di essere me stesso se all’epoca non sapevo chi ero veramente (come se lo sapessi ora…)? Che cosa ne avrei concluso seguendo la mia strada se mi sentivo perso? Forse non gli direi niente di tutto questo, ma gli darei una pacca sulle spalle e gli direi che io ci sarò sempre per lui, più di quanto lui creda. Poi gli direi anche di lanciarsi, di lasciarsi andare, di perdere il controllo ogni tanto, di provarci sempre, di seguire l’istinto quando sembra la scelta giusta ma hai lo stesso il mal di pancia per la paura. Gli direi che spesso sbaglierà, ma che fa parte del gioco. E allora gioca, ragazzo!
Il mio me stesso adolescente raddrizza la schiena e guarda fiero in avanti. Vedendolo così sicuro di sé stesso, una ragazza gli sorride e si avvicina a lui per parlargli. Beh dai, incredibile: sono riuscito a fare del bene. Oddio, aspetta un secondo: quella è la ragazza più bella della scuola, il sogno bagnato di ogni adolescente, la top model del liceo, il visino e corpicino migliori degli anni ’90 (lei però non sa che ora è ingrassata di trenta chili e ha la faccia butterata… l’ho incontrata ieri al supermercato). Tutto questo è un sogno che si sta realizzando. Sento le campane a festa nella mia testa. No, non sono capane. È un ronzio fastidioso. È un suono ripetitivo che mi penetra le tempie. Il suono è ritmico e non accenna a smettere. Non riesco a fare niente. Alla fine sento dei colpi ben assestati sulle gambe. Mi fanno male. Finalmente ho capito cosa sta succedendo. Questo non è un sogno. Non è mai andata così. Quello che vedo non è mai successo.
Apro gli occhi, anche se erano già aperti e fissi verso un punto vuoto. È il 20 dicembre del 2021. Sono di nuovo nel presente. Stavo solo rimuginando sul passato. L’ho fatto un’altra volta. Ci sono ricascato. Devo smetterla. Sono appena tornato in bicicletta dal mio lavoro come psicologo. Sono nel salotto di casa mia. Mio figlio mi strattona i pantaloni mentre sbatte ripetutamente un oggetto contro il mobile. Gli sorrido. Guardo più in là e c’è mia moglie che gioca con i lego assieme all’altro mio figlio. Siamo felici. Questo mi basta. Se le scelte che ho fatto mi hanno portato a questo punto non c’è niente da cambiare. Niente rimpianti o rimorsi.
Mio figlio mi colpisce ancora con qualcosa sulle gambe. Io mi giro di scatto e urto leggermente il mobile con lo smartphone che ho appena comprato. Solo in quel momento mi accorgo che l’oggetto che tiene in mano è un Nokia 3310. Ancora integro e intatto dopo tutti questi anni. Sullo schermo del mio nuovo smartphone invece si è appena formata una crepa.
Beh, forse qualche rimpianto dei tempi passati ce l’abbiamo.

giovedì 16 dicembre 2021

RACCONTI – Scendere giù

Una volta…
— Scendi in Italia per Natale?
— Sì, certo.
— Beata te. Io resto in Svezia. C’ho il trasloco.
— Mi spiace… ma sai che faccio io? Appena atterro mi sparo subito un bell’espresso come si deve. Anche il bar dell’aeroporto è meglio dell’Espresso House a Stoccolma.
— Lo so. Non farmici pensare.
— Arrivata a casa vado da nonna Rosa che mi ha preparato un piatto di bucatini all’amatriciana. Oh, col guanciale, mica con la pancetta come si fa qua.
— Che invidia!
— Nel pomeriggio faccio un giro in centro e mi ubriaco di spritz a un euro a cinquanta l’uno. In Svezia ci compri l’aranciata con gli stessi soldi.
— Maledetta!
— La sera m’ingolfo di pizze al taglio, tramezzini, piadine, arancini e focacce fino a scoppiare.
— Mi vengono le lacrime.
— Poi incontro tutti i miei vecchi amici al bar. Baci, abbracci e tanti ricordi. Quanto mi mancano.
— Smettila ti prego.
— E questo sarà solo il primo giorno. Starò giù una settimana.
— C’è uno spazietto per me in valigia?


Oggi…
— Scendi in Italia per Natale?
— Sì, certo.
— Beata te. Io resto in Svezia. C’ho il trasloco.
— Mi spiace… ma sai che faccio io? Appena atterro mi sparo subito una bella mascherina FFP3 e passa la paura. In aereo mi facevano mettere solo la FFP2, pensa te.
— Lo so. Non farmici pensare.
— Arrivata a casa mi faccio almeno una settimana di isolamento, altrimenti col cazzo che posso andare a trovare nonna Rosa che è stanca da post Covid e ha a malapena la forza di preparami una minestrina sciocca.
— Che invidia!
— Nel pomeriggio del primo giorno di libertà vado a farmi la terza dose. Ho appena compiuto quarant’anni… oh, servirà a qualcosa essere vecchi, no?
— Maledetta!
— La sera vado al ristorante col mio green pass così mi posso sedere. Se me lo dimentico posso andare ad accalcarmi in un bar stando in piedi al bancone.
— Mi vengono le lacrime.
— Poi incontro tutti i miei vicini di casa. Ci parliamo da terrazzo a terrazzo. I miei vecchi amici vivono in una regione limitrofa che ora è zona rossa e quindi sono chiusi in casa. Non li potrò vedere.
— Smettila ti prego.
— E questo sarà solo la prima settimana. Cioè, l’unica settimana.
— C’è uno spazietto per me in valigia?